Mare corto, di Ignacio Maria Coccia e Matteo Tacconi

Titolo: Mare corto. Coste, isole e persone dell’Adriatico
Autori: foto di Ignacio Maria Coccia e testi di Matteo Tacconi
Casa editrice: Capponi editore

Può un mare essere chiamato Corto? Racchiudendolo o avvicinandolo così a noi stessi, che lo guardiamo dagli angoli più insoliti delle sue rive, cercando un punto dove diluire noi stessi gli sguardi? Mare Corto è il titolo del libro, e del viaggio fotografico e letterario lungo le coste adriatiche, di Ignacio Maria Coccia, fotografo, e Matteo Tacconi, scrittore. Ed è stato quest’ultimo a parlarcene venerdì scorso, nella sede di Jesi in Comune, il nuovo gruppo politico jesino nato in occasione delle ultime elezioni amministrative e attento a costruire attorno a sé anche relazioni di vicinanza culturale e sociale, con le iniziative che regolarmente propone.
Matteo Tacconi ha citato lo scrittore bosniaco Predrag Matvejević, autore del fondamentale e universale Breviario Mediterraneo, un testo che ha uno sguardo su questo mare interno alla nostra storia simile al respiro dei libri storia di Braduel: “Il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità”.
E allora, una volta compreso questo, non resta che mettersi in viaggio lungo le sue coste, per assaporarla quell’intimità che a volte, superficialmente perché sospinti da questa fretta moderna che ci perseguita, ci sembra illusoria quasi come un sogno di mezza estate. E allora ecco i due autori in viaggio, attenti alle storie presso cui fermarsi, per raccoglierle e raccontarle con le parole e con le immagini, inseguendola quell’intimità negli angoli dove ancora palpita.
Dicevo a Matteo, scherzando mentre lo salutavo a fine serata, che sono stati capaci di scovare le “aree interne”, le stesse di cui da qualche anno, ancor più da dopo il terremoto, parliamo con intensità andando a ricercare sugli Appennini i luoghi delle nostre origini, martoriati da tempo dal tempo e non solo, ma dove come le erbe di alta montagna attecchiscono ancora vecchie e nuove storie, gli dicevo che questo tipo di “aree interne” simile a uno sguardo, sono stai capaci di scovarlo nei mille angoli delle nostre coste.
Nostre perché le abitiamo, da sempre, e nostre perché siamo in tanti ad abitarle, da ogni sponda e in ogni insenatura, e talvolta siamo così diversi tra noi da non averne nemmeno la percezione, o il senso dell’intimità. Mi veniva continuamente in mente, mentre ascoltavo e vedevo le foto sullo schermo, un mio passaggio una decina di anni dentro l’insenatura di Kotar, o Cattaro, e seduto sulla riva dicevo a me stesso, sì questo è un luogo dove potrei vivere.
E così il Mare Corto m’è sembrato come un respiro. Ecco allora le storie. Matteo ne ha anticipata qualcuna agi aspiranti lettori del libro. C’è il ragazzo che ritorna a vivere su un isola dell’Istria dove sono rimaste solo quattro anziane, per produrre vestiti di lana di pecora. Come un pastore dell’Appennino, mi sono figurato io, nella sua isola in mezzo al mare: che siano questi i monti naviganti di Paolo Rumiz?
O il ragazzo di una Venezia che affonda, forse prima ancora tra i vaporetti, i turisti e le grandi navi che non per il livello del mare che si alza, e in questa città come una leggenda riprende a produrre remi per chi il mare vuole viverlo seduto su una barca. Magari anche tirando i remi in barca ogni tanto, e restare lì appena un poco più in là della riva.
O il mito della pesca oceanica dei sanbenedettesi, che da quegli anni cinquanta quando iniziarono a uscire più che incoscienti dalle colonne d’Ercole per costeggiare l’Africa, hanno modificato irrimediabilmente il loro sguardo sul mare che bagna il loro cortile di casa.
O la foto degli innamorati che scelgono sullo sfondo della loro intimità Trieste, forse l’unica città, forte  di un intero continente alle sue spalle, da dove il mare corto può apparire in tutta la sua lunghezza.
Oppure quella comitiva di oche dal piglio caparbio e il passo deciso e pratico, su una spiaggia nel sud dell’Albania, come antichi pellegrini che ancora si aggirano lungo queste e coste. Ignacio le aveva intraviste con la coda dell’occhio, dall’auto mentre seguivano la litoranea, e subito ha capito che doveva dedicare loro il tempo necessario della lentezza e della pazienza, della costruzione di una relazione e di un senso, e come in una di quelle favole in cui le oche interagiscono tranquille con gli umani, le ha convinte a radunarsi e a entrare nel personaggio, a conferire al loro passo quel qualcosa in più che serviva, per fermare proprio lì la nostra attenzione, con un’isola sullo sfondo e un po’ di lato, e le luci del mare e del cielo cariche di tutta la loro leggerezza. Hanno sempre questo tipo di respiro le foto di Ignacio, predilige l’aria, i cieli, le tonalità che ci alleggeriscono, aprono, ci danno il tempo.

(degli stessi autori, Verde cortina)

