Le Marche in Biblioteca, 2016

I Giovedì letterari della Planettiana

Le Marche in Biblioteca: i due brani letti da “Amazzone in tempo reale”

37b2e238-b4e8-4349-92a3-f8df0f7ff439“Amazzone in tempo reale” di Loretta Emiri.

I due brani che seguono sono stati letti durante l’incontro con l’autrice, rispettivamente da Cristina e Paolo del gruppo ArciVoce.

 

Brano estratto dal racconto “Xavante”:

Ci eravamo date appuntamento a Cuiabá, capitale dello Stato e importante snodo regionale, provenienti da vari e lontanissimi luoghi: sei donne che avrebbero impartito un corso di formazione e aggiornamento per maestri xavante. Con il pullman raggiungemmo la cittadina piantata ai margini della riserva indigena, dove c’era ad aspettarci la camionetta di un padre salesiano. Arrivammo a destinazione verso sera, ma c’era ancora luce sufficiente per intravedere quanto alti, forti, belli e alteri fossero gli uomini che stavano aspettandoci. Fu amore a prima vista: tutte e sei ci innamorammo, e non di uno, ma di tutti loro.

Le novità scandirono le ore di quei giorni tanto corti: ricerche linguistiche e cosmogoniche; lezioni di etnomatematica e portoghese; informazioni su diritti acquisisti e su come organizzarsi per far approvare nuove leggi; verifiche e programmazioni didattiche; dinamiche di gruppo, filmati e discussioni. Per sgranchire le idee si facevano quattro passi fra la miriade di solide costruzioni facenti parte la missione salesiana, e si raggiungeva l’attigua ampia piazza su cui, in circolo, si affacciavano le quaranta fresche case di paglia degli xavante. A volte si aveva tempo per andare fino ai campi dove, in disordine sparso, si scorgevano macchinari e strumenti abbandonati; le squallide sculture di ferro era quanto restava di faraonici piani governativi di sviluppo agricolo per paleolitiche popolazioni e suoli aridi.

Un maestro, mostrando il disegno realizzato dal gruppo di studio cui aveva fatto parte, ci aveva spiegato che l’elemento principale del disegno stesso era il circolo, che la disposizione in circolo del villaggio simbolizza l’unione del popolo xavante, che tutte le feste tradizionali iniziano nel centro della piazza, e che, se non ci fosse il circolo, non esisterebbe “finalità”. Per quella che sarebbe stata l’ultima notte del corso, gli anziani organizzarono una festa di commiato. Le insegnati sfoggiarono vestiti resi da sera da eleganti collane indigene. Gli alunni indossarono calzoncini da calciatore e impeccabili bianche cravatte di corda di cotone, a cui gli occidentali debbono essersi ispirati quando crearono il farfallino. Danze e canti, compresi quelli eseguiti da rappresentanti dei popoli mỹky, tapirapé, bororo e rikbaktsa, iniziarono al centro per poi continuare su tutta la piazza. Tenendoci per mano formammo un circolo, sempre più ampio con l’aggiungersi di persone, e quando l’ultima ne entrò a far parte avvertimmo che era stata raggiunta la finalità di sentirci uniti.

Al termine della festa, gli anziani ci suggerirono di non ripartire senza andare a vedere un punto determinato del fiume São Marcos, e misero a disposizione il camion della comunità per raggiungerlo. L’indomani, l’euforia per l’escursione svegliò tutti molto presto. Seduti sul cassone o sulle sponde dell’automezzo, con seni e pensieri al vento, pur cogliendo gli elementi scenografici disseminati lungo il percorso, ognuno di noi sembrava concentrato a scrutare dentro sé stesso. Sobbalzava, il camion, sull’accidentata pista di terra battuta; in direzione opposta poteva correre solo l’ovvio.

Improvvisamente scomparve la vegetazione che fiancheggiava la strada e il corso d’acqua inondò occhi e cuori. Sul palcoscenico naturale era adagiato il fiume ampio cosparso di rocce, pozze, rapide, cascate. Il verde lussureggiante delle montagne si profilava contro l’azzurro mozzafiato del cielo, i due elementi facendo da sfondo alla scena. Nell’aria il calore del sole, l’odore sensuale della natura, la luce dello spirito. Quella geografia intrisa di poesia materializzò il concetto portante del corso, l’etnoscienza. Quell’acqua, che per giorni accoglie gli adolescenti xavante per temprarli fisicamente e psicologicamente, trasformò le insegnanti-specialiste e gli alunni-maestri in uomini e donne. Quelle fresche cascate massaggiarono vigorosamente i corpi, fino a che gli animi si sentirono accarezzati.

