Archivio dell'autore: Tullio Bugari

Ex Edicola: una mostra oltre la mostra di Ezio Bartocci

Dal 24 giugno al 5 agosto, a Cupramontana (An), piazza Cavour 3
aperto da giovedì a domenica, dalle ore 18.00 alle 20.30
(per appuntamento: 3488731240)

«Il falegname doveva conoscere il mestiere e le varietà dei legni, scegliendo di volta in volta quelli più adatti e ben stagionati»; la presentazione della mostra è a cura di Ezio Bartocci

Dopo le ricorrenti scosse del terremoto dell’altr’anno, osservando le crepe nello studio che prima non c’erano o erano quasi impercettibili ad occhio nudo, o confrontando qualche riparazione poco riuscita di miei lavori caduti a terra con altre quasi impercettibili ho preso l’abitudine d’osservare opere e manufatti segnati dal tempo: dal disinteresse, da trasformazioni deprecabili o da sapienti restauri.
A prescindere dal valore artistico o storico dell’oggetto osservato, valutando il suo stato, conoscendo un po’ della sua vita non di rado mi trovo a riflettere sui diversi rapporti degli uomini con le cose, sulle incidenze negative o sulle fortunate coincidenze dei passaggi.

Avviene  così anche per le parole. La loro definizione ed il loro significato assumono aspetti e valenze diversi a seconda dei contesti  e delle epoche di utilizzo. Mostra è una di queste: per noi esposizione, per i nostri nonni vetrina.  Ancora più estraniante il termine “edicola”, tempietto per gli antichi, rivendita di giornali per gli utilizzatori più contemporanei. Eppure un punto di contatto c’è e non è sorprendente: così una cornice esterna di un negozio è ” la mostra” ed una barbieria  dove si vendono anche i giornali è al tempo stesso” l’edicola”.

La mostra dell’ex edicola è integra nonostante i lunghi anni trascorsi da quando Ezio Bartocci, un abile falegname del luogo, nel 1930 la eseguì a regola d’arte per collocarla dov’è.
La struttura massiccia e di notevoli dimensioni non ha subito modifiche se non nella cimasa,  dove la testata del quotidiano “il Resto del Carlino” ha sostituito l’originale “Barbieria” quando Domenico Sandroni, figlio d’arte ed uomo ingegnoso, vedendo fiorire in piazza la concorrenza, decise di abbinare all’attività di famiglia la vendita di quotidiani, giornalini, ecc., continuando così fino a tarda età.

l’Edicola negli anni Cinquanta

L’immobile disabitato e messo in vendita già da alcuni anni, comprendente l’ex edicola, finalmente è stato acquistato nel 2010 dall’amico Riccardo Cardarelli che lo ha salvato dall’ulteriore degrado, o da trasformazioni infelici, restaurandolo da capo a piedi non per fini speculativi ma per viverci, valorizzando ogni ambiente ed adattandolo alle proprie esigenze.
La casa terrazzata è arroccata come un fortino su più piani nel cuore di Cupramontana; ha due ingressi, uno prospicente “la spiazzetta”, in via Nazario Sauro, e questo di cui parlo (con la vetrina in legno) situato al numero 3 di Piazza Cavour, col Palazzo Comunale a sinistra di chi guarda ed il Bar Ruggero a destra.
Il centro di Cupra come dicono gli abitanti “ancora regge” nonostante il perdurare della crisi;
gli esercizi commerciali, gli uffici ed i bar continuano a esser frequentati anche per la consuetudine di usare la circonvallazione come luogo d’incontro, alla pari di una Piazza allungata, un circolo aperto a tutti.

Di Ezio Bartocci, il falegname mio omonimo, nonché mio nonno, non so quasi nulla.
Non ho avuto modo di conoscerlo, né posso descrivere il suo volto non avendo mai visto una sua foto tra quelle di  famiglia.
L’unico suo ritratto fotografico sembra fosse appeso nella locale sezione del Partito Repubblicano.
Un vecchio del paese qualche decennio fa sentendo il mio nome e collegandolo a quello di mio nonno me lo descrisse brevemente, con piacere, ritraendolo come un uomo possente, di statura superiore alla media, un antifascista tenace assertore delle sue idee che non si è lasciato addomesticare dal regime.  Anche nonna Serafina, di cui ho un vago ricordo, era repubblicana ed anticlericale, una donna minuta, energica e di poche parole, abile ad impagliare le sedie.
Ezio è deceduto nel ’46, mentre io ho aperto gli occhi nel ’48.
In qualità di primo nipote maschio, in segno di ricordo e di rinnovamento (come s’usava allora) m’hanno dato il suo nome.
Nonno aveva trasmesso il mestiere a zio Elvio ed a mio padre Giovanni; di cui  conservo un  cavallo a dondolo che aveva spacciato ai miei cinque anni come dono della Befana.

L’immobile ristrutturato oggi

Il falegname doveva conoscere il mestiere e le varietà dei legni, scegliendo di volta in volta quelli più adatti e ben stagionati.
Di mostre in massello, contrassegnate dalle rispettive insegne decorate a mano, in paese ce n’erano quante gli esercizi più rappresentativi, come testimoniano alcune vecchie foto.
A partire dagli anni ’60 in poi, mutando le abitudini, cambiando le gestioni e le proprietà degli esercizi, la maggior parte delle mostre storiche sono state sostituite da quelle metalliche, più squadrate, luminose e pratiche in quanto a manutenzione.
Con la loro progressiva scomparsa, i nostri centri storici hanno perso parte del loro aspetto caratteristico ed un po’ del loro rigore architettonico.
Tra le vetrine eseguite a Cupra da Ezio Barocci, oltre alla suddetta, di cui sono venuto a conoscenza solo di recente, rimane quella dell’Ottica, ossia la mostra dell’ex Oreficeria Uncini, al lato opposto della strada.
Altri suoi lavori non saprei indicare se non qualche campione di cornice per la vetrina delle vecchie Poste.
Durante il restauro interno della casa, della facciata e della mostra in legno, parlando con Riccardo di un eventuale utilizzo dello spazio a pian terreno, per presentare occasionalmente un’edizione fuori commercio o una piccola mostra, abbiamo pensato di unire alla denominazione “Ex edicola” una composizione grafica con parti di logotipi di alcune testate ed alcuni personaggi dei fumetti in voga negli anni della nostra adolescenza; questa insegna ha preso il posto della testata del Carlino che molti cuprensi ancora ricordano, mentre col passar del tempo solo pochi hanno in mente le poltrone da barbiere, gli specchi, gli espositori da banco coi quotidiani, i giornalini e le riviste illustrate che da Sandroni, meglio noto come “Dome’ de Brodolacciu”, odoravano un po’ di dopobarba spruzzato a mano, o di Proraso.

