Un Primo Maggio anomalo: il lavoro che cambia.

di Ezio Bartocci
La ricorrenza del primo maggio, come le festività pasquali e del 25 aprile, quest’anno vedrà milioni di lavoratori costretti a casa ad interrogarsi sul come, quando e se potranno riprendere regolarmente il lavoro.
E’ bastato un virus micidiale per modificare radicalmente i rapporti della gente e bloccare il sistema produttivo delle maggiori potenze industriali della terra.
Osservo una dozzina di francobolli che ho avuto qualche anno fa da Alberto, il vecchio caro falegname, mentre apprezzavo a casa sua la serie completa denominata Italia al lavoro o Regioni d’Italia.
“Valgono poco!” – mi disse – “Prendi!, questi li ho doppi”.

Riguardandoli oggi, come allora, mi riportano ad un periodo dell’infanzia, quando quasi tutti i fanciulli d’Italia nati nel dopoguerra, me compreso, provavano a mettere insieme un personale illusorio tesoretto costituito da valori postali viaggiati e monete fuori corso.
I disegni mi fanno pensare innanzitutto al primo articolo della nostra Costituzione che recita: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Non sul lavoro nero sottopagato e disonesto che fa arricchire chi non lavora; non c’è scritto ma dovrebbe essere sottinteso.
La serie utilizzata dal 1950 al 1958 si compone di 19 abbinamenti, quante le regioni d’Italia,
essendo Abruzzo e Molise ancora insieme.
Ogni singolo pezzo alterna un tipico lavoro agricolo o di artigianato tradizionale, ambientando sullo sfondo un monumento per far conoscere anche all’estero alcune attrattive italiane.
Nell’insieme si ha l’idea di una terra laboriosa, prevalentemente agricola e manifatturiera;
non certo una moderna nazione industriale.
L’Italia evolverà in fretta, dalla fine degli anni cinquanta in avanti, modificando la sua immagine e le sue abitudini col boom economico del ’60.
Il decantato benessere dato dal nuovo modello di sviluppo, per contro, acuiva la crisi di tantissimi artigiani costretti a chiuder bottega per ripiegare nel lavoro a catena delle fabbriche del nord, o all’estero.
I diversi soggetti della mia infima raccolta filatelica infantile, neanche la metà della serie, li avevo messi insieme svaporando pigramente qualche busta affrancata o facendomi comprare occasionalmente da mia madre certi cubetti gelatinosi di marmellata, molto pubblicizzata e accattivante per via dei francobolli abbinati alla confezione.
La composizione realistica, minuziosa, ma non forzata di ciascun esemplare è apprezzabile anche per le variazioni monocromatiche. Quale fosse il valore facciale di ciascun francobollo me lo faceva ritenere di maggior pregio rispetto a quasi tutti agli altri, specie quelli dozzinalissimi col volto dei sovrani, o del duce di profilo coll’elmetto e la mascella taurina.
La scelta del formato grande ha contribuito a valorizzare le composizioni scenografiche di Corrado Mezzana, rigoroso disegnatore e apprezzato scenografo romano.
L’Italia uscita a pezzi dalle vicende della guerra, ma finalmente libera dal giogo della dittatura aveva voglia di rifiorire presto. Per farlo doveva credere nel lavoro come valore fondante, nelle diverse risorse individuali, artistiche e materiali, tipiche degli italiani, oltre che nelle sue peculiarità geografiche e paesaggistiche.
Per prendere le distanze dall’immagine del passato regime fascista, dalla ridondanza di aquile svettanti, di soldati armati, motti retorici e bellicosi le Poste Italiane non potevano fare una scelta promozionale migliore.
La serie incornicia regione per regione entro uno stesso modulo, fornendo in sintesi
la visione di una nazione compatta, operosa e orgogliosa della sua tradizione abbinando eccellenti lavoratori e lavoratrici a opere esemplari di ogni epoca in ogni località.
In settant’anni le trasformazioni produttive ed esistenziali hanno determinato sostanziali cambiamenti della penisola e dei suoi abitanti.
Il consumismo, interpretato in genere come panacea, ha contribuito all’egoismo individuale facendo perdere la tradizionale ricerca dei rapporti di equilibrio per stare civilmente al mondo, rispettare il contesto generale e guardare tutti insieme al futuro.
Basti pensare all’incidenza progressiva dell’immondizia ( ‘a monnezza) ed ai conseguenti problemi igienici delle città (all’inquinamento, allo smaltimento delle montagne di rifiuti ed alle losche speculazioni di gente di malaffare).
La pandemia che ha colpito ovunque nei primi mesi dell’anno, e l’Italia più di altre nazioni, poteva essere evitata o essere meno disastrosa? Ci insegnerà qualcosa? E’ corretto paragonarla ad una guerra, come molti informatori ripetono; guerra disastrosa che non si sa quando finirà, quante saranno le vittime, quali le conseguenze dei blocchi, delle trasformazioni delle attività produttive e dei cambiamenti dei rapporti?
Durante la guerra, per sfuggire ai bombardamenti, banchiere e mendicante potevano trovarsi di fronte nei rifugi con lo stesso problema e per un po’ sentirsi alla pari. E se il mendicante aveva con sé una borraccia d’acqua, avendo più dell’altro poteva essere il più generoso, invertendo le parti ed accorciando eccezionalmente le distanze.
Ora no, i privilegiati possono continuare a beneficiare delle loro lussuose residenze con parco ed ogni comfort standosene ancor più alla larga dagli emarginati, dai poco o nullatenenti.

