Archivio dell'autore: Tullio Bugari

“Un complicato atto d’amore” di Miriam Toews, Marcos y Marcos editore

Titolo: Un complicato atto d’amore
Autore: Miriam Toews
Casa editrice: Marcos Y Marcos 2005

Mercoledì 6 novembre ore 21.15, presso la Salara (Biblioteca Planettiana di Jesi, il primo incontro del circolo di lettura edizione 2019/2020).

(tratto dall’articolo di Ombretta Romei, “Intervista con Miriam Toews: una donna che parla (e scrive)”, dal sito Pulp libri)
«Già. New York. Lontana anni luce da Steinbach, la cittadina canadese dove una comunità mennonita mette radici agli inizi del Novecento, sfuggendo alle persecuzioni bolsceviche, ai massacri, all’estinzione. E dove Miriam Toews è nata e ha vissuto la sua adolescenza. Libri interdetti, balli proibiti, parole impronunciabili: un oscurantismo di stampo maschilista e patriarcale che non ammette deviazioni. Il verbo di Menno Simons (1496-1561), storico fondatore della setta anabattista, è più che legge. È una visione (distopica) del mondo. Campi di granoturco a perdita d’occhio delimitano i confini della piccola città, isolandola da tutto, così come pensieri impuri, atteggiamenti trasgressivi, tentazioni mondane isolano i sognatori in odor di eresia e di scomunica. Le chiavi del paradiso e le vite degli abitanti di Steinbach sono nelle mani di pochi fanatici capi religiosi, teorici e praticanti di un fondamentalismo anacronistico.
1980. East Village «è come un set del cinema, non può succedere niente di vero. È un paese fantasma, l’isola che non c’è» afferma la sedicenne Nomi, protagonista di Un complicato atto d’amore (2004), alla cui voce monologante Miriam Toews affida il racconto di sé e della propria «complicata» adolescenza. Il nome fittizio della sua città natale è un omaggio a New York, a un quartiere – dove Nomi vagheggia di passeggiare nientemeno che in compagnia di Lou Reed! – a una cultura, a uno stile di vita. Agognati, paradossalmente, quanto un elenco telefonico: niente di meglio se può servire a scrollarsi di dosso anni di letture (e immaginario) fantasy, villaggi hobbit e colline dei conigli. Con una Main Street ai cui estremi svettano una statua di Gesù che assomiglia a George Harrison e un tabellone gigante con scritto SATANA È TRA NOI. Scegli: o lui o me, East Village evoca una small town bradburyana: luogo di passaggio di uomini illustrati e freaks circensi, presenze perturbanti contro le quali nulla possono gli incantesimi di elfi e streghe bianche.
La fuga è, allora, un sogno. Un’intenzione. Una necessità. Dopo la scomunica di Tash e Trudie – la sorella maggiore e la madre di Nomi – il loro forzato abbandono della comunità mennonita lascia un vuoto incolmabile nella casa dove una figlia convive con i malinconici silenzi di un padre inconsolato. Solo un atto d’amore, salvifico e imprevisto, condannerà finalmente Nomi allo status scandaloso di outsider.»

La Simeide in letture e canzoni

Con il libro “LA SIMEIDE. Una lotta vincente” di Tullio Bugari, Seri editore, 2019, si è conclusa giovedì 31 ottobre la quarta edizione di Le Marche in Biblioteca, che quest’anno ha impegnato tutti e cinque i giovedì del mese di ottobre.

Il libro era stato già presentato a Jesi lo scorso mese di marzo con una serata organizzata dalla sezione di Jesi dell’Istituto Gramsci Marche, dalla Fiom e dallo Spi Cgil di Ancona e da Arci Marche, un convegno con gli interventi di tanti “ex”, cioè testimoni diretti di quella esperienza, i quali avevano portato le loro ulteriori testimonianze. L’autore si era “limitato” a prendersi una mezz’ora (“ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”) per introdurre gli interventi dei relatori con una scelta di letture dal libro, facendosi accompagnare da un buon numero di amici, cioè alla lettura le lettrici dell’associazione Arci Voce e alle canzoni i musicisti della Vi Cunto e Canto band. Tutti emozionati per l’enorme partecipazione, la gente così tanta per la prima uscita del libro che non ci fu posto per tutti in sala (sala troppo piccola?).

Giovedì 31 in biblioteca, per ripresentare di nuovo il libro ma in una diversa forma, l’autore si è “limitato soltanto” alla lettura e alle canzoni – sempre accompagnato da Arci Voce e Vi Cunto e Canto band – ma con un reading concerto di maggior respiro, di un’ora e più, con una scelta di letture più ampia, offrendo a chi era presente alcuni degli eventi principali accaduti nei venti anni della “vertenza” della Sima, dei quali i primi dodici anni, la prima fase, vanno dalla conferenza di produzione che si tenne nel gennaio 1977 – quarantadue anni fa proprio nella stessa sala maggiore della Biblioteca dove eravamo ieri sera – fino alla fine del 1988, quando si siglò l’accordo, approvato in fabbrica dall’assemblea degli operai e impiegati della Sima, che consentiva il passaggio, finalmente, ad un imprenditore che si impegnava a dare continuità alla produzione e a salvaguardare i livelli di occupazione. E poi la seconda fase, di ulteriori otto anni, che a chi vi restò coinvolto sembrarono ancora più lunghi, quelli dell’applicazione non scontata dell’accordo siglato, che non riuscì a riassorbire tutti gli operai ma ne lasciò fuori un centinaio, i quali però non si dispersero ma rimasero organizzati, con i mezzi che potevano, e solidali tra loro si batterono, fino al 1996 quando anche “l’ultimo dei cassa integrati” – titolava così il Corriere Adriatico, intervistando Cesare Tittareli, il portavoce del comitato, che oramai veniva chiamato da tutti il comitato dei “senza fabbrica” – fu assunto, da un’altra ditta ma ritrovò un’occupazione.