Gli unici che non entrarono nella fonte battesimale furono il salesiano di mezza età e il pretonzolo impomatato. Continuarono a passeggiare lungo la sponda. La religione che li aveva vestiti impediva loro di farsi vedere in costume da bagno. Non resero omaggio alla natura. Non entrarono nel circuito per condividere lo stato di grazia degli animi. Commisero il peccato mortale di introdurre in quel paradiso terrestre concetti relativi a pudore, falso pudore, ipocrisia, peccato.

Fertilizzati dal limo delle acque del fiume São Marcos, facemmo ritorno alla missione per realizzare la valutazione finale del corso e dichiararlo concluso. Ondulate dall’emozione, le voci di quegli uomini alti, forti, belli e alteri sussurrarono: “non ho parole per dire ciò che sento”, “non voglio pensare che potrei morire, perché non parteciperei a un altro corso”, “smetto di parlare per non piangere”. Uniti dallo spago del gomitolo che era circolato fra di noi mentre realizzavamo le valutazioni personali, consapevoli di aver vissuto un’esperienza unica, avvertimmo che la finalità del corso era stata raggiunta.

La valigia quasi non mi si richiudeva più. Vi avevo riposto una voluminosa nostalgia. Ogni tanto spunta fuori, speciale, unica. Riesce a colmare ed abbellire vuoti interiori.

Brano estratto dal racconto “Patamona”:

Viveva appena fuori dal centro di Boa Vista, in un rione tuttora popolato quasi esclusivamente da indigeni, che i bianchi spregiativamente chiamano caboclos. L’esuberante vegetazione del luogo sembra voler proteggere gli abitanti, nasconderne la povertà, le costruzioni sbilenche. Su quel verde, i panni stesi spiccano come artistici tocchi di colore.  Nelle minuscole aree che circondano le casupole, all’ombra degli alberi da frutta, rotolandosi nella polvere o nel fango a seconda della stagione, crescono animali domestici e bambini. Galline e maiali convivono con scimmie e tartarughe. Non di rado, stormi di pappagalli sorvolano l’area squarciandola con i loro striduli richiami; mentre da pareti domestiche è possibile che fuoriesca il vociare di ubriachi perpetui, o il tutto volume di radio e giradischi.

Mi piaceva attraversare quel rione andando a trovare la mia amica. Come le altre  case,  anche  la  sua  era  eternamente  in  costruzione.  Man mano che la famiglia cresceva, aumentava il numero delle stanze; che però restavano spoglie e senza intonaco, adorne solo di ganci cui appendere nuove amache.  Nell’ingresso troneggiava un divano sforacchiato e liso, su cui riprendevo fiato dopo la lunga camminata. Composta da padre, madre, varie sorelle, un fratello carnale e uno adottivo, una cognata, un numero imprecisato di nipoti, la famiglia tutta mi riceveva con calore. Il più delle volte la casa ospitava anche parenti e amici giunti dall’interno dello stato, bisognosi di trascorrere un periodo in città per risolvere problemi. Povere come erano, quelle persone avevano sempre qualcosa da farmi portar via: un pezzetto di beiju già secco, due maracujás da trasformare in bibita.

La mia amica lavorava, ma era sempre al verde. Si pagava gli studi universitari e aiutava la  tribù famigliare endemicamente affetta da problemi economici. Quando viaggiavo le lasciavo la casa a disposizione, così che potesse concentrarsi e studiare con profitto. Me ne era grata e io lo ero nei suoi confronti, dato che il mio cantuccio non restava alla mercé dei soliti ladri. Quando penso a quella ragazza, mi tornano in mente parole e gesti semplici e, al tempo stesso, traboccanti di significato. Se mi faceva visita, arrivava con frutta raccolta nel suo cortile, o con fiori messi insieme lungo il tragitto che separava le nostre abitazioni. Qualche volta andavamo a cena fuori; prediligevamo un ristorante vicino al fiume, perché la sua brezza arrivava fino ai tavoli disposti all’aperto sotto un’ampia tettoia. La serata cominciava scambiandoci confidenze e terminava con noi due che, invariabilmente, ci sentivamo più tranquille, perché le parole e gli atteggiamenti dell’una finivano per rasserenare e incoraggiare l’altra.

