Le Marche in Biblioteca, 2016

I Giovedì letterari della Planettiana

Le Marche in Biblioteca, i primi tre anni

Un bilancio complessivo di questi tre anni con Le marche in Biblioteca, ovvero I Giovedì Letterari della Planettiana, ogni anno nei giovedì di ottobre. In totale sono stati dodici i libri presentati in altrettanti incontri con gli autori tutti della nostra regione, in diversi casi accompagnati dai loro editori, ugualmente marchigiani. Le conversazioni con gli autori sono state sempre accompagnate dalle letture dell’associazione ARCI Voce e da interventi musicali per i quali nei tre anni si sono succeduti Gastone Pietrucci La Macina (nella prima edizione), gli allievi della Scuola musicale Pergolesi (in tutte e tre le edizioni), Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori (nella terza edizione).
Tutte e tre le edizoni sono state promosse dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche e organizzate con la Biblioteca Planettiana, con il contributo del Comune di Jesi Assessorato alla Cultura. Di seguito le schede dei libri di queste edizioni e i manifesti curati da Ezio Bartocci.

Titolo: S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti
Autore: Cristina Babino (a cura di)
Casa editriceVydia edizioni

Tra le opere d’arte che hanno ispirato gli scritti dei poeti: La Muta di Raffaello, la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, la Pala Gozzi del Tiziano, la Crocifissione di Monte San Giusto di Lorenzo Lotto, la Tigre con ragni nella foresta di Ligabue, L’Angelo di San Domingo di Osvaldo Licini, ma anche opere meno note ma di rara bellezza come il Ritratto di Giovanna Garzoni attribuito a Carlo Maratta e un ritratto maschile inedito realizzato da Pericle Fazzini.
Il volume contiene un’appendice iconografica con 17 illustrazioni a colori.

 

Titolo: Angeli a Sarajevo
Autore: Maria Grazia Majorino
Casa editriceGwynplaine edizioni

L’anima dei racconti in “Angeli a Sarajevo” è la relazione vissuta nelle sue varianati amicali, carnali, materne e artistiche. Ci sono amicizie a distanza che si nutrono di parole, di passioni comuni, di confronto, c’è l’amore che vive tra le macerie di due guerre e ancora incontri che sovvertono l’ordine di una vita. La mente protagonista, cuce le esperienze, le rivive, le rielabora per cercare un ideale porto franco, una nuova “casa delle iris”, un nido finalmente compiuto, dove si uniscono solitudini e si genera poesia.

 

Titolo: Amazzone in tempo reale
Autore: Loretta Emiri
Casa editrice: Andrea Livi editore

«Il saggio Amazzone in tempo reale di Loretta Emiri è dedicato agli indios amici dell’Autrice e ai popoli indigeni che ancora “esistono e resistono” in Brasile come scrive la stessa Emiri. Il titolo sottolinea come le vicende esposte siano quelle degne di un’Amazzone, di una donna guerriera per così dire e siano narrate in tempo reale, ossia siano fresche così da apparire pressoché contemporanee alla narrazione. E di fatto la narrazione si snoda rapida ed efficace, in grado di chiarire al meglio la storia di tali popoli all’epoca della presenza dell’Autrice con spaccati anche sul passato.

Titolo: I matti del duce
Autore: Matteo Petracci
Casa editrice: Donzelli editore

Attraverso carte di polizia e giudiziarie, testimonianze e relazioni mediche e psichiatriche contenute nelle cartelle cliniche, Matteo Petracci ricostruisce i diversi percorsi che hanno condotto gli antifascisti in manicomio. Alcuni furono ricoverati d’urgenza secondo le procedure previste dalla legge del 1904 sui manicomi e gli alienati; altri vennero internati ai fini dell’osservazione psichiatrica giudiziaria o come misura di sicurezza; altri ancora furono trasferiti in manicomio quando già si trovavano in carcere e al confino. Dall’analisi degli intrecci tra ragioni politiche e ragioni di ordine medico emerge con forza il ruolo giocato dalla sovrapposizione tra scienza e politica nella segregazione di centinaia di donne e di uomini, tutti accomunati dall’essere stati schedati come oppositori del fascismo.

Titolo: Una città di scoglio
Autore: Francesco Scarabicchi
Casa editrice: affinità elettive

Chi non ha mai viaggiato all’interno dei confini della propria città forse ha mancato un’esperienza fra le più singolari: conoscere il luogo in cui si vive attraversandolo integralmente, camminando con lo spirito di chi è disposto a farsi stupire da ciò che è sempre stato sotto i nostri occhi senza essere visto.
Una città “in salita” non s’incontra facilmente. È un faticoso privilegio. Si è convocati e quasi catturati dal mistero, tra l’antico dei colli e le vie del centro, tra le periferie, il porto e la spina lunga che conduce al mare del Passetto. Ancona vive la sua difficile bellezza che non grida e nonostante tutto seguita a custodire, nel poco che è molto, quel tanto che basta a resistere.

