Le Marche in Biblioteca 2021

Quel maledetto Vronskij

Titolo: Quel maledetto Vronskij
Autore: Claudio Piersanti
Casa editrice: Rizzoli

Giovedì 21 ottobre alle 21.15, conversazione con l’autore; terzo incontro della rassegna le Marche in Biblioteca 2021.

“Claudio Piersanti, Quel maledetto Vronskij”, Luigi Grazioli su DOPPIOZERO del 7 aprile 2021.

Giovanni è un tipografo di mezza età che dopo il licenziamento dalla grande azienda in cui lavorava, ha aperto una piccola attività in proprio per poter continuare il lavoro che costituisce la passione della sua vita. È un uomo mansueto, tanto gentile da avvertirlo come una debolezza, sposato con Giulia, una donna intelligente e ancora molto bella, che non ha mai capito come avesse potuto scegliere e amare intensamente proprio lui. La coppia vive in grande armonia e tranquillità in una villetta suburbana, con un piccolo giardino che lei cura amorevolmente, finché un giorno “il male [entra] nella loro casa”. Giulia si ammala gravemente e la malattia, anche se viene apparentemente superata, lascia dei segni nel loro rapporto che però entrambi, delicatamente, cercano di nascondere all’altro. Fino a che un giorno Giulia sparisce senza motivo né spiegazioni, dopo che la notte prima avevano fatto l’amore con grande tenerezza. Allora per quell’uomo in fondo semplice che è Giovanni (ammesso che un essere umano possa essere semplice), comincia un periodo di disorientamento totale, che lui cerca di controllare perseverando nella sua routine. Un giorno, per occupare il tempo e tener vivo il ricordo, decide di scegliere a caso uno dei libri della moglie, grande lettrice al contrario di lui che ha sempre e solo letto le pagine che doveva comporre badando unicamente alla corretta forma linguistica e tipografica, e di copiarlo tutto, per farne un libro unico, bellissimo, curato in ogni dettaglio, per quando lei tornerà. Mentre lo ricopia con sempre maggiore partecipazione, gli sembra di trovare nelle sue pagine una specie di premonizione di ciò che sta vivendo. Il libro è Anna Karenina, che come è noto ha uno degli esordi più famosi di tutta la storia della letteratura (”Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice invece è infelice a modo suo”), che a mio parere è stata una delle molle che hanno indotto Claudio Piersanti a scrivere questa storia, per verificare quanta verità la sentenza contiene. A colpire Giovanni però non è la protagonista, che non assomiglia per nulla alla moglie scomparsa, quanto la figura di Vronskij, il seduttore di Anna, che si insinua nel suo mondo mentale come incarnazione di tutto ciò che lui non è, bello brillante e affascinante, e che può aver allontanato da lui la donna che continua ad amare più che mai.

Pian piano Giovanni quasi senza accorgersene sovrappone ciò che gli capita a ciò che trascrive (come lo scrittore ha presente ciò che ha letto quando scrive, fosse pure nella forma dell’oblio): trova nel libro di Tolstoj, in filigrana, alcune delle situazioni che sta vivendo e gli strumenti per cercare di capire, naturalmente in modo illusorio e arbitrario. Perché ciò che vive è effetto più di ciò che immagina, che di ciò che sa; e lui immagina sul filo non della realtà, ma di ciò che è scritto. Vronskij diventa la chiave per provare a interpretare prima ciò che immagina accada alla moglie, poi quello che accade dentro di lui, e infine cosa a tutto questo è sotteso, come destino. Dallo statuto di personaggio passa a quello di strumento ermeneutico, assurge a simbolo polivalente, a categoria, e quasi a entelechia. È la personificazione della minaccia, dell’inquietudine, dell’elemento senza coscienza morale che incombe, stravolge e porta alla distruzione. Alla fine troverà il suo vero nome, che non rivelo per la ferrea legge antispoiler. (La morte, detto in camera caritatis.)

Quel maledetto Vronskij, che racconta questa vicenda, è un libro struggente, senza contenere un solo passaggio sentimentale. Si tratta del resto di una caratteristica di Piersanti, che non si ritrae davanti ai temi forti, e anzi li va a cercare, e li affronta, sempre, insieme con adesione e distacco. Li prende sul serio, cioè, e proprio per questo se ne discosta per guardarli in faccia, con forza pacata, che però non ha nulla della distanza cinica, che semmai è presente solo nelle parole di alcuni personaggi. La voce narrante è impersonale, onnisciente, anche se prevale in buona parte del libro (dei libri di Piersanti) una specie di focalizzazione interna a uno o due dei protagonisti, di cui vengono seguiti moti d’animo e pensieri con una specie di discorso indiretto semilibero, se mi è concessa l’approssimazione: cioè libero nelle associazioni dei pensieri di personaggi, ma filtrato da una prosa asciutta, cadenzata in un ritmo di grande presa proprio in quanto piano, misurato nel tono, ma non freddo né mai sopra le righe nemmeno nei momenti più aspri, che evita sistematicamente la tentazione di sussulti vistosi e la ricerca di detti memorabili, nel senso letterale di questo termine. Vertici che non mancano, ma che nella lettura passano inavvertiti e arrivano a segno solo dopo, con un sottile quanto incisivo effetto di ritorno. Lo stile, in questo libro più che in altri, pur severo, è soffuso di tenerezza, oggettivo e al contempo partecipe; la sofferenza, i dubbi e le trepidazioni di Giovanni hanno la sua voce, che però giunge a noi smorzata, raccontata dall’esterno in virtù non solo della prospettiva “oggettiva” adottata da Piersanti, ma ancor più dal fatto di non essere disgiunta, come gli altri sentimenti del resto, dalla minuzia discreta della narrazione degli eventi quotidiani e dei gesti e dei luoghi. La scelta della terza persona, apparentemente tradizionale, che incornicia e dà il tono alla parziale focalizzazione interna laconica come la personalità del protagonista, è funzionale a questa resa. Perfetta, senza sbavature, senza una parola superflua, come avviene in quello che secondo me resta il capolavoro di Piersanti, Luisa e il silenzio.