Dei momenti vissuti insieme, uno fu particolarmente espressivo. Eravamo sedute sulla sponda del fiume e lo guardavamo scorrere e brillare. Mi raccontò di aver trascorso alcuni giorni nella Guyana. Luoghi, persone, situazioni, tutto le era parso affascinante. Durante il soggiorno aveva maturato una decisione: ogni qual volta l’uomo bianco l’avesse apostrofata con il termine cabocla, lei avrebbe asserito “io sono patamona”. A imprimere il giusto valore a quelle tre striminzite parole furono il tono della voce e gli occhi che brillavano più del fiume.

Le Marche in Biblioteca: Cronaca della terza serata dei Giovedì Letterari

37b2e238-b4e8-4349-92a3-f8df0f7ff439La letteratura come linguaggio in grado di esprimere in modo più intimo, interiore, la relazione che l’autrice ha vissuto nella sua lunga esperienza all’interno di questo mondo così lontano dalle nostre percezioni. Il libro di Loretta Emiri, Amazzone in tempo reale, non è un saggio o un reportage descrittivo, generi pure importanti e preziosi quando abbiamo occasione di incontrarne di buona qualità, e utili per viaggiare con loro dentro realtà che altrimenti ci resterebbero lontane. Eppure, il modo di narrare di Loretta è ancora altro, più letterario, restituisce ogni volta nel flusso delle immagini la poesia dell’incontro. Alcuni brani del suo libro li abbiamo ascoltati direttamente grazie alla lettura di Cristina e Paolo, del gruppo ArciVoce. Per primo il racconto Xavante, che apre anche l’ampia raccolta di 23 racconti brevi di cui si compone il libro, ognuno intitolato con il nome di un diverso popolo indio incontrato da Loretta in momenti diversi della sua esperienza, e poi Patamona, il nome di un’altra popolazione, racconto ambientato anche in città, dove al centro c’è una ragazza Patamona, con i suoi problemi, le sue aspirazioni e la riscoperta e valorizzazione della propria identità india. Nella discussione, in questo modo, Loretta ci ha raccontato non solo la sua esperienza nei momenti diversi in cui l’ha vissuta sul posto, ma anche “il dopo”, attraverso i contatti che ha sempre mantenuto e mantiene tuttora con i tanti amici indigeni di quelle terre, offrendocene così l’immagine viva dell’oggi, e dunque non di culture da pensare come residuo del passato, e semplicemente da preservare per una qualche esoticità fuori dal tempo, ma al contario da conoscere anche nella realtà attuale, che mantengono i legami con le proprie radici e al tempo stesso vivono e si rinnovano. Esistono. E così, solo per citare alcune delle manifestazioni che potrebbero apparirci più curiose, ecco allora gli scrittori indigeni che formano reti tra loro e i cui romanzi fanno la loro comparsa anche nei nostri festival letterari, o i pittori con le loro mostre oppure i gruppi musicali che non ripropongono solo o soltato le musiche tradizionali ma innovano musicalmente nel presente, oppure il protagonismo sociale e politico attuale, da cui recentemente abbamo anche il primo sindaco indio della propria città. Tutto ciò nell’ambito di una situazione sociale sempre difficile e costellata da discriminazioni, tuttora esistenti e di purtroppo lunga consuetudine storica, ma è ugualmente più bello saperlo in grado di reagire. Tra questi esempi, i maestri indigeni, delle diverse popolazioni, che girano il Brasile a tenere conferenze, e a insegnare ad esempio ai “bianchi” come coltivare o allevare animali nel rispetto della natura, che è possibile. Insomma, abbiamo da imparare anche direttamente per i nostri problemi di oggi. Scherzando, introducendo la seconda parte della nostra serata, dedicata ai vini locali, abbiamo constatato che le vie per arrivare al nostro Verdicchio possono anche, in modo inaspettato, passare per l’Ammazonia. Continua a leggere

Giovedì 20 ottobre il 3° incontro con Le Marche in Biblioteca: “Amazzone in tempo reale” di Loretta Emiri

manifestoLE MARCHE IN BIBLIOTECA
I Giovedì Letterari della Planettiana

Giovedì 20 ottobre ci sarà alle ore 21.15 il terzo incontro de Le Marche in Biblioteca con Amazzone in tempo reale, racconti di Loretta Emiri, Andrea Livi editore (http://www.andrealivieditore.it).