 

Titolo: Nel folto dei sentieri
Autore: Umberto Piersanti
Casa editrice: Marcos Y Marcos

Questi versi sono densi di profumi, selvatiche visioni, e hanno il ritmo e il respiro del cammino. Passo dopo passo, il vento entra nella gola e apre il cuore. Sentieri salgono tra chiare chiazze di lichene, scendono tra pini intrisi di sale e mare; e l’acqua è così azzurra e trasparente a Sirolo, tra lecci e bianchissime rupi. Piersanti chiama tutte le erbe e gli alberi con il loro nome, ha confidenza con le ore e le stagioni, ma “di rado, molto di rado, / la voce dei non umani / è la più forte”. La terra troppo spesso è profanata, e quando incalza “il tempo nuovo”, lo sente così distante, da sé e ancora di più dal figlio Jacopo, che “abita una contrada / senza erbe e senza fiori”.

 

Titolo: Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Sei mesi in cammino, da Fano all’Estremo Oriente, dall’Estremo Oriente alla rotta balcanica, portando con sè taccuino, macchina fotografica ed empatia. Eurasia express è il racconto lungo del progetto “Il volto dell’altro”, un lento viaggio, condotto a piedi o con mezzi di terra, alla ricerca dell’umanità dimenticata di un’Asia esclusa dai circuiti turistici.
Dall’introduzione di Paolo Rumiz: “Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente.”

 

Titolo: Nell’afa
Autore: Pierfrancesco Curzi
Casa editrice: Vydia edizioni

Il cadavere di una ragazzina ritrovato dentro un container di rifiuti in un quartiere multietnico scuote all’improvviso una sonnolenta, tranquilla realtà di provincia, risveglia sospetti sul “diverso”, facili e mai sopiti pregiudizi verso “lo straniero”. Carlo Galassi, burbero e solitario cronista dello storico giornale locale, segue il caso per la sua testata, alla ricerca di una verità scomoda e clamorosa. Sullo sfondo, la città di Ancona, la sua bellezza ruvida e struggente, notturna e trasandata, stretta nella morsa dell’afa estiva.

 

Titolo: Poesia di strada 1998 – 2017
Autore: Antologia
Casa editrice: Seri editore

Antologia ventennale del Premio Poesia di strada. La selezione di poco meno di un centinaio di Autori finalisti (con un apparato iconografico dei Maestri pittori le cui opere hanno annualmente accompagnato le poesie) dà conto di come il Premio abbia saputo, nel tempo, intercettare e conglomerare – come sottolinea Renata Morresi nella postfazione – una quantità sorprendente e non preventivata di toni e registri poetici; ciò, unitamente all’autorevolezza di alcune delle voci partecipanti, rende il volume un significativo strumento per spaziare lungo alcune tendenze stilistiche e contenutistiche della poesia italiana vivente.

 

Titolo: L’uomo di Elcito
Autore: Maximiliano Cimatti
Casa editrice: Meridiano zero editore

Da nord a sud si costruisce la ferrovia che accorcerà le distanze tra i cittadini del nuovo Regno d’Italia. Ma gruppi di briganti, aiutati dalla popolazione locale che dà loro asilo, minacciano costantemente i lavori e i funzionari dello Stato. Il sergente del Regio Esercito Anselmo Toschi viene incaricato di combattere i banditi ovunque e con ogni mezzo. Insieme ai suoi soldati setaccia paesi e campagne, vivendo nel costante pericolo di agguati da parte degli stessi uomini a cui dà la caccia. Tra loro il leggendario Olmo Carbonari, autore di sanguinosi omicidi e fughe rocambolesche. La sua cattura diventa per Toschi l’ossessione che lo tormenta e lo rinfranca nelle lunghe notti all’addiaccio. Quando la squadra riceve a sorpresa il congedo, Toschi sente che la sua missione non può finire così. Ruba un cavallo e lascia la caserma di nascosto, per affrontare la sua guerra privata. Dovrà ripercorrere le orme e i nascondigli dei fuorilegge che ha catturato e fucilato, confondersi con loro, inerpicarsi per boschi e rupi, fino al paese nascosto di Elcito. Fino a confrontarsi con il senso stesso della sua vita.

Titolo: La musica vuota
Autore: Corrado Dottori
Casa editrice: Italic Pequod

È un viaggio assai inquieto quello che compie, dentro se stesso, il protagonista Edoardo Alessi, private banker negli anni dieci del duemila in una banca milanese, ma nato a metà degli anni Settanta e ventenne negli Anni Novanta, che ha lasciato alle spalle le utopie coltivate negli anni della Pantera all’università, di fatto rimuovendole e insieme scontrandosi anche con la sua storia d’amore, che era un tutt’uno con le loro aspirazioni o scelte di stili di vita, per ritrovarsi dentro altre altre scelte. O forse è più esatto dire ‘non scelte’.  Ma non c’è solo questo passato ‘privato’, che già da solo non è soltanto ‘privato’. C’è anche il passato dei suoi genitori, padre e madre, giovani di una generazione precedente, quella degli Anni Settanta di cui negli anni si è fatto sempre fatica a parlarne con tranquillità.