Anche la sintassi contribuisce all’arginamento del sentimentalismo che l’argomento del libro potrebbe favorire, e del lirismo che pure è presente, quasi reticente ma intenso, specie quando lo sguardo si dirige sulla natura. Il ritmo è scandito da frasi brevi, ma non elementari se non nel senso di essenziali; la scarsità di concatenazioni e di subordinate anziché sintomo di piattezza o ricerca forzata di linearità, è l’effetto primario di uno stile ellittico e direi concentrato, dove il tasso di taciuto (di silenzio) si arricchisce di tutte le relazioni possibili. Il risultato è una scrittura piana, ma tutt’altro che semplice. La lettura richiede una certa lentezza: impossibile pattinare da una frase all’altra, correre a ciò che succede, perché ciò che succede non è tanto, e in mezzo c’è tutto. Invece di un flusso il lettore si trova di fronte a un susseguirsi di monadi, ciascuna conclusa e perfetta, che spetta a lui mettere in relazione, ma in modo autonomo, richiesto, e quasi imposto, dal ritmo stesso della narrazione, pacato e implacabile, che nella elementarità della sintassi semplice e perlopiù paratattica trova l’impulso, anziché l’ostacolo. Come se la punteggiatura avesse una sua temporalità continua, diversa da quella pausata o anche sincopata che a volte la brevità produce, un suo armonico respiro privo di sbalzi e cadute.

L’assenza di commenti, e di ogni dimensione meta- tipica di tanta narrativa modernista e contemporanea, non esclude, per esempio, la possibilità di una lettura in tal senso almeno per alcuni aspetti della figura del protagonista. Infatti è difficile non leggere nella professione di tipografo del protagonista, così ossessionato dalla correttezza dei testi e dalla perfezione dell’impaginazione un’immagine dello scrittore, non per forza autobiografica. E nel suo licenziamento a causa delle innovazioni tecnologiche, così come nel suo declassamento fino all’abbandono della piccola bottega tipografica artigianale un‘allusione alla perdita di ruolo e di significato dello scrittore.

E ancora nel quasi religioso, monacale, lavoro di copiatura di uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale l’allusione più che quella esplicita alla devozione per la bellezza che ogni attività artistica comporta, a quella alla memoria e al confronto con le opere del passato per cui l’agire artistico passa pur senza farne diretto oggetto di riflessione all’interno dell’opera. Giovanni si limita a copiare, Piersanti si confronta. E scrive la storia di un matrimonio per quanto possibile felice. Cosa dichiarata noiosa da Tolstoj, con la sua sentenza diventata cliché universale, come peraltro meritano il suo sensazionalismo e la sete di applausi implicita. (Certo che colpire colpisce, però!)

Piersanti invece con questo libro sembra voler smentire Tolstoj. Quella che racconta è la storia di una coppia felice, una coppia piccolo borghese, presa nella sua medietà e mediocrità (nell’eccezionalità che in ogni medietà si cela e che a nessuno viene in mente di cercare), senza nessuna inflessione di ironia, da cui del resto Piersanti si guarda bene in tutte le sue opere, per quanto crudeli possano essere le storie che racconta: gli ideali di fusione che la coppia di sposi persegue e nel complesso raggiunge, la creazione di un piccolo mondo chiuso, a sé (amore, casa, famiglia, lavoro, svaghi, ambizioni, con poche amicizie fedeli e di lunga data), autosufficiente (persino la lontananza della figlia che ormai vive all’estero è vissuta senza patemi: così è, così stanno le cose…), non hanno nulla di meschino, sono ciò che hanno deciso insieme di perseguire e che fanno di tutto per raggiungere, in modo quieto, nonostante amarezze anche intense, come il licenziamento di Giovanni da un lavoro in cui aveva riposto tutte le sue ambizioni e la malattia di Giulia. Giovanni e Giulia sono la coppia scissa di Aristofane che ha avuto la fortuna di incontrarsi e non ha nessuna intenzione di lasciarsi più dividere, che trova modo di vivere questa fusione pur mantenendo ciascuno la propria personalità, fino all’arrivo di quello che Giovanni chiamerà Vronskij, e più ancora dopo, superata la separazione: le prove che ne scaturiscono, e la sua minaccia sempre incipiente e che prima o poi tornerà (ma non è detto che dovrà essere una catastrofe a cui passivamente soccombere), quando le sue metamorfosi a partire da quella iniziale della gelosia riveleranno il suo vero volto di morte con la paura che essa comporta, alla fine verranno riconosciute e affrontate, non insieme, perché infine ognuno deve affrontarle da solo, ma uno accanto all’altra, ciascuno sapendo e accettando la presenza dell’altro.