Se la ripresa sarà graduale in ogni settore e con effetti economici imprevedibili, quanti individui, seppure professionalmente eccellenti, facenti parte di categorie poco organizzate,
già segnate pesantemente da anni di crisi, avranno la possibilità di continuare a vivere del proprio lavoro? Non è il caso di azzardare previsioni, ma se il paragone con la guerra è lecito, cessato il pericolo del Covid, com’è riuscita l’Italia postbellica a risollevarsi dal disastro con l’impegno di tutti, grazie anche all’umanità ed alla generosità dei più sensibili bisogna sperare in un virus altruistico contagioso: i francobolli di Alberto, quel suo di più, sono un esempio.
Quanti hanno già infinitamente più del necessario e stando alla sequenza di Fibonacci avranno esponenzialmente sempre di più fino a perdere il conto? Quanti si dimostreranno capaci da mettere in circolo parte dei loro surplus, non attraverso elemosine ma fornendo maggiori e migliori opportunità di lavoro ad altri?
Nei francobolli che ho descritto e riprodotto figurano in secondo piano o sullo sfondo opere architettoniche esemplari, identificative dei luoghi dove sono sorte.
Per le Marche c’è il Palazzo ducale di Urbino, creazione originalissima di Luciano Laurana coi suoi inconfondibili torrioncini racchiudenti i balconi sovrapposti.
Un palazzo equilibratissimo con scalinate agevoli e saloni dove non c’è un dettaglio casuale o raffazzonato, a dimostrazione che insieme ai grandi artisti hanno contribuito allo splendore della residenza una moltitudine di abili artigiani padroni dei loro mestieri.
Chiunque visitandolo anche a centinaia d’anni di distanza, apprezzando i risultati dell’impresa, tutto potrà dire del Duca meno che abbia dilapidato frivolmente le sue sostanze.
I dipinti commissionati, i marmi scolpiti, le tarsie dello studiolo come lo splendore della biblioteca ed ogni singolo volume manoscritto e miniato, così un mobile, un arazzo, un servizio da tavola; qualunque opera realizzata per lui e la sua corte, ovunque si trovi oggi è ammirata come o più di allora. Ogni espressione d’arte, d’alto artigianato e d’ingegno in genere, attesta in ogni epoca la volontà di non accontentarsi di fare per avere ma di provare a fare al meglio per dare; questo avviene tanto più quando chi ha i mezzi economici o le possibilità decisionali ha la sensibilità e la cultura per credere nel proprio contemporaneo.