‘E Riavulille, di Tullio Bugari

Titolo: ‘E Riavulille
Autore: Tullio Bugari
Casa editriceGwynplaine edizioni

Il titolo ‘E Riavulille è mutuato dalla smorfia napoletana e ci dice che si tratta del numero 77, i diavoli. In realtà il racconto, cronaca postuma di eventi che hanno segnato la storia politica e sociale della seconda metà del secolo appena passato, fa riferimento esplicito al Settantasette: l’anno dell’esplosione dell’ultima rivolta di classe, l’anno che segnò la frattura mai più ricomposta tra l’autonomia del conflitto reale e le nebulose prassi dei partiti della sinistra ufficiale e il riflusso della lotta sindacale. Siamo, tuttavia, di fronte a un racconto originale che, così dato, aiuta il lettore ad approfondire aspetti collaterali cui spesso si soprassiede per vizio di centralità degli eventi. Tullio Bugari ci ha abituato a racconti atipici di eventi storici importanti; abbiamo già raccontato, qualche anno fa, del suo tour in bici lungo la linea gotica, occasione quella per rievocare la Resistenza partigiana nell’entroterra centro settentrionale, dalle Marche alla Liguria attraversando l’arco appenninico toscano, questa volta il Settantasette è raccontato con gli occhi dei giovani ribelli marchigiani, riavulille, piccoli demoni che dagli eventi delle città (Roma, Bologna e Milano) assimilano forme espressive alternative e le importano  nei loro territori della provincia, spesso definita come luogo tranquillo e lontano dalla violenza metropolitana. Metti una radio, individua una fabbrica, aggiungi pratiche di lotta coerenti e l’autonomia della sinistra di classe dalla sinistra ingabbiata nelle compatibilità del sistema viene zippata in un piccolo territorio delle Marche che non solo teorizza ma pratica quotidianamente il suo Settantasette, rovesciando schemi e stilemi della borghesia e dei partiti storici che non comprendono (e non comprenderanno negli anni a venire) la potenzialità rivoluzionaria di quella che fu l’ultima stagione felice di una rivoluzione possibile.

Ci è piaciuto molto rileggere le opinioni filtrate dal contesto immediato, sulla cacciata di Luciano Lama dall’università, sulla morte di Giorgiana Masi e di Francesco Lorusso, sul sostegno, via etere e anche materiale, ai compagni di radio Alice che a Bologna resistettero tenacemente all’assalto dei celerini, su quel modo, assolutamente self-made, di fare controcultura e controinformazione perché, ora possiamo riconoscerlo serenamente, in quei giorni, in quei mesi, si liberò quell’autonomia possibile della sinistra di classe, con la quale, a lungo, la borghesia dovette fare i conti. Alla fine vinse il grande capitale, con le sue armi chimiche (droga), con le sue sirene (mercato), quelle stesse armi che oggi, distrutto o ridotto al silenzio larghe masse di proletariato, stanno ritorcendosi contro di lui.  E pure chi partecipò a quelle lotte, alle occupazioni di case e scuole, agli espropri proletari, agli scontri con la celere, al termine della lettura potrà almeno sentire una punta di orgoglio per aver contribuito, lontano da piazze e luoghi famosi, alla formazione di piccoli nuclei resistenti che, dalle periferie, fece sentire forte la propria voce. Alla fine il lettore amerà comunque della stessa intensità l’operaio Febo e la moglie, la femminista Arianna, Aura, neolaureata che s’improvvisa contadina, il Fotografo che vive a Roma e funge da ideale staffetta, raccontando agli amici della provincia gli eventi attraverso i suoi scatti, l’anarchico Cafiero e l’ex operaia Nemesi. Finiranno tutti ingoiati dal riflusso e dall’edonismo reaganiano degli anni ’80? Non è dato saperlo, quel che è certo è che cercarono una via, un’alternativa al dominio assoluto del capitalismo ed ancora oggi rappresentano un esempio ai tanti di noi che non smettono di rivendicare autonomia di classe dalle logiche liberiste.  (Enzo di Brango, Le Monde Diplomatique, giugno 2018).

(Un estratto del romanzo sulla rivista La macchina sognante.)

Le Marche in Biblioteca, i primi tre anni

Un bilancio complessivo di questi tre anni con Le marche in Biblioteca, ovvero I Giovedì Letterari della Planettiana, ogni anno nei giovedì di ottobre. In totale sono stati dodici i libri presentati in altrettanti incontri con gli autori tutti della nostra regione, in diversi casi accompagnati dai loro editori, ugualmente marchigiani. Le conversazioni con gli autori sono state sempre accompagnate dalle letture dell’associazione ARCI Voce e da interventi musicali per i quali nei tre anni si sono succeduti Gastone Pietrucci La Macina (nella prima edizione), gli allievi della Scuola musicale Pergolesi (in tutte e tre le edizioni), Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori (nella terza edizione).
Tutte e tre le edizoni sono state promosse dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche e organizzate con la Biblioteca Planettiana, con il contributo del Comune di Jesi Assessorato alla Cultura. Di seguito le schede dei libri di queste edizioni e i manifesti curati da Ezio Bartocci.

Titolo: S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti
Autore: Cristina Babino (a cura di)
Casa editriceVydia edizioni

Tra le opere d’arte che hanno ispirato gli scritti dei poeti: La Muta di Raffaello, la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, la Pala Gozzi del Tiziano, la Crocifissione di Monte San Giusto di Lorenzo Lotto, la Tigre con ragni nella foresta di Ligabue, L’Angelo di San Domingo di Osvaldo Licini, ma anche opere meno note ma di rara bellezza come il Ritratto di Giovanna Garzoni attribuito a Carlo Maratta e un ritratto maschile inedito realizzato da Pericle Fazzini.
Il volume contiene un’appendice iconografica con 17 illustrazioni a colori.

 

Titolo: Angeli a Sarajevo
Autore: Maria Grazia Majorino
Casa editriceGwynplaine edizioni

L’anima dei racconti in “Angeli a Sarajevo” è la relazione vissuta nelle sue varianati amicali, carnali, materne e artistiche. Ci sono amicizie a distanza che si nutrono di parole, di passioni comuni, di confronto, c’è l’amore che vive tra le macerie di due guerre e ancora incontri che sovvertono l’ordine di una vita. La mente protagonista, cuce le esperienze, le rivive, le rielabora per cercare un ideale porto franco, una nuova “casa delle iris”, un nido finalmente compiuto, dove si uniscono solitudini e si genera poesia.