C’è sempre un Vronskij che mina la felicità. A cominciare dal Vronskij insito nell’idea stessa di felicità. Non esiste la famiglia felice, soltanto un osservatore superficiale ne vede qualcuna, e la vede perché vuole vederla, per invidia, per sarcasmo, o per darsi un’illusione, e un obiettivo. Ogni famiglia è infelice, in diverso grado. Per fortuna esiste l’oblio. La cancellazione, la tolleranza, la pazienza. E pure l’amore: la nebulosa di cose che questa parola contiene, e che quindi è opportuno evitare. (Evitare di nominare, beninteso…)

Soltanto i romanzieri dell’800, e i loro eredi odierni, fanno ancora queste distinzioni. Non si occupano di quelle che a loro sembrano famiglie felici perché appunto le trovano monotone, cioè senza niente di particolarmente attraente da raccontare, e pertanto, più o meno apertamente, le disprezzano. Non c’è luogo, in esse, per le emozioni forti, che bramerebbero i lettori, o loro stessi che non sanno scrivere altro. Ma ogni giorno è un susseguirsi di colpi di scena. Ogni giorno c’è il dolore; e la morte all’orizzonte. Ogni giorno qualcosa manca, affanna, preoccupa, si incrina e minaccia di spezzarsi e difatti si spezza, anche nelle relazioni cosiddette felici. Anche senza fare troppe scenate o clamore. Senza altro rumore che non sia quello avvertito da colui o coloro per i quali quella cosa, minima o grande, si spezza, da colui e coloro che sono incrinati e spezzati.

C’è la sofferenza, che spesso resta inespressa e a volte si nasconde per volerla risparmiare all’altro, che invece soffre di non poterla condividere e si sente escluso proprio laddove vorrebbe poter far sentire la propria presenza, intervenire, alleviare se non curare. Non tutto può essere detto, eppure è proprio questo silenzio a essere più doloroso. A escludere la comunanza, l’intimità da cui pure era nato. E chi così esclude, al pari di chi è escluso, come Giulia e Giovanni, soffre di questa esclusione e non sa come venirne a capo, e in tal modo approfondisce tanto l’esclusione che il dolore. Allora cerca nel silenzio qualche possibile spiegazione, ma nessuna è all’altezza né di chi tace e se ne è andato, né di chi non fa che pensarci e vuole un senso per l’abbandono. Tanto più che, come Piersanti scriveva già nel precedente, potente, La forza di gravità, “non ti abbandona mai uno soltanto, a un certo punto ti abbandonano tutti”. Ma poi “[d]opo l’abbandono viene la forza”.  A volte, quanto meno. Perché anche qui risiede la possibilità, se non di una salvezza, almeno di una diversa, nuova, e forse più matura, condivisione, senza parole, dopo che le poche indispensabili saranno state dette, ancora inquieta, ma per l’altro, non per sé, quasi serena, accettata. Piersanti racconta questa storia. Il suo libro è bellissimo.

 

L’incontro con Sergio Sparapani

Si è svolto ieri giovedì 14 ottobre il secondo degli incontri in programma con Le Marche in Biblioteca 2021. L’ospite della serata è stato Sergio Sparapani, autore del libro  Le dieci battaglie della storia di Ancona ; ha conversato con lui Tullio Bugari dell’associazione Arci Voce; hanno accompagnato la serata gli interventi musicali di Katia Luzi, insegnante di fluato della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi,  e le letture di alcuni brani dal libro eseguite da Rosella Canari e Elisabetta Benedetti, dell’associazione Arci Voce.
Ecco di seguito alcune foto della serata e il VIDEO registrato dell’intero incontro, e una parte di uno dei brani letti, dal capitolo nove “La campagna dei bombardamenti”, una parte del libro dove non si racconta una battaglia in senso stretto, militare, con assedi assalti e combattimenti, di comune c’è soltanto la distruzione, questa volta a causa dei bombardamenti aerei, e, sotto, una tragedia che per tanti aspetti non è stata ancora del tutto assimilata.