Il libro ha ricevuto il Premio speciale della Giuria al PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA III Edizione, 2013, Sezione Saggi.

Conversazione con l’autrice, lettura di alcuni brani a cura del gruppo ArciVoce, commenti musicali a cura della Scuola Pergolesi (http://www.scuolapergolesi.it/nuovo_sito/)

La serata si concluderà con una degustazione di vini locali offerta dall’azienda La Distesa di Cupramontana (http://www.ladistesa.it/azienda-agricola.html) ; con la collaborazione di Pergolesi Enocaffè (http://www.pergolesienocaffe.it/).

La rassegna è promossa e organizzata dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche con la collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e un contributo del Comune di Jesi.

Programma:
http://www.altroviaggio.org/category/le-marche-in-biblioteca/
https://licenzepoetiche.wordpress.com/

Le Marche in Biblioteca: i due brani letti da “Gli angeli a Sarajevo”

maiorino-angeli-a-sarajevo-cover“Gli angeli a Sarajevo”, di Maria Grazia Maiorino.

I due brani che seguono sono stati letti durante l’incontro con l’autrice sono rispettivamente da Cristina Corsini e da Maria Grazia Tiberi, del gruppo di lettori ArciVoce.

 

Brano estratto dal racconto “La villa”:

(…) Sono seduta di nuovo sui gradini, Marco viene a sedersi vicino a me, mi chiede a che cosa sto pensando.
Ascoltavo, rispondo.
Che cosa?
Le loro voci… La mia. Pensavo a che cosa ricorderei se fossi vecchia. A una storia da raccontare.
Raccontala.
Adesso?
A me.
La tromba. Ecco che cosa vorrei raccontare, la storia della mia tromba. La porto sempre con me, nella sua custodia color argento foderata di rosso. Era lì dentro quando la vidi per la prima volta, in casa di un amico che aveva deciso di disfarsene. Sembrava un cane abbandonato dal suo padrone. Divenne la mia tromba. Gli amici volevano dissuadermi, non avrai la costanza di imparare a suonarla, mi ripetevano, è faticoso, sarà solo un peso in più da portarti dietro nei tuoi continui spostamenti. Io non ne volli sapere e cercai in ogni modo di racimolare la cifra richiesta, un prezzo altissimo per le mie possibilità di attrice giovane alle sue prime scritture. Lo strumento era nuovo, ogni volta che lo prendevo in mano lo lucidavo con cura in ogni sua parte. All’inizio emetteva solo strani rumori, ma appena presi le prime lezioni scoprii la varietà dei suoni che potevo ottenere e cominciai ad esercitarmi con entusiasmo. Un giorno portai la tromba con me a un provino. Non era un provino qualsiasi, era la mia grande occasione: potevo essere scelta per recitare una parte importante in uno spettacolo che avrebbe girato nei migliori teatri italiani. Il regista era anche il primo attore della commedia, mi aspettava seduto in platea e mi fece cenno di salire. Vedevo il viso concentrato, simile a una maschera intagliata nel legno, con ciocche di capelli grigi intorno alla fronte stempiata. Lo ammiravo moltissimo, lo consideravo un maestro e avevo una grande soggezione di lui. Mi disse poche parole, non mi ricordo, ricordo il tono basso, profondo della voce, la stessa che mi affascinava nei suoi spettacoli, e lo sguardo sorpreso rivolto alla custodia della tromba salita insieme a me sul palcoscenico. Recitai un monologo in dialetto napoletano e poi suonai il motivo di una vecchia canzone. La tromba mi portò fortuna. Non solo piacque al maestro, ma entrò anche lei nello spettacolo. Immaginate la mia emozione quando la sera della prima recitai la mia parte in un teatro pieno fino agli ultimi palchetti e alla fine attraversai lentamente il palcoscenico immerso nella penombra suonando. Poche note, un lamento, un’ombra fra le ombre di un funerale. Avevo vinto. Gli applausi scrosciarono, lessi il mio nome nelle recensioni dei giornali, ebbi camerini tutti per me nei migliori teatri. E ogni sera, dopo essermi vestita e truccata, tiravo fuori la tromba, la lucidavo, anche se nessuno del pubblico avrebbe potuto vedere come era bella e fiammante, ed eseguivo il mio pezzo. Sul filo del suo suono scuro entravo nella parte, sprofondavo nella solitudine e mi caricavo di dolorosa passione. Diventavo Filumena Marturano…