 

Titolo: Amazzone in tempo reale
Autore: Loretta Emiri
Casa editrice: Andrea Livi editore

«Il saggio Amazzone in tempo reale di Loretta Emiri è dedicato agli indios amici dell’Autrice e ai popoli indigeni che ancora “esistono e resistono” in Brasile come scrive la stessa Emiri. Il titolo sottolinea come le vicende esposte siano quelle degne di un’Amazzone, di una donna guerriera per così dire e siano narrate in tempo reale, ossia siano fresche così da apparire pressoché contemporanee alla narrazione. E di fatto la narrazione si snoda rapida ed efficace, in grado di chiarire al meglio la storia di tali popoli all’epoca della presenza dell’Autrice con spaccati anche sul passato.

Titolo: I matti del duce
Autore: Matteo Petracci
Casa editrice: Donzelli editore

Attraverso carte di polizia e giudiziarie, testimonianze e relazioni mediche e psichiatriche contenute nelle cartelle cliniche, Matteo Petracci ricostruisce i diversi percorsi che hanno condotto gli antifascisti in manicomio. Alcuni furono ricoverati d’urgenza secondo le procedure previste dalla legge del 1904 sui manicomi e gli alienati; altri vennero internati ai fini dell’osservazione psichiatrica giudiziaria o come misura di sicurezza; altri ancora furono trasferiti in manicomio quando già si trovavano in carcere e al confino. Dall’analisi degli intrecci tra ragioni politiche e ragioni di ordine medico emerge con forza il ruolo giocato dalla sovrapposizione tra scienza e politica nella segregazione di centinaia di donne e di uomini, tutti accomunati dall’essere stati schedati come oppositori del fascismo.

Titolo: Una città di scoglio
Autore: Francesco Scarabicchi
Casa editrice: affinità elettive

Chi non ha mai viaggiato all’interno dei confini della propria città forse ha mancato un’esperienza fra le più singolari: conoscere il luogo in cui si vive attraversandolo integralmente, camminando con lo spirito di chi è disposto a farsi stupire da ciò che è sempre stato sotto i nostri occhi senza essere visto.
Una città “in salita” non s’incontra facilmente. È un faticoso privilegio. Si è convocati e quasi catturati dal mistero, tra l’antico dei colli e le vie del centro, tra le periferie, il porto e la spina lunga che conduce al mare del Passetto. Ancona vive la sua difficile bellezza che non grida e nonostante tutto seguita a custodire, nel poco che è molto, quel tanto che basta a resistere.

 

Titolo: Nel folto dei sentieri
Autore: Umberto Piersanti
Casa editrice: Marcos Y Marcos

Questi versi sono densi di profumi, selvatiche visioni, e hanno il ritmo e il respiro del cammino. Passo dopo passo, il vento entra nella gola e apre il cuore. Sentieri salgono tra chiare chiazze di lichene, scendono tra pini intrisi di sale e mare; e l’acqua è così azzurra e trasparente a Sirolo, tra lecci e bianchissime rupi. Piersanti chiama tutte le erbe e gli alberi con il loro nome, ha confidenza con le ore e le stagioni, ma “di rado, molto di rado, / la voce dei non umani / è la più forte”. La terra troppo spesso è profanata, e quando incalza “il tempo nuovo”, lo sente così distante, da sé e ancora di più dal figlio Jacopo, che “abita una contrada / senza erbe e senza fiori”.

 

Titolo: Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Sei mesi in cammino, da Fano all’Estremo Oriente, dall’Estremo Oriente alla rotta balcanica, portando con sè taccuino, macchina fotografica ed empatia. Eurasia express è il racconto lungo del progetto “Il volto dell’altro”, un lento viaggio, condotto a piedi o con mezzi di terra, alla ricerca dell’umanità dimenticata di un’Asia esclusa dai circuiti turistici.
Dall’introduzione di Paolo Rumiz: “Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente.”

 

Titolo: Nell’afa
Autore: Pierfrancesco Curzi
Casa editrice: Vydia edizioni

Il cadavere di una ragazzina ritrovato dentro un container di rifiuti in un quartiere multietnico scuote all’improvviso una sonnolenta, tranquilla realtà di provincia, risveglia sospetti sul “diverso”, facili e mai sopiti pregiudizi verso “lo straniero”. Carlo Galassi, burbero e solitario cronista dello storico giornale locale, segue il caso per la sua testata, alla ricerca di una verità scomoda e clamorosa. Sullo sfondo, la città di Ancona, la sua bellezza ruvida e struggente, notturna e trasandata, stretta nella morsa dell’afa estiva.

 

Titolo: Poesia di strada 1998 – 2017
Autore: Antologia
Casa editrice: Seri editore

Antologia ventennale del Premio Poesia di strada. La selezione di poco meno di un centinaio di Autori finalisti (con un apparato iconografico dei Maestri pittori le cui opere hanno annualmente accompagnato le poesie) dà conto di come il Premio abbia saputo, nel tempo, intercettare e conglomerare – come sottolinea Renata Morresi nella postfazione – una quantità sorprendente e non preventivata di toni e registri poetici; ciò, unitamente all’autorevolezza di alcune delle voci partecipanti, rende il volume un significativo strumento per spaziare lungo alcune tendenze stilistiche e contenutistiche della poesia italiana vivente.

 

Titolo: L’uomo di Elcito
Autore: Maximiliano Cimatti
Casa editrice: Meridiano zero editore

Da nord a sud si costruisce la ferrovia che accorcerà le distanze tra i cittadini del nuovo Regno d’Italia. Ma gruppi di briganti, aiutati dalla popolazione locale che dà loro asilo, minacciano costantemente i lavori e i funzionari dello Stato. Il sergente del Regio Esercito Anselmo Toschi viene incaricato di combattere i banditi ovunque e con ogni mezzo. Insieme ai suoi soldati setaccia paesi e campagne, vivendo nel costante pericolo di agguati da parte degli stessi uomini a cui dà la caccia. Tra loro il leggendario Olmo Carbonari, autore di sanguinosi omicidi e fughe rocambolesche. La sua cattura diventa per Toschi l’ossessione che lo tormenta e lo rinfranca nelle lunghe notti all’addiaccio. Quando la squadra riceve a sorpresa il congedo, Toschi sente che la sua missione non può finire così. Ruba un cavallo e lascia la caserma di nascosto, per affrontare la sua guerra privata. Dovrà ripercorrere le orme e i nascondigli dei fuorilegge che ha catturato e fucilato, confondersi con loro, inerpicarsi per boschi e rupi, fino al paese nascosto di Elcito. Fino a confrontarsi con il senso stesso della sua vita.