«Ancona, 2 novembre 2013, dopo settanta anni e un giorno, riapre il “tunnel della morte” di Santa Palazia. Al mesto pellegrinaggio partecipa una moltitudine di persone. I cittadini anconetani paiono volersi riappropriare della propria storia e del sito che più ha rappresentato una cesura nella memoria cittadina. Sfilano i reduci della tragedia avvenuta quando alcune bombe sfondarono la volta marnosa che copriva il rifugio e uccisero, in gran parte per soffocamento, più di settecento persone, inclusi tantissimi ragazzi, ragazze, bambine e bambini del quartiere più antico della città. Informati dal tam tam comunicativo, si presentarono, accanto a non pochi giovani, persone anziane con lo sguardo assorto e fiumi di lacrime pronte a sgorgare dagli occhi. C’era l’unica orfanella che si salvò perché, quel primo novembre 1943, si trovava in punizione e dovette rimanere in istituto, c’era l’uomo che nel tunnel aveva perso i tre quarti della sua famiglia mentre lui, per uno scherzo del destino, decise di nascondersi al Duomo e non nel rifugio “dei carcerati” dove correva ogni volta che squillava la sirena, e c’era il bambino di allora che fu ritrovato miracolosamente vivo tra le braccia della zia defunta. Altri arrivarono nelle settimane e nei mesi successivi da fuori, anche da lontano, perché avevano percepito che nella sonnacchiosa città dorica si era aperta una finestra temporale sulla loro gioventù o su quella dei padri e dei nonni.
Per Ancona c’è un PRIMA e un DOPO nella sua storia poiché quelle bombe soffocarono anche un pezzo della sua anima più popolare e remota, lasciando spazio a un’afasia mnemonica che dura tuttora. I primi corpi furono recuperati all’interno del tunnel già quel primo novembre 1943 ma, per motivi sanitari, il luogo fu sigillato nei giorni,  nei mesi e negli anni successivi. Si decise quindi di “seppellire” la maggior parte dei cadaveri al suo interno fino alla seconda metà degli anni cinquanta. La volontà di celare, con quei poveri resti, anche la memoria della guerra persa, e sbagliata, non basta a spiegare il motivo, forse frutto di una sorta di antropologica indolenza civica, che ha consegnato per settanta anni quel sito a deposito della Sopraintendenza. Nella circostanza della riapertura, è vero, riemerse, accanto alla morbosa curiosità di vedere com’è fatto il teatro di una tragedia, anche il legame tra una città e la sua memoria collettiva ma, in fin dei conti, e con il senno di poi, fu un fuoco di paglia. (…)»

LA REGISTRAZIONE VIDEO DELLA SERATA

 

Le dieci battaglie della storia di Ancona

Titolo: Le dieci battaglie della storia di Ancona
Autore: Sergio Sparapani
Casa editrice: affinità elettive

Giovedì 14 ottobre alle 21.15, conversazione con l’autore; secondo incontro della rassegna le Marche in Biblioteca 2021.

Alcuni appunti sul libro, a cura di Tullio Bugari

«… qual è il ruolo della nostra sonnacchiosa città sita a margine del mare Adriatico? Uno sguardo a volo d’uccello non dovrebbe lasciare dubbi: Ancona è da almeno 2.400 anni un sito strategico. “La posizione militare è ottima sotto tutti i punti di vista” scrisse nel 1799 un ufficiale del genio austriaco. Più di sessant’anni più tardi, nel 1865, un rapporto riservato che un altro militare austriaco, tal maggiore Franzl, invia al suo comando, esprime la preoccupazione per il potenziamento del porto (…) la conformazione urbanistica cittadina è sempre stata, infatti, condizionata dalle finalità belliche;  i progettisti hanno disegnato la città moderma tenendo conto delle prospettive offensive e difensive offerte dalla sua invidiabile posizione geografica ma anche dalla presenza di sorgenti, pozzi e cisterne in grado di sopperire al fabbisogno di acqua potabile nel corso di un assedio (…) una città difficile da catturare se gli assediati, pur inferiori di numero, trovano la forza e la volontà di resistere come accadde nel 1799 e nel 1849 (…); a fronte di offensive restauratrici che vedono cadere una a una le piazzeforti ribelli lungo la penisola, tra le tante città Ancona è quasi sempre l’ultima  a cadere, (eppure) nella storia il ruolo e il valore di Ancona, e più in generale delle Marche, è sempre stato sottostimato (…) si fa fatica a trovare accenni ad Ancona nelle migliaia di pagine di un’opera in ben otto volumi curata da Lucio Villari nel 2007 e intitolata “Il Risorgimento”…»

Sintetizzo così alcuni passaggi estratti dall’introduzione scritta dallo stesso autore. Ho letto il libro nelle ultime settimane, ma la parola “leggere” è più consona ad un romanzo, un diario o magari un reportage, non mi sembra invece la più adatta in questo caso, trattandosi piuttosto di un libro da “consultare”, estrarre dalla propria liberia di tanto in tanto per tornare ad approfondire episodi, aspetti, personaggi, ce ne sono tanti in azione, o anche angoli della città aggiungerei in questo caso. E la consultazione può essere anche “doppia”, in lettura e in visione, perché il testo è arricchito da moltissime immagini, riproduzioni di carte topografiche, di quadri, ritratti, documenti, foto di ieri e di oggi; è una vera galleria quella che accompagna i testi e ti invita a percorrerla anche autonomamente dalla lettura, come se il libro stesso, con i vari testi e poi con le tante immagini, ci offra volutamente tanti elementi diversi, che possiamo fare nostri un poco alla volta, per poi ricomporli gradualmente insieme nella nostra immagine della città.