Titolo: Il silenzio del mare
Autore: Asmae Dachan
Casa editrice: Castelvecchi editore

Un romanzo che attinge alla drammatica realtà della guerra in Siria. Due fratelli, Fadi e Ryma, si uniscono al movimento pacifista che nasce segretamente nei campus universitari e che coinvolge giovani e lavoratori. Iniziano un impegno attivo per la difesa dei diritti umani, sognando che la Siria riacquisti la libertà e si affranchi dall’oppressione della dittatura. Siamo nel 2011 e il loro sogno svanisce in breve. Scoperti e minacciati dal regime, sono costretti a fuggire dalla repressione che presto si trasforma in una feroce guerra, a cui si aggiunge l’orrore del terrorismo. Si imbarcano in Libia, alla volta dell’Italia, ma durante la traversata accade una tragedia e Fadi arriva a terra da solo. Il destino di Ryma resta avvolto dal silenzio del mare. In Italia il giovane siriano viene accolto da un pescatore e da una giovane dottoressa. I loro destini si intrecciano in modo inaspettato. Ognuno cerca nell’altro le risposte ai suoi perché, e mentre in Siria si continua a morire, un evento inatteso sconvolge la nuova vita di Fadi e dei suoi amici.

I manifesti delle tre edizioni, di Ezio Bartocci.

 

 

La poesia in Biblioteca: cronaca dell’ultimo Giovedì Letterario

unnamedAlcuni appunti sull’incontro con Francesco Scarabicchi, nella serata conclusiva dei Giovedì Letterari della Planettiana

di Tullio Bugari

La poesia in biblioteca, mi veniva da commentare giovedì sera, parafrasando il titolo della nostra rassegna, durante l’ultimo dei cinque giovedì letterari della Planettiana, a conclusione di questo itinerario, mentre ero seduto vicino a Francesco Scarabicchi e lo ascoltavo, cogliendo nelle sue parole non un bilancio di chiusura ma l’apertura di uno sguardo che ha la stessa tensione di un abbraccio, o di un respiro. Inizio a scrivere i primi appunti sulla serata appena qualche istante dopo, per ascoltare meglio le suggestioni che ho provato. Nel clima caldo e amico della sala, come un ritrovarsi, attraverso la conversazione tra poeti, tra Alessandro Seri e Francesco Scarabicchi e le poesie di Francesco musicate e cantate da Marco Gigli e Gastone Pietrucci, La Macina, tra cui Nave che porti a niente. Io mi sono inserito leggendo un brano del libro scelto per l’incontro, Una città di scoglio, perché fin dalla prima volta che l’ho aperto, l’ho  sentito come uno di quei libri che ti fanno venire la voglia di leggerli ad alta voce. A me ha fatto questo effetto, e non solo e non tanto per il fluire bello delle parole ma proprio per il passo che le accompagna e l’attenzione dello sguardo. È questa la mia sensazione, un libro di passi e di sguardi. Passi e sguardi di poeta. Così ho chiesto a Francesco di inserirmi nella conversazione leggendone un brano, e ho scelto quello dedicato alle librerie, al primo ingresso in libreria di quel ragazzo che allora, con le monete in mano raccolte durante la settimana, si preparava al suo primo acquisto, e poi seduto nella panchina di fronte contemplava, stupito e consapevole, il libro tra le sue mani. Quasi un rito d’iniziazione. Una dichiarazione d’amore per la parola scritta sulla carta, con la sua fisicità, che ha un suo luogo e un suo tempo. Continua a leggere

«Appunti sulla contemplazione» di Francesco Scarabicchi

Appunti sulla contemplazione, di Francesco Scarabicchi
(dal libro “Una città di scoglio. Breve viaggio ad Ancona, affinitàelettive, 2016)

Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d’un’abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se andò.
(Rainer Maria Rilke, Elegie udinesi)

Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.
(Cesare Pavese, Stato di grazia)

velaÈ stato Charles Baudelaire, nel 1859, sulla “Revue Française”, a proposito del paesaggio, a scrivere: “Se un certo raggruppamento d’alberi di monti, d’acque e di case, cui diamo il nome di paesaggio, è bello, non lo è già per se stesso, ma per mio mezzo, per mezzo della mia propria grazia, dell’idea e del sentimento di cui lo compenetro”.