Una lotta vincente, nella prima fase, con una coda, nella seconda fase, che regala a quella vittoria un retrogusto amaro. Nel libro l’autore la definisce una vittoria con il retrogusto, per sottolineare che può essere apprezzata fino in fondo come tale solo ricomprendendo anche l’intera seconda fase, e dunque a quel punto è una vittoria più piena e veramente di tutti. L’autore lo dice a distanza di oltre venti anni dal suo epilogo, nell’esigenza di recuperare il senso di quella lotta importante – degli operai con la partecipazione della città – che invece, senza un’adeguata rielaborazione o attenzione può rischiare perfino di essere dimenticata, o non apprezzata in tutti i suoi aspetti, e il cui esito vincente più visibile è l’esistenza in attività ancora oggi – sotto l’insegna della Caterpillar, che intervenne nel 1996 – dello stabilimento di via Roncaglia che fu della Sima, e che non smise mai di funzionare.
La ricostruzione della memoria dovrebbe servire a rendere più evidenti anche gli esiti vincenti non immediatamente visibili.
Non è una memoria semplice e forse nemmeno del tutto così condivisa, ma è un pezzo importante della memoria della città. Il libro ricostruisce questa storia grazie all’ampia documentazione raccolta allora, dal vivo, da due operai della Sima protagonisti loro stessi in prima persona, Cesare Tittarelli e Paolo Mancini. Il Fondo Tittarelli, che è quello principalmente consultato dall’autore, è custodito dal Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi, del quale Cesare faceva parte; l’altro Fondo si trova presso l’Istituto di Storia del Novecento ad Ancona. Un terzo archivio, citato ampiamente nel libro, è quelllo custodito dall’ex sindaco Aroldo Cascia. Tra le citazioni riportare nel libro, poi, ci sono molti articoli di giornale nonché le testimonianze, raccolte negli ultimi anni, di alcuni protagonisti di quel consiglio di fabbrica.

Le letture dell’autore e delle lettrici di Arci Voce sono state accompagnate dalla proiezione di molte foto dell’epoca, trovate dall’autore nella documentazione consultata, e dalle canzoni della Vi Cunto e Canto band, tutte originali e alcune composte proprio per commentare alcuni momenti specifici raccontati nel libro, come la canzone “Treni alla stazione”, per ricordare gli oltre venti blocchi ferroviari alla stazione di Jesi, quando uno degli operai aveva l’incarico di salire sulla cabina dei macchinisti e dire “ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”.
La storia della Sima è diventata “La Simeide”, un’epopea moderna di operai di periferia, e “La Simeide” è diventata una storia da rappresentare, come uno spettacolo da condividere insieme.
(altre FOTO della serata, un articolo su QdM)

“La Simeide. Una lotta vincente”

Titolo: La Simeide. Una lotta vincente
Autore: Tullio Bugari
Casa editrice:  SeriEditore

GIOVEDÌ 31 ottobre ore 21.15, per l’ultimo appuntamento con Le Marche in Biblioteca edizione 2019, presentazione del libro sulla storia  della Sima di Jesi nel Novecento, con la ricostruzione della lunga vertenza tra gli anni Settanta e Novanta, la mobilitazione operaia, il supporto della città, le soluzioni.  Per l’occasione l’autore presenterà il libro con un reading, accompagnato dalle letture dell’Associazione Arci Voce e dalle canzoni della Vi Cunto e Canto band.

Dall’introduzione dell’autore:
«La Simeide» è la storia dal punto di vista degli operai nel senso che letteralmente l’ho ricostruita attraverso il loro sguardo, utilizzando i documenti prodotti e raccolti da loro giorno per giorno, da due operai in prima fila nel Consiglio di fabbrica: volantini, comunicati stampa, verbali di riunioni, articoli di giornali, documenti ricevuti dalla Direzione o dal Commissario straordinario, comunicazioni giudiziarie e avvisi di comparizione, telegrammi, e poi le loro analisi.
Le due raccolte sono in larga parte simili. Per comodità ho consultato principalmente il fondo di Cesare Tittarelli, custodito dal Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi, un gruppo politico di tradizione culturale anarchica di cui Cesare era un’attivista. Un militante. Nel libro cito questi documenti con la sigla AT: Archivio Tittarelli. L’altro fondo è di Paolo Mancini, custodito dall’Istituto di Storia del Novecento di Ancona, che cito con la sigla AM: Archivio Mancini. Cesare Tittarelli e Paolo Mancini erano amici e lavoravano insieme al Collaudo, e imitandosi uno con l’altro hanno fatto un lavoro pregevole di raccolta delle memorie, ai fini della loro ricostruzione e trasmissione. Ho consultato inoltre l’archivio di Aroldo Cascia, custodito da lui stesso, che fu Sindaco di Jesi dal 1975 al 1983, quando fu eletto Senatore, continuando a seguire la vicenda nei suoi risvolti parlamentari.

Anziché ricostruire i lineamenti generali della vicenda, da cui emergono di più i passaggi istituzionali di accordi siglati, impegni politici o decreti deliberati, ho preferito “il ritmo della cronaca”, cercando di ricostruire lo sguardo “in diretta” degli operai, perché erano immersi nella cronaca e vi agivano con le scelte da prendere giorno per giorno, basandosi sulle informazioni che riuscivano a raccogliere, e poi socializzavano con i loro comunicati diffusi a un ritmo quasi quotidiano (…)  seguendo il susseguirsi giorno per giorno delle assemblee, dentro la fabbrica o aperte in città, delle riunioni in Consiglio Comunale o in Regione o al Ministero, dei blocchi delle merci, degli scioperi, i blocchi stradali o ferroviari, le denunce ricevute, gli incontri con i partiti, le trattative con la proprietà, i documenti da valutare o scrivere, la costituzione della Cooperativa degli operai con il suo piano industriale, e più tardi il Comitato dei disoccupati, le trasmissioni in televisione e la miriade di iniziative – “non sapevamo più che cosa inventarci” mi diceva Giordano Mancinelli – si rende evidente il farsi carico degli operai, direttamente, della sorte propria e di quella dell’azienda. Non da soli, certamente, ma con loro al centro.

“La Simeide” è, dunque, la narrazione di una soggettività che altrimenti non emergerebbe, che si è formata nella pratica della democrazia e della partecipazione come modo di essere della propria identità. In questo modo quella storia si trasforma da “semplice” seppure importante vicenda locale, in un esempio di “lotta di classe dal punto di vista della periferia”. Una lotta vincente. Mi è sembrata un’epopea, e l’ho intitolata “La Simeide”.