Post Scriptum di Tullio Bugari.
Nei 19 francobolli della serie ” Italia al lavoro”, in parte riprodotti, sono sette le donne protagoniste; una percentuale inferiore rispetto alla rappresentanza maschile, ma ben più alta se paragonata alla quota di donne elette nell’assemblea costituente!
In quanto ai lavori che le donne rappresentano nei francobolli, beh, possiamo notare la raccoglitrice di olive, quella di arance, di uva, ci sono poi anche donne al telaio e al tombolo. Non mancano sullo sfondo nemmeno per loro, è vero, come evidenzia Bartocci soffermandosi per le Marche sul Palazzo ducale di Urbino, vedute architettoniche della nostra storia, da Castel Del Monte all’Abbazia di Pomposa.
Attira però la mia curiosità la donna del Friuli alle prese con il granoturco: m’è capitato di leggere testimonianze proprio di quegli anni, dalla pianura friulana del Cormor, di come utilizzando le foglie delle pannocchie riuscissero a ricavare un po’ di tutto, anche borse o cinture, esistevano anche laboratori artigianali, per raggranellare un po’ di reddito (ma dev’essere stato come per i francobolli che Alberto regalò ad Ezio: valgono poco!), ma tanto era nelle famiglie di contadini senza terra. Quando il lavoro, appunto, scarseggia.
Ma come le immagini proposte dai francobolli, quei tempi sono lontani.
Volendo allegare un’immagine meno romantica Ezio mi ha suggerito quella di una sua copertina del ’95 che eseguì per un numero di Prisma i cui articoli centrali si occupavano di Pari opportunità in generale, non solo la superficialità del lavoro. La donna nel cartello dei lavori in corso, già allora, quando me la propose, mi sembrò subito una buona provocazione. Trasmetteva e trasmette ironia. Richiama l’attenzione, rivendica un ruolo attivo fuori dai canoni. Poteva o potrebbe essere un francobollo originale per il Primo Maggio, ho pensato per un attimo, ma oramai la posta tradizionale è quasi un ricordo: i francobolli sono un genere in disuso e se qualcuno dovesse usarli oggi, guai ad applicarli come facevamo abitualmente!

(Italia al lavoro, la serie completa).

Giulio fa cose

Titolo: Giulio fa cose
Autore: Paola Deffendi e Claudio Regeni, con Alessandra Ballerini
Casa editrice: Feltrinelli

Dal sito Questione di Giustizia: l’articolo di Rita Sanlorenzo del 14 marzo 2020.

Da più di quattro anni ormai la tragedia di Giulio Regeni, rapito torturato ed assassinato a Il Cairo, dove stava svolgendo una ricerca sui sindacati autonomi degli ambulanti su incarico dell’Università di Cambridge, non trova un finale. Da più di quattro anni i suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, senza cedere alla fatica ed allo sconforto, insistono con coraggio e determinazione nel chiedere quello che a loro è dovuto: verità, e possibilmente, giustizia. Uscito nel quarto anniversario della morte del loro figliolo, il libro “Giulio fa cose” è sì il reportage angosciante di una battaglia contro il muro opposto dalle autorità egiziane alla giusta pretesa di individuare gli assassini di Giulio; è anche la cronaca dell’atteggiamento ondivago, anzi ambiguo dello Stato italiano che sembra avere sacrificato ogni serio intento di affiancare questa famiglia nella ricerca di una risposta ai loro interrogativi alla “ragion di Stato” (che poi null’altro è che la sudditanza alle leggi di mercato e dello scambio economico); ma a ben vedere, è soprattutto la rivendicazione orgogliosa di un padre e di una madre di avere dato al loro amato figlio gli strumenti, e la curiosità, per sentirsi cittadino di questa modernità senza confini, che va a cercare la conoscenza lontano dal proprio ambiente di origine.