La Via del Cònero che porta verso Sirolo è una via di colline, piante, vigne, cieli, case, macchie, erbe. Poi il mare. Temi dello sguardo, del riconoscimento e della riconoscenza di un luogo del mondo al quale affidiamo un senso e del quale possiamo decretare la bellezza, proclamarla, declamarla, pronunciarla. Il luogo non sa e non saprà mai d’essere bello. Il luogo è. Non ha alcuna necessità d’essere nominato. L’esigenza dell’uomo è quella di “chiamarlo” e di affidarlo alla ragione del senso, al sentimento del senso. Per questo, credo, esiste ciò che definiamo “paesaggio”, nella plurale valenza dei significati, nel brivido e nella commozione, nello strazio e nella grazia. In esso sono la misura e il silenzio, l’istante in cui è dato di ascoltare la profonda identità dell’anima circostante. Ogni sosta convoca la pazienza dell’osservatore, la sua disponibilità a dimenticarsi per essere veramente là, in quell’aria, nell’odore di terra e di corteccia, nell’umido mattino che prelude al plenario farsi del giorno.

Su tutto vige la maestà della luce. Senza la luce, è ovvio, nulla potrebbe darsi. Ogni luogo che ha la carità dell’accoglienza e mi ospita, è per me un luogo prediletto. Il paesaggio mi consegna una “cittadinanza”, una “residenza” ed è, forse, dopo la scrittura, l’unica casa possibile, l’unica dimora nella quale mi senta davvero a mio agio, nella quale mi possa riconoscere e condividere.

Il paesaggio è un’idea del tempo, una misura del tempo, un modo di percepirlo e comprenderlo, immobile e ineluttabile, invisibile e inesistente, eppure spietato proprio perché umano: Forse è il tempo a togliere arcadia e idillio al paesaggio, a renderlo concreto come un minerale, a decretarne la sua forza e la sua precarietà, esposto alle intemperie della storia e della natura, dell’epoca e di una contingenza che, volta a volta, lo esalta e lo cancella, lo venera e lo sfregia, lo illumina e lo deturpa. Il tempo è la sua forma, lo scandisce tra pensiero e sguardo, tra concetto e sensi.

Tra me e me, in uno degli innumerevoli viaggi a Recanati, dicevo che nessuno vedrà mai quel che gli occhi di Leopardi hanno visto. L’Infinito raccoglie appunto tempo e spazio del paesaggio e affida a noi il privilegio d’essere nati dopo di lui, dopo che egli ha aperto la porta del moderno e del contemporaneo. Ci è toccato in sorte, soprattutto ai marchigiani, di tentare di scorgere, per quel che si può, una trama di verità attraverso la limpida e perfetta dettatura dei versi mediante i quali si esprime la “direzione” del percepire e del sentire luogo e istante, tempo del paesaggio e paesaggio del tempo.

Tutto si tiene, se scegliamo la bellezza come confine e orizzonte, se di lei accogliamo la perdita o la vocazione a durare nonostante la crudeltà del presente, di ogni presente che si manifesta e scompare. Perfino il paesaggio della pittura oltrepassa la piccola porta del visibile per scegliersi un posto felice ed essere rammentato. Ci appartiene, si affida al cuore della mente, entra nella familiare costellazione delle nostre “vedute”, non se ne va più. Il mare con la piccola vela bianca che torna nella Deposizione di Lorenzo Lotto a Jesi, a Palazzo Pianetti, è una delle presenze insostituibili della mia vita e calma più d’una notte insonne nella quiete drammatica della vicenda che si svolge al centro della tela. Così come il paesaggio dei versi, da Dante a Umberto Saba, dall’Iliade al poema di Melville, Moby Dick. Lo stesso avviene per la musica e per il cinema. Chi cancellerà dagli occhi della mia memoria le terre spente di Pasolini in Teorema e di Zurlini nel Deserto dei tartari? O la luce umida delle campagne nel Barry Lyndon di Kubrick?

Il paesaggio – rurale o montano, di lago o di mare, di deserto o urbano, di pianura o foresta, di fiume o d’altro – è un’impressione di umanesimo e pronuncia il suo idioma inscrivendosi nel destino delle creature. Anche il luogo più deietto ha, nel fondo della sua buia condizione, un frammento che lo lega a noi, una piccola scheggia di luce ferita, una memoria. Non fosse altro perché unico, una volta per sempre.

Conversazione con Gastone Pietrucci

gastone_pietrucci-1Conversazione con Gastone Pietrucci La Macina, a cura di Tullio Bugari. Aspettando l’ultimo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca, l’incontro con Francesco Scarabicchi e il suo libro Una città di scoglio, Breve viaggio ad Ancona, in programma giovedì 3 novembre alle 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

t.b.) Le Marche in Biblioteca. Una delle persone che seguito gli incontri, a proposito della tua partecipazione alla prima serata, ha commentato così sul nostro blog: “Bellissima serata, la cultura ufficiale (quella dei libri negli scaffali) che dialoga alla pari con quella popolare (canto della Pasquella)”. Tu interverrai di nuovo all’ultimo incontro, con Francesco Scarabicchi, e nel frattempo hai seguito anche gli altri tre incontri già svolti. Ti va di darci le tue impressioni generali su questa rassegna?