Titolo: La musica vuota
Autore: Corrado Dottori
Casa editrice: Italic Pequod

È un viaggio assai inquieto quello che compie, dentro se stesso, il protagonista Edoardo Alessi, private banker negli anni dieci del duemila in una banca milanese, ma nato a metà degli anni Settanta e ventenne negli Anni Novanta, che ha lasciato alle spalle le utopie coltivate negli anni della Pantera all’università, di fatto rimuovendole e insieme scontrandosi anche con la sua storia d’amore, che era un tutt’uno con le loro aspirazioni o scelte di stili di vita, per ritrovarsi dentro altre altre scelte. O forse è più esatto dire ‘non scelte’.  Ma non c’è solo questo passato ‘privato’, che già da solo non è soltanto ‘privato’. C’è anche il passato dei suoi genitori, padre e madre, giovani di una generazione precedente, quella degli Anni Settanta di cui negli anni si è fatto sempre fatica a parlarne con tranquillità.

Titolo: Il silenzio del mare
Autore: Asmae Dachan
Casa editrice: Castelvecchi editore

Un romanzo che attinge alla drammatica realtà della guerra in Siria. Due fratelli, Fadi e Ryma, si uniscono al movimento pacifista che nasce segretamente nei campus universitari e che coinvolge giovani e lavoratori. Iniziano un impegno attivo per la difesa dei diritti umani, sognando che la Siria riacquisti la libertà e si affranchi dall’oppressione della dittatura. Siamo nel 2011 e il loro sogno svanisce in breve. Scoperti e minacciati dal regime, sono costretti a fuggire dalla repressione che presto si trasforma in una feroce guerra, a cui si aggiunge l’orrore del terrorismo. Si imbarcano in Libia, alla volta dell’Italia, ma durante la traversata accade una tragedia e Fadi arriva a terra da solo. Il destino di Ryma resta avvolto dal silenzio del mare. In Italia il giovane siriano viene accolto da un pescatore e da una giovane dottoressa. I loro destini si intrecciano in modo inaspettato. Ognuno cerca nell’altro le risposte ai suoi perché, e mentre in Siria si continua a morire, un evento inatteso sconvolge la nuova vita di Fadi e dei suoi amici.

I manifesti delle tre edizioni, di Ezio Bartocci.

 

 

“Il silenzio del mare”, finalista al Premio Mattarella


“Il silenzio del mare” di Asmae Dachan (Castelvecchi editore) è finalista al Premio Letterario  Piersanti Mattarella, la cerimonia di premiazione è il prossimo 24 novembre. Con Asmae Dachan e il suo libro abbiamo concluso giovedì scorso il ciclo di incontri con scrittori marchigiani “Le Marche in Biblioteca” terza edizione 2018, tutti tenuti nei locali della Biblioteca Planettiana di Jesi.

Ha introdotto e conversato con l’autrice Alessandro Seri; molti i temi trattati, da quelli più strettamente inerenti la genesi del libro e le scelte di tipo narrativo e letterario più adeguate a trasferire quei temi in un’opera da proporre ad un pubblico più ampio possibile, e in una forma capace soprattutto di resistere alla velocità con cui nei tempi attuali si consumano purtroppo velocemente, sui media tutti, anche le storie più dense di immediata umanità, a quelli inerenti in modo più diretto anche alla situazione reale attuale della guerra in Siria, la sua complessità e i drammi che investono la popolazione civile.

La vicenda narrata nel romanzo ci mostra la fuga di una coppia di fratelli, che avviene nei primi mesi di quella guerra interna scatenata dallo stesso regime contro l’opposizione della popolazione civile, che sull’onda delle primavere arabe chiedeva più democrazia, e attraverso questa fuga ci mostra anche i drammi che riguardano un viaggio non scelto ma obbligato, attraverso paesi non sicuri e poi attraverso un mare reso ancora più pericoloso da chi approfitta dei drammi degli altri, e poi l’arrivo in un paese di cui all’inizio non si conosce nemmeno la lingua, e che è stato scelto per di più come via di passaggio e non come meta definitiva, ma nel quale si resta invischiati, e quindi i primi contatti, le relazioni con le persone conosciute e incontrate qui, mentre continuano ad arrivare le notizie tragiche dal proprio paese, dai familiari e dagli amici rimasti, ma tra i quali ci sono anche quelli di cui non si ha più notizia.

Tutto vissuto e narrato dal punto di vista dei singoli, come potrebbe accadere a ciascuno di noi. La letteratura consente in più proprio questo rispetto ad un saggio o ad un reportage che comunque è importante per conoscere e approfondire. La letteratura ci fa immedesimare direttamente nella situazione, ci fa simulare le emozioni e sentirle, ci aiuta a definire meglio la prospettiva dalla quale valutare ciò che accade, e i dettagli che allora incontriamo, quella specifica situazione, la battuta o lo sguardo che un estraneo ci getta addosso, queste piccole cose diventano il centro del racconto, svelano in modo diverso un mondo diverso e  aggiungono significati in più.

Come in tutte le serate proposte con Le Marche in Biblioteca, anche questa volta la conversazione con Asmae Dachan è stata accompagnata dalle letture,  di Elisabetta Benedetti, Cristina Gregori e Maria Grazia Tiberi dell’associazione Arci Voce, con tre brani estratti dall’incipit del libro e cioè il momento della partenza, poi alcuni mesi dopo ecco i  familiari che ancora non hanno notizie dei ragazzi, e infine un brano nel quale ancora qualche tempo dopo il ragazzo, nel nuovo paese, si trova alle prese con la gente del posto. E insieme alle letture, si sono alternati alla conversazione anche gli interventi musicali, curati per l’occasione dal cantautore Silvano Staffolani, accompagnato da Lorenzo Cantori, con tre brani del suo  repertorio inerenti al tema della della serata: Sogni alla deriva, Viandanti e Forestiera.