Ci baciamo in silenzio. Ormai è quasi completamente buio, è ora di andare a prepararci per lo spettacolo di stasera. Per raggiungere il cancello che ci divide dal teatro ritorniamo sul davanti della villa, attraversiamo il giardino ancora ben tenuto, passiamo accanto a busti di pietra fra i cespugli fioriti e le aiuole. Le frasi altisonanti incise sui piedistalli di marmo tacciono nell’oscurita. (…)

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Conversazione con Cristina Babino

Cristina Babino ha curato le antologie “Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche”, e “S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti”, protagonista quest’ultima della prima serata de “Le Marche in Biblioteca”. Entrambe le antologie sono pubblicate da Vydia editore.

A cura di Tullio Bugari, Altrovïaggio.

Negli ultimi anni hai curato per l’editore Vydia due antologie dedicate alle Marche, “Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche”, e “S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti”. Oltre a fare la curatrice sei intervenuta in entrambe con un tuo contributo diretto. Come è nato questo progetto di indagare, attraversare direi, i molteplici piani di questa regione? Da dove è nata questa esigenza e come è maturata e ha preso forma?

ideale“Vivo stabilmente all’estero da quasi dodici anni ormai. Ho fatto esperienze di vita e lavoro in Irlanda, Inghilterra, e ora in Francia. Mi sento davvero cittadina europea, ma non ho mai dimenticato le mie origini, né allentato il mio legame forte con Ancona, la mia città natale, e con le Marche. Anzi, negli ultimi anni devo dire che si è rinsaldato ancora di più, proprio grazie a questi due progetti editoriali, a cui tengo davvero tanto e che mi hanno dato molte soddisfazioni. Una volta ho sentito dire questa frase: “nessuno tiene di più alle sue radici come quelli che se ne vanno”. Credo che sia molto vera. In effetti, nel mio caso, è proprio nella mia condizione di lontananza che ho maturato il pensiero e il forte desiderio di dedicare delle nuove pubblicazioni alla mia regione, nuove soprattutto per i temi che propongono, e le modalità in cui questi vengono affrontati. Si tratta in effetti di due raccolte che non c’erano, e di cui secondo me si sentiva la mancanza. L’incontro con Vydia Editore è stato determinante per la realizzazione di questi due progetti. È davvero raro, soprattutto nell’ambito dell’editoria locale, trovare un editore tanto aperto e disponibile a scommettere, investendo, su un’idea che ritiene meritevole. Continua a leggere

Le Marche in Biblioteca: recensione di “Amazzone in tempo reale” di Loretta Emiri

37b2e238-b4e8-4349-92a3-f8df0f7ff439Giovedì 20 ottobre, ore 21.15, terzo incontro di LE MARCHE IN BIBLIOTECA, I Giovedì Letterari della Planettiana. Il libro della serata è “Amazzone in tempo reale” di Loretta Emiri (2013), Andrea Livi Editore (Fermo), con presentazione di Anabela Ferreira. Il libro ha ricevuto il Premio speciale della Giuria al PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA III Edizione, 2013, Sezione Saggi.

Una recensione di Rita Mascialino
(dal sito del Premio Frank Kafka Italia)

«Il saggio Amazzone in tempo reale di Loretta Emiri è dedicato agli indios amici dell’Autrice e ai popoli indigeni che ancora “esistono e resistono” in Brasile come scrive la stessa Emiri. Il titolo sottolinea come le vicende esposte siano quelle degne di un’Amazzone, di una donna guerriera per così dire e siano narrate in tempo reale, ossia siano fresche così da apparire pressoché contemporanee alla narrazione. E di fatto la narrazione si snoda rapida ed efficace, in grado di chiarire al meglio la storia di tali popoli all’epoca della presenza dell’Autrice con spaccati anche sul passato.