Nella prima parte introduco il contesto generale. La prendo alla larga, da fine dell’Ottocento, dal giorno in cui nasce Vittorio Valletta, non per offrire una sintetica ricostruzione storica, che non servirebbe, bensì con la pretesa, ancora più ardua, di rappresentare le memorie storiche secondo uno “sguardo operaio”, perché è questo tipo di sguardo che mi occorre per inquadrare meglio le vicende della vertenza.

Nella seconda parte racconto queste vicende, procedendo in senso strettamente cronologico, anno per anno, dal punto di vista degli operai e insieme a loro della città, della politica e delle istituzioni locali, seguendo il formarsi degli eventi e il loro svolgersi. Inizio dal 1977, il primo anno in cui la crisi finanziaria diventa evidente e arrivo al 1988, l’anno in cui si mette fine ai tentativi di smantellare la Sima, e attraverso l’accordo con un nuovo proprietario si offre una nuova opportunità. La lotta ha vinto.

La terza parte riguarda l’applicazione di questo accordo. Alle lotte degli anni precedenti subentra la smobilitazione, il Consiglio di fabbrica si scioglie e la storia sembra diventare un’altra, le persone sono le stesse ma da un’altra angolazione. È ciò che accade dopo la vittoria. Il racconto va anche oltre il passaggio della nuova Sima Industrie alla multinazionale Caterpillar, e si conclude solo quando anche l’ultimo operaio della vecchia Sima viene ricollocato nel mondo del lavoro. La vittoria resta – come resta lo stabilimento che la Caterpillar, grazie anche al lavoro dei suoi operai di oggi, mantiene aperto ancora in via Roncaglia – ma ora è una vittoria con un altro retrogusto, che ha assorbito anche le singole vicende umane degli ultimi operai rimasti senza fabbrica e mai riassunti, ma che non si sono mai arresi e alla fine ce l’hanno fatta. E proprio per questo, quella vittoria mi sembra ancora più piena.

Nell’occasione di giovedì 31 il libro sarà presentato con un reading di letture e canzoni; accompagneranno l’autore l’associazione Arci Voce e i musicisti della Vi Cunto e Canto band; tra le canzoni anche  “Quei treni alla stazione” dedicata agli operai quando nei momenti più duri della vertenza bloccavano la ferrovia e poi chiedevano scusa alla città scrivendo “scusateci per quste forme lotta”.

Il libro “La Simeide” è stato realizzato con un contributo di Fiom Ancona e Spi Cgil Ancona, Istituto Gramsci sezione di Jesi e Arci Marche.

L’incontro con Cinzia Perrone (“L’inatteso”)

«Non è la carne né il sangue ma il cuore a renderci genitori e figli», è la citazione di  Schiller che Cinzia perrone ha scelto di inserire all’inizio del suo romanzo “L’inatteso”, presentato ieri sera giovedì 24 ottobre alla Biblioteca Planettiana, per il quarto incontro della rassegna Le Marche in Biblioteca 2019.

Nella conversazione che ha scambiato con Tullio Bugari l’autrice ha raccontato come il suo romanzo è nato, da quali stimoli della storia personale e familiare e in che modo questi sono stati riplasmati per offrire al lettore una storia dal respiro ampio, che si snoda su un arco di tempo di circa un secolo e attraversa quattro generazioni, con tanti personaggi diversi uniti da legami familiari e personali – uniti dal cuore, riprendendo la citazione inziale – e con i loro diversi modi di affrontare la vita e reagire alle difficoltà e precarietà, ma anche ricche delle loro aspirazioni, nella ricerca di una via per costruire una propria identità.

Il contesto sociale è quello di famiglie di cosiddetta umile condizione, che la vita se la guadagnano e per le quali la famiglia stessa consiste non tanto in un “blasone” o in una “proprietà” da tramandare, ma più direttamente nelle relazioni tra persone reali, con le loro forze e debolezze, le quali cercano comunque di darsi una mano e anche quando sembra che accettino passivamente  la condizione di subordinazione, in realtà non smettono mai del tutto di mantenere uno sguardo critico, di reagire. Certo, ognuno reagisce a modo proprio, chi in modo più resiliente e chi invece cerca di evitare, non manca nemmeno chi purtroppo accusa di più le difficoltà. Soprattutto quando non si tratta delle solite – si fa per dire – difficoltà quotidiane ma di qualcosa più incombente, che l’autrice definisce “l’inatteso” e ad un certo punto del libro lo descrive così: “L’inatteso ti sorprende all’imprrovviso alle spalle, è un vigliacco! Come una tegola che inavvertitamente ti piove dall’alto e ti prende in pieno; puoi cercare lentamente di rialzarti, restare per un po’ tramortito per poi riprenderti pian piano, o restare immobile nel dolore senza reagire.”

L’autrice ha concluso la serata leggendoci poi questo passo: «Ci sono momenti in cui si sperimenta il vuoto, si ha come la sensazione di essere appena entrati in una grande stanza spoglia dove il solo rumore è l’eco dei propri passi. Si perde l’orientamento perché le pareti sono tutte uguali e non c’è nessun mobile o elemento di arredo a cui appigliarsi. È in quel preciso momento che bisogna socchiudere gli occhi, fare un lungo respiro, riaprirli e iniziare a immaginare come dipingere quelle pareti, come arredare quella stanza per renderla vivibile e adatta alle proprie esigenze. Se l’universo ci offre il vuoto è per riempirlo di cose nuove, perché in quel momento è ciò di cui abbiamo bisogno. Il vuoto non è sempre buio, negatività, solitudine, ma anche possibilità di nuovi colori… più vivaci e freschi, facendo entrare nuova luce nella stanza.»

Nel corso della serata la conversazione con l’autrice è stata accompagnata dagli interventi musicali di Riccardo Lunardi, allievo di violino della Scuola Musicale Pergolesi e dalle letture di brani del libro di Maria Grazia Tiberi di Arci Voce, l’associazione che ha curato anche l’intera rassegna insieme all’associazione Licenze Poetiche e alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

L’inatteso, QUI alcune note sul romanzo. Di seguito altre foto della serata.