In questa prima edizione marcata Ex edicola, figura qualche foto della casa dopo il restauro con alcuni miei lavori alle pareti ed altri esposti a pian terreno per l’occasione.
Anziché descrivere le opere esposte, diversamente documentate in mostra, ho preferito soffermarmi sull’imponente struttura in legno che è stata porta d’accesso e vetrina di un esercizio storico e costituisce un aspetto non marginale del restauro della casa.
Ritengo da sempre che molti manufatti anonimi, ma significativi, andrebbero maggiormente considerati essendo parti della nostra storia e della nostra cultura fatta di tante tessere che compongono un’eredità da non sottovalutare.

La mostra di Ezio Bartocci senior datata 1930, che caratterizza questo spazio da quasi novant’anni, riverniciata, ben lubrificata e non più anonima segnala questa edizione curata da Ezio Bartocci junior presentata in occasione della esposizione all’Ex edicola: un curioso  collegamento tra generazioni e “mostre”.

“Non tutti i bastardi sono di Vienna”

“Non tutti i bastardi sono di Vienna”, di Andrea Molesini, Sellerio editore.

Un romanzo che nasce  da un diario, la vita vera che si trasfigura nella fantasia per essere meglio evidenziata, e per fare questo chiama a raccolta tutta l’immaginazione che lo scrittore riesce a mettere in campo, da tramutare poi nelle parole giuste della narrazione, con uno sguardo che in questo caso è sempre in presa diretta, con l’io narrante che segue tutto in prima persona, di sequenza in sequenza, ciascuna inanellata nell’altra, primi piani dei personaggi di quel microcosmo isolato e tranquillo in un angolo di mondo appartato, tra pianura e montagna, con Venezia sullo sfondo ma mai presente davvero, remota, quasi a rimarcare che qui la Storia non è di casa, ma poi la Storia arriva, presa in scacco sulle rive di quel fiume, e all’improvviso quel microcosmo non è più appartato, si ritrova al centro di grandi o forse anche piccole strategie, tra Storia e storie, dipende tutto dai diversi punti di vista, ogni personaggio inizia a misurare qui, di nuovo, perché ciascuno ha già una storia precisa e non emerge dal nulla, si trova a rimisurare il senso di sé, una metamorfosi nuova e più potente, che nessuno ha invocato o cercato, ma che tutti affrontano, con la calma delle abitudini di giorno dopo giorno, che si ripetono anche se non sono più le stesse, perché nulla alla fine sarà come prima, né potrà ovviamente esserlo. Ma di questa ovvietà ce ne accorgeremo davvero e senza via d’uscita soltanto dopo, dovremo arrivare alle ultime pagine per rendercene conto.
“Non tutti i bastardi sono di Vienna”: prima o poi, mentre leggevo, ho aspettato con curiosità crescente di vederli in azione, chi fossero davvero questi altri bastardi, e quando all’improvviso entrano in scena è una vera sorpresa la prospettiva di ogni senso che si ribalta, e ci mostra il lato in fin dei conti ovvio, che è già cresciuto pagina dopo pagina,  ma che ancora non vedevamo o non ammettevamo con chiarezza, la metamorfosi già avvenuta, quasi a nostra insaputa. L’ho trovato interessante questo libro, ricco anche di tanti altri aspetti, informazioni, dettagli perchè è dai dettagli che si osserva meglio la realtà dell’insieme, il modo allora, un secolo fa, di sentire e concepire la vita, la visione del mondo e delle cose, e poi le relazioni i tra i generi e tra le classi sociali, e poi la guerra, e le abitudini e la vita quotidiana, gli angoli visuali che restituiscono un mondo reale. Immagino che l’autore abbia compiuto un approfondito lavoro di ricognizione, e di assimilazione, prima di ripresentarci questo attraverso le proprie parole.

(“Non tutti i bastardi sono di Vienna” è il libro su cui abbiamo conversato con Alessandro Seri all’ultimo incontro del circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana di Jesi; il prossimo appuntamento è il 18 aprile con “Accabadora” di Michela Murgia, Einaudi)

L’odore della notte, di Andrea Camilleri (circolo di lettura il 20 dicembre)

L’odore della notte, Andrea Camilleri.   Mercoledì 20 dicembre  alle ore 21.15, secondo appuntamento con il circolo di lettura alla Biblioteca Planettiana.

Di Camilleri e di questo libro, che abbiamo scelto per  la lettura di questo mese, parleremo insieme mercoledì sera; intanto, vi propongo qui la scheda di un altro libro, che già dal suo titolo promette di entrare direttamente nel tema della lingua, e quindi anche della lingua “inventata” da Camilleri: «La lingua batte dove il dente duole», nel quale lo stesso Andrea Camilleri discute con il linguista Tullio De Mauro.

Dal sito dell’editore Laterza:

“Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto. A me con il dialetto, con la lingua del cuore, che non è soltanto del cuore ma qualcosa di ancora più complesso, succede una cosa appassionante. Lo dico da persona che scrive. Mi capita di usare parole dialettali che esprimono compiutamente, rotondamente, come un sasso, quello che io volevo dire, e non trovo l’equivalente nella lingua italiana. Non è solo una questione di cuore, è anche di testa. Testa e cuore”. Andrea Camilleri

“Il dialetto non è solo la lingua delle emozioni.L’ho capito in Sicilia, da non siciliano, quando sono arrivato lì, professore all’università, accolto dalle famiglie dei colleghi. Si partiva con l’italiano, nel senso che tutti parlavano in italiano. Ma appena la discussione si accendeva – e quando c’era Sciascia capitava spesso – e magari si passava alla politica, improvvisamente cambiavano registro linguistico. Un po’ alla volta slittavano nel dialetto, e dell’italiano si scordavano. Gli uomini, per parlare di argomenti più impegnativi intellettualmente, usavano il dialetto. Perché a Venezia come a Palermo, quando il discorso si fa serio, si usa il dialetto”. Tullio De Mauro

Cos’è la lingua, e cos’è il dialetto? cosa esprimiamo con l’una e cosa esprimiamo con l’altro? In un susseguirsi di riflessioni, aneddoti e memorie, in cui trovano posto Manzoni e Gassman, Pasolini e il commissario Montalbano, Benigni e Pirandello, oscuri maestri elementari e professori di educazione fisica, poesia, romanzo e teatro, Andrea Camilleri e Tullio De Mauro raccontano come la lingua esprima chi siamo veramente. E una profonda, giusta, verità: in Italia abbiamo tante lingue.