(Le Marche in Biblioteca” è una iniziativa promossa dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche e organizzata insieme alla Biblioteca Planettiana, con un contributo del Ciomune di Jesi, Assessorato alla Cultura).

Gruppi di lettura 2018/2019

La letteratura delle migrazioni: Circolo di lettura 2018/2019 presso la Biblioteca Planettiana di Jesi. Martedì 23 Alessandro Seri ha presentato il programma del quarto anno del circolo di lettura e ha illustrato i libri proposti; anche quest’anno l’attività si svolge in parallelo agli incontri di altri circoli della zona di Macerata, con un coinvolgimento complessivo di circa 150 lettori.  Per quanto riguarda Jesi la data del primo incontro, con il libro EXIT WEST, è Mercoledì 21 novembre.  Le date dei successivi incontri mensili saranno concordate in seguito.

EXIT WEST di Moshin Hamid – Einaudi 2017 p.160
Saeed è timido e un po’ goffo: così, per quanto sia attratto dalla sensuale e indipendente Nadia, ci metterà qualche giorno per trovare il coraggio di rivolgerle la parola. Ma la guerra che sta distruggendo la loro città, strada dopo strada, accelera il loro cauto avvicinarsi e, all’infiammarsi degli scontri, Nadia e Saeed si scopriranno innamorati. Quando tra posti di blocco, rastrellamenti, sparatorie, la morte appare l’unico orizzonte possibile, inizia a girare una strana voce: esistono delle porte misteriose che se attraversate, pagando e a rischio della vita, trasportano istantaneamente da un’altra parte. Inizia così il viaggio di Nadia e Saeed, il loro tentativo di sopravvivere in un mondo che li vuole morti, di restare umani in un tempo che li vuole ridurre a problema da risolvere, di restare uniti quando ogni cosa viene strappata via. Con la stessa naturalezza dello zoom di una mappa computerizzata, Mohsin Hamid sa farci vedere il quadro globale dei cambiamenti planetari che stiamo vivendo e allo stesso tempo stringere sul dettaglio sfuggente e delicato delle vite degli uomini per raccontare la fragile tenerezza di un amore giovane.

NON DIRMI CHE HAI PAURA di Giuseppe Catozzella – Feltrinelli 2015 p. 240
Samia è una ragazzina di Mogadiscio. Ha la corsa nel sangue. Ogni giorno divide i suoi sogni con Alì, che è amico del cuore, confidente e primo, appassionato allenatore. Mentre intorno la Somalia è sempre più preda dell’irrigidimento politico e religioso, Samia guarda lontano, e avverte nelle sue gambe magre e velocissime un destino di riscatto per il paese martoriato e per le donne somale. Gli allenamenti notturni nello stadio deserto e le prime affermazioni la portano a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima, ma diventa un simbolo per le donne musulmane in tutto il mondo. Il suo vero sogno, però, è vincere. L’appuntamento è con le Olimpiadi di Londra del 2012. Ma tutto diventa difficile. Gli integralisti prendono ancora più potere, Samia corre chiusa dentro un burqa ed è costretta a fronteggiare una perdita lacerante, mentre il “fratello di tutta una vita” le cambia l’esistenza per sempre. Rimanere lì, all’improvviso, non ha più senso. Una notte parte, a piedi. Rincorrendo la libertà e il sogno di vincere le Olimpiadi. Sola, intraprende il Viaggio di ottomila chilometri, l’odissea dei migranti dall’Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.

CHE PAESE L’AMERICA di Frank McCourt – Adelphi 2000 p. 446
Vista dal parapetto di un bastimento, l’America era sembrata al giovane McCourt l’immagine stessa del riscatto da quel che nelle Ceneri di Angela ci era stata raccontata come il più atroce, oltreche il piu ilare, dei mondi possibili. Qui la scena, diversa e più tumultuosa, è invece quella di New York nel secondo dopoguerra. Una New York proletaria, dove fra case di mattoni rossi, pub di emigrati irlandesi e banchine ingombre di merci, con la quinta strada lontana e irraggiungibile di Manhattan, Frankie si trova a percorrere, passo dopo passo, un faticosissimo apprendistato. lnserviente in un grande e lussuoso albergo, militare durante la guerra di Corea, scaricatore di porto e infine insegnante – in aule e fra scolaresche che ricordano piuttosto da vicino le rumorose classi di Limerick -, McCourt mantiene prodigiosamente intatto il suo timbro inconfondibile, e la capacita di trasformare qualsiasi fatto, le avances di un prete alticcio come l’arrivo di Angela dall’lrlanda, quattro chiacchiere con i vecchi lustrascarpe italiani di Staten Island come il ritorno in patria e l’incontro col padre, in una grande, irresistibile storia.

PARTIRE di Tahar Ben Jellou – Bompiani 2014 p. 270
Azel ha poco più di vent’anni e il futuro davanti: una laurea, molti sogni, la voglia di vivere e l’ambizione che si hanno a quell’età. La vita a Tangeri, tuttavia, non permette molto; povertà e corruzione fanno intravedere la felicità solo dall’altra parte dell’oceano, in Spagna. Partire è l’unica salvezza possibile. Ma anche partire è difficile, rischioso e richiede compromessi. Per AzeI partire ha il prezzo del tradimento, degli altri e di se stesso. Ha il costo di un amore in cui non crede, di una relazione omosessuale cui cede per necessità. Sembra non esserci scampo per la dignità, in questo mondo di opportunismi, prostituzione, clandestinità, sessualità tradita. Per fortuna ci sono i sogni. Ben Jelloun compone un affresco straordinario, di denuncia e poesia: il ritratto di un mondo di immigrazione e clandestinità in cui la felicità sta sempre altrove.