 

“L’inatteso” di Cinzia Perrone

Titolo: L’inatteso
Autore: Cinzia Perrone
Casa editrice: Marco del Bucchia editore

GIOVEDÌ 24 ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana incontro con Cinzia Perrone e il suo romanzo “L’inatteso“, per il quarto appuntamento con Le Marche in Biblioteca.
Un lungo racconto che attraversa più generazioni, dagli anni dell’Unità d’Italia, appena accennati ma che hanno quasi la forza di un imprinting per come quel passaggio storico avvenne – “Quelle famiglie erano l’esempio di come  riuscire a non far cambiare niente, pur se in quel momento storico stava cambiando tutto; poche persone prive di scrupoli riuscirono in questo intento, mentre ad altri meno accondiscendenti toccò una sorte peggiore…” – fino agli anni Sessanta del Novecento, dove approda questa storia o insieme di storie di più generazioni e tanti diversi protagonisti, di famiglie che crescono, di uomini e donne, bambini e adulti, bambini che diventano adulti talvolta in fretta e adulti meno resilienti di altri che faticano a esserlo. Di persone che si perdono ma anche si ritrovano. Destini che s’intrecciano un po’ come nei canovacci teatrali, dove lo schema più o meno si conosce, perché lo schema nella vita lo sappiamo già che si ripete sempre, ma mai nello stesso identico modo e così tocca improvvisare di volta in volta, tentando di reagire per il meglio che si può a ciò che accade, e non prevediamo, e che talvolta è perfino il risultato di nostre scelte non attente o consapevoli delle possibili conseguenze.

Siamo in una provincia del Sud, dove già la stessa Unità del paese può essere un evento inatteso, perché dell’inatteso ha il carattere della rottura con un equilibrio precedente – ma equilibrio di che cosa, e basato su chi? – e siamo anche in una società divisa, molto più chiaramente di oggi, in classi, quelle agiate e proprietarie che, soprattutto se prive di scrupoli, hanno solo da perpetuare la propria agiatezza e proprietà, e alterigia, anche attraverso i giusti matrimoni – “Soldi e potere, il connubio era perfetto…” – e la discendenza, ma qui l’inatteso può presentarsi in forme più private, meno evidenti, e che però proprio per questo è anche facile aggirare o addomesticare: “… ma il problema che avrebbe afflitto la coppia, portandola a varcare la soglia dell’orfanatrofio, non tardò a manifestarsi…”.    All’inizio l’inatteso sarà questo trovatello ignaro e innocente, come accadeva e o forse ancora accade, e così insieme a lui entrano sulla scena della storia anche altre classi sociali, più umili e ignare, di persone abituate a non tirarsi indietro e ad affrontare ciò che gli viene offerto cercando, comunque, di esserci. Qualcuno ci riesce un po’ meglio mentre qualche altro non è così resiliente. Oppure gli tocca il carico maggiore, nella forma dell’inatteso.

Il lungo racconto di Cinzia Perrone ci offre le storie di queste persone, che non mi sono mai sembrate del tutto sole e in balia di quell’ inatteso che travolge la precarietà delle condizioni di vita faticosamente raggiunte. L’inatteso certe volte si presenta nella veste di grandi eventi storici, come la Grande guerra, o la seconda guerra mondiale e il mercato nero. Altre volte le difficoltà nascono in modi più immediati, e anche dalla interferenza delle scelte, o dei capricci o dei tornaconti che provengono da quelle famiglie agiate e proprietarie, che hanno o pretendono di avere il potere di disporre degli altri. Di fatto è così. Il racconto di Cinzia Perrone non ha però l’enfasi della grande epopea di riscatto sociale propria dei grandi  processi o avvenimenti storici, che restano sullo sfondo di queste vite, e ai quali vengono dedicati solo pochi e veloci accenni, quel tanto che basta per rammentarcene.

L’attenzione mi sembra più direttamente rivolta ai singoli, persone semplici seguite nelle loro reazioni intime, nelle psicologie che si formano, nelle speranze, nei piccoli sogni di riscatto personale. Come se uscire dalla precarietà – che è sempre economica – significhi comunque costruire spazi di dignità. Di un’identità più piena, non soffocata. Sono diversi i personaggi che nel corso delle generazioni si passano questa staffetta, e ogni volta ho avuto l’impressione che quello che io stesso ho chiamato schema che si ripete, in realtà non si ripete mai daccapo. Ogni personaggio sembra avere ogni volta un bagaglio in più, maturato attraverso chi l’ha preceduto, e ogni volta che riceve la staffetta ci sembra più completo, anche più problematico nelle riflessioni Intime e nel suo modo di sentire, o di voler uscire fuori per esserci. Nei protagonisti più recenti avvertiamo l’eco di quelli precedenti, come se le storie dei singoli, dentro quel canovaccio di più generazioni, costituissero un potenziale da cui poter ancora attingere o proseguire. Lo stesso esito del romanzo sembra essere così sia un punto di arrivo che un punto di partenza, e sapendo oramai che l’inatteso non si fugge ma si affronta, senza escludere nemmeno che possa dipendere anche da noi, incubato da scelte che trascuravano un qualcosa, e che occorre capire, affrontare e liberare.

Cinzia Perrone, è nata a Napoli, ma residente ormai da dieci anni a Jesi, dove da qualche anno è attiva nella scrittura. Laureata in Giurisprudenza, attualmente ha trovato la sua dimensione nella scrittura, antica passione mai sopita.  Il primo romanzo “Mai via da te”, pubblicato dalla Montedit, è un racconto autobiografico di una esperienza della sua vita. Nel 2017 pubblica “L’inatteso” con Del Bucchia Editore. Ha da poco pubblicato una raccolta di racconti e poesie, “Annotazione a margine”, con la Lfa Publisher di Napoli.

L’incontro con Stefano Ambrosini, “Cratere”

Si è svolto giovedì 17 ottobre il terzo incontro della rassegna “Le Marche in Biblioteca“; ospite della serata Stefano Ambrosini, con il suo romanzo “Cratere”, editore Claudio Ciabochi, pubblicato quest’anno e presentato nello scorso maggio al Salone del libro di Torino, presso lo stand della regione Marche.
Insieme a Tullio Bugari ha partecipato alla conversazione con l’autore Tania Pisani, che nel mese di maggio intervistò Ambrosini al Salone di Torino.  Come promesso, il romanzo – che, dovendo usare un’etichetta può essere classificato anche nouir – si è dimostrato assai ricco di spunti di riflessione sul nostro mondo presente. Sullo sfondo le realtà sociali devastate dai processi di declino industriale e di abbandono – che lasciano orfane sul campo anche le ubriacature di un conformismo sociale iperlavorista e superficiale, secondo i canoni del consumo come fine o come distrazione – e all’estremo opposto la ricerca comunque da parte del protagonista della bellezza, nel senso delle opere migliori degli artisti e degli artigiani del territorio, che sono sempre il risultato di impegno talento e sensibilità verso la realtà è non sorte certo per caso.