Le  conversazioni con Andrea Camilleri e Tullio De Mauro nelle trasmissioni Fahrenheit e Pane quotidiano.

QUI il calendario dei prossimi appuntamenti

Baudolino, di Umberto Eco (circolo di lettura, 29 novembre)

Mercoledì 29 novembre ore 21.15 primo appuntamento mensile con il circolo di lettura alla Biblioteca Planettiana; il primo incontro di questo nuovo ciclo di letture  è con il libro BAUDOLINO, di Umberto Eco; di seguito l’intervista  “Con “Baudolino” Eco torna al romanzo”  di Laura Lilli pubblicata da repubblica.it, 11 settembre 2000

E così eccoci qui, dopo vent’anni, a parlare di nuovo con Umberto Eco di un suo romanzo che sta per uscire. Vent’anni fa era “Il nome della rosa”, il primo e imprevisto romanzo di uno studioso. Forse l’unico, pensarono in molti, esterrefatti. Lui stesso ne era sorpreso. “Mi è scappato di farlo tutto lì”, mi disse allora. Adesso è “Baudolino”, romanzo numero quattro che, dopo “Il pendolo di Foucault” (1988) e “L’isola del giorno prima” (1994), uscirà entro novembre. Come sempre da Bompiani, come sempre di circa cinquecento pagine. Eco lo ha annunciato ieri a Mantova, concludendo il festival letterario. Di solito, mentre scrive o rivede i suoi romanzi, è evasivo e si rifiuta di fare anticipazioni su tempi o titoli. A Mantova, però, posto di fronte a una domanda diretta, non ha potuto mentire, perché il suo “Baudolino” è ormai in tipografia. Lo scrittore ha accettato di parlarcene in anteprima, come fece nel 1980 per “Il nome della rosa” e nell’88 per “Il pendolo di Foucault”.

Umberto Eco, sono passati sei anni da L’isola del giorno prima, il suo terzo romanzo, mentre ne erano trascorsi otto fra il primo e il secondo. Lei ha preso un andamento regolare.

“Sarebbero sei anni, ma non è proprio così perché per due anni ho seguito un’altra pista, che poi ho abbandonato. Ero fermo su un punto a metà. Tutto il resto lo avevo pensato, ma quel punto no, e se non lo risolvevo gli altri non si incastravano nel mosaico. Così mi ero disaffezionato. Poi, quest’estate sono stato due mesi in campagna, l’ho ripreso in mano e l’ho finito al volo, con lo stesso anticipo col quale è nato, un mese fa, il mio primo nipotino. Che sia un parto gemellare?”

Prima che lei entri nel vivo di Baudolino, vorrei chiederle se e in che modo il successo del Nome della rosa ha cambiato la sua vita.

“Mah. Non mi sembra che l’abbia cambiata. O forse, sì, ha ridotto un po’ la lunghezza del raggio della mia vita sociale: niente festival perché ti saltano addosso per sapere il tuo parere, vedere solo amici fidati, in privato. Paradossalmente, ne sono stato impoverito. Una persona di cui non posso rivelare il nome mi ha scritto pochi mesi fa: “ogni volta che non ti vedo in tv ho per te una crisi di ammirazione”.

Però i diritti d’autore non l’hanno precisamente impoverito.

“Certo che no. Ma contro ogni visione angelicata dello scrittore, io dichiaro il mio legittimo orgoglio”.

Si aspettava un successo di queste dimensioni?

“Anche il più infimo poetastro, mentre scrive, spera che milioni di lettori recitino a memoria le sue rime di “cuore” con “amore”. Comunque, la verità è che avevo in mente di darlo a Franco Maria Ricci per la sua “collana blu”. Di farne dunque un oggetto da nicchia. Poi, però, lo lesse il direttore editoriale della Bompiani di allora, Di Giuro. Fu entusiasta e dichiarò: “ne faccio trentamila copie!”. Io pensai che fosse matto”.

Chi è Baudolino?

“E’ un ragazzo che vive nella campagna presso Marengo, più o meno là dove nel 1168 nascerà la città di Alessandria, il cui patrono sarà appunto San Baudolino. Baudolino è un furfantello, simile a quelli che esistono in molte mitologie indigene: in Germania lo chiamano Schelm, in Inghilterra Trikster God. Il libro, che in questo senso è picaresco, racconta le sue avventure in terre diverse. Il padre di Baudolino è il mitico Gagliaudo Aulari, che salva Alessandria dall’assedio di Federico Barbarossa con la storia della sua vacca”.

Quale storia?

“Eh, gli alessandrini la sanno e gli altri la leggeranno nel mio romanzo”.

Lei è nato ad Alessandria: con questo libro torna alle sue radici?

“Certamente. Racconto della mia città, cerco di imitarne il dialetto, il modo di parlare. Mi ha sorpreso trovare nei documenti ufficiali dell’epoca i nomi degli alessandrini che hanno fondato la città, sono gli stessi dei miei compagni di scuola! Con la lingua ho avuto qualche difficoltà, perché il primo capitolo è scritto direttamente da Baudolino su pergamena quando aveva quattordici anni, stava appena imparando il latino e scrive in un volgare della sua zona su cui ovviamente non abbiamo alcun documento. Mi sono divertito molto”.

Pensa che si divertiranno anche i lettori siciliani?

“Lo spero. Non ho preteso di fare filologia. Ho inventato un italiano immaginario. Non sono pagine erudite, sono pagine comiche”.

E alla Lega piacerà questo libro?

“Non credo. Ho riletto la battaglia di Legnano, le irriducibili lotte fra i Comuni. Che erano contro il Barbarossa, ma in perfetto disaccordo reciproco, e cambiavano continuamente alleanze pur di farsi dispetto a vicenda. Quando Federico si ritira da Alessandria, che non è riuscito a conquistare, potrebbero facilmente colpirlo, invece gli permettono di raggiungere Pavia. Si odiavano, ma avevano bisogno di un padre per litigare e non hanno osato commettere il parricidio. Studiando quell’epoca ho capito molte delle ragioni di crisi della politica italiana di oggi”.

In ogni caso, come in Il nome della rosa, qui racconta un’altra una vicenda medievale.

