Archivio dell'autore: Tullio Bugari

“Music is a dark sound”

La foto di copertina del romanzo di Corrado Dottori, “Pianoforte a Grbavica”, è di Mario Boccia, che la scattò a Sarajevo. “La musica vuota” non parla di quella guerra, la foto però è tale da  evocare anche altre inquietudini interiori della nostra epoca.
La foto è accompagnata nel libro da un ricordo dello stesso Mario Boccia, e dalla poesia che le dedicò il poeta cheyenne Lance Henson:
“La guerra è finita e la città riunificata in applicazione degli accordi di Dayton. Un pianoforte è rimasto in una casa abbandonata. la ragazza che mi accompagna sperava di trovare tracce di una sua amica che abitava lì. Una casa tanto vicina alla prima linea da essere parzialmente trasformata in una postazione per mitragliatrici. “Su quel pianoforte abbiamo imparato a suonare insieme”, mi disse. Lance Henson, poeta cheyenne, ha scritto una poesia su questa foto: The Abandoned Piano. Dopo avermi ascoltato a lungo mi ha chiesto: “Mario, ma chi sono i nativi di Bosnia?”
The abandoned piano
di Lance Henson

Music is a dark sound
when the sorrow of the world
cannot forget itself
it is a siren lost
upon tumultuos sea
in a time of danger and despair
as sudden as an eye
captured in the forgotten frame
of a photograph
music is a dark sound
yet even hope prevails
even if it is a lone piano
in a war ravaged room

La musica è un suono cupo
quando il dolore del mondo
non riesce a dimenticare se stesso
è una sirena persa
in un mare in tumulto
in un momento di pericolo e disperazione
improvviso come un occhio
catturato nell’inquadratura dimenticata
di una fotografia
la musica è un suono cupo
eppure prevale la speranza
anche se è un piano solitario
in una stanza devastata dalla guerra

(traduzione dal blog dell’associazione Il Cerchio)  

La musica vuota, di Corrado Dottori

Giovedì 18 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, terzo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca: I Giovedì letterari della Planettiana, edizione 2018.
Presentazione del romanzo di Corrado Dottori “La musica vuota”

Titolo: La musica vuota
Autore: Corrado Dottori
Casa editrice: Italic Pequod

 La recensione di Valerio Calzolaio
(dal settimanale della Fondazione Italiani)

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.

Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.

LA LETTERATURA DELLE MIGRAZIONI

CIRCOLO DI LETTURA 2018-2019, martedì 23 OTTOBRE ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana, presentazione della quarta edizione del circolo di lettura.
Dopo la bella partecipazione degli anni precedenti, siamo pronti a ripartire con un nuovo ciclo di 8 incontri mensili, fino al mese di giugno. Quest’anno il tema filo conduttore per i libri che saranno proposti è “LA LETTERATURA DELLE MIGRAZIONI”.
La partecipazione è libera, chi vuole può venire, nel corso dell’incontro Alessandro Seri illustrerà il perché di questo tema, così attuale, e i titoli dei libri. Insieme definiremo anche il calendario degli incontri successivi, previsti con cadenza mensile fino al mese di giugno.
Le edizioni precedenti del circolo di lettura sono raccontate QUI: http://www.altroviaggio.org/category/circolo-di-lettura/

L’incontro con Maximiliano Cimatti


Le Marche in Biblioteca 2018. Si è svolto ieri 11 ottobre il secondo incontro di questa nuova edizione dedicata agli autori della nostra regione. L’ospite della serata è stato Maximiliano Cimatti, ravennate che da un po’ di anni si è trasferito nella nostra zona e vivendo qui ha trasferito le storie di questa terra in un romanzo ambientato nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, nell’anno in cui viene realizzata la linea ferroviaria che collega la nostra valle a Roma e Ancona.