Insomma, siamo quasi invitati a fare dentro di noi un po’ come è stato per la storia stessa della città, che riscopriamo come il risultato di più stratificazioni, interventi urbanistici  dagli scopi strategici, distruzioni per le battaglie e ricostruzioni nelle quali si inseriscono anche nuove esigenze sociali, o di espressione culturale. Stratificazioni di vicende che non sono solo guerresche, cioè di tipo tecnico militare e pertanto asettico, ma sempre dense di umanità e di persone che vi sono immerse, con il loro sentire e le loro passioni. Anche nell’evolvere della forma delle passioni nel corso del tempo, dagli ideali delle nuove libertà al tempo della repubblica romana o a quelli risorgimentali, passando anche per quel qualcosa di refrattario che anima la settimana rossa o anche la rivolta dei bersaglieri; le anime stesse della città si mostrano come stratificazioni diverse, che s’intrecciano, emergono e poi tornano a restituire al “terreno” della città il loro diverso carico di sensazioni. Compresi i tanti momenti tragici, alcuni non così lontani dal sentimento che ne avvertiamo ancora oggi, come i bombardamentio dell’ultima guerra, con quelle vittime che non si potè nemmeno estrarre da quel “terreno” per molti anni, e delle quali forse non si sa con certezza nemmeno oggi il numero esatto.

Nel libro c’è davvero molto, perché, pur con le emozioni che ci stimolano, è comunque il risultato di un complesso e lungo lavoro di ricerca, che ci restituisce nomi, date, luoghi, citazioni di documenti e lettere, di numerosi episodi anche minimi o marginali che però caratterizzano e completano la narrazione, e poi approfondimenti tecnici, spiegazioni, e insieme anche curiosità e aneddoti.

Il libro si compone di dieci capitoli, uno per ciascuna delle battaglie scelte per costruire questa narrazione – e scegliendo di limitarsi, per forza di cose, all’arco di tempo della storia contemporanea -, dall’assedio del 1799 al tempo della repubblica romana, all’insurrezione del 1831, inserita di nuovo nelle vicende nazionali, e quindi all’assedio del 1849, per una nuova epopea repubblicana. Tre battaglie in modi diversi tutte contro “il papa re”, che poi trovano un parziale epilogo nella battaglia di Ancona del 1860, al tempo della battaglia di Castelfidardo  e dell’arrivo del re Vittorio Emanuele. Non si tratta solo della storia della città, sottolinea l’autore, ma di tutto il territorio delle Marche o almeno di questa parte della regione, perché sempre le battaglie che hanno riguardato la città sono state preparate, dai vari eserciti o governi di volta in volta interessati, conquistando le vie d’accesso o le zone limitrofe. La battaglia di Castelfidardo non è un episodio locale del paese che ne porta il nome ma dev’essere inserita in un quadro territoriale unitario e più ampio. E in un quadro ancora più ampio ecco la battaglia di Lissa, raccontata nel quinto capitolo. Poi non può mancare l’anima sovversiva e anarchica, irriducibilmente refrattaria – se si fa attenzione forse se ne può cogliere ancora oggi il respiro, se non nelle intenzioni coscienti magari nei linguaggi stessi o nei gesti – e quindi ecco la settimana rossa del 1914 e poi la rivolta dei bersaglieri del 1920. Nel mezzo però l’autore dedica un capitolo anche al bitz del 24 maggio del 1915, perché – guarda un po’ – Ancona fu “la città dive fu sparato il primo colpo” della grande guerra. Gli utlimi due capitoli sono dedicati alla Seconda guerra mondiale: sia alla campagna dei bombardamenti del 1943 e 1944, a cui ho già accennato; sia la battaglia per la liberazione di Ancona con le truppe polacche guidate dal generale Anders. E qui di nuovo dobbiamo allargare lo sguardo all’intera battaglia, includendovi la precedente battaglia di Filottrano, neanche questo un episodio locale casuale, ma proprio perché necessario a preparare il passo successivo.

Mi si conceda  qui un innocente incursione personale: qualche tempo fa, spinto come sempre dalle mie caotiche  curiosità, sono salito sul monte della Crescia, un’altura presso Offagna dove pare che anche i Longonbardi attorno all’anno mille avessero piazzato una loro rocca – e vi sono collegate anche leggende popolari che un po’ resistono perfino oggi. Su quell’altura, da dove si apre una vista a trecento sessanta gradi, ho scoperto che il generale Anders spostò per alcune ore il suo comando mentre, provenendo da Filottrano, dirigeva la battaglia di Ancona, e infatti da lì si percepisce in modo immediato la “geografia” della battaglia.

Monte della Crescia a parte – che comunque, ovviamente, ho trovato citato da Sparapani – il libro offre anche uno stimolo diretto a girare e camminare per l’Ancona odierna. Ciascuno dei dieci capitoli si conclude con un paragrafo, “I luoghi della memoria”, che ci offre indicazioni sulla città oggi, e così scopriamo – o forse è meglio dire rammentiamo, perché magari ce ne siamo soltanto un po’ dimenticati – che pur nelle tante distruzioni, anche più vicine e non solo i bombardamenti dell’ultima guerra, ma poi ancora  il terremoto del 1972 o la frana di Posatoria dei primi anni Ottanta, esistono tanti luoghi “quasi” intatti, all’interno della città eppure quasi ai suoi margini, o nascosti, lasciati più o meno in disparte o utilizzati solo per eventi particolari, sulle sue alture, dalla Cittadella, al Forte Altavilla, al Cardeto e al vecchio faro e così via, potrei elencarne molti altri ma perdonatemi, io non sono nemmeno di Ancona, ma credo che se si ha la pazienza, e il sentimento, di visitarli nei momenti più sonnacchiosi dell’anno, possiedano ancora quel pizzico di magia capace di portarti ancora dentro altre dimensioni temporali.