“Sì, ma con molte differenze. La Rosa raccontava del mondo monastico e dei contrasti interni alla Chiesa, questo parla del mondo laico, della corte imperiale di Federico Barbarossa. Baudolino infatti viene adottato a tredici anni da Federico, e vive con lui tutte gli scontri tra impero e Comuni, la battaglia di Legnano, la Terza Crociata (a cui lo spinge lui stesso) e via continuando. La Rosa è colto, questo è popolare. La Rosa è in stile alto, questo è in stile basso. Il linguaggio è quello dei contadini dell’epoca, o degli studenti parigini che parlano come i ladri. Niente latino, salvo qualche parola. C’è il solito gioco di qualche citazione posteriore, nascosta, ma con l’idea che siano frasi inventate proprio da Baudolino, e gli altri in seguito potrebbero averle copiate”.

E’ un gran bugiardo, questo Baudolino.

“Eh, sì. Inventa sempre fandonie, ma ogni volta tutti ci credono, e le sue fandonie producono la grande storia. In fondo rileggo la storia di quel periodo come frutto delle invenzioni di un ragazzino, che poi cresce e con una banda di amici inventa la legittimazione dell’impero da parte dei giuristi bolognesi, parte dell’epistolario di Abelardo ed Eloisa, la leggenda del Graal come sarà poi raccontata da Wolfram von Eschenbach”.

Dunque senza Baudolino la storia avrebbe potuto essere diversa?

“Proprio così. Sono lui e i suoi amici a inventare la mitica lettera del Prete Gianni, che ha davvero circolato in quell’epoca, descrivendo un leggendario regno cristiano nel lontano Oriente (ne parlerà anche Marco Polo). E alla fine tutti ci credono, e Baudolino parte con Federico alla ricerca di questo regno remoto. “Però poi Federico muore nel 1190 in circostanze che io faccio diventare misteriose, impiantandovi sopra una vicenda tipo omicidio in una camera chiusa”.

Non le chiedo di svelarci chi è l’assassino, però forse può dirci che ne è di Baudolino senza Federico.

“Fino a quel punto seguo la sequenza delle vicende. Dopo la morte di Federico, inizia un viaggio fantastico coi suoi amici in terre misteriose abitate da mostri, dove Baudolino ha avventure incredibili, incluso un amore a cui tengo molto. Direi che scrivendo mi sono innamorato della protagonista femminile della storia mentre dovevo far innamorare Baudolino!”

E lui non si innamora?

“Eh, no, il resto non lo dico, altrimenti non valeva la pena di scrivere un libro di cinquecento pagine, bastava questa intervista. Posso dirle che tutto quello che si viene a sapere è raccontato da Baudolino, che per definizione è un bugiardo, a un grande storico bizantino, Niceta Coniate nel 1204, mentre Costantinopoli brucia e viene saccheggiata dai crociati. Niceta ha scritto di quei giorni quasi in cronaca diretta, ma ovviamente non ci ha lasciato nessuna traccia del racconto di Baudolino, perché (dico io) non sapeva se fosse vero. Naturalmente non lo sa neppure il lettore, altrimenti dovremmo rivedere tutta la storia di quei secoli”.

Questo libro è un’apologia della bugia?

“Casomai è un’apologia dell’utopia, di quelle invenzioni che muovono il mondo. Colombo ha scoperto l’America per sbaglio: credeva che la Terra fosse molto più piccola. Non è vero che solo lui pensasse che fosse tonda, come la gente dice ancora: che fosse tonda lo sapevano prima di Platone. E che dire dell’Eldorado? Si conquista un continente seguendo un mito”.

 

“Nell’afa”, chiude con Curzi la rassegna Le Marche in Biblioteca

Si è concluso con Pierfrancesco Curzi il ciclo di incontri letterari Le Marche in Biblioteca 2017. La letteratura ci guida sempre verso gli angoli nascosti della realtà e lo fa ogni volta attraverso lo sguardo che ciascun autore prepara per noi, pronti a seguirlo. “Nell’afa”, Vydia editore, il libro di Curzi, è un giallo e come ogni vero giallo è capace di mostrarci che la lettera rubata si trovi davvero sotto i nostri occhi ma noi chissà da che parte guardavamo. Il contesto scelto per lo sviluppo degli eventi è quello di Ancona, nel contrasto dei suoi quartieri “più in alto” o “più in basso”, e poi le redazioni dei giornali, le caserme della polizia, ma anche le strade, e poi i sapori, i colori.

La serata con Curzi si è aperta e poi stata accompagnata, come nostra consuetudine, dagli interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi, questa volta era con noi il maestro Claudio Durpetti alla chitarra, seguito ogni volta lettura di un brano del libro, a cura del gruppo Arci Voce. Si sono succedute Laura Santoni, Rosella Canari e  Luigina Tantucci.

Scegliere quali brani di un giallo leggere potrebbe non essere facile, per non svelare anzitempo quei particolare che toglierebbero al lettore la sorpresa di scoprirli da solo. E quindi ci siamo limitati a scegliere tra le prime trenta pagine, quelle in cui forse c’è “meno azione” e più sguardo del contesto, di quella scena o di quei personaggi o situazioni che più di altre introducono a questa Ancona al tempo stesso così peculiare, con la sua personalità, e insieme così universale, come tante altre possibili città di mare del mediterraneo, come lo stesso Curzi ha ricordato.

«La deontologia professionale si scontra con la pietà nei confronti della famiglia di una ragazza-bambina. L’assenza di un coinvolgimento emotivo, legato a vincoli di parentela o di frequentazione, lo spinge esclusivamente a confezionare un prodotto giornalistico quanto mai preciso, dettagliato. E onesto. Galassi è un vecchio guerriero della penna, passato dalla macchina da scrivere meccanica all’ultima frontiera dei programmi informatici, con una volata attraverso le prime applicazioni in dos. Anni di giri di nera, di inchieste, di attacchi di pezzi seguiti da svolgimenti che escono come acqua da una sorgente di montagna. Di buchi dati e presi. Di querele per diffamazione.
Vicende spinose ne ha trattate tante nel corso degli anni, intervallate da vagonate di articoli inutili. Adesso sente,a pelle, che da domani mattina, e fino al giorno in cui l’0micida non sarà assicurato dietro le sbarre dell’affollato carcere cittadino di Montacuto, sarà una guerra al massacro. E potrebbe finire da cani. In un certo modo si prevede inadeguato, nonostante il pedegree, a entrare in un circo Barnum dell’informazione di prvincia, una ridda di battaglie mediatiche. Sangue e arena. No grazie. Già immagina i e le giovani croniste/i della concorrenza, testosterone alto, cani da combattimento, caterpillar dell’informazione, disposti/e a tutto pur di pubblicare un’esclusiva, infoiati da capocronisti e caporedattori senza il minimo scrupolo, ma in compenso con alle
spalle problemi in famiglia, storie di corna, depressioni latenti, estenuanti cure a base di psicofarmaci, insoddisfazione esistenziale, scarsa predisposizione ai rapporti sociali, abusi fisici e sessuali subito da parenti in età prescolare. Eminenze grigie….»