La Bellezza si può cogliere dai dettagli, seguendo le tracce di ciò che sopravvive, i lavori pregevoli di artisti artigiani abbadonati, gettati via o svenduti superficialmente perché chi li ha non è più in grado di apprezzarne la qualità, è il senso. Portare in salvo la Bellezza da un mondo che scompare nella realtà proprio perché è già scomparso dalla nostra testa. Un mondo che non va soltanto scoperto o recuperato – o valorizzato usando una parola in voga – ma soprattutto messo in salvo, sottraendolo ai nuovi barbari del presente. Si dedica a questo il protagonista del romanzo, mentre si trova coinvolto nella trama di un noir.

Al centro dell’intreccio, che è comunque misterioso e da lasciare intatto alla curiosità del lettore, c’è infatti il protagonista solitario del romanzo, un personaggio di grande resilienza, che ci fa rivivere attraverso lui la dura realtà quotidiana dei tanti che nel mondo di oggi cadono vittima di un qualche ostracismo o “macchina del fango”, ogni volta che qualcuno, per motivi diversi, appare come una voce fuori dal coro.

Al centro della conversazione che ha animato la serata,  anche gli spunti da cui il romanzo è nato e la scelta del registro narrativo usato, la lingua, il tipo di sguardo, la sensibilità e il senso, la letteratutra come chiave di ricerca di dimensioni che altrimenti resterebbero nascoste, e che invece è capace – proprio attraverso le graffiature che la letteratura ci consente di fare: in non pochi passaggi del romanzo il protagonsita ci si mostra ironico, smaliziato, fa cattivi scherzi, è irriverente e a seconda dei nostri gusti personali perfino divertente – di provare a cercare un senso e un rapporto più diretto e intimo con il nostro mondo e le  potenzialità che contiene, anche quando occorre essere davvero caparbi per coglierle queste potenzialità.

La conversazione con l’autore è stata integrata dagli interventi musicali di Giovanni Brecciaroli, insegnante di canto e chitarra flamenca della Scuola Musicale Pergolesi, e dalle letture tratte dal libro, eseguite da Cristiana Carotti, Elisabetta Benedetti e Rosella Canari dell’Associazione Arci Voce. Letture, musiche e racconti, linguaggi ed espressività diverse per ritrovarci insieme ad approfondire gli stessi temi.

Tutti gli articoli della presente edizione di Le Marche in Biblioteca, sono consultabili QUI.

“Quelli che se ne vanno” di Enrico Pugliese

Titolo: Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana
Autore: Enrico Pugliese
Editore: Il Mulino, 2019

Articolo di presentazione di Enrico Pugliese, pubblicato il 10 ottobre 2019 su Rassegna.it

A partire dall’inizio di questo decennio, l’Italia è  interessata da una significativa ripresa dell’emigrazione verso l’estero. Si tratta di una nuova emigrazione, sia perché essa ha luogo dopo alcuni decenni di stasi dei movimenti migratori per l’estero, sia perché presenta caratteristiche diverse da quelle della grande migrazione intra-europea del dopoguerra, che aveva visto protagonisti i lavoratori italiani. Il nuovo flusso si è ormai stabilizzato e il numero di partenze ha raggiunto livelli che non si registravano dagli inizi degli anni settanta.

Tutto ciò autorizza per altro a parlare di un nuovo ciclo dell’emigrazione italiana: il terzo, come ho messo in evidenza nel mio libro “Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana” (Il Mulino, 2018). Eppure la problematica è assolutamente assente dal discorso pubblico nel nostro Paese, essendo l’interesse polarizzato sulla tematica dell’immigrazione. E questo è uno dei primi paradossi riguardanti la situazione italiana in materia di migrazioni internazionali. Perciò vale la pena di portare avanti un chiarimento sull’entità e la composizione dei due flussi: quello degli stranieri che arrivano in Italia e quello degli italiani che se ne vanno all’estero. Ciò consapevole del fatto che non è la sola consistenza numerica a determinare la rilevanza sociale e politica di un fenomeno.

L’impatto sulla società italiana dei due fenomeni è parimenti rilevante, ancorché in modo diverso. Ed entrambi ormai sono ben visibili nella realtà della vita quotidiana del Paese, mostrando sempre più chiaramente il carattere di crocevia migratorio assunto dall’Italia al centro dei processi di internazionalizzazione e segmentazione del mercato del lavoro. I cittadini stranieri residenti in Italia sono ora pari a 5 milioni e 250 mila, una cifra poco lontana dal numero degli italiani residenti all’estero, che sono 5 milioni e 114 mila. Per quel che riguarda aspetti e tendenze è bene precisare qualche punto interessante. Il flusso di immigrati in ingresso è formato da tre componenti. La prima è quella delle persone che entrano o che si registrano per motivi di lavoro (e questa in effetti da diversi anni è andata riducendosi fino a livelli molto bassi). La seconda, molto numerosa, è quella costituita da persone entrate per ricongiungimento familiare. La terza, infine, è rappresentata dai rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è andato aumentando nel corso dell’ultimo quinquennio man mano che si riduceva il numero di coloro che entravano per motivi di lavoro.

Insomma, in Italia – per quel che riguarda il lavoro – abbiamo un flusso di immigrati per lavoro che, stando ai dati ufficiali, si è ridotto durante la crisi e la successiva stagnazione, mentre è proseguito in maniera sistematica il flusso in uscita: quello della nuova emigrazione italiana. Le partenze annuali ormai da qualche anno superano le 150 mila con un dato molto importante: circa un terzo di quelli che partono sono stranieri. Si potrebbe dire “gente che va e gente che viene”. Ma non è la stessa gente.

Passiamo agli aspetti più caratterizzanti la nuova emigrazione e ai paradossi che essa esprime. Cominciando dalle provenienze e dalle destinazioni, ci sono due aspetti da notare: le partenze si indirizzano in larga misura verso un numero molto ristretto  di destinazioni, tutte – tranne la Svizzera – interne all’Ue. E questo è ben comprensibile, in quanto effetto del processo di integrazione europea: processo ormai da qualche anno a rischio a causa delle tendenze sovraniste in atto (non solo la Brexit).