LA FESTA DEL RITORNO di Carmine Abate – Mondadori 2014 p. 172
Un padre e un figlio. Il primo racconta la sua vita di emigrante, sospesa tra partenze e ritorni, tra Francia e paese; il secondo ricorda il suo spaesamento e la sua rabbia nei periodi senza il padre, ma anche l’incanto dell’infanzia, immersa in un paesaggio vivido, saturo di profumi. Davanti a loro, un grande fuoco acceso sul sagrato, la notte di Natale. Entrambi hanno un segreto da nascondere, un segreto legato all.amore della figlia maggiore per un uomo misterioso… Ambientato nella mitica Hora (la trasfigurazione romanzesca della nativa Carfizzi) e narrato da due voci inconfondibili per l’abile intarsio di parole e ritmi plurilinguistici, questo romanzo mette in scena l’epos del passaggio di testimone tra due generazioni. Un padre e un figlio che trovano la capacità di parlarsi, e di far ardere i propri cuori intorno allo stesso fuoco, con commovente intensità. “La festa del ritorno” è, così, una preziosa testimonianza sulla nostra emigrazione, un romanzo di formazione e una storia.

LA NIPOTE DEL SIGNOR LINH di Philippe Claudel – Ponte alle grazie 2005 p. 116
Il signor Linh viene da un Paese lontano: il suo villaggio è stato distrutto dalla guerra e tutti i suoi cari sono stati uccisi dalle bombe. Porta con sé sua nipote, che ha solo pochi mesi. Giunto in una città francese, dove viene ospitato in un centro di accoglienza, incontra il signor Bark, vedovo e altrettanto solo. E’ l’inizio di una toccante amicizia che sarà capace di sfidare le barriere della solitudine e dell’indifferenza umane.

 

 

NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI di Fabio Geda – Baldini e Castoldi 2017 p. 151
Se nasci in Afghanistan, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, può capitare che, anche se sei un bambino alto come una capra, e uno dei migliori a giocare a Buzul-bazi, qualcuno reclami la tua vita. Tuo padre è morto lavorando per un ricco signore, il carico del camion che guidava è andato perduto e tu dovresti esserne il risarcimento. Ecco perché quando bussano alla porta corri a nasconderti. Ma ora stai diventando troppo grande per la buca che tua madre ha scavato vicino alle patate. Così, un giorno, lei ti dice che dovete fare un viaggio. Ti accompagna in Pakistan, ti accarezza i capelli, ti fa promettere che diventerai un uomo per bene e ti lascia solo. Da questo tragico atto di amore hanno inizio la prematura vita adulta di Enaiatollah Akbari e l’incredibile viaggio che lo porterà in Italia passando per l’Iran, la Turchia e la Grecia. Un’odissea che lo ha messo in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini, e che, nonostante tutto, non è riuscita a fargli perdere l’ironia né a cancellargli dal volto il suo formidabile sorriso. Enaiatollah ha infine trovato un posto dove fermarsi e avere la sua età.

ANCORA di Hakan Gunday – Marco Y Marcos 2016 p. 416
Il nuovo romanzo di Hakan Günday entra con impeto e passione amara nel tema attuale dei migranti e del traffico d’uomini. Il viaggio di Gaza sino in fondo all’inferno incarna mali sociali da combattere; il suo ritorno alla luce riaccende la speranza. Prima parte: SFUMATO.”Ancòra”: è l’unica parola turca che sanno i migranti clandestini. Ancora acqua, ancora aria, ancora speranza. Gridano “Ancòra” chiusi nel camion, sul barcone che attraversa il Mare Egeo dalla Turchia alla Grecia. Gaza è il figlio di un trafficante di uomini e fin da piccolo impara a fare l’aguzzino in questo mondo spietato e confuso. Cresce nell’odio e l’unico affetto lo riceve da Cuma, un clandestino che lo tratta da amico e gli regala una rana di carta. Seconda parte: CANGIANTE . Cuma muore, vittima delle angherie dei trafficanti. Il male travolge Gaza come un unico blocco nero. Il camion carico di clandestini si ribalta: lui perde il padre e resta intrappolato tra i corpi per tredici giorni. Sopravvive, ma con la fobia di ogni contatto umano. Terza parte: CHIAROSCURO. In orfanotrofio si nutre di libri, e uno psichiatra se lo prende a cuore. Gaza intravede sprazzi di luce tra le ombre del mondo, ma non è ancora pronto al riscatto. La violenza è ancora il suo elemento: si unisce a razzisti e reazionari, partecipa a linciaggi. Quarta parte: UNIONE. Solo un viaggio nella patria di Cuma, tra i Buddha giganti di Ba-miyan, restituirà a Gaza la pace.

Il silenzio del mare, di Asmae Dachan

Giovedì 25 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, quarto appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca, edizione 2018.
Presentazione del romanzo di Asmae Dachan “Il silenzio del mare”
Il libro è finalista al Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella, la finale e la premiazione avranno luogo a Palermo il prossimo 24 novembre.

Titolo: Il silenzio del mare
Autore: Asmae dachan
Casa editrice: Castelvecchi Editore.

La recensione della scrittrice Maria Lampa (dal blog Diario di Siria)

Protagonista del romanzo è il silenzio a cominciare dal titolo  “Il silenzio del mare”.  Il mare non grida,  mormora, culla dolcemente i sogni, alimenta il desiderio per carezze affettive, tratta con tenerezza i cadaveri, trattiene i segreti, custodisce le speranze, miscela le idee, e il suo è un silenzio attivo, vivo anche se non pronuncia parole. A volte dolce, a volte burrascoso e rumoreggiante ma instancabile nel movimento che è Vita. Ha un suo specifico linguaggio ed è compreso, accettato da chi si mette muto ad osservarlo e ascoltarlo non solo con l’udito ma soprattutto con l’anima. Il mare che alimenta speranze, la paura e custodisce con discrezione segretamente tante storie. Il silenzio di Fadi che preferisce l’ascolto al parlare, la sua scelta di andare sulla spiaggia, al porto da solo per sentire il rumore dei propri pensieri che si muovono come le onde.