 

 

 

L’incontro con Mauro Proietti Pannunzi

Ha avuto inizio ieri giovedì 7 ottobre la rassegna Le Marche in Biblioteca 2021, giunta alla sesta edizione; il primo ospite è stato Mauro Proietti Pannunzi con il suo libro La linea delle cure; ha conversato con lui l’editore Alessandro Seri; hanno accompagnato la serata gli interventi musicali del Duo di violini Valentina Rossini e Riccardo Lunardi, allievi della Scuola musicale Pergolesi di Jesi, e la lettura di Tullio Bugari, dell’associazione Arci Voce, di alcuni frammenti di testimonianze raccolte nella seconda parte libro; ecco qui un po’ di foto della serata e alcuni dei testi letti:

  

Nicoletta Damiani (Direttrice Sanitaria, la “capitana”):
Cosa è rimasto davvero impresso nella mia memoria? La paura, innanzitutto.
Non per me, e neanche tanto per la mia famiglia (che in un modo o nell’altro siamo riusciti a tutelare), quanto per i “ragazzi”. I nostri infermieri e oss, e i nostri medici, che in quei giorni,
quelli dei camion militari che sfilavano con il loro carico di morte, si sono offerti volontari per fare la loro parte, in prima persona.
I loro volti, all’inizio colmi di paura. Con la perplessità che gli si leggeva negli occhi, quando le prime volte dovevano imparare a vestirsi e svestirsi; quando ho personalmente dovuto dire loro che per tutte le lunghissime ore del turno non avrebbero potuto né bere, né mangiare, quando abbiamo fornito loro i pannoloni per affrontare i turni di notte….

Roberto Leoni (infermiere):
Non posso nascondere la paura e il senso di inadeguatezza che ho provato dopo una breve telefonata: “…domani inizi al Covid2.”
Ho pensato: “Ma dove vado? Dove mi presento? Sono dieci anni che non faccio reparto, non ricordo i farmaci, la gestione, l’organizzazione…
E poi questo virus, ho moglie e figlie piccole… Ma dove vado?!?”
Velocemente ho “attrezzato casa” allestendo una cameretta solo per me e il bagno del garage solo per me, ho tirato fuori i vestiti vecchi che con buona probabilità sarebbero poi stati buttati.
Ventiquattro ore passano in fretta e mi sono ritrovato vestito come nei film americani, pronto per una guerra batteriologica, anzi virologica.
Poi è successa una cosa strana: ho visto tutti i colleghi che ridevano e scherzavano mentre si aiutavano l’un l’altro nella vestizione. Il clima era strano (almeno per me), facevo già fatica a respirare con la mascherina, la visiera appannata, ma tutto intorno a me era quasi “piacevole”.

Mauro Proietti Panunzi: PENSIERI FINALI
Tutto tornerà come prima. Forse. Ma non per ognuno di noi. Non per tutti noi. Gli altri… forse… ricominceranno a considerarci quelli della pausa caffè; quelli che: «Ah questo è quello che te ‘ndorme… l’estetista.»
Noi no. Non mi piace essere retorico. Il mio lavoro non me lo ha mai permesso. Ma da un’esperienza del genere si esce terribilmente cambiati. In meglio. Ti rendi conto di chi ti è stato vicino e non ha condiviso solo ore di lavoro ma paura, solidarietà, angosce, speranze, depressione, impotenza, orgoglio. E allora ci guarderemo in maniera diversa, con occhi diversi.
Per gli altri forse torneremo ad essere gli stessi. Noi no. Sapete che mi piace il cinema e la musica quindi… saremo una banda di fratelli e ricordate… La storia siamo noi!

Qui la registrazione video delle serata:

La linea delle cure

Titolo: La linea delle cure
Autore: Mauro Proietti Pannunzi
Casa editrice: Seri editore

Giovedì 7 ottobre alle 21.15, incontro con l’autore, in apertura della rassegna le Marche in Biblioteca 2021.

La recensione di Adriano Raparo

Tanti sentimenti, tante emozioni in meno di cento pagine. Quelle di La linea delle cure (Seri Editore, 10 €), commovente diario su un anno di covid, scritto da Mauro Proietti Pannunzi, medico anestesista a Villa dei Pini di Civitanova Marche.

Oltre al diario dell’autore – dal 17 febbraio al 9 maggio 2020 – che occupa le prime 43 pagine, il libro comprende gli interventi di quelli che nel sottotitolo vengono definiti una banda di fratelli. La banda che, in fondo al volume, verrà dettagliata con metafora marinara: a partire dall’Armatore (l’amministratore delegato), Enrico Brizioli, passando per la Capitana, la direttrice sanitaria Nicoletta Damiani, per gli Ufficiali di guardia e gli Ufficiali di sala macchine, il Commissario di bordo e via navigando fino agli infermieri, i Marinai di prima classe.