Ciò che stupisce riguarda invece le aree di provenienza. Le regioni italiane che danno il maggior contributo all’emigrazione non sono le più povere del Sud, bensì – con la parziale eccezione della Sicilia – quelle più ricche e sviluppate del Centro-Nord, a partire dalla Lombardia e dal Veneto. Questo interessante paradosso è solo apparente e si spiega anche con la più complessa composizione del flusso che parte dal Nord. Ma la spiegazione più importante sta nel fatto che il movimento migratorio dal Sud ha una duplice destinazione: verso le regioni del Nord e verso l’estero. Il primo è assolutamente maggioritario e la sua ripresa ha avuto inizio prima del ritorno dell’emigrazione all’estero.

Il terzo e ultimo paradosso riguarda la composizione del flusso dal punto di vista sociale e del capitale umano. C’è nel flusso in uscita un’assoluta prevalenza della componente giovanile e una notevole componente a elevato livello di scolarizzazione. E questo secondo aspetto ha fatto molto parlare di “fuga dei cervelli” o di brain drain. Il fatto è che si ritiene che i giovani altamente scolarizzati rappresentino la componente  maggioritaria, mentre in realtà essi sono poco di un quarto del totale dei nuovi emigranti. Eppure su di loro, “sulla fuga dei cervelli”, si concentra l’attenzione, tralasciando le altre componenti, quelle di origine popolare, destinate alle occupazioni di più basso livello (“le braccia in fuga”). Per queste ultime le condizioni sono più problematiche rispetto all’emigrazione del dopoguerra e le prospettive, relative all’ipotesi di un rientro, ancora più scarse.

Entrando nel merito delle implicazioni di questo flusso migratorio per le aree di partenza, l’aspetto di maggior rilievo è quello demografico. Su questo piano la grande migrazione del dopoguerra ebbe effetti assolutamente positivi, nella misura in cui permise un alleggerimento della pressione demografica, mentre il riequilibrio della struttura demografica veniva garantito dall’elevata natalità. Oggi l’emigrazione aggrava gli squilibri demografici, dando luogo nelle aree interne a veri e propri processi di spopolamento. E che dire del paradosso (l’ennesimo) relativo alle rimesse degli emigranti? All’epoca aumentarono il grado di benessere materiale dei ceti più bassi delle regioni del Sud, oggi questo non si verifica più: al contrario, si registra una direzione in senso inverso delle rimesse: non sono  gli emigranti che inviano il loro contributo alle famiglie, ma le famiglie che inviano aiuti ai congiunti emigrati.

In ultimo la questione del lavoro, che è quella più seria. La composizione occupazionale dei protagonisti della grande emigrazione del dopoguerra era contadina e proletaria,  la destinazione occupazionale era prevalentemente operaia. Ora le occupazioni sono diverse e molteplici, anche di livello alto per i più scolarizzati. Ma una situazione di precarietà riguarda sia le occupazioni della fascia bassa che quelle della fascia occupazionale alta. Nell’area dei mini jobs e dei lavori precari o privi di protezione sindacale la presenza degli immigrati (italiani compresi) è preponderante in tutta Europa. Anche i benefici del sistema di welfare hanno cominciato a ridursi per i lavoratori stranieri.

Tutto questo richiama alla necessità di una politica riguardante l’emigrazione, innanzitutto incentivando le “non-partenze”. E su questo il punto principale riguarda le politiche economiche per l’occupazione (e non le politiche attive del lavoro tese ad adeguare un’offerta sovrabbondante a una domanda di lavoro che non c’è). Ma c’è anche da sviluppare una politica di difesa e protezione degli emigranti all’estero, rafforzando il lavoro degli uffici consolari in questo ambito, rafforzando e finanziando le strutture di rappresentanza degli emigranti e le loro associazioni e  stimolando infine le attività di patronato. Tutto questo passa per la presa di coscienza della rilevanza del fenomeno.

Enrico Pugliese è professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza Università di Roma

“Cratere” di Stefano Ambrosini

Titolo: Cratere
Autore: Stefano Ambrosini
Casa editrice: Claudio Ciabochi editore

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15, incontro con l’autore al terzo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi.

Nei commenti al libro ho letto più volte l’etichetta Noir. Certamente non è fuori luogo ma da usare magari con cautela. A scanso di equivoci consulto il dizionario Treccani:  Noir, detto di opera letteraria o cinematografica basata sulla narrazione di vicende cruente e misteriose. Il misterioso c’è, questo è vero, ma qualsiasi storia può essere misteriosa per noi curiosi prima che l’autore ce la sveli un poco alla volta nel modo che lui ha deciso – o forse è il protagonista che lo ha deciso il modo? –  e riguardo al cruento… magari c’è anche quello, sì, ma forse è ancora più complicato, e non ho voglia di riprendere subito il dizionario.

Inizio a leggere le prime righe del libro:  «Nelle notti interminabili trascorse senza sonno, o in un sonno disturbato, mi capita di fare sogni atroci, che non è necessario riferire. Uno di questi però merita di essere raccontato. Devo disputare  un incontro di boxe…» e così via, un sogno di per sé misterioso, e che certo non nasce dal nulla ma il cui rapporto con la realtà, come ben sappiamo non solo da Freud ma da sempre, è  piuttosto complesso ma di sicuro esiste, e forse non basta solo un’intepretazione del sogno, occorre invece conoscere davvero quella realtà sottostante, guardarla bene prima se vogliamo averne chiari gli effetti dopo. E così mi sono immerso in questa storia, che mi è apparsa subito come una distopia, ma non rivolta al futuro (qui ritorno al Treccani:  Distopia, previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali eccetera). Mi è sembrata, piuttosto, una distopia del tempo presente, della nostra realtà immediata, ora e qui, nella quale ciò che normalmente accade  avviene comunque con certi ritmi più o meno lenti, o in spazi piuttosto ampi e non vicini a noi, oppure abbiamo anche qualcosa sopra agli occhi a coprirci. Immaginate invece che il ritmo del loro accadere e lo spazio in cui tutto accade si concentrino, accelerando, come nella caduta a spirale dentro un imbuto, e quindi le percezioni si esasperino. Anzi, non le percezioni, ma è la realtà stessa a esasperarsi, e le percezioni – o forse gli stessi sogni? – tendono a divenire sempre più reali e l’apparenza prende corpo.