Non sta certo in questa ansia di conoscenza, da cui fin da piccolo Giulio era stato spinto a guardare lontano da casa, la causa, nemmeno remota, della sua fine: anzi, il loro Giulio era come tanti giovani che oggi scelgono di mettere in gioco le loro vite senza il comodo paracadute della sicurezza familiare per farsi, come scrivono loro, “costruttori di pace”. I signori Regeni hanno potuto verificare in questi anni, grazie ai tanti incontri con un largo pubblico che ogni volta esprime solidarietà, empatia, sostegno, che ormai Giulio è diventato un simbolo per tanti: perché in tanti hanno capito che quello che è successo a Giulio sarebbe potuto succedere “a qualsiasi persona che si mette a voler sinceramente e con impegno approfondire i temi delle politiche sociali, sviluppo economico e diritti umani, in paesi dove la tutela dei diritti è carente e necessiterebbe di sostegno da parte delle organizzazioni e delle politiche europee e mondiali” (pag. 75).

Queste frasi suonano oggi così lucidamente premonitrici, mentre si protrae in Egitto la prigionia senza prove di un altro ricercatore, Patrick Zaky, la cui detenzione nelle carceri egiziane prosegue di quindici giorni in quindici giorni senza alcuna formalizzazione di accuse precise nei suoi confronti. Uno sfregio ulteriore da parte di un regime autoritario che si fa beffe di ogni rispetto dei diritti umani non solo dei suoi cittadini ma anche di quelli di coloro che lo visitano per ragioni di studio. L’evidenza è tragica, e riguarda l’assenza di una comunità internazionale che possa far sentire la sua voce di fronte alle violazioni più plateali del rispetto della vita umana e della garanzia della libertà del singolo. Riguarda, anche in questo caso, l’assenza della politica, incapace di compiere delle scelte che non siano quelle più meschinamente dettate dalla convenienza spicciola e dall’immediato profitto di agenti economici impersonali e a cui, come tali, non si può nemmeno addebitare l’assenza di ogni senso etico.

Eppure del delitto di Giulio se ancora non si conoscono gli autori materiali, si sono accertati alcuni elementi a corredo, molto significativi: uno fra tutti, il feroce tentativo di depistaggio posto in essere dalla polizia egiziana, costato la vita a cinque innocenti indicati nell’immediatezza come i suoi assassini, inscenato come soluzione del mistero di quella fine, con tanto di ritrovamento dei documenti di Giulio. Una orrenda montatura, svelata grazie anche alla paziente opera dei magistrati italiani che hanno proseguito le indagini pur in assenza di ogni collaborazione da parte della procura egiziana, nonostante le dichiarazioni ufficiali di massima disponibilità. Una paziente opera che ha portato nel 2018 all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque tra poliziotti e membri della National Security che avrebbero avuto un ruolo tanto nel sequestro quanto nel depistaggio messo in atto dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio: atto che però non ha ottenuto alcun riscontro da parte della autorità giudiziarie egiziane, che non sembrano più occuparsi del processo.

Si aspettano entro il 30 aprile 2020 gli esiti del lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio istituita presso la Camera dei deputati, che dovranno fornire alcune risposte alle giuste richieste che l’opinione pubblica rivolge allo Stato italiano.

La tenace battaglia dei genitori di Giulio, affiancati dall’avvocata Alessandra Ballerini, che negli anni non hanno mai smesso di sollecitare, interpellare, lottare contro il silenzio da cui forse ci si aspettava che questa vicenda sarebbe stata coperta prima o poi, non sembra destinata a finire presto. Ma ormai entrambi sono ben consapevoli di non agire solo per sottrarsi ad un destino personale crudele ed insensato, ma in nome di una collettività più vasta che si identifica in un senso di umanità e di ribellione all’assolutismo di un potere dittatoriale che pretende l’impunità per i suoi crimini, anche i più assurdi ed ingiustificabili.