Il dottor Proietti fa rivivere al lettore le sensazioni provate nel corso della battaglia in prima linea contro il morbo.

Ricorda la trepidazione iniziale: “Ormai si sa. Il coronavirus ha invaso l’Italia. E noi? Cosa potremo fare? Le notizie si rincorrono. Faremo quello che in ospedale non possono più fare? Vorranno che allestiamo una rianimazione? Accoglieremo pazienti sani?”.

Rammenta l’emozione nell’apprendere dell’arrivo della prima paziente: “Sono sul corridoio dell’amministrazione, deserta, alle quattro del pomeriggio. Nicoletta, la nostra direttrice sa-nitaria “capitano”, mi guarda e mi dice, con il timore di comunicarmelo: «Mauro, tra poco arriva la nostra prima paziente.» Sapevo che quel momento sarebbe arrivato. Ma è lo stesso un pugno allo stomaco”.

Rievoca la paura per la prima visita: “Cerco di mostrarmi disinvolto e sicuro. Devo dare il buon esempio. Ma mentre mi infilo la tuta il cuore sembra impazzire. Mi ripeto: stai calmo, segui le regole, andrà tutto bene. Entro nella stanza cercando di non pensare che quella an-ziana donna che sto andando a visitare è diversa da tutte quelle che in tanti anni ho visto e che mi appare come una minaccia incombente. Mi faccio portare l’ecografo, mi concentro sulla sonda e sulle scansioni da fare. Vorrei restare il meno possibile lì dentro. Ma c’è da fare la cartella, l’anamnesi, un minimo di esame obiettivo. Torno in infermeria. Scrivo tutto con cura. Poi la svestizione con un senso di sollievo e il timore di sbagliare qualcosa”. Così il diario quasi quotidiano va avanti, come si è detto, fino al 9 maggio 2020, giorno in cui viene dimesso l’ultimo paziente.

Altrettanto emozionanti sono i racconti degli altri componenti della ciurma, anche se compressi nel breve spazio di una o di due pagine. Numerosi interventi andrebbero citati, ma ci si deve limitare a qualcuno.

Potente è quello dell’anestesista Mauro Perugini che ricorda due errori di procedura che nel corso della carriera lo hanno impaurito grandemente. Una volta ebbe la paura folle di aver contratto l’Hiv dopo essersi punto con la siringa usata per fare un prelievo a un tossicomane; questa volta… Ma lasciamo a lui la parola: “A questo punto l’errore: staccando la maschera fissata con il cerotto, l’ho fatta battere sul viso. Poi istintivamente mi sono anche toccato il viso. Con i guanti sporchi. Ancora una volta brutti sogni e veglie notturne mi attendevano nella mia camera in quarantena. Poi il tampone. Anche ora negativo”.

Lieve e ironica, invece, è la chiusa del contributo dell’infermiere Roberto Leoni che nel post scriptum dice che si era già accorto di un precoce invecchiamento dalla caduta dei capelli e dal loro imbiancarsi, ma che pur non potendo andare in bagno per ore e ore il pannolone no, a 45 anni non era ancora giunto il momento di indossarlo.

Molti degli interventi sono accomunati dalla tristezza di dover vivere isolati dai propri familiari, specialmente dai bambini, per timore di infettarli.

Ma tutti i racconti ci mostrano quanto sia grande il debito di riconoscenza che abbiamo nei confronti di coloro che ogni giorno lavorano per noi rischiando la propria salute. Riconoscenza che nel caso in questione va a chi si prodiga in una clinica privata, così che il lettore chiudendo il libro non può che convenire col dottor Proietti che nella sanità privata non si fanno solo nasi e tette.

Di seguito, l’intervista all’autore del tgr Marche:

Le Marche in Biblioteca 2021

LE MARCHE IN BIBLIOTECA, sesta edizione
I Giovedì Letterari della Planettiana di Jesi
ottobre 2021, dalle ore 21.15

Le associazioni culturali Arci Voce aps e Licenze Poetiche vi invitano ai Giovedì letterari della Planettiana, incontri con autori della nostra regione. La rassegna è organizzata grazie alla collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e al contributo del Comune di Jesi e dell’Assessorato alla Cultura.

Le conversazioni con gli autori saranno accompagnate dalla lettura di alcuni brani a cura dell’associazione Arci Voce e da interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi (il 7 con il duo di violini degli allievi Valentina Rossini e Riccardo Lunardi, il 14 con l’insegnante di fluato Katia Luzi e il 28 con l’insegnante di chitarra classica Claudio Durpetti ) e del Duo Acefalo (Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori) per l’incontro del 21 ottobre.