Arrivo alla seconda pagina del libro, dove è sempre il protagonista che parla, lo fa dalla prima all’ultima riga, è il suo racconto quello che seguiamo: «La città in cui vivo si sviluppa tutta all’interno di una vallata a forma di cratere.»  Qui faccio una pausa. L’autore è di Fabriano e potremmo quindi riconoscervi subito questa città, anche per la sua realtà attuale fatta di dismissioni industriali e declino, o in generale anche per l’immagine più o meno stereotipata che ne abbiamo sviluppato negli anni, ma a sostegno dell’autore interviene il protagonista il quale subito precisa, anche se in un modo un po’ sornione e finto mascherato sembra che non voglia discostarsi troppo da quell’immagine: «È una piccola città come tante, abitata da persone operose che hanno vissuto  e che vivono del culto  del lavoro…. Anche la mia vita era come quella di tanti altri, fino a un paio di anni fa. Le cose  sono cambiate rapidamente e nel giro di poco tempo ho perduto tutti quelli che consideravo i punti fermi della mia esistenza, tutte le solide certezze di un uomo comune, sarebbe meglio definire ordinario…»

Da qui in poi il nostro protagonista diventa via via sempre meno ordinario e sempre più straordinario. Oppure, è ciò che gli sta attorno che ci appare via via più straordinario, nella sua ordinarietà? O magari anche perché noi stessi iniziamo a guardarlo questo mondo, scrutarlo con altri occhi, iniziamo a entrare dentro lo sguardo del protagonista? Che è diverso dal nostro, o soltanto più attento, qualcosa lo ha reso più acuto, e così ci offre profondità diverse, come in quelle vecchie sale con i film 3d, quando ci mettevamo sugli occhi quegli occhiali con le lenti colorate, e con la dimensione in più qualcosa accade anche dentro le nostre percezioni, ma lentamente, attraverso tutti i passaggi e i dettagli che ci vogliono: «Da un po’ di tempo la mia giornata  inizia verso le cinque di mattina, l’ora in cui di solito mi alzo…. esco a passeggiare, è una vecchia abitudine di quando avevo il cane. Percorro tutta la strada ad anello che circonda il centro storico… anche oggi sono uscito alla solita ora e non ho potuto non notare sul portone di casa mia la scritta “L’HAI AMMAZZATO TU” fatta con vernice spray rossa, ancora fresca.»  Insomma, tra i suoi concittadini c’è chi si diverte a tormentarlo e per farlo non rinuncia ad alzarsi dal letto anche prima di lui; che cosa sognino però non lo sappiamo, noi vediamo la storia solo dall’angolo visuale del protagonista, siamo con lui, che inizia a raccontarci: «Non sarebbe possibile comprendere la sequenza degli eventi che mi hanno portato a vivere nelle mie attuali condizioni se non cominciando dall’inizio, da fatti successi molti anni fa. È uno sforzo  che devo compiere ogni mattina, se voglio trovare la motivazione e l’energia per affrontare la realtà che ho intorno. Per ricordare a me stesso i motivi di questo vivere alluccinato. Ma, come dicevo, l’inizio della vicenda si colloca in un passato così remoto che la memoria necessita di un aiuto… »

Non so se in genere un Noir inizia così, o se debba esistere un genere. Questi che ho riportato sono solo alcuni degli ingredienti, nemmeno tutti, che troviamo nelle prime pagine, non ne anticipo altri di tutti quelli che si incontrano nel corso della storia, e sono molti, perfino tracce di utopia e di una tenerezza che richiede tenacia per essere afferrata, affiorano qua e là in questa incipiente distopia, mentre del Noir a mio avviso avvertiamo il respiro di qualcosa di sospeso, e forse poco altro, però fino all’ultima pagina, mentre osserviamo invece prendere corpo le tante facce della realtà, dove l’ordinario e lo straordinario del tempo presente si intrecciano, e perfino s’invertono,  e per raccapezzarsi occorre restare lucidi, resilienti – e il proganista ha una resilienza tutta sua, alimentata da una sostanza che si svela molto lentamente – ed è la resilienza ciò che comunque ci collega alla realtà, anche quando questa ci procura insofferenza. Dipende da noi? Dalla realtà? Da che cosa? E che cosa è accaduto al protagonista, che cosa deve ancora raccontarci? Di cosa lo perseguitano? Più che l’impazienza per la svelamento che il Noir in coerenza alla sua etichetta promette di svelarti nelle ultime pagine, mi sono lasciato identificare in questo protagonista resiliente, legato a ricordi potenti come assenze incolmabili e al tempo stesso con una capacità solida di non perdersi mai di fronte ad una traccia, coglierne il senso, anzi la bellezza per usare la stessa precisa parola, e preoccuparsi di difenderla, preservarla, dal ciò che è mediocre, banale, ignorante, o cattivo. Il tutto restituito con un tono narrativo nel quale il protagonista non rinuncia mai, nonostante tutto, ad una malinconica ironia. In alcuni passaggi, certe descrizioni di situazioni sociali, o culturali  mi sono apparse addirittura divertenti, per la loro irriverenza e per gli sprazzi di libertà che il protaganista si prende, e in alcuni episodi mi pare di avere riconosciuto addirittura situazioni ed eventi di cui m’è capitato d’essere spettatore, ma nella mia città.  Insomma, all’ombra del Noir, probabilmente avremo tante cose di cui parlare nell’incontro con Stefano Ambrosini, l’autore di “Cratere”.

Stefano Ambrosini è nato a Fabriano il 21/11/1970, insegnante di letteratura nella scuola superiore. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni nell’ambito della fotografia d’autore, le più importanti sono: “Intorno al Centro” (2002), “Scene di vita quotidiana” (2004) e “Amarica” (2008). Questo romanzo è la sua prova d’esordio.

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

È la calma dell’algebra, è il potere di pensare (l’incontro con Lorenzo Fava)

Poesie, musica e letture, conversando con il poeta Lorenzo Fava, introdotto da Alessandro Seri, per il secondo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi, ieri sera 10 ottobre 2019.