g.p.) Una rassegna interessante, tutta da seguire. Per me è stato facilissimo seguirla, perché praticamente me l’avete fatta… in casa (infatti abito proprio di fronte alla Biblioteca Planettiana). Inoltre “simpatico” ed anche interessante e non disturbante, la parte conviviale della degustazione dei vini, tra l’altro con produttori giovani, amanti del loro lavoro, della terra e della produzione del buon vino. Insomma una formula felice. I libri tutti interessanti, peccato che I matti del duce , non era disponibile (comunque sono riuscito a prenotarlo, ad acquistarlo e ad averlo proprio oggi. Spero e mi auguro che dopo questa bella e riuscita rassegna ne possano nascere delle altre. Contate sempre sulla nostra disponibilità.

t.b.) Tu hai dedicato moltissimo della tua passione alla ricerca delle nostre radici popolari, attraverso la strada della musica, mantenendole vie in mezzo a noi, e facendole dialogare e incontrare con ciò che di nuovo e genuino nel frattempo prendeva vita. Io ho l’impressione che una parte fondante, che definirei mitica, di queste nostre radici sia localizzata propio nelle zone montane dell’entroterra colpite in questi ultimi giorni dal terremoto, e che dunque ci sia un intero mondo a rischio. Qual è la tua percezione?

g.p.) Il mondo “popolare” è ormai a rischio, da tanti, troppi anni, il terremoto è arrivato ben ultimo. Già Pier Paolo Pasolini aveva denunciato la distruzione della civiltà contadina, naturalmente inascoltato, in questo “paese mancato”, dove tutto viene cancellato dall’gnoranza e dalla stupidità della nostra classe politica. Noi siamo un paese senza memoria, quindi un paese destinato a non avere un futuro.
Praticamente dopo gli anni cinquanta, un mondo, un’intera civiltà contadina, dopo secoli di vita, si è sgretolata ed annientata in pochissimo tempo. Con il risultato che quel mondo contadino non esiste più, inesorabilmente spazzato via, da molte cause e da profonde trasformazioni. Ad ogni modo, il contadino di una volta, poteva essere qualsiasi cosa, però nella sua “ignoranza”, aveva ancora qualcosa da affermare, magari anche solo il valore del pane, che poi non è altro che la natura, il rispetto della terra, del sacro, del necessario. Diceva Pasolini che “il vero genocidio avvenuto nel Novecento è stato quello dei contadini”. E se non c’è più il mondo contadino, non c’è più la terra, il rapporto con le stagioni, non c’è più la natura, non c’è più la radice biologica dell’appartenenza ad una cultura. E invece, come ha scritto Allì Caracciolo, in una delle sue spelndide poesie di Malincore, 1996 ” Noi veniamo dal ricordo dei tempi / carichi di promesse e di parole…”.
Il terremoto ha cencellato le notre case, i nostri magnifici centri storici, quindi parte della nostra storia, del nostro passato, ma l’ ignavia di questa assurda società del cosiddetto benessere, ci sta “affogando”, tra l’altro, in questi utili, ma terribili ed anestetizzanti telefonini, non ci fa più alzare più la testa, né guardare alto, ed io mi sento impotente di fronte a questo sfacelo fisico e morale, in perfetta sintonia con Enzo Siciliano, che nel 2005, scrisse questo tragico ed amaro frammento di poesia: “Poche parole, ma quelle giuste per far capire / il dolore di chi si sente vietato a nutrire speranze.” Non aggiungo altro.

t.b.) Volevo chiederti di parlarci delle esperienze di incontro tra la tua musica e i percorsi artistici e culturali di altri autori. Mi pare che questa ricerca dell’incontro sia una costante nella tua ricerca musicale e culturale; in particolare volevo chiederti come è nata e si è sviluppata la tua collaborazione con due importanti autori presenti in questa rassegna, Allì Caracciolo che hai accompagnato nella prima serata dedicata al libro “S’agli occhi credi”, e poi Francesco Scarabicchi, con cui sarai insieme al prossimo incontro.