Nella presentazione di Anabela Cristina da Costa Silva Ferreira, docente di Lingua Portoghese presso l’Università di Bologna, Facoltà di Lingue e Letterature e Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori, è citato come epigrafe un brano della stessa Loretta Emiri che qui riportiamo ad introduzione della breve recensione del suo libro, un’epigrafe utile ad andare subito in medias res nello spirito dell’esperienza dell’Autrice, della personalità avventurosa e desiderosa di capire in profondità con cui ha vissuto tale esperienza: “Il viaggio, di cui l’attesa fa parte, è un’esperienza tra le più affascinanti. Mi piace arrivare con molto anticipo sull’orario di partenza. Mentre aspetto, faccio igiene mentale. Elimino pensieri legati al passato prossimo per fare spazio a quelli che con il cambiamento arriveranno” (p. 9).

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Le Marche in Biblioteca: Cronaca della seconda serata dei Giovedì Letterari

maiorino-angeli-a-sarajevo-coverSi è svolto il 13 ottobre il secondo Giovedì Letterario della rassegna Le Marche in Biblioteca. Nonostante la pioggia e un insolito anticipo di inverno, la partecipazione è stata buona. Un grazie a tutti per l’interesse dimostrato, che aiuta a riempire di significato questi incontri.
L’ospite di questo giovedì è stata Maria Grazia Maiorino, poeta residente ad Ancona, che ci ha proposto per l’occasione un libro di racconti, Angeli a Sarajevo, pubblicato da Gwynplaine edizioni. 4La serata è stata aperta dalla tromba di Alessio Durastanti della Scuola Musicale Pergolesi, che ha eseguito il brano di Domenico Modugno Tu si ‘na cosa grande.
L’ingresso nel libro è stato proposto con la lettura di un brano tratto dal racconto La villa, eseguita da Cristina Corsini del gruppo di lettori ArciVoce, un’esperienza nata lo scorso anno da un corso di dizione e sviluppo della voce organizzato dall’Arci.
5La conversazione con Maria Grazia Maiorino ha preso spunto dalla musica e dal brano letto, per parlare di queso racconto, come è nato, e come sono nati gli altri racconti presenti nel libro, la scelta della forma racconto e il percorso poetico e letterario seguito dall’autrice, la forma della scrittura che da vita ai racconti.1
A metà serata abbiamo ascoltato un nuovo brano musicale, proposto da Antonella Mancinelli, che ha cantato Una miniera dei New Trolls. La scelta dei brani musicali è stata curata da Sergio Cardinali, direttore della Scuola Musicale Pergolesi, al quale nei giorni scorsi avevo mandato in visione la recensione del libro e i due brani scelti per la lettura, e dal momento che nei racconti di Maria Grazia Maiorino c’è anche molta musica, con tante citazioni musicali chiamate a fare da colonna sonora alle situazioni presenti nelle sue storie, intessute di luoghi – sia luoghi dello spazio, come la città, il mare, la baia di Portonovo, una strada, o luoghi più intimi come una casa, una villa nascosta, un salotto, piccoli angoli, e sia luoghi del tempo, come ricordi, foto, lettere, atmosfere, echi di vita, immagini che tornano come trame dentro cui muoversi – ecco che gli allievi della Scuola Pergolesi hanno riproposto almeno alcuni degli echi di quella colonna sonora anche a noi del pubblico presente in sala. Continua a leggere

Giovedì 13 ottobre il 2° incontro con Le Marche in Biblioteca: “Angeli a Sarajevo” di Maria Grazia Maiorino

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I Giovedì Letterari della Planettiana

Giovedì 13 ottobre ci sarà alle ore 21.15 il secondo incontro de Le Marche in Biblioteca con Angeli a Sarajevo, dodici racconti di Maria Grazia Maiorino, Gwynplaine editore (http://www.gwynplaine.it/)

Conversazione con l’autrice, lettura di alcuni brani a cura del gruppo ArciVoce, commenti musicali a cura della Scuola Pergolesi (http://www.scuolapergolesi.it/nuovo_sito/)

La serata si concluderà con una degustazione di vini locali offerta dall’azienda CA’LIPTRA di Cupramontana (http://www.caliptra.it/)

Collaborano Pergolesi Enocaffè (http://www.pergolesienocaffe.it/) e Viaggi e Miraggi Marche (http://www.viaggiemiraggi.org/category/catalogo/italia/marche)

La rassegna è promossa e organizzata dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche con la collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e un contributo del Comune di Jesi.