Il romanzo è “L’uomo di Elcito”, editore Meridiano zero, un libro uscito nel 2017 e che ha già riscosso molto interesse nella zona, anche per un sentimento di affetto verso il piccolo paese di Elcito, posto sulle pendici del San Vicino, attorno al quale le vicende del romanzo ruotano, nel senso letterale del termine, perché sulla scena, oltre alla costruzione della ferrovia e ai successivi episodi che accadono durante l’epidemia di colera che scoppiò – davvero, è un dato storico – nell’aprile di quell’anno, il 1866, ad Ancona, ci sono soldati e briganti con i primi alla caccia dei secondi, anche se non sempre è così chiaro chi da la caccia a chi. E durante questa caccia, il gruppo di soldati guidati dal sergente Anselmo Toschi “ruota” nella regione in un percorso quasi a spirale, da Ancona, Chiaravalle, Corinaldo, Fossombrone, Sassoferrato, Fabriano, Matelica, Macerata, prima di approdare ai paesini che preannunciano Elcito. Ma che cosa c’è davvero a Elcito, e chi, e che cosa fa? Non è la caccia di un cacciatore di taglie, quella del sergente Toschi, ma qualcosa di misterioso, di cui insegue e interpreta le tracce, raccoglie allusioni, indicazioni di cui non si conosce la precisione, mezze leggende che già crescono. Bisognerebbe andarci di persona, vedere con i propri occhi, e sentire con le proprie emozioni ma non si sa nemmeno dove si trovi, con esattezza, quel luogo. E inoltre, chi è che le conosce davvero queste nostre emozioni, le nostre inquietudini? Soldati e briganti, e in mezzo i contadini, i mezzadri, la vita dei paesi con le sue fatiche e durezze, le locande lungo la strada, il brulichio del mondo delle piccole cose quotidiane. Di questo e altro abbiamo conversato con l’autore del libro, sulla genesi del suo lavoro, la ricerca della documentazione necessaria, le scelte letterarie e linguistiche.

Gli interventi musicali, che come di consueto accompagnano la serata, sono stati curati da Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori, già abituati a relazionarsi con lavori letterari attraverso i reading concerto realizzati con Tullio Bugari, dai quali hanno  tratto le tre canzoni per la serata. La prima, tanto per entrare in tema, dedicata al Brigante Piccioni, una canzone del musicista Marco Pietrzela dei Sibylla Morris; la seconda San Martino dedicata ai mezzadri e tratta dal libro L’erba dagli zoccoli; la terza una serenata popolare della nostra tradizione musicale regionale, Tra giorno e notte so’ ventiquattr’ore. Perché nel romanzo presentato da Maximiliano Cimatti c’è ad un certo punto anche una struggente storia d’amore. Struggente perché non salta fuori da qualche improvvisa passione ma cresce lentamente, dentro le storie e i corpi, e dentro gli angoli nascosti del piccolo paese e delle aspirazioni, ed  è tutt’uno con il senso della vita che i personaggi, anche in modi diversi tra loro, cercano.

Ciascuna delle tre canzoni è stata seguita dalla lettura di un brano tratto dal libro, a cura dell’Associazione ARCI Voce, con Laura Santoni, Cristiana Carotti e Nives Maria Piazza, fornendo così ogni volta nuovi spunti alla conversazione. Nel romanzo c’è anche molta natura, boscaglie, monti, sentieri che talvolta soltanto i cavalli sanno ritrovare, luoghi riparati, ritmi diversi del tempo. Viene voglia di andarci e camminarci dentro, in quelle storie che sono le nostre origini e nelle quali l’immaginazione letteraria può aiutarci ancora a immedesimarci.

(Le Marche in Biblioteca 2018 è un’iniziativa organizzata dalle associazioni culturali “Altrovïaggio” e “Licenze Poetiche” con la collaborazione della Biblioteca Planettiana e grazie a un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura; collaborano all’iniziativa, oltre agli autori e agli editori, anche la Scuola musicale Pergolesi, l’associazione Arci Voce, i musicisti Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori).