Cattivo l’autore nei confronti di quello che chiama il circo Barnum dell’informazione di provincia? Ma il suo personaggio, il giornalista Galassi, è fatto così. Quasi un donchisciotte mancato, o soltanto più lucido, che le esperienze professionali e della vita hanno reso un po’ ruvido, come i quartieri in cui preferisce addentrarsi, ed è questo che si ritrova a pensare, consapevole, mentre si accinge a muovere i primi passi di un’inchiesta nella quale, forse, la lettera rubata noi non la vediamo non tanto perché i nostri occhi sono distratti, ma magari perché qualche altra mano ce la sposta, quella lettera, come nel gioco delle tre carte. E allora l’inchiesta, lo sguardo che teniamo, deve essere fermo e darsi da sé dei buoni punti di riferimento, per valutare e prevenire gli abbagli, per essere onesto con le persone su cui si indaga. Il giallo scritto da Curzi ci porta, dunque, non soltanto dentro i meandri dei quartieri che a lui interessa di più proporci, ma anche nei meandri delle verità costruite o smontate, nel modo di fare o disfare le notizie, o di costruire le “pubbliche opinioni”.

(l’articolo su Centropagina)

La letteratura italiana dal 2000 al 2017 (le schede dei libri)

Stuzzichiamo la lettura, circolo di lettura promosso dalla Biblioteca Planettiana e dalle associazioni culturali Altrovïaggio di Jesi e Licenze Poetiche di Macerata.
Il circolo di lettura si svolge parallelamente ad altri gruppi di lettura della zona di Macerata, coordinati da Alessandro Seri.

Ieri sera, 24 ottobre, si è svolto presso la Biblioteca Planettiana l’incontro di presentazione del nuovo ciclo annuale, che per noi è il terzo: due anni fa il tema fu La letteratura americana del Novecento, e lo scorso anno le letterature contemporanee dei paesi del medio oriente.

Quest’anno il filo conduttore è la La letteratura italiana dal 2000 al 2017; i libri proposti e le date in cui si terranno gli incontri sono:

(29 novembre 2017)  Baudolino, Umberto Eco, Bompiani, 2000, pp530
Si narra la storia di Baudolino, un giovane ragazzo di campagna piemontese proveniente dalla Frascheta dove successivamente sorgerà Alessandria, che nel 1154, all’età di tredici anni, viene adottato dall’imperatore Federico Barbarossa. Il giovane si rivela un bugiardo incallito, ma come per incanto tutto quello che inventa finisce per fare storia, come la canonizzazione di Carlo Magno, il Graal o la creazione della lettera del Prete Giovanni. Per seguire il suo sogno di scoprire il regno del Prete, Baudolino parte con un gruppo di amici verso Oriente e vengono raccontate le loro peripezie in terre leggendarie e il loro incontro con creature fantastiche. Tornati a casa a mani vuote dopo molti anni di viaggio, Baudolino comprende che la sua vita è legata per sempre alla ricerca di quella mitica terra, mentre non c’è niente nel suo mondo che lo possa trattenere, così riparte verso est per il suo ultimo viaggio da cui non farà ritorno.
Il libro è una summa di fonti storiche, miti, tradizioni e leggende medievali che lo rendono un’opera enciclopedica di quel particolare periodo storico. È stato tradotto in molte lingue e pubblicato in diversi paesi.

 

(20 dicembre 2017) L’odore della notte, Andrea Camilleri, Sellerio 2001, pp221
Camilleri dà fondamento reale alle sue storie ispirandosi qui, come scrive in una nota al termine del romanzo, a un fatto di cronaca oggetto di un articolo redatto dal suo amico Francesco, “Ciccio” La Licata. Il tragico e suggestivo finale riprende altresì l’atmosfera decadente del racconto di William Faulkner intitolato Omaggio ad Emilia. Dall’opera è stato tratto uno sceneggiato televisivo trasmesso da Rai Uno il 6 febbraio 2007 con l’attore Luca Zingaretti nella parte del commissario Montalbano.
Su Vigàta e dintorni si è abbattuto un tifone che ha spazzato via un mucchio di soldi. È la solita storia del finanziere truffatore che attirando gli ingenui in un primo momento con la corresponsione di alti interessi, poi si dà alla fuga con il malloppo. Nelle indagini che Montalbano svolgerà incontrerà i più svariati personaggi vittime del truffatore mago della finanza che ha agito su vasta scala. Una sola persona in tutto il paese continua ad avere fiducia nel ragioniere Emanuele Gargano, che ora probabilmente sta prendendo il sole su spiagge esotiche, ed è la sua affezionatissima, anzi innamorata persa, segretaria, la signorina Mariastella Cosentino.

 

(24 gennaio 2018) Il passato è una terra straniera, Gianrico Carofiglio, Rizzoli 2004, pp 297
Si tratta di un romanzo noir con toni da romanzo picaresco. È stato il vincitore del Premio Bancarella nel 2005, e il regista Daniele Vicari ne ha tratto l’omonimo film con protagonisti Elio Germano e Michele Riondino, uscito nelle sale nell’autunno 2008. Giorgio, un giovane e brillante studente di giurisprudenza, conosce Francesco e con quest’ultimo condivide serate al tavolo verde dove, grazie alle conoscenze di cartomagia di Francesco, i due riescono a vincere molti soldi. Giorgio è però combattuto tra la sua vita di una volta, tutta casa, libri e università e la sua nuova vita, fatta di poker, telesina, alcolici, belle donne: il senso di colpa nei confronti dei genitori cresce a dismisura, così come cambia il suo rapporto con Francesco, dalla venerazione iniziale al compatimento. In parallelo si intreccia la storia di una serie di aggressioni notturne a giovani donne da parte di uno sconosciuto maniaco. Il titolo del libro riprende alla lettera la prima frase del libro L’età incerta di L. P. Hartley, che recita originariamente: “The past is a foreign country: they do things differently there.”