Il rapporto dell’io con la poesia, da dove nasce la poesia e come, che cosa c’è dietro al cammino che il poeta ha percorso, attraverso la lettura delle poesie di altri o il guardare dentro se stessi o le esperienze dirette del proprio vivere, scrivere cercando le parole perchè poi la poesia è lingua e parola, le parole più adatte per interrogarsi, porsi domande, leggersi bene.

Con rigore e con lavorio paziente, un po’ come fa un artigiano quando plasma la materia ricorendo alla conoscenza dei materiali e delle tecniche, e all’attenzione delle proprie mani mentre danno forma all’idea che già intravede nella sua immaginazione, e che non prende vita per caso, il talento deve rispettarlo e coltivarlo, e alla fine il risultato viene condiviso nella relazione con gli altri.  “Lei siete voi”, il tiolo del libro e di una delle due raccolte che il libro contiene, dove “Lei” può essere anche la poesia, la parola, e quindi lo stesso pubblico è quella parola e quella esperienza, dove il poeta e il pubblico che ascolta sono insieme.

E così abbiamo fatto, conversando dentro questa bella cornice di libri che è la Biblioteca Planettiana, con Lorenzo Fava che aveva bisogno di stare in piedi e muoversi davanti al tavolo scendendo dalla pedana per parlare della sua poesia, e raccontarci il suo lavoro e la sua esperienza, compresa quella del contatto con un editore interessato che ti apprezza e ti diffonde – in questo caso LietoColle, che nel suo sito scrive “privilegiamo l’originalità, la ricerca e il valore della loro scrittura, non tanto quindi la consueta notorietà dei soliti nomi, per questo continuiamo a investire su scritture emergenti e opere prime” e sottolinea “LietoColle considera la preziosità del singolo libro, perciò abbiamo ridotto la quantità delle pubblicazioni intensificando rigore e passione ma anche suscitando creativamente occasioni per la poesia e la sua diffusione.”

E poi naturalmente Lorenzo ci ha letto direttamente alcune sue poesie perché la poesia va innanzitutto letta, ha bisogno della sua sonorità, come un respiro che possiamo sentire. Nel corso della conversazione, come siamo abituati nei nostri incontri, anche interventi musicali per riprendere e rilanciare questa sonorità, cammminando fianco a fianco: ieri sera erano con noi due giovanissimi allievi della Scuola Musicale Pergolesi, Chiara Santinelli e Michele di Pietropaolo, che al flauto ci hanno fatto ascoltare tre brani: “Colinette au bois s’en alla” di Francois Deviene, “Allemande” di Claude Gervaise e “Valzer” di Enesto Köhler.  E inoltre, la lettura di alcune poesie a cura di Luigina Tantucci, Nives Maria Piazza e Rosella Canari, del gruppo Arci Voce,  e quindi persone diverse dall’autore. Ho chiesto a fine serata a Lorenzo che effetto fa ad un autore ascoltare le sue poesie lette da altri e ne è nata una breve ma interessante conversazione diretta tra lui e le lettrici, quelle stesse sensibilità osservate e ascoltate anche da altre angoli di sensibilità e di sguardo. Una prospettiva in più, immagino, per lo stesso autore.

Alcune delle poesie lette durante la serata:

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

***

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

***

Fanno di tutto per costringerci
a lotte nel fango, divide et impera
è il loro motto. Il popolo è un’arma
con la sicura, non capisce, è il potere
di pensare ad essere il solo scudo
a poterlo salvare. Parlate di insiemi,
banchi e corde, ma per primi
emettete giudizio sul diverso.
Ecco, in virtù di questo scrivo
di mio pugno rime schiette.

“Lei siete voi”, di Lorenzo Fava

Titolo: Lei siete voi
Autore: Lorenzo Fava
Casa editrice: Lieto Colle

Giovedì 10 ottobre alle ore 21.15, per la seconda serata con Le Marche in Biblioteca 2019, incontro con LORENZO FAVA e la sua raccolta di poesie “LEI SIETE VOI”;  converserà con l’autore Alessandro Seri; letture di poesie a cura di Arci Voce, interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi, con gli allievi di flauto Chiara santinelli e Michele Di Pietropaolo. L’incontro si svolge alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

«Come sempre detto, un verso che si forgia nel fuoco dell’umana esperienza, che si dibatte tra acuti violenti e teneri schianti nel dolore di affrontare il baratro quotidiano. Un lavoro intenso riuscito sulla parola e la visione. Bravo.» (commento di Marco di Pasquale, dal blog Carteggi inediti)

«Lei siete voi è un titolo che a impatto crea nel lettore l’aspettativa del canzoniere amoroso. Il lei fa pensare a una o più muse, a un harem felliniano. Ma nella seconda parte Lorenzo rigira il gioco: Lei è la poesia. Questa silloge è una grande dichiarazione d’amore per la poesia, da parte di un poeta che vive quest’arte in maniera viscerale. Tra le sue caratteristiche la cura del ritmo e il messaggio che arriva come un pugno». (introduzione di Jacopo Curi ad un reading poetico ad Appignano).

***

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

*

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

*

Tu non sai nei cimiteri quanti passati
sorridono, esultano forse più morti che vivi.
O almeno nell’idea che la vita sia per le strade,
negli uffici, sui balconi. Tu non sai.
non ti è dato saperlo forse, tra i rovi
delle discussioni, nei vortici delle apparenze,
nelle cabine telefoniche agli incroci.
Ma ciò non toglie a quelle bare così tristi
di rovesciare le sorti della terra
tanto scure da lasciarci
spesso i soli a capo chino in ogni mondo.

*

La potenza degli avverbi,
le composizioni numerate,
la prima scrittura che tutto vede:
cento poesie mi separano dal tuo campo

le riporterò tutte alla portata della voce.

*

In confidenza ti dico
prova a volermi come una costa di fiato
che inverte il senso del vento,
oggi conto la pressione
con cui premo sul foglio perché scoppi
mentre la marea sale parallela
nella baia della tempia sotto sforzo.

*

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno ‘94, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con Il Resto del Carlino e Seri editore. Sue poesie sono apparse su Poetarum Silva, Yawp, Arcipelago Itaca blo-mag, Carteggi Letterari, Critica Impura, Inverso, Poesiaultarcontemporanea e Nuova Ciminiera.. Ha un libro edito (Licenza di uccidere, Cinquemarzo 2017).