All’insegna del Martin pescatore: dal bestiario di Eugenio Montale e di Luigi Bartolini

San Severino Marche, 17 ottobre 2018, ore 21, Sala di udienza. Palazzo dei Governatori

Ezio Bartocci
All’insegna del Martin pescatore: dal bestiario di  Eugenio Montale e di Luigi Bartolini

L’incontro del 17 ottobre, rientra tra le iniziative programmate due anni fa a San Severino Marche per ricordare i cinquant’anni dalla pubblicazione degli Xenia; incontro rinviato a causa del terremoto.
Con la raccolta Xenia, Montale rompe un silenzio decennale. L’amico studioso Giorgio Zampa incaricato della stampa fa rispettare alla lettera dalla tipografia Bellabarba il menabò. L’opuscolo in memoria della moglie, in sole cinquanta copie, per uso strettamente personale, viene consegnato nell’autunno del ’66.  Montale ha conosciuto Drusilla Tanzi a Firenze nel ’27, quando vi si era trasferito per un modesto impiego presso l’editore Bemporad, come si apprende da una lettera del 20 giugno indirizzata allo scrittore triestino Italo Svevo.
Drusilla, soprannominata mosca a causa dei suoi occhiali dalle lenti spesse, diventa l’amica, la compagna inseparabile ed infine la moglie del poeta.
Il periodo fiorentino, nonostante le difficoltà dal ’38 fino alla caduta del fascismo, è ricordato dal poeta con rimpianto per le tante frequentazioni, le amicizie e gli incontri più fortunati.
Ezio Bartocci, artista visivo e  grafico di lungo corso, prende spunto da un’incisione tra le più importanti del ‘900 per mettere in evidenza il ruolo dei circoli culturali, dei luoghi di ritrovo, dei rapporti diretti tra estimatori ed artisti, sottolineando la conoscenza tra Montale e Bartolini per la complicità del Martin pescatore, al centro di una delle più note poesie di Montale “Gloria del disteso Mezzogiorno“, nonché protagonista del capolavoro all’acquaforte di Bartolini, di cui Montale, neo appassionato di grafica, s’innamorò e riuscì ad acquistare.
Varie sono le presenze animali nelle poesie di Montale ed altrettante nell’opera incisa e letteraria di Bartolini. L’accostamento per un bestiario tra poesia e grafica attraverso le opere  di due maestri del ‘900 dai modi espressivi così diversi è stimolante: invita a conoscere ed a riconsiderare presenze dimenticate, anche attraverso opere oggi poco note ma emblematiche.
Nella copertina del volume “Tutte le poesie”, curato da Giorgio Zampa, una foto di Ugo Mulas mostra Montale che sfiora col naso il becco dell’upupa, uno dei due pennuti impagliati ricevuti in dono da Goffredo Parise, tenuti in casa tra le sue cose più care.
Mi fanno compagnia nella mia camera” diceva, “tra i due preferisco il Martin pescatore forse perché è più piccolo e mi sembra così indifeso“.

 

L’uomo di Elcito, conversazione con l’autore Maximiliano Cimatti

Giovedì 11  ottobre, per il secondo appuntamento di “LE MARCHE IN BIBLIOTECA: i Giovedì Letterari della Planettiana”, incontro con Maximiliano Cimatti, per conversare con lui sul suo romanzo L’uomo di Elcito (editore Meridiano Zero);
durante la serata sono previsti interventi musicali di Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori e letture di brani dal libro a cura del gruppo ARCI Voce.
Di seguito, l’intervista a Maximiliano Cimatti di Matteo Tarabelli, pubblicata il 23 gennaio 2018 sul giornale online Centropagina.

ROSORA – Un paese arroccato sulle montagne, ben serbato dall’Appennino, e dunque ignorato dalla modernità, che scorre “arrogante” a valle, lungo i binari in costruzione della tratta Ancona-Roma. Siamo nella seconda metà del 1800 e questo è il luogo dove un bandito fuorilegge si rifugia per sfuggire all’esercito che gli dà la caccia.
“L’uomo di Elcito”. È questo il titolo dell’opera prima di Maximiliano Cimatti, un ravennate che ha mollato la città per vivere nelle colline marchigiane e che, un anno fa, si è persino candidato a sindaco a Rosora.
Un romanzo, pubblicato nel 2017 da Meridiano Zero, in cui il monte San Vicino e la costa fanno da suggestivo e aspro sfondo a un percorso esistenziale e sociale. Dove banditi e tutori della legge si confondono scontrandosi. Dove il progresso diviene regresso semplicemente ribaltando la prospettiva.