D30_3369Il silenzio di Dafne che utilizza per ritrovare se stessa, per comprendere le sue angosce, per capire cosa non va della sua vita, per riordinare i pensieri. Sceglie il silenzio quando si trova in un ambiente sconosciuto, nella casa di accoglienza in mezzo a persone estranee. Preferisce il silenzio  piuttosto che chiedere, chiarire con il marito e interrogarlo su certi comportamenti, e sceglie di tacere i suoi pensieri e tormenti.

Il silenzio usato come soluzione dalla suocera di Dafne per evitare discussioni dolorose in famiglia. Il pescatore Gino che osserva e legge molto più nei silenzi che dalle parole, il dramma che sta vivendo Fadi, e quei silenzi diventano solidarietà, comprensione, compassione, partecipazione.

D30_3266.JPGI protagonisti del romanzo sono due siriani costretti a fuggire con i barconi e solo uno arriva vivo in Italia. La storia di Fadi e di Ryma simile a quella di migliaia di profughi di cui nessuno parla. Il silenzio sulla storia della Siria, dei giornalisti che non raccontano, delle autorità che se ne avvalgono per aumentare le uccisioni e le repressioni violente.

Il silenzio del mondo che non interviene ed evita di pubblicare il dramma che sta vivendo quel popolo. Il silenzio di tutti gli innocenti martoriati in Siria che non possono più raccontare.

D30_3436.JPGAsmae l’autrice,  non tace ma racconta con una penna sottile, raffinata ciò che viene taciuto. Entra nel cuore dei protagonisti e con un filo di seta tesse la trama dei loro pensieri, delle angosce e speranze, degli ideali che danno la motivazione e il coraggio per combattere. La penna di Asmae fa scorrere sui fogli, cuori intrisi di sofferenza e ricolmi di amore, di intensità e di silenzi che riempiono, avvolgono i vari personaggi.

Tutto il romanzo scorre lentamente, ogni respiro viene descritto e vissuto consapevolmente ed ogni personaggio è visto dal di dentro più che da fuori, dalle azioni, gesti e parole. Dialoghi sintetici, scarni, essenziali e grande spazio all’intimità, ai pensieri, impressioni, sensazioni ed emozioni e ai tanti dubbi che accompagnano gli eventi.

Il lettore è preso delicatamente per mano e condotto dentro la storia, come se l’autrice volesse accostare i lettori, senza alcuna pretesa, alla Siria, a ciò che sta accadendo per farli sentire partecipi, vicini e in qualche modo protagonisti.

D30_3566.JPGC’è un senso di appartenenza al mondo e noi tutti siamo cittadini del pianeta, vicini o lontano che ci troviamo logisticamente, siamo tutti bisognosi di libertà di espressione, e quindi ugualmente responsabili di una pace che va vissuta e mantenuta ogni giorno in ogni angolo e qualsiasi contesto del pianeta Terra proprio perché come uomini, indipendentemente dal colore della pelle, siamo tutti esseri umani che in modo naturale desiderano amare ed essere amati.

Il romanzo è la testimonianza concreta che l’amore, il rispetto, la comunicazione, l’accettazione sono alla base della civile convivenza che fa sentire ogni essere umano ricco e felice di esistere.

 

“Uno sciopero della vita, Edo!” (La musica vuota, di Corrado Dottori)

Una lunga e interessante conversazione con Corrado Dottori, partendo dal suo romanzo La musica vuota, che dagli anni rappresentati nelle riflessioni, ricordi e riscoperte o ricostruzioni del suo passato che fa il protagonista, ci ha riportato continuamente a questo nostro tempo presente. La vicenda del romanzo, alle prese con il passato, sembra altra rispetto a questo presente, ed è un’altra, ma passato e presente si contengono uno dentro l’altro ed entrambi si comprendono meglio se riusciamo ad osservarli nel loro insieme. Ma non è facile. E così è un viaggio assai inquieto quello che compie, dentro se stesso, il protagonista Edoardo Alessi, private banker ancora negli anni dieci del duemila in una banca milanese, ma nato a metà degli anni Settanta e ventenne negli Anni Novanta, che ha lasciato alle spalle le utopie coltivate negli anni della Pantera all’università, di fatto rimuovendole e insieme scontrandosi anche con la sua storia d’amore, che era un tutt’uno con le loro aspirazioni o scelte di stili di vita, per ritrovarsi dentro altre altre scelte. O forse è più esatto dire ‘non scelte’.  Ma non c’è solo questo passato ‘privato’, che già da solo non è soltanto ‘privato’.
C’è anche il passato dei suoi genitori, padre e madre, giovani di una generazione precedente, quella degli Anni Settanta di cui negli anni si è fatto sempre fatica a parlarne con tranquillità. Ed è un passato che si complica ancora di più dopo la disgregazione della famiglia – il padre in prigione, la madre fuggita, il piccolo Edoardo rimasto con i nonni – la quale sopravvive unita soltanto dentro sette scatoloni che l’Edoardo adulto ritrova in una vecchia soffitta, e dentro vi ritrova un po’ di lettere della madre, diari del padre, appunti vari mescolati e perfino i racconti di Edoardo ragazzino che il padre aveva raccolto e mischiato li dentro, insieme a vecchi vinili e copertine di LP, come si chiamavano allora. Gli scatoloni non sono solo un espediente letterario, per consentire all’autore di sviluppare, intrecciandoli insieme, i diversi piani narrativi. Sono anche una metafora delle nostre tracce materiali, con le loro ruvidezze e imperfezioni di allora (‘spero che mio padre non li abbia letti davvero’, commenta tra sé Edoardo quando ritrova anche i suoi scritti giovanili), non ancora appiattite dalla universale digitalizzazione odierna, della tecnologia e degli sguardi, in cui ogni ruvidezza e superficie viene smussata, gli angoli tolti, i caratteri omologati. Nel romanzo c’è molto, l’espediente letterario consente di citare anche documenti e momenti di storia reali, che si sommano ai racconti soggettivi dei vari personaggi, lungo una trentina di anni di storia, di situazioni, da riordinare e rivalutare oggi e non confondere nel mucchio di un qualcosa di indistinto, perché possono aiutarci a capire meglio dove siamo arrivati. E anche le scelte o non scelte individuali, e degli errori e fallimenti.
Cosa fare del passato?
“Elevarlo a simbolo” – si chiede il protagonista in una pausa tra le sue letture, o tra i suoi impegni di consulente finanziario, perché sono le pause che ci aprono la possibilità di nuovi sguardi – “Farne leggenda. Farne il romanzo non già di un singolo ma di centinaia, migliaia, milioni di scelte individuali che si fondono in scelte sociali. Che si fanno storia, che si fanno destino. Questo potrei fare, se fossi uno scrittore”.
Sembra quasi il manifesto estetico che sorregge la scrittura di questo romanzo. Che ci riporta anche, per questa strada, a ripensare i nostri stili di vita odierni, che non ci lasciano quieti.
“Uno sciopero della vita, Edo! – dice a Edoardo un altro personaggio, un reduce di quegli anni rimasto ancora fedele a se stesso, come un eremita, l’altro lato di quegli scatoloni ritrovati in soffitta – Non uno sciopero in fabbrica. Uno sciopero della vita, da questa vita. Smettere di fare. Fermarsi. Scendere dal treno. Smettere di produrre, di consumare… Smettere di ascoltare musica di merda, spegnere la televisione. Staccare la spina. Tutti. Nel medesimo istante.” L’utopia ha sempre immagini radicali, ma anche verosimili, che si possono immaginare davvero.