g.p.) L’incontro tra musica popolare (diciamo la “mia” musica) ed i percorsi artistici e culturali con altri autori, è scaturito da un mio bisogno di spaziare, di collaborare, di contaminare il mio lavoro con altri artisti. La Macina l’ho formata nel 1968 e dopo una riproposta del canto popolare rigorosa e dopo l’incisione ben otto dischi, improvvisamente nel 1998 ho incontrato la grande indimenticabile Valeria Moriconi e con lei abbiamo costruito un Concerto-Spettacolo per il centenario della morte del grande studioso popolare dell’Ottocento, lo jesino Antonio Gianandrea. L’esperienza con Valeria è stata folgorante e “contagiosa”, perché da lì ho sentito proprio un bisogno “fisico” di incontrare e collaborare con altri artisti e con altri campi della musica. Ecco allora l’incontro con Rossana Casale, Giovanna Marini, Moni Ovadia, Riccardo Tesi, Federico Mondelci, Enzo Cucchi, Marco Poeta, i Gang, uno dei gruppi storici del rock italiano, con i quali abbiamo inciso uno dei più importanti cd Nel tempo ed oltre cantando (Premio “Tenco” 2004, come supergruppo italiano), sino all’esperienza con il jazz di Samuele Garofoli ed il suo quartetto con il quale abbiamo inciso Ramo di fiori, e la musica sinfonica con il maestro Stefano Campolucci ed il suo ensemble, con il quale stiamo registrando un nuovo cd, per dire soltanto di alcuni che ho incontrato nel mio percorso artistico.
Con Allì Caracciolo praticamente ci cerchevamo da diversi anni, finalmente nel 2000, ci siamo incontrati e dal nostro incontro è nata una grande collaborazione tra lei ed il suo straordinario Sperimentale Teatro A, che ancora continua e che tra l’altro ha prodotto uno degli spettacoli più sconvolgenti che La Macina abbia mai realizzato, quel Piange piange Maria povera donna..., una Sacra rappresentazione dove il canto popolare de La Macina incontra la grande recitazione degli attori, in un connubio di grande forza e di grande pathos.
Con Francesco Scarabicchi ci lega una grande stima reciproca, che ci ha portato a varie collaborazioni: la prima nel 2002, per un concerto omaggio a Luigi Tenco, L’espressione di un volto per caso, dal titolo del suo saggio scritto appositamente per lo spettacolo, dove lui era la voce narrante inframezzata dalle più belle e significative canzoni di Tenco, interpretate da La Macina. Poi dopo questo lavoro: La polvere si alza (Omaggio a Luigi Tenco-Piero Ciampi-Fabrizio De André).
Tra l’altro sia Allì Caracciolo, che Francesco Scarabicchi, hanno sempre accompagnato con le loro preziose prefazioni i nostri lavori discografici più importanti e significativi: nel primo volume della trilogia dell’ “Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto” , del 2002 e nel nostro ultimo lavoro, uscito proprio quest’anno ed edito dalla prestigiosa casa editrice romana, squi[libri], La Macina. Nel vivo di una lunga storia. Tra l’altro nell’incontro di domani sera (3 novembre) in occasione della presentazione del libro Una città di scoglio. Breve viaggio ad Ancona, io e Marco Gigli, interverremo interpretando tre poesie di Scarabicchi, musicate da La Macina, una delle quali scritta appositamente per noi, Nave che porti al niente. Per noi sarà un’emozione ulteriore, suonare e cantare queste tre splendide liriche, alla presenza dell’autore e dopo averne ascoltata la sua inimitabile, coinvolgente lettura, e sicuramente anche per tutto il pubblico che avrà la fortuna di assistere ad una simile ed unica performance!

Giovedì 3 novembre il 5° incontro con Le Marche in Biblioteca: “Una città di scoglio” di Francesco Scarabicchi

3152916LE MARCHE IN BIBLIOTECA
I Giovedì Letterari della Planettiana

Quinto incontro
Giovedì 3 novembre alle ore 21.15

Una città di scoglio – Breve viaggio ad Ancona” di Francesco Scarabicchi,  con uno scritto di Emanuele Trevi, affinità elettive (http://www.edizioniae.it/catalogo/una-citta-di-scoglio/

Conversazione con l’autore, letture di brani, interventi musicali di Gastone Pietrucci La Macina (http://www.macina.net).

La serata si concluderà con una degustazione di vini locali offerta dall’azienda Pievalta, di Maiolati Spontini (http://www.pievalta.it), con la collaborazione di Pergolesi Enocaffè (http://www.pergolesienocaffe.it/).

La rassegna è stata promossa dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche, con la collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e un contributo del Comune di Jesi.
http://www.altroviaggio.org/category/le-marche-in-biblioteca/
https://licenzepoetiche.wordpress.com/

Le Marche in Biblioteca, cronaca della quarta serata

7È la Memoria nei suoi infiniti modi di esprimersi, a sembrarmi in questo momento uno dei fili conduttori che sta attraversando i nostri Giovedì Letterari della Planettiana. Quella Memoria che vive con noi e si rinnova nella sua ricerca e riscoperta continua del mondo che ci ha formati.
Così nelle Marche dell’arte attraverso lo sguardo dei poeti (S’agli occhi credi) con cui si è aperta la rassegna, nelle opere d’arte che sono il riferimento del nostro paesaggio interiore, connotato di luoghi, paesi, incontri.
6Così nelle parole di Maria Grazia Maiorino (Angeli a Sarajevo) capaci di rendersi leggere per cogliere la pienezza delle nostre relazioni con i luoghi, che non sono mai soltanto spazi ma insieme, come in una metamorfosi, anche luoghi del tempo.
Ne abbiamo parlato con Loretta Emiri (Amazzone in tempo reale) scovandone ancora altre angolazioni, ed evidenziando come le culture non sono oggetti statici da preservare all’oblio, imbalsamandole, ma sono la vita stessa che nonostante la compressione esterna riesce a rinnovarsi e restare presente tra noi proprio se non perde la memoria delle radici.