Giulio continua a fare cose, perché aggrega attorno a sé una comunità proiettata verso il futuro, che non verrà fermata dalla violenza e dalla brutalità dittatoriale e che anzi continuerà ad agire e ad operare per la costruzione di un mondo che riconosce valore alla persona umana, tanto più in quanto impegnata nella ricerca e nella diffusione del sapere. E tanto più in questa epoca di contagio pandemico, in cui al senso di responsabilità di ognuno è affidato anche il bene della salute, e della vita, degli altri, dovrebbe risultare ben chiaro a tutti che il destino dell’ “altro da noi” comunque ci riguarda, segna le nostre vite e contribuisce a costruire il futuro del mondo in cui siamo destinati a vivere noi e i nostri figli. E questo Paola e Claudio ce l’hanno ben presente: sottraendosi alla gabbia del ruolo di vittime, dopo avere conosciuto sul volto del loro ragazzo torturato ed ucciso “tutto il male del mondo”, continuano a battersi non solo per Giulio, ma per l’affermazione di un’esigenza universale di verità e giustizia. E per questo tutti dobbiamo loro una profonda gratitudine.

Cartoline

(articolo di Ezio Bartocci)
Non sono cartodipendente ma negli anni ho raccolto tanti generi di stampati, tra questi un assortimento di cartoline natalizie e di cartoncini affini, qualche letterina ed alcune antiche Natività calcografiche interessanti anche perché segnate dalla ripetuta esposizione annuale. Ho messo insieme questo materiale pensando di ricavarne un giorno un bel catalogo ed un’apprezzabile esposizione.
Le cartoline di auguri vanno dall’inizio del ‘900 agli ultimi decenni del secolo.
Ora che hanno fatto il loro tempo si prestano ad una ricognizione e a varie letture.
La mostra dedicata ai bambini, arricchita da manufatti ed oggetti attinenti, allestita tra dicembre e gennaio potrebbe richiamare le famiglie ed ogni singola persona interessata all’iconografia natalizia, alla religiosità ed alle tradizioni popolari.
La varietà di cartoline e dei cartoncini un tempo comuni, tirati in migliaia di copie, scelti in base ai gusti ed alle disponibilità individuali, sono interessanti anche nel verso caratterizzato dalla calligrafia e dalla firma, dagli auguri e dai saluti, dagli indirizzi del destinatario e del mittente. Stesso dicasi per gli stampati in busta, ritenuti più chic, quindi usati prevalentemente dai professionisti e dalle aziende.
Chi poteva immaginare che sarebbe bastato qualche clik per mettere in crisi un sistema perfezionato sotto vari aspetti che ha dato lavoro a generazioni di grafici, fotografi, stampatori, cartolai e postini.
Un vecchio cartolaio spiritoso, ora in pensione, dice che era inevitabile ed è meglio così.

I francobolli costano e gli stampati pure; la posta virtuale non costa niente e viaggia veloce.

Finalmente possiamo esser sicuri che gli auguri di Natale arrivano appena il bambinello nasce, non quando sta per mettere il primo dente.

Nel catalogo, oltre alle riproduzioni anastatiche dei pezzi più significativi, voglio mettere la foto di un sacco postale durante la levata e quella di un postino in bicicletta: il messaggero che secondo qualcuno suonava sempre due volte.