Cimatti, qual è la genesi di questo romanzo?
«L’idea è nata appena mi sono trasferito nelle colline marchigiane per un cambio di vita radicale. Ho mollato il lavoro e le abitudini consolidate per venire a vivere in mezzo alla natura con Francesca, la mia compagna, per mettermi a scrivere e per tentare di recuperare l’unica ricchezza vera ma limitata di cui disponiamo tutti: il tempo. Quindi: colline marchigiane come scenario naturale del romanzo. Poi, c’era il mio immaginario, la mia formazione culturale: l’epica dei grandi spazi americani, la letteratura e il cinema della frontiera, il West selvaggio che diventa poi un mondo interiore, e poi i libri di McCarthy, Steinbeck, Conrad, ma anche un romanzo recente e clamoroso come “Il figlio” di Philip Meyer, per citarne alcuni. Da qui, l’obiettivo di trasportare il tutto nella realtà italiana. Il tempo della storia: l’800 post unitario come sfondo storico e politico, anche se la trama ne risente appena. Il 1866 per due favorevoli coincidenze storiche: l’inaugurazione della ferrovia Roma-Ancona e l’epidemia di colera ad Ancona. Poi volevo parlare dei fuorilegge e questo è il filo conduttore. Tutto molto romanzato e piegato alla mia necessità più importante: mostrare la natura complessa degli esseri umani».

Briganti contro Esercito. La rivolta è un crimine in questo romanzo? O una esigenza di vita?
«La disobbedienza è un tema cruciale. Esattamente come la percezione della libertà e della giustizia. I briganti disobbediscono alle leggi del nuovo Stato ma ne costruiscono di nuove, adatte al loro sogno e al loro senso di libertà. Eppure sono criminali. Il soldato Anselmo Toschi e i suoi uomini sono rappresentanti della legge e ubbidiscono per ragioni che a volte non capiscono, ma agiscono per senso del dovere e per portare le ragioni della legge, dell’Unità, del progresso. Sono “giusti”, eppure efferati come criminali. Nel romanzo ho tentato di non dividere i buoni dai cattivi. Ci sono gli uomini, le tenebre della natura umana, ma anche l’amicizia tra i personaggi e la loro umanità. E poi c’è lui, Anselmo Toschi, romagnolo che viene mandato in missione nelle Marche e che dovrà fare i conti con se stesso».

Elcito, invece, cos’è? Una prigione? Un sogno? Il suo percorso di vita?
«Elcito è l’utopia, il sogno di un paese libero, senza padroni, dove i problemi si superano attraverso il rispetto di regole condivise e l’aiuto reciproco. L’asperità del territorio è una specie di anello di congiunzione tra il buio dell’uomo e l’armonia brutale della natura. Un personaggio dice, a un certo punto: “il freddo tiene insieme le persone non meno delle regole”».

E il progresso? È, secondo lei, una ferrovia che corre verso l’orizzonte o un paesino circondato da roccia e boschi dove sognarlo quell’orizzonte?
«Il progresso del libro è la certezza che il mondo va avanti e che porterà la gente da un mare all’altro in poche ore, che curerà la pellagra, che porterà lavoro nei paesi lungo la ferrovia e nelle cave delle colline. Ma il progresso è anche la fine del sogno, l’eterna vittoria del più ricco, la perdita dei valori. Il tema del progresso è quello con maggiori riferimenti autobiografici, a bene vedere. Elcito rappresenta in effetti la scelta di tornare indietro dopo aver tentato di vivere secondo i canoni della società contemporanea (un facile riferimento può essere il rapporto dell’uomo con la tecnologia). Il progresso può diventare, quindi, la scelta del freddo, del poco e del difficile, delle giornate invernali sotto la neve, dell’isolamento. Elcito è un utopistico ritorno alla natura e a uno stato primordiale come risposta all’inadeguatezza di fronte al presente».