 

(28 febbraio 2018) L’amica geniale, Elena Ferrante,  Edizioni E/O, 2010, pp400
L’amica geniale è il primo volume di un ciclo del quale sono usciti altri tre libri: Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013), Storia della bambina perduta (2014). Il primo volume, diviso in due parti, “Infanzia” e “Adolescenza”, è dedicato alla storia di due bambine, Elena (Lenù) e Raffaella (Lila), di un quartiere di Napoli. Entrambe molto intelligenti, insofferenti delle rigide regole di comportamento del “rione” dove abitano, negli anni dell’infanzia si legano di un’amicizia stretta; con la fine della scuola elementare, però, le loro vite si separano, perché per ragioni economiche il padre di Lila, calzolaio, non può farle proseguire gli studi; il padre di Lenù, usciere comunale, riesce invece a permettere alla figlia di continuare alla media, poi al ginnasio. I percorsi delle due ragazzine continuano però ad intrecciarsi, ancor più quando intervengono le prime complicazioni sentimentali. L’ultima pagina narra il matrimonio di Lila. Il libro si apre con le poche pagine del Prologo (Cancellare le tracce), che con forte prolessi narrativa presenta un adulto, figlio di Lila, che chiede invano aiuto a Lenù per ritrovare la madre. La narrazione è condotta in prima persona da Elena; attraverso il suo sguardo si scopre una folla di personaggi, una quantità di ambienti e di usanze, di una Napoli che dalle difficoltà del dopoguerra si apre progressivamente a un modesto benessere, incoraggiato o minacciato dalla presenza della malavita.

 

(28 marzo 2018) Non tutti i bastardi sono di Vienna, Andrea Molesini, Sellerio 2011, pp376, Premio Campiello 2011.
Orgoglio, patriottismo, odio, amore: passioni pure e antiche si mescolano e si scontrano tra loro, intorbidate più che raffrenate dal senso, anch’esso antico, di reticenza e onore. Villa Spada, dimora signorile di un paesino a pochi chilometri dal Piave, nei giorni compresi tra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918: siamo nell’area geografica e nell’arco temporale della disfatta di Caporetto e della conquista austriaca. Nella villa vivono i signori: il nonno Guglielmo Spada, un originale, e la nonna Nancy, colta e ardita; la zia Maria, che tiene in pugno l’andamento della casa; il giovane Paolo, diciassettenne, orfano, nel pieno dei furori dell’età; la giovane Giulia, procace e un po’ folle, con la sua chioma fiammeggiante. E si muove in faccende la servitù: la cuoca Teresa, dura come legno di bosso e di saggezza stagionata; la figlia stolta Loretta, e il gigantesco custode Renato, da poco venuto alla villa. La storia, che il giovane Paolo racconta, inizia con l’insediamento nella grande casa del comando militare nemico. Un crudo episodio di violenza su fanciulle contadine e di dileggio del parroco del villaggio, accende il desiderio di rivalsa. Un conflitto in cui tutto si perde, una cospirazione patriottica in cui si insinua lo scontro di psicologie, reso degno o misero dall’impossibilità di perdonare, e di separare amore e odio, rispetto e vittoria.

 

(18 aprile 2018),  Accabadora, Michela Murgia, Einaudi, 2010, pp166
Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.
Nei primi anni cinquanta del XX secolo a Soreni, un piccolo paesino della Sardegna, dove tutti sanno tutto di tutti facendo finta di non sapere, la piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane di padre, viene adottata da Bonaria Urrai, anche lei vedova benestante, ma senza mai essere stata sposata. Maria diventa così una filla de anima, come appunto “i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra”. Maria e Tzia Bonaria, sarta del paesino, vivono come madre e figlia consapevoli entrambe di non esserlo. Si scoprirà alla fine del romanzo che Bonaria aveva deciso di adottare Maria, quando un giorno l’aveva vista rubacchiare delle ciliegie, senza che sul volto della piccola trapelasse “né vergogna né consapevolezza… e le colpe come le persone iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge”. A Maria, infatti, “Non le era ancora passato quel vizio, quello di rubare piccole cose di cui non aveva bisogno, ma che desiderava”.

 

(30 maggio 2018) L’amore graffia il mondo, Ugo Riccarelli, Mondadori, 2013, pp219
È come se portasse il destino nel nome. Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l’ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento. Potrebbe diventare una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà, la guerra… È così che Signorina rinuncia a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando anche lei si scopre donna e conosce l’amore, il sogno dura troppo poco, sopraffatto da doveri, fatiche e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato. Ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione… “L’amore graffia il mondo” è il ritratto appassionante di una donna più forte delle proprie fragilità e del vento della storia, ma è anche la saga di una grande famiglia, l’epopea dell’amore viscerale e della speranza più visionaria. Ed è la celebrazione della forza dell’immaginazione: perché bastano pochi semplici gesti per vestire di bellezza il mondo.

 

(27 giugno) Le otto montagne, Paolo Cognetti, Einaudi, 2017, pp208
È proprio vero che ognuno di noi ha le sue montagne. Le mie sono nell’alta Val Venosta, incastrate lassù, in quell’angolo tra l’Austria e la Svizzera. È lì che ho scoperto il profumo delle pinete e dei rododendri. Che ho imparato che cos’è la fatica, e quanto a volte può essere ripagata. Che ho visto paesaggi talmente belli da lasciarti senza fiato, che ho respirato un’aria fresca e pungente così diversa da quella della campagna e che riconoscerei ovunque. La montagna di Pietro sorge sopra Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. Ha iniziato ad andarci quando era ancora bambino, d’estate, con i suoi genitori. Ci tornerà tutti gli anni. Un ragazzo di città, solitario e fragile, che scopre il verde dei prati, il rumore dei ruscelli, la bellezza della natura. E conosce Bruno, che in quel di Grana ci vive, che è ancora bambino ma è già costretto a lavorare accompagnando le mucche al pascolo. La loro prima estate insieme è fatta di corse nei prati, di esplorazioni di case diroccate, di tuffi nei torrenti. Di avventura e libertà. Tra i due nascerà un legame profondo, un’amicizia che non vive di parole ma di azioni, così forte da sopravvivere alle stagioni più dure e alla distanza. Perché il tempo e lo spazio nel loro rapporto non contano poi tanto. Non basteranno l’immaturità e l’egoismo dell’adolescenza ad allontanarli; non serviranno il viaggio di Pietro in Asia e la nuova famiglia di Bruno, le incomprensioni e il senso di perdita; tutte le difficoltà della vita non riusciranno a rompere quel rapporto. Qualunque sia la strada che ognuno ha deciso di intraprendere prima o poi passerà ancora una volta dalla quella montagna.

“Nell’Afa” di Pierfrancesco Curzi

 

Giovedì 26 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, per la terza serata della rassegna Le Marche in Biblioteca, incontro con Pierfrancesco Curzi, che ci racconterà del suo “nell’Afa”, Vydia editore. 