Per la partecipazione è necessario il Greenpass ed è RICHIESTA la prenotazione presso la biblioteca al numero: 0731 538345

7 ottobre, Mauro Proietti Pannunzi
La linea delle cure, Seri Editore

Sembra quasi che adesso si viva in uno stato di assedio. Senza socialità. Sembra sopportabile all’inizio. Se ne può fare a meno. Poi però arrivano le reazioni agli episodi della vita quotidiana: l’assoluta mancanza di tolleranza nei confronti di chi non rispetta le regole nuove della convivenza, nei confronti di tutti i diffusori di fake news, o peggio ancora nei confronti di chi mistifica quella realtà che invece ti è vicina, che conosci non per interposizioni ma per visione diretta. La socialità è un bene che sembrava non doversi mai perdere e che è sempre stato un sottofondo della vita, dato per scontato, della cui importanza ti rendi conto nel momento in cui lo perdi. Che importa di una cena con gli amici, di una partita a calcetto, di un’ora in palestra, di un aperitivo in centro, di una passeggiata tra scherzi e battute, di un bicchiere coi popcorn al cinema? Mica si vive per questo. E la sera, davanti alla tv, o leggendo un libro, o ascoltando musica, ti accorgi che quella solitudine che affronti non è mitigata. E che quelle cose per cui non si vive improvvisamente fanno sentire la loro mancanza.

14 ottobre, Sergio Sparapani
Le dieci battaglie della storia di Ancona, Affinità Elettive

Ancona crocevia della storia assai più di ciò che si pensi. Lo dimostrano questi dieci eventi cruciali della storia italiana ed europea nell’arco di centocinquanta anni. Dall’assedio del 1799 alla liberazione del 1944, il capoluogo delle Marche ha rappresentato la città, la fortezza, il porto, il sito strategico da tenere o da conquistare ad ogni costo, esito ultimo e coronamento di una campagna militare. Tra le pagine scorrono figure di primo piano della Storia contemporanea, da Napoleone a Mussolini, da Garibaldi al generale Anders, accanto a personaggi straordinari pur meno celebri quali i generali La Hoz, Sercognani, Zambeccari, Fanti, l’ammiraglio Persano e il “corsaro” Luigi Rizzo, ma anche figure meno note alla grande Storia come i tanti patrioti anconetani che si sono sacrificati per le proprie insegne civiche oppure per il tricolore nazionale, dalle fortificazioni del Cardeto nell’assedio del 1849 alle trincee della Grande guerra. Non solo battaglie, ma anche fatti d’arme e ribellioni vedono al centro della narrazione la città dorica, fulcro strategico e obiettivo ultimo di tutte le campagne che si sono svolte nella Regione in età contemporanea.

21 ottobre, Claudio Piersanti
Quel maledetto Vronskij, Rizzoli

Dalla penna di un grande narratore, la storia di un uomo che non crede alla fine di un amore. Un romanzo irresistibile di ossessioni, tenacia e tenerezza. “Perdonami, sono tanto stanca. Non mi cercare.” Solo questo lascia scritto Giulia, prima di scomparire nel nulla. E suo marito Giovanni, nella casa improvvisamente vuota, si sente un naufrago. Il loro è un amore fatto di cose minime: la colazione al mattino, con le fette imburrate e la marmellata; un bacio volante prima di andare al lavoro e un altro più lungo la sera, quando lui torna dalla tipografia con le dita sporche d’inchiostro; abbracciarsi in giardino, tra le rose che lei ha potato con cura. Dopo una vita insieme, non hanno ancora perso la voglia di farsi felici l’un l’altra. O almeno, così credeva lui. Adesso Giovanni, in cerca di risposte, guarda tra i libri di Giulia e dagli scaffali pesca il più voluminoso: Anna Karenina. Comincia a leggere. E si convince che sua moglie abbia trovato un altro uomo, un amante focoso, un maledetto Vronskij. Geloso e amareggiato, si chiude in tipografia, deciso a creare una copia unica del capolavoro di Tolstoj: carta pregiata, copertina in pelle, nella speranza, un giorno, di farne il suo ultimo pegno d’amore per Giulia.Ma la vita non è un romanzo, procede per strappi lievi e imprevedibili. Quando il mistero della scomparsa si svela, Giovanni capisce che c’è sempre qualcosa che ci sfugge, e tutto ciò che possiamo fare è smettere di averne paura.

28 ottobre,  Alessandro Seri
Heautontimorumenos XXI, Arcipelago Itaca

Sin dal titolo è palese il richiamo all’omonima commedia del latino Terenzio (a sua volta calco di un precedente lavoro di Menandro),  nota soprattutto per una celeberrima battuta diventata un brand delle correnti umanistiche a partire dai tempi del circolo degli Scipioni: Homo sum: /  umani nihil a me / alienum puto, qui posta in esergo alla raccolta. La stessa  struttura di quest’ultima – articolata in cinque sezioni, ognuna delle quali costituisce di fatto quasi un poemetto auto conclusivo – rispetta i canonici cinque atti della commedia antica ed una delle sezioni si presenta come “Parodio”, parola giocata, secondo un’intervista dell’autore che del resto è, tra l’altro, autore teatrale, sulla commistione tra  parodia e io dei poeti, ma che richiama anche il parodos, l’atto che segnava l’ingresso del coro sulla scena. L’alternanza tragico-comica permea tutta la tessitura del libro, che riunisce testi scritti negli ultimi tre lustri.

Si possono seguire gli aggiornamenti su questo blog e sulla pagina della Biblioteca Planettiana; per informazioni scrivere a arcivoce@gmail.com

RICHIESTI GREEN PASS e PRENOTAZIONE: 0731 538346