1E anche ieri sera, giovedì 27, con Matteo Petracci (I matti del duce) è emerso, a mio avviso, un’altro lato di questa Memoria che ci attraversa, ad esempio quando Matteo ha sottolineato come l’uso strumentale dello stigma della malattia mentale (“paranoia-mania politica” era scritto nella diagnosi che marchiavano) aveva proprio l’intenzione di spezzare una Memoria. Chiudere in prigione o inviare al confino un oppositore fa di lui un martire, da cui lo stesso può riscattarsi, rivendicando la repressione subita come elemento costitutivo della sua persona. Stigmatizzarlo, invece, è il tentativo di ucciderne anche l’identità, farlo scomparire. Nessuno rivendica di essere stato rinchiuso in manicomio.
2L’esclusione estrema, che arreca un dolore incontenibile, e chi l’ha subita riesce a riscattarsi, a ristabilire la continuità non solo con la propria storia individuale ma soprattutto tra se e gli altri, solo annullandola quell’esclusione, se vi riesce. E così Matteo, che ha raccontato il suo libro attraverso la conversazione con Alessandro Seri,  ha concluso proprio con una una di queste storie di riscatto, che gli ha consentito poi di allargare di più il discorso, per ricordarci come tutti noi, la nostra storia oggi, l’affermazione della nostra dignità, di cui godiamo magari senza rendercene conto, sono possibili perché altre generazioni prima di noi hanno ingaggiato un percorso di riscatto, fatto di lotte e di fatiche. Siamo noi la nostra Storia.
3Avevo introdotto la serata ricordando il nuovo terremoto che la sera prima ha colpito le zone montane della nostra regione, e l’impatto che può avere sulla continuità culturale e sociale delle nostre comunità. È questa la nostra reazione con i luoghi.
Come nei due incontri precedenti, la conversazione tra Alessandro Seri e Matteo Petracci è stata arricchita, introdotta e poi accompagnata da alcuni brani musicali degli allievi della Scuola Musicale Pergolesi e dalla lettura, a cura del gruppo ArciVoce di alcuni brani del libro, scegliendo in particolare alcune lettere scritte allora – siamo attorno agli anni Trenta del 4Novecento – da parenti degli internati oppure testimonianze dirette degli internati stessi, i “pazzi non allineati”, affetti da “mania politica”. Per chi vuole approfondire, ricordo la recensione del libro a cura di Luca Pakarov.

Nella seconda parte della serata, dedicata ai vini, l’ospite di turno è stata l’azienda vinicola La Staffa di Staffolo, presente Riccardo Baldi che ci ha presentato la sua attività e il verdicchio che aveva portato con se per degustarlo insieme a noi. Nell’articolo “il vino è il canto della terra verso il cielo” è raccolto un commento al lato “vignaiolo” della rassegna e  al suo significato, con le schede di tutti i vignaioli che hanno collaborato.

(Il prossimo e quinto appuntamento è giovedì 3 novembre, con il libro “Una città di scoglio” di Francesco Scarabicchi, accompagnato da Gastone Pietrucci La Macina.)

 

 

L’impatto del terremoto (confermato il ns incontro del 27 ott)

Il nostro impegno. LE MARCHE IN BIBLIOTECA. Ci siamo consultati questa mattina e abbiamo confermato l’appuntamento di questa sera, giovedì 27 ottobre, per il quarto incontro, con il libro I MATTI DEL DUCE, di Matteo Petracci e l’insieme del programma. C’è stata molta agitazione anche qui a Jesi per le scose di terremoto di ieri sera, e inoltre alcuni dei nostri partecipanti, compreso l’autore, vengono da Macerata, dove l’agitazione è stata ancora più alta.

Il terremoto ci porta, purtroppo, un ulteriore elemento di riflessione al discorso che abbiamo avviato con i nostri incontri in biblioteca, e che riguarda in modo ancora più prepotente la nostra regione, la sua capacità di assorbire queste scosse, non solo per l’impatto immediato – per fortuna, pare questa volta senza vittime – sugli edifici, sia quelli privati che quelli di interesse pubblico – ad esempio di nuovo ospedali evacuati e danni a scuole – e artistico, che costituiscono il nostro patrimonio culturale, e che pare abbiano subito anche questa volta ingenti e diffusi danni.

Oltre a quello immediato, l’impatto si ripercuoterà anche sulla vita stessa di zone che sono il cuore della regione ma che già da sole, negli ultimi anni, avevano problemi di abbandono, perché le dinamiche economiche della società attuale distoglie sempe più l’attenzione, e quindi le risorse, dai piccoli centri, che invece sono il nostro patrimonio antropologico – o “paesologo”, se vogliamo citare il termine proposto da Franco Arminio. Sono i custodi della nostra memoria collettiva. Inseriamo questo impegno anche nella riflessione che abbiamo avviato con questi incontri in biblioteca.

crollo_camerino_terremoto26-ottobre-650x488foto da Cronache Maceratesi

Giovedì 27 ottobre il 4° incontro con Le Marche in Biblioteca: “I matti del duce” di Matteo Petracci

LE MARCHE IN BIBLIOTECA
I Giovedì Letterari della Planettiana

Quarto incontro
Giovedì 27 ottobre alle ore 21.15

“I matti del duce” di Matteo Petracci, Donzelli editore (http://www.donzelli.it/libro/9788868431310).