C’è anche tanta autobiografia, insomma, in “L’uomo di Elcito”.
«Nel romanzo sono presenti alcuni temi/valori della mia vita: la disobbedienza civile come affermazione di sé, il ritorno a una vita sobria, il senso della giustizia, l’idea che il destino degli uomini sia segnato dall’ambiente in cui nascono».

Classe 1971, Cimatti è autore di racconti apparsi in varie antologie, tra cui La semantica del crimine (Fernandel). Nel 2016 vince il primo premio al concorso letterario “Luciano Pittori” di Castelplanio (AN) per racconti inediti. Oggi tiene lezioni di scrittura per l’agenzia letteraria Scriptorama ed è cofondatore dell’innovativo format letterario fAutori.

 

Alcune recensioni al libro:

 

 

Non avrò parole oggi

Dall’antologia “Poesia di Strada 1998-2017” di Seri editore, con cui giovedì 4 ottobre si è aperta la terza edizione di “Le Marche in Biblioteca”, pubblichiamo qui una delle tre poesie proposte al pubblico nel corso della serata dal gruppo ARCI Voce.

 

 

 

NON AVRÓ PAROLE OGGI
di Fabio Franzin

Siamo in fila, gente da ogni angolo
del pianeta, oltre la porta di questa
agenzia interinale, siamo in coda,
ognuno col suo curriculum in mano,
la speranza fioca. Le addette dietro
il banco ogni tanto sbuffano, volgono
lo sguardo al soffitto come le sante
in estasi nei dipinti del rinascimento.
Non un dio la visione però, ma solo
una processione di poveri cristi che
insistono, pregano, chiedono l’elemosina
di un lavoro che non c’è più, per nessuno,
che non si crea neanche con un miracolo.

Siamo in fila, stanchi di stare lì per niente,
di tornare indietro coi soliti grattacapi.
Fuori è ormai buio, foglie gialle cadono
Dai rami, un vento rabbioso le fa correre
Per l’asfalto, le schiaccia nelle pozzanghere.
Ecco le nostre speranze, ecco dove vanno
A finire. Fra poco il ghiaccio le ghermirà

fra poco sarò a casa dai miei figli, dagli
occhi di mia moglie, e non avrò coraggio
di guardarli, non avrò parole, oggi, per loro.

L’incontro con “Poesia di Strada 1998-2017”

Le Marche in Biblioteca. Ha avuto inizio ieri, giovedì 4, la terza edizione di questi incontri letterari con autori marchigiani che, oramai di consuetudine, ci fanno ritrovare insieme ogni anno alla Biblioteca Planettiana nei giovedì di ottobre.  Il primo dei quattro appuntamenti in calendario quest’anno è stato dedicato alla poesia, con la presentazione dell’antologia Poesia di Strada 1998-2017.

L’incontro si è articolato in due parti. Nella prima, Alessandro Seri, che è anche editore dell’antologia e ne ha firmato l’introduzione, ha raccontato la genesi e lo sviluppo negli anni di questa che non è una semplice raccolta di poesie ma un vero e proprio cammino evolutivo, nato venti anni fa con un premio letterario e un festival di poesia di strada, nel paese di Colmurano – questo il luogo fisico di partenza – letteralmente per diffondere la poesia lungo le strade del paese, vicino alle persone, con le poesie incorniciate e appese sui muri esterni delle case, invitando i passanti e i curiosi che si fermavano a leggere a esprimere direttamente le proprie sensazioni.

Nascere dal cuore stesso del paese non ha significato diluirsi o ritrarsi nel particolare del borgo, al contrario ha costituito la premessa per un respiro più profondo e ampio, che è proprio della poesia. Densità e leggerezza fuse insieme nel raccogliere gli umori del mondo e dare loro forme nuove attraverso l’attenzione alle parole.
Il festival poi è evoluto e cresciuto, ha modificato il proprio iter e si è via via arricchito sempre più di nuove iniziative e partecipanti; ad un certo punto sono stati invitati pittori e artisti grafici a commentare e riproporre all’interno di una tela quelle stesse poesie appese all’inizio lungo i vicoli del paese, e ora riproposte nella nuova dimensione pittorica. Prende così il via una nuovo e ulteriore percorso, a cui hanno contribuito artisti attivi in diversi luoghi del mondo.