Prima dell’avvento dalle E-mail o di WhatsApp il postino era molto atteso, anticipava la festa; la sua borsa di cuoio appoggiata sul portapacchi, o portata a spalla, a dicembre era gonfia quasi quanto il sacco della Befana o di Babbo Natale, personaggio vincente quest’ultimo, oggi più capzioso commercialmente, ma un tempo più mimetico e fuori dalla nostra tradizione.
Nelle immagini più antiche, come la cartolina del 1901 qui riprodotta, ha l’aspetto di un antico pacifico montanaro mitteleuropeo.
Assai diverso quello stampato a due colori da una tipografia locale nel ’44.
L’autore anonimo del foglio probabilmente faceva parte del Trentesimo Squadrone Aereo del Sudafrica stanziato all’aeroporto militare di Jesi durante la liberazione dalla dittatura nazifascista. Indubbiamente sapeva il fatto suo: ha saputo incidere il linoleum abbinare la scritta all’immagine e mantenere un equilibrio d’insieme, ma i destinatari del suo Babbo Natale col sacco pieno di bombe sicuramente non gli hanno fatto i complimenti.
E’ passato molto tempo da allora. Oggi fortunatamente nel mondo non ci sono più né dittature né massacri. Non se ne ha notizia. E il modo di far propaganda e di comunicare non è più quello degli stampati tipografici. E’ ultraveloce ed efficiente. Non sfugge niente.
Apprendiamo, ad esempio, che il presidente americano grazia ufficialmente un tacchino.
Una prova in più che il mondo è migliore di quanto spesso immaginiamo.
Possiamo esser certi che presto, dopo una perdurante crisi di commesse, per evitare il fallimento, le fabbriche di armamenti militari saranno riconvertite in industrie alimentari, di giocattoli e libri di favole.

Auguri di Buone Feste a tutti!

“Un complicato atto d’amore” di Miriam Toews, Marcos y Marcos editore

Titolo: Un complicato atto d’amore
Autore: Miriam Toews
Casa editrice: Marcos Y Marcos 2005

Mercoledì 6 novembre ore 21.15, presso la Salara (Biblioteca Planettiana di Jesi, il primo incontro del circolo di lettura edizione 2019/2020).

(tratto dall’articolo di Ombretta Romei, “Intervista con Miriam Toews: una donna che parla (e scrive)”, dal sito Pulp libri)
«Già. New York. Lontana anni luce da Steinbach, la cittadina canadese dove una comunità mennonita mette radici agli inizi del Novecento, sfuggendo alle persecuzioni bolsceviche, ai massacri, all’estinzione. E dove Miriam Toews è nata e ha vissuto la sua adolescenza. Libri interdetti, balli proibiti, parole impronunciabili: un oscurantismo di stampo maschilista e patriarcale che non ammette deviazioni. Il verbo di Menno Simons (1496-1561), storico fondatore della setta anabattista, è più che legge. È una visione (distopica) del mondo. Campi di granoturco a perdita d’occhio delimitano i confini della piccola città, isolandola da tutto, così come pensieri impuri, atteggiamenti trasgressivi, tentazioni mondane isolano i sognatori in odor di eresia e di scomunica. Le chiavi del paradiso e le vite degli abitanti di Steinbach sono nelle mani di pochi fanatici capi religiosi, teorici e praticanti di un fondamentalismo anacronistico.
1980. East Village «è come un set del cinema, non può succedere niente di vero. È un paese fantasma, l’isola che non c’è» afferma la sedicenne Nomi, protagonista di Un complicato atto d’amore (2004), alla cui voce monologante Miriam Toews affida il racconto di sé e della propria «complicata» adolescenza. Il nome fittizio della sua città natale è un omaggio a New York, a un quartiere – dove Nomi vagheggia di passeggiare nientemeno che in compagnia di Lou Reed! – a una cultura, a uno stile di vita. Agognati, paradossalmente, quanto un elenco telefonico: niente di meglio se può servire a scrollarsi di dosso anni di letture (e immaginario) fantasy, villaggi hobbit e colline dei conigli. Con una Main Street ai cui estremi svettano una statua di Gesù che assomiglia a George Harrison e un tabellone gigante con scritto SATANA È TRA NOI. Scegli: o lui o me, East Village evoca una small town bradburyana: luogo di passaggio di uomini illustrati e freaks circensi, presenze perturbanti contro le quali nulla possono gli incantesimi di elfi e streghe bianche.
La fuga è, allora, un sogno. Un’intenzione. Una necessità. Dopo la scomunica di Tash e Trudie – la sorella maggiore e la madre di Nomi – il loro forzato abbandono della comunità mennonita lascia un vuoto incolmabile nella casa dove una figlia convive con i malinconici silenzi di un padre inconsolato. Solo un atto d’amore, salvifico e imprevisto, condannerà finalmente Nomi allo status scandaloso di outsider.»