Conversazione con l’autore, lettura di alcuni brani a cura del gruppo ArciVoce, commenti musicali a cura della Scuola Pergolesi (http://www.scuolapergolesi.it/nuovo_sito/)
La serata si concluderà con una degustazione di vini locali offerta dall’azienda La Staffa (http://www.vinilastaffa.it/staffa/?page_id=17) di Staffolo, con la collaborazione di Pergolesi Enocaffè (http://www.pergolesienocaffe.it/).

La rassegna è promossa e organizzata dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche con la collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e un contributo del Comune di Jesi.

Programma:
http://www.altroviaggio.org/category/le-marche-in-biblioteca/
https://licenzepoetiche.wordpress.com/

Il vino è il canto della terra verso il cielo

di Tullio Bugari

vino

“Come io ammiro Picasso perché lo riconosco, così posso apprezzare un vino o qualsiasi altra cosa che viene dalla terra, se la riconosco. Trovo che questo sia un recupero di civiltà, di intelligenza e di libertà estremamente importante. Per questo non mi piacciono i prodotti tipici. Sono diventati un marchio commerciale. Non mi piacciono le tradizioni imbalsamate.  Ma voglio sapere dove nasce un prodotto. Mi fido dell’autocertificazione del produttore che mi spiega come è fatto il suo vino o i suoi ortaggi”.

Scrive così Luigi Veronelli a proposito del vino, e leggendo queste righe mi vengono in mente anche tante analogie, in contesti e momenti anche molto diversi, come passeggiare sotto un cielo stellato, alzare lo sguardo e potersi ritrovare in una mappa familiare di costellazioni e antichi miti scegliendo poi ognuno il suo, oppure mi viene in mente un libro di tanti anni fa di un mio amico che aveva vissuto in un paese del centro america, e l’aveva intitolato le diciassette tonalità di verde, tanti i nomi utilizzati dagli indigeni per cogliere le diversità e particolarità dei tanti verdi che rendono più viva la natura, potendo così apprezzarla nella sua varietà e non invece uniformata o standardizzata sulla base di una tonalità media monocolore. E potrei continuare ed estenderle perfino a questo percorso di cinque appuntamenti in Biblioteca, cogliendone la ricchezza della trama nella particolarità degli stimoli offerti da ciascuno degli incontri. O per usare le parole ben più appropriate di Francesco Scarabicchi, nel testo che ci ha inviato per il primo incontro, “la forza delle parole”: “Ogni cosa ha il suo nome per essere conosciuta, ‘chiamata’, definita.” Ed è per questo che si può “cogliere (sotto il profilo emotivo, sensoriale, percettivo, mentale e poi linguistico, formale, artistico, letterario) la presenza della poesia nella vita quotidiana, attraverso le sue manifestazioni minime.”

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Le Marche in Biblioteca: recensione del libro di Matteo Petracci “I matti del duce”

Giovedì 27 ottobre ore 21.15, quarto incontro di LE MARCHE IN BIBLIOTECA, I Giovedì Letterari della Planettiana. Il libro della serata è “I matti del duce”, di Matteo Petracci, Donzelli editore.

La recensione di Luca Pakarov, «La pazzia non allineata», apparsa su Il Manifesto del 29 gennao 2015:

I matti del Duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista. L’istituzione totale come punizione e marchio d’infamia per i dissidenti

cop_matti-del-duceUna ricerca durata cinque anni fra ospedali psichiatrici e Prefetture per capire come, nel Ventennio, la medicalizzazione del dissenso fosse considerata innanzitutto una tutela sociale, come l’eterodossia diventò sinonimo di malattia. Ne I matti del Duce. Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista (Donzelli, pp. 238, euro 33) il pregiudizio entra nella psichiatria e viceversa giacché, ogni qual volta si devono combattere le idee contrarie al pensiero unico, la repressione si instaura agevolmente nelle pieghe dell’interpretazione scientifica. Un punto di vista inesplorato sul totalitarismo fascista, caduto nell’oblio con l’armistizio, anche, e comprensibilmente, per volontà delle stesse vittime che continuarono a percepire l’internamento come un marchio di infamia, talvolta da nascondere agli stessi figli. A tracciarle mediante referti medici e giudiziari, lettere e testimonianze dei famigliari, con un’attenta e fruibile narrazione, è stato lo storico Matteo Petracci che, seguendo un’ingente mole documentaria, è riuscito a ricostruire alcune delle vicende dei 475 antifascisti schedati nel Casellario Politico Centrale e finiti in manicomio giudiziario. Di questi, 122 persero la vita. Continua a leggere