Alessandro Seri ha ricordato che nel corso dei venti anni del premio sono stati in totale circa cinquemila gli autori partecipanti, non solo della regione ma di ogni parte d’Italia, e tra loro molti nel frattempo hanno compiuto altrettanti percorsi personali di interesse e rilievo nella produzione poetica nazionale. L’antologia ora presentata ora raccoglie circa un centinaio di poeti, le cui opere sono state premiate o segnalate nelle varie edizioni del premio.

Nella seconda parte della serata la voce è passata direttamente a tre di questi poeti, che hanno letto le loro poesie inserite nell’antologia: Anna Elisa De Gregorio, Alessio Alessandrini e Alessio Ruffoni.

Subito sono state proiettate le foto delle opere della sezione iconografica, che costituisce una selezione delle opere realizzate in questi anni.

In sala erano state esposti alcuni originali delle nuove produzioni,  delle artiste Anna Valeria Ciccotti, Carla Pistola e Laura Vallesi, quadri che incorporano poesie, a commento dell’edizione in corso di “Poesia di strada”, e dunque non presenti nell’antologia. La lettura dei poeti e la visione delle opere ha consentito di assaporare direttamente il respiro internazionale e l’apertura di questo percorso poetico, che con i suoi linguaggi e i suoi temi e le sue sensibilità diventa anche un osservatorio di questa nostra contemporaneità, attraverso uno sguardo che non si limita a registrare ma ne assorbe, per rielaborarlo, il senso sottostante.

Come già abbiamo fatto negli anni precedenti, anche quest’anno la presentazione e conversazione con gli autori e sui libri stata inserita all’interno di una cornice formata da interventi musicali e letture ad alta voce.

Ci hanno accompagnato in questo i giovani Silvia Romualdi e Riccardo Stronati, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, con alcuni motivi di musica classica riproposti con il flauto. Ogni intervento musicale è stato seguito dalla lettura del gruppo Arci Voce, con Cristina Corsini, Luigina Tantucci e Tullio Bugari, che hanno letto rispettivamente le poesie di Lella De Marchi, Barbara Pumhösel e Fabio Franzin.

Poesia di Strada 1998-2017

Giovedì 4 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, primo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca: I Giovedì letterari della Planettiana, edizione 2018.

Presentazione dell’antologia Poesia di strada 1998 – 2017, con la presenza del curatore e alcuni autori.

Titolo: Poesia di Strada 1998-2017
Casa editrice: Seri editore

 Sarebbe troppo semplice
(dalla postfazione di Renata Morresi)

Sarebbe troppo semplice citare Fortini: “La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.” Troppo facile consolarsi con un imperativo che rivendica un senso ulteriore alla bistrattata, marginale arte poetica. Quanto è bello quel verso nel fare della disillusione e della vulnerabilità un invito al dubbio che si possa, dopotutto, credere? Tanto bello che è facile scordarsi le parole che lo precedono: “Fra quelli dei nemici / scrivi anche il tuo nome.” E allora anche accampare sicurezze sull’altezza o la funzione della poesia va guardato con sospetto.
Ogni volta che mi butto in un progetto poetico, ma che dico, che apro un nuovo file word e mi trovo davanti al bianco, mi risuona quell’invito a fare attenzione, persino a se stessi. Anche quando abbiamo pensato a questa antologia ho passato qualche giorno a chiedermi “a cosa serve?”, a dubitare il senso dell’ennesima collezione di testi poetici…