Articolo di Marco Benedettelli, dal blog FattoDirittto, tratto da Urlo, mensile di resistenza giovanile).

Titolo:Nell’afa
Autore: Pierfrancesco Curzi
Casa editrice: Vydia editore

È una notte rovente e appiccicosa quando nel quartiere Piano, a Piazzale Loreto, viene rinvenuto in un container il corpo straziato di una quindicenne. Carlo Galassi, cronista de L’Eco della Provincia, è svegliato da uno dei suoi informatori dell’ospedale. Scende dal letto, sale in sella al suo scooter e si tuffa a testa bassa in un caso di cronaca tragico, col quale si misurerà fra colpi di scena, riflessioni solitarie e battaglie di ogni sorta lungo una settimana di luglio dal clima a dir poco afoso. Finché, alla fine del suo instancabile lavoro, a suon di doviziose ricostruzioni, la penna di Galassi in qualche modo sarà artefice anch’essa, assieme al lavoro della Procura, dell’accertamento della verità.

Tutto questo e altro ancora è “Nell’Afa”, (Vydia Editore, dicembre 2016) primo volume di un progetto di trilogia incentrata sulla figura del giornalista anconetano Carlo Galassi, (i prossimi due libri sono in attesa di pubblicazione, ma la trilogia potrebbe trasformarsi anche in serie). L’autore, l’anconetano Pier Francesco Curzi, conosce molto bene le atmosfere che descrive, dato che lavora da sempre nella cronaca cittadina oltre che ad essere reportagista per il Fatto Quotidiano da zone di crisi e già autore di libri di geopolitica. Nell’Afa è così anche un tuffo nei meccanismi perversi della provincia e del suo giornalismo, che ci mostra come funzionano il rapporto con le fonti, le conferenze stampa, le furiose guerre intestine coi propri capi e colleghi di redazione. Curzi sa descrivere molto bene le dinamiche che scattano nei giornali locali all’affacciarsi di un omicidio efferato e tragico. Sa come la notizia viena sezionata, sviluppata, strumentalizzata. Sa quali sono i complessi rapporti fra giornalisti e forze dell’ordine, personale medico e ospedaliero, familiari della vittima, magistrati e avvocati, politici locali ed esaltati da marciapiede. E racconta il tutto con uno stile allenato, puntuale, di chi – come Curzi – ha macinato migliaia di righe, articoli, pagine, e padroneggia più livelli di linguaggi tecnici e specialisti.

Il libro funziona alla grande, si lascia leggere perché appassiona, muovendosi agilmente dentro le dinamiche narrative del genere investigativo con senso del ritmo e del racconto.

La vittima, Emma Calderigi, è una ragazzina un po’ ribelle dell’Ancona bene. Il primo indiziato dell’omicidio è un marocchino diciottenne, Hasan al Koresh, ex fidanzato di Emma, residente al Piano, frettolosamente e irresponsabilmente tacciato dai giornali cittadini come il sicuro esecutore del delitto. Giornali preoccupati solo di soffiare sul fuoco delle pulsioni razziste di certa gente, ormai in preda a un mix di ambizioni da scoop dei capi redattori in crisi di vendite e di deriva populista. E anche Emma, la giovanissima deceduta, alla fine delle indagini si rivelerà essere stata uccisa dalle paure irrazionali e violente di quel mondo attorno a lei all’apparenza così rispettabile (ma non sveliamo altri particolari). Il tutto in una città, Ancona, ammorbata dal caldo di luglio, sudata, fatta di trattorie unte, quartieri popolari, odore di porto e di pesce marcio, scorci di paesaggio che aprono la mente. Un mondo cromatico, bello e brutto assieme, dove Carlo Galassi, uomo che ha inghiottito tonnellate di delusioni, compie il suo dovere di cronista con onestà, passione e “tigna”, battendosi come un cavaliere dei nostri giorni contro le ipocrisie, l’irresponsabilità e l’idiozia di chi gli sta intorno, Senza pretendere ormai nulla in cambio se non il senso di libertà che arriva dalla ricostruzione faticosa, sofferente, di una chimera che alla fine emerge, la verità.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

Dall’Eurasia express ai Sibillini, l’incontro con Matthias Canapini

Le Marche in Biblioteca 2017, il secondo incontro, con Matthias Canapini.
«Col senno di poi, capisco che non è necessario star via da casa mesi per cogliere l’anima del mondo. Il mio viaggio è diventato man mano una meditazione ambulante sul significato dell’esistenza, attraversando momenti di felicità, dolore, eccitazione, nostalgia».

Scrive così Matthias Canapini nelle pagine finali del suo “Eurasia Express, cronache dai margini” nel concludere non il suo viaggio – perché un viaggio in realtà non si conclude mai davvero – ma il libro in cui ce lo racconta e che ieri sera ha fatto da filo conduttore. E in questo modo, chiedendogli di leggere questo brano, abbiamo concluso la serata di ieri, dopo aver ripercorso con lui il suo viaggio, narrato in tre momenti diversi.
Introdotti ogni volta dalla musica ispiratrice dei flauti di due giovani musicisti allievi della Scuola musicale Pergolesi, Riccardo Stronati e Matteo Lombardi, sono stati i lettori del gruppo Arci Voce – ieri sera si sono alternati Lucia Lucarini, Paolo Consonni e il sottoscritto – che a loro volta hanno introdotto il racconto di Matthias con tre letture estratte da tre momenti diversi del suo lungo viaggio di sei mesi attraverso l’Eurasia.

Abbiamo scelto come lettura il momento della partenza, da Fano e sul traghetto che lo porta sulla costa dalmata. Da noi nelle Marche, per chi vive sulla costa, viaggiare significa aprire la porta di casa e ritrovarsi immediatamente a Oriente.L’inizio è qui, appena ci affacciamo sulla via, siamo anche noi un confine e spesso ce ne dimentichiamo, e una volta aperto dietro quel confine scopriamo che c’è un continente intero e Matthias ha iniziato a raccontarcelo, mostrandoci innanzitutto se stesso viandante; le altre due soste con la musica dei flauti e la lettura le abbiamo fatte in prossimità della Mongolia e poi, già all’inizio della via del ritorno, in Laos.

Un ritorno ancora lungo, non solo geograficamente ma inserendosi nell’ultimo tratto dentro quel mare di umanità in fuga dalla Siria attraverso la cosiddetta rotta balcanica: da Salonicco attraverso Macedonia, Serbia e Croazia è stato questo il ritorno a casa del senno di poi, un senno che non dimentica le altre storie incontrate prima ma le riconduce ancora ad un altro senso. Per questo dicevo che un viaggio in realtà non si conclude mai.