Programma:
http://www.altroviaggio.org/category/le-marche-in-biblioteca/
https://licenzepoetiche.wordpress.com/

Un saggio del nostro ‘terroir’ marchigiano

Le Marche in biblioteca: I Giovedì Letterari della Planettiana

(impressioni e suggestioni di Romina Marcattili)

“Terroir” è una bella parola. Mi piace farla risuonare nella testa e nella bocca, come un vino rosso dentro un calice. Viene dal francese e porta dunque con sé il sentore di altri paesaggi, di altri orizzonti linguistici (e culturali, quindi), eppure sta bene anche con l’ocra e i toni grigio-polvere delle nostre terre marchigiane, con l’odore salmastro che insaporisce l’aria dolce delle colline, con i bagliori ferrigni dei nostri rossi e quelli verdastri dei bianchi fermi.

“Terroir” è una parola usata dai viticultori per indicare un’area con specifiche caratteristiche geografiche, climatiche, fisiche, dove un vino alligna meglio che altrove, diventando unico e irripetibile, ma sta benissimo anche con altri frutti della terra, io credo, comprese l’arte e la musica e la poesia, compresa ogni forma espressiva che nella terra affonda le sue radici, per poi trovare spazio e creare risonanze altrove ed ovunque. Mi piace pensare le Marche come un “terroir”, generoso se dissodato con impegno e dedizione, se “lavorato” bene, direbbe mio nonno, nel linguaggio tecnico del suo sapere contadino. E un terreno lavorato bene è pronto ad accogliere semi nuovi, ad impregnarsi di umori diversi che daranno frutti a loro volta generosi.

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La forza delle parole

di Francesco Scarabicchi

(intervento inviato per la serata di presentazione dell’antologia “S’agli occhi credi”, il 6 ottobre 2016 alla Biblioteca Planettiana di Jesi)

La lingua che parliamo è un ponte per raggiungere tutto ciò che ci circonda o che abita il luogo dei nostri sentimenti e delle nostre percezioni. Le parole si schiudono o si serrano secondo la forza che lega ognuno di noi al proprio universo in generale. Ogni cosa ha il suo nome per essere conosciuta, “chiamata”, definita. Nomi comuni e nomi propri. Noi siamo al servizio delle parole ed è un dono riuscire a poterle possedere e usare rispettandole, conservandole. La lingua italiana è una preziosa risorsa perché, conoscendone le regole, essa ci mette in diretto contatto con la nostra esistenza. Usare bene la lingua è come possedere uno strumento musicale che impariamo ad adoperare con pazienza, tenacia, costanza, fedeltà, dedizione.

Partendo da una semplice constatazione, si tenta di cogliere (sotto il profilo emotivo, sensoriale, percettivo, mentale e poi linguistico, formale, artistico, letterario) la presenza della poesia nella vita quotidiana, attraverso le sue manifestazioni minime, il suo essere nutrimento di senso e di bellezza, di misura e di armonia, anche là dove il tema o pedale dell’intonazione è drammatico o tragico. Con ciò si vuole far intendere che la poesia è l’arte più vicina al destino di ognuno proprio perché costeggia tutti gli aspetti della vita senza i quali non potrebbe darsi arte alcuna.

In un’epoca virtuale, visiva, digitale, si sente fortissimo la mancanza della “voce”, quella scritta e quella parlata, quella che rende riconoscibile e memorabile l’altro, quella che abita la mente del pensiero. Una grande emozione avvolse integralmente me il giorno che sentii in casa mio figlio pronunciare la prima parola. Con quella definizione egli metteva piede nel mondo degli uomini che articolano una lingua. Articolare una lingua vuol dire anche disporsi, via via, alla formulazione di un pensiero che ha bisogno della sua forma visiva e sonora per costituirsi all’interno dello statuto espressivo.

Pensiamo a cosa significhi dare “voce” ad un dipinto come può essere la Crocefissione di Lorenzo Lotto nella chiesetta di Monte San Giusto. Il lessico, la grammatica e la sintassi dello sguardo si trovano in uno dei labirinti più ardui e complessi: come si rende l’odore? Un suono? Il lamento?

Mi fermo qui per non togliere tempo ad altri relatori lasciandovi ad interrogarvi sull’antichità della parola nell’epoca della oralità, della scrittura virtuale, tecnologica, eccetera.

scarabicchi