(…) Mi aspettavo di trovare molta poesia lirica – perché la lirica meglio si adatta alla modalità ‘portatile’ di “Poesia di strada” e alla sua ambizione comunicativa – non mi aspettavo di sorprendermi a vederne rappresentate così tante variazioni, tanto da farmi chiedere se il sintagma non sia ormai così diluito da essere inservibile. Così tanti toni diversi innervano questi testi che non so più come contenerli nel solo ‘lirico’: il realismo (quello più intimo di Alessandrini e D’Andrea, incandescente per De Lea), il narrativo (caldo in D’Agostino, sfreddato da Tuzet, con l’inflessione dialettale di Ariano, o l’andamento pop di Corsi), l’ermetico-simbolico (la misura sobria di Cornali, le sinestesie di Di Pasquale, il taglio caustico di Ruffoni), il politico (personale per Crippa e Magazzeni, dal rigore modernista in Mari), il proiettivismo (Bonin, Alicudi), il conversevole (esempi luminosi quanto diversi: De Gregorio, Montieri, Ruggieri), il civile (col passo sublime di Maroccolo, quello ritmico di Cohen, il quotidiano di Franzin), l’imagismo (icastico in Babino, confessionale in Perugini), il meditativo (quello empatico di Pinzuti, quello sarcastico di Lefevre), l’ironico (jazzato in Bompadre, caustico in Tipaldi), il confessionale (col brio pungente di Pumhösel e Romagnoli, la malinconia divertita di Di Prossimo), il neo-metrico (pieno d’echi interiori in Mandolini, allegorico in Scaramuccia), il percettivo (Testa, Minola, Guazzo), per non contare i lirici ‘puri’ (molti oltre ai più noti Mancinelli, Turina), chi canta sapendo di cantare, chi mescola memoria e desiderio, chi cerca un simbolo non dico in lettere di fuoco, ma almeno fiamma di candela. E ancora, altri autori dall’impulso mitopoietico bruciante, in cui la sintesi tra inconscio e visionarietà produce uno stile difficile da addomesticare in una definizione: mi riferisco alla scrittura ‘espansiva’, quasi epica, di Calandrone, all’impulso mitico di Pugno, alle intensità simboliche di Ariot, Bossini, Nota, al vigore trattenuto di Sannelli, agli esperimenti vibratili di Greco, e, sul versante più rastremato, l’oggettivismo di Giovenale, sotto spinta ricognitivo-elencativa, e l’elegia quasi astratta di Agustoni. Da qui ci affacciamo sulla soglia di una scrittura sperimentale sfidante, quella che mi piace chiamare del gioco profondo, su un lungo crinale che va dal surreale di Socci verso le melodie spiazzanti di Simonelli, il punk minimalista di Chiamenti, l’andamento ecfrastico di De Marchi, l’interlingua sconvolgente di Carnaroli, fino all’incedere corrosivo più oscuro (Menicocci, Rizzatello), e la complessità politica (e la politica della complessità) di Teti.

Non riesco a citare tutti, chiedo venia, non riesco a ricomporli in un unico recipiente (non voglio), e questa disamina (una carezza più che un esame) potrebbe svolgersi in altri termini, attraversare i temi o i motivi ricorrenti (c’è molto altro in poesia oltre l’amore e la morte), tracciare isoglosse, disegnare alberi genealogici (presunti), azzardare proiezioni sul futuro della poesia o sulla sua estinzione. Mi basta, per ora, contarci. Sapere chi siamo e siamo stati, piccoli o grandi, almeno per un po’.

Erano solo dieci fermate ogni volta, dopotutto, dieci poesie che ogni anno, per qualche giorno, per un minuto, mescolavano pensiero, visione e interpretazione, dieci installazioni minime che non hanno cambiato il mondo. ‘La poesia non cambia il mondo’, ‘basta coi buonismi’, ‘con la cultura non si mangia’, bla-bla, e si ritorna alla solita obiezione, l’ossessione dei disincantati, troppo spesso incapaci di incanto. In fondo nulla cambia davvero il mondo, neanche un grande leader, un grande papa, una grande invenzione, e così via; nulla cambia il mondo se non la somma di tanto, faticoso lavoro collettivo. Allora, in questo tempo tanto più disilluso di quanto fosse il tempo di Fortini, mi dico di non dare troppo ascolto a chi crede solo al niente offerto dalla disillusione e dal cinismo, “scrivi, mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente”.

(L’antologia ospita una sezione iconografica, con le opere che alcuni artisti dedicano ad una poesia da loro scelta: in alto Raffaella Tirabasso per la poesia di Antonio Bux, in basso Max Volpa per la poesia di Alessio Alessandrini)