Mentre Matthias raccontava, sullo schermo scorrevano ogni dieci secondo le foto scattate lungo il cammino, tante ma non tantissime, perché capita anche, dice Matthias, che la macchina fotografica può dividerti anziché avvicinarti alle persone e allora è preferibile chiacchierare direttamente, guardarsi e sentirsi la voce, cercare una sintonia che poi magari provi a raccontare con le parole. E tra le foto, inoltre, diverse erano anche di altri viaggi, in terre più vicine a noi, perché dopo questo “viaggione” ai margini – i margini del mondo – i viaggi più recenti si sono sviluppati tutti dentro l’Italia, il mondo infatti è un contenitore di storie ovunque, puoi averle anche qui di fronte a te ora, se sai guardarle. I viaggi più recenti Matthias li ha fatti dentro la nostra regione girando letteralmente a piedi i Sibillini del terremoto, gli innumerevoli borghi e paesi, camminando tra i silenzi lasciati a custodire luoghi che ancora si fa fatica a far rivivere, e tra le persone che resistono, costruiscono, sono loro stesse quelle storie.

Matthias oltre ai suoi libri di racconto dei viaggi “Eurasia Express” e “Verso Est” e al libro fotografico “Il volto dell’altro” aveva anche alcune delle sue foto, a offerta, con l’offerta come suo contributo personale al progetto dell’Agrinido di San Ginesio, una delle realtà locali a cui si è legato nei suo viaggi, una di quelle realtà, appunto, che le storie di quelle terre non solo le raccoglie ma le costruisce.

Non ho scritto nulla di specifico in queste note del libro al centro della serata, Eurasia Express, vi consiglio soltanto di acquistarlo e leggerlo, è scritto con un linguaggio tranquillo, semplice e descrittivo, soltanto che descrive non solo ciò che normalmente si vede sulla superficie delle cose, ma anche quel qualcosa di invisibile o nascosto che sta in mezzo e dietro e che per essere visto richiede un candore e un’immediatezza in più, e allora inizia anche a coglierne il senso, il senso di quell’umanità che uno sguardo frettoloso può perdere.

Ci vuole uno sguardo in sintonia con i piedi, come scrive Paolo Rumiz nella prefazione al libro di Matthias: «Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno».

(anche quella che Matthias sta osservando nella foto in alto è una vallata euroasiatica, a Elcito, sotto il San Vicino; le foto di Matthias in Eurasia le trovate nel suo libro “Il volto dell’altro” )

Giovedì 19 incontro con Matthias Canapini

da CentroPagina del 18 ottobre 2017 (articolo di Eleonora Dottori)

JESI – Secondo appuntamento con la rassegna “Le Marche in Biblioteca” che ospita domani sera, giovedì 19 ottobre, Matthias Canapini.

Dopo il successo ottenuto giovedì scorso, la sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, alle 21.15, ospita il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto. Promosso dalle associazioni culturali Altroviaggio e Licenze Poetiche e organizzato grazie alla collaborazione della Biblioteca Planettiana, verrà presentato il libro “Eurasia Express, cronache dai margini”.

Accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce: «È un progetto di Arci Comitato Jesi Fabriano – spiega il Gruppo – coordinato su un piano tecnico da Maria Grazia Tiberi che a partire dai partecipanti del corso di “Dizione e Sviluppo della Voce” tenuto dalla stessa Tiberi e che si è svolto al momento in due edizioni anno 2015/16 e 2016/17 ha dato vita a questo gruppo di lettura e di lettori».

«Arci Voce nasce da un gioco – racconta Maria Grazia Tiberi, speaker e allenatrice di dizione e di teatro – È come se una mattina ci svegliassimo e avessimo bisogno di dire, di leggere, di apportare un nuovo stile alla voce e alla lettura. Voglio capire come funziona il mio dire, il mio leggere, il mio usare uno strumento bellissimo come la voce. Non cantando. Ma pronunciando bene, dando una propria lettura, dando voce e non fiato. È una vera occasione di stringersi incontro a scritti, libri, versi… senza paura, rendendoli vivi ed emozionali ognuno con la sua voce. Per l’Arci si tratta di un progetto che rispecchia in pieno i suo obiettivi di promozione di cultura, socialità, valori». A metà novembre il via nella sede Arci in Piazza Federico II ad una nuova edizione del corso di Dizione Sviluppo della Voce.

Prossimo appuntamento è il 26 ottobre con il giornalista e scrittore Pierfrancesco Curzi con il giallo ambientato ad Ancona, “Nell’afa” di Vydia editore.

“Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

La Marche in Biblioteca, giovedì 19 ottobre alle ore 21.15 il secondo appuntamento, con il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che ci racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto.

Matthias ci racconterà il suo viaggio attraverso le sue foto, accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce.

La viandanza, il camminare e l’incontro, come apertura, curiosità, conoscenza del mondo entrandogli dentro, ed entrando anche dentro di sé come conoscenza di se stessi. “Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno” scrive il grande viandante e camminatore Paolo Rumiz, nella prefazione che ha dedicato al giovane Matthias Canapini. 


Titolo:
Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Prefazione di Paolo Rumiz

“Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente. Essi decifrano i segni del terreno, come i sassolini di Pollicino. Il mondo non è di quelli che credono di controllarlo con i droni e gli smartphone ma di chi si impolvera le scarpe e batte la terra con “piede libero”, come scrisse Orazio. La storia la fanno i piedi instancabili dell’homo sapiens, lo dicono millenni di migrazioni.

Povera cosa sarebbero i cammini se si limitassero a una riserva indiana per pellegrini o agresti camminatori. La strada vera è vita a tutto campo ed è fatte di mille cose: donne ai balconi, pasta al pomodoro, serpenti schiacciati, vento nei canneti, immigrati in cammino, cave abusive, guard-rail deformati, processioni e cani perduti. La strada è paracarro, rudere, fango, frumento, argine, fontana, metanodotto, solco di carri, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, un porcospino esitante dietro un paracarro.

Il viaggiatore ti dice che il cammino vero si fa nel mondo, non fuori dal mondo, e questo comporta graffi, rombo di camion, punture di tafani, talvolta anche insulti, diffidenza. Il cammino è immersione, non decollo verso altezze rarefatte. E’ periferia, fabbrica, banlieue, cantoniera diroccata, binario morto, escrementi, casello ferroviario, cancello con la scritta attenti al cane. Talvolta filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa.

Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”