La Simeide in letture e canzoni

Con il libro “LA SIMEIDE. Una lotta vincente” di Tullio Bugari, Seri editore, 2019, si è conclusa giovedì 31 ottobre la quarta edizione di Le Marche in Biblioteca, che quest’anno ha impegnato tutti e cinque i giovedì del mese di ottobre.

Il libro era stato già presentato a Jesi lo scorso mese di marzo con una serata organizzata dalla sezione di Jesi dell’Istituto Gramsci Marche, dalla Fiom e dallo Spi Cgil di Ancona e da Arci Marche, un convegno con gli interventi di tanti “ex”, cioè testimoni diretti di quella esperienza, i quali avevano portato le loro ulteriori testimonianze. L’autore si era “limitato” a prendersi una mezz’ora (“ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”) per introdurre gli interventi dei relatori con una scelta di letture dal libro, facendosi accompagnare da un buon numero di amici, cioè alla lettura le lettrici dell’associazione Arci Voce e alle canzoni i musicisti della Vi Cunto e Canto band. Tutti emozionati per l’enorme partecipazione, la gente così tanta per la prima uscita del libro che non ci fu posto per tutti in sala (sala troppo piccola?).

Giovedì 31 in biblioteca, per ripresentare di nuovo il libro ma in una diversa forma, l’autore si è “limitato soltanto” alla lettura e alle canzoni – sempre accompagnato da Arci Voce e Vi Cunto e Canto band – ma con un reading concerto di maggior respiro, di un’ora e più, con una scelta di letture più ampia, offrendo a chi era presente alcuni degli eventi principali accaduti nei venti anni della “vertenza” della Sima, dei quali i primi dodici anni, la prima fase, vanno dalla conferenza di produzione che si tenne nel gennaio 1977 – quarantadue anni fa proprio nella stessa sala maggiore della Biblioteca dove eravamo ieri sera – fino alla fine del 1988, quando si siglò l’accordo, approvato in fabbrica dall’assemblea degli operai e impiegati della Sima, che consentiva il passaggio, finalmente, ad un imprenditore che si impegnava a dare continuità alla produzione e a salvaguardare i livelli di occupazione. E poi la seconda fase, di ulteriori otto anni, che a chi vi restò coinvolto sembrarono ancora più lunghi, quelli dell’applicazione non scontata dell’accordo siglato, che non riuscì a riassorbire tutti gli operai ma ne lasciò fuori un centinaio, i quali però non si dispersero ma rimasero organizzati, con i mezzi che potevano, e solidali tra loro si batterono, fino al 1996 quando anche “l’ultimo dei cassa integrati” – titolava così il Corriere Adriatico, intervistando Cesare Tittareli, il portavoce del comitato, che oramai veniva chiamato da tutti il comitato dei “senza fabbrica” – fu assunto, da un’altra ditta ma ritrovò un’occupazione.

Una lotta vincente, nella prima fase, con una coda, nella seconda fase, che regala a quella vittoria un retrogusto amaro. Nel libro l’autore la definisce una vittoria con il retrogusto, per sottolineare che può essere apprezzata fino in fondo come tale solo ricomprendendo anche l’intera seconda fase, e dunque a quel punto è una vittoria più piena e veramente di tutti. L’autore lo dice a distanza di oltre venti anni dal suo epilogo, nell’esigenza di recuperare il senso di quella lotta importante – degli operai con la partecipazione della città – che invece, senza un’adeguata rielaborazione o attenzione può rischiare perfino di essere dimenticata, o non apprezzata in tutti i suoi aspetti, e il cui esito vincente più visibile è l’esistenza in attività ancora oggi – sotto l’insegna della Caterpillar, che intervenne nel 1996 – dello stabilimento di via Roncaglia che fu della Sima, e che non smise mai di funzionare.
La ricostruzione della memoria dovrebbe servire a rendere più evidenti anche gli esiti vincenti non immediatamente visibili.
Non è una memoria semplice e forse nemmeno del tutto così condivisa, ma è un pezzo importante della memoria della città. Il libro ricostruisce questa storia grazie all’ampia documentazione raccolta allora, dal vivo, da due operai della Sima protagonisti loro stessi in prima persona, Cesare Tittarelli e Paolo Mancini. Il Fondo Tittarelli, che è quello principalmente consultato dall’autore, è custodito dal Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi, del quale Cesare faceva parte; l’altro Fondo si trova presso l’Istituto di Storia del Novecento ad Ancona. Un terzo archivio, citato ampiamente nel libro, è quelllo custodito dall’ex sindaco Aroldo Cascia. Tra le citazioni riportare nel libro, poi, ci sono molti articoli di giornale nonché le testimonianze, raccolte negli ultimi anni, di alcuni protagonisti di quel consiglio di fabbrica.

Le letture dell’autore e delle lettrici di Arci Voce sono state accompagnate dalla proiezione di molte foto dell’epoca, trovate dall’autore nella documentazione consultata, e dalle canzoni della Vi Cunto e Canto band, tutte originali e alcune composte proprio per commentare alcuni momenti specifici raccontati nel libro, come la canzone “Treni alla stazione”, per ricordare gli oltre venti blocchi ferroviari alla stazione di Jesi, quando uno degli operai aveva l’incarico di salire sulla cabina dei macchinisti e dire “ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”.
La storia della Sima è diventata “La Simeide”, un’epopea moderna di operai di periferia, e “La Simeide” è diventata una storia da rappresentare, come uno spettacolo da condividere insieme.
(altre FOTO della serata, un articolo su QdM)

“La Simeide. Una lotta vincente”

Titolo: La Simeide. Una lotta vincente
Autore: Tullio Bugari
Casa editrice:  SeriEditore

GIOVEDÌ 31 ottobre ore 21.15, per l’ultimo appuntamento con Le Marche in Biblioteca edizione 2019, presentazione del libro sulla storia  della Sima di Jesi nel Novecento, con la ricostruzione della lunga vertenza tra gli anni Settanta e Novanta, la mobilitazione operaia, il supporto della città, le soluzioni.  Per l’occasione l’autore presenterà il libro con un reading, accompagnato dalle letture dell’Associazione Arci Voce e dalle canzoni della Vi Cunto e Canto band.

Dall’introduzione dell’autore:
«La Simeide» è la storia dal punto di vista degli operai nel senso che letteralmente l’ho ricostruita attraverso il loro sguardo, utilizzando i documenti prodotti e raccolti da loro giorno per giorno, da due operai in prima fila nel Consiglio di fabbrica: volantini, comunicati stampa, verbali di riunioni, articoli di giornali, documenti ricevuti dalla Direzione o dal Commissario straordinario, comunicazioni giudiziarie e avvisi di comparizione, telegrammi, e poi le loro analisi.
Le due raccolte sono in larga parte simili. Per comodità ho consultato principalmente il fondo di Cesare Tittarelli, custodito dal Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi, un gruppo politico di tradizione culturale anarchica di cui Cesare era un’attivista. Un militante. Nel libro cito questi documenti con la sigla AT: Archivio Tittarelli. L’altro fondo è di Paolo Mancini, custodito dall’Istituto di Storia del Novecento di Ancona, che cito con la sigla AM: Archivio Mancini. Cesare Tittarelli e Paolo Mancini erano amici e lavoravano insieme al Collaudo, e imitandosi uno con l’altro hanno fatto un lavoro pregevole di raccolta delle memorie, ai fini della loro ricostruzione e trasmissione. Ho consultato inoltre l’archivio di Aroldo Cascia, custodito da lui stesso, che fu Sindaco di Jesi dal 1975 al 1983, quando fu eletto Senatore, continuando a seguire la vicenda nei suoi risvolti parlamentari.

Anziché ricostruire i lineamenti generali della vicenda, da cui emergono di più i passaggi istituzionali di accordi siglati, impegni politici o decreti deliberati, ho preferito “il ritmo della cronaca