E la musica, citata anche in questa sorta di invocazione di questo personaggio? La musica è tutto, c’è già nel titolo, e c’è un disco che lega padre e figlio, lasciato in quello scatolone, e che poi ritorna più volte nel romanzo, è Exile on Main st. dei Rolling Stones, 1972, ma ne sono citati anche molti altri, da Nebraska di Bruce Springsteen a Grace di Jeff Buckley e tanti altri, in fondo al libro Corrado Dottori ha aggiunto una scheda di due pagine con tutti gli autori citati. La musica è tutto, è la costruzione di un’identità, un modo di guardare il mondo per volerci restare ancorati, anche quando al tempo stesso se ne avverte il disagio, la musica è in questa tensione. Se perde questa tensione diventa vuota.

La conversazione con Corrado Dottori è stata accompagnata da alcune canzoni eseguite da Federico Fabbretti della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture di alcuni brani dal libro eseguite da Maria Grazia Tiberi e Tullio Bugari dell’associazione ARCI Voce.

LE MARCHE IN BIBLIOTECA 2018
Sul libro di Corrado Dottori, vedi anche:
la foto di Mario Boccia, nella copertina del libro
la recensione di Valerio Calzolaio

 

“Music is a dark sound”

La foto di copertina del romanzo di Corrado Dottori, “Pianoforte a Grbavica”, è di Mario Boccia, che la scattò a Sarajevo. “La musica vuota” non parla di quella guerra, la foto però è tale da  evocare anche altre inquietudini interiori della nostra epoca.
La foto è accompagnata nel libro da un ricordo dello stesso Mario Boccia, e dalla poesia che le dedicò il poeta cheyenne Lance Henson:
“La guerra è finita e la città riunificata in applicazione degli accordi di Dayton. Un pianoforte è rimasto in una casa abbandonata. la ragazza che mi accompagna sperava di trovare tracce di una sua amica che abitava lì. Una casa tanto vicina alla prima linea da essere parzialmente trasformata in una postazione per mitragliatrici. “Su quel pianoforte abbiamo imparato a suonare insieme”, mi disse. Lance Henson, poeta cheyenne, ha scritto una poesia su questa foto: The Abandoned Piano. Dopo avermi ascoltato a lungo mi ha chiesto: “Mario, ma chi sono i nativi di Bosnia?”
The abandoned piano
di Lance Henson

Music is a dark sound
when the sorrow of the world
cannot forget itself
it is a siren lost
upon tumultuos sea
in a time of danger and despair
as sudden as an eye
captured in the forgotten frame
of a photograph
music is a dark sound
yet even hope prevails
even if it is a lone piano
in a war ravaged room

La musica è un suono cupo
quando il dolore del mondo
non riesce a dimenticare se stesso
è una sirena persa
in un mare in tumulto
in un momento di pericolo e disperazione
improvviso come un occhio
catturato nell’inquadratura dimenticata
di una fotografia
la musica è un suono cupo
eppure prevale la speranza
anche se è un piano solitario
in una stanza devastata dalla guerra

(traduzione dal blog dell’associazione Il Cerchio)  

La musica vuota, di Corrado Dottori

Giovedì 18 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, terzo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca: I Giovedì letterari della Planettiana, edizione 2018.
Presentazione del romanzo di Corrado Dottori “La musica vuota”

Titolo: La musica vuota
Autore: Corrado Dottori
Casa editrice: Italic Pequod

 La recensione di Valerio Calzolaio
(dal settimanale della Fondazione Italiani)

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.

Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.

LA LETTERATURA DELLE MIGRAZIONI

CIRCOLO DI LETTURA 2018-2019, martedì 23 OTTOBRE ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana, presentazione della quarta edizione del circolo di lettura.
Dopo la bella partecipazione degli anni precedenti, siamo pronti a ripartire con un nuovo ciclo di 8 incontri mensili, fino al mese di giugno. Quest’anno il tema filo conduttore per i libri che saranno proposti è “LA LETTERATURA DELLE MIGRAZIONI”.
La partecipazione è libera, chi vuole può venire, nel corso dell’incontro Alessandro Seri illustrerà il perché di questo tema, così attuale, e i titoli dei libri. Insieme definiremo anche il calendario degli incontri successivi, previsti con cadenza mensile fino al mese di giugno.
Le edizioni precedenti del circolo di lettura sono raccontate QUI: http://www.altroviaggio.org/category/circolo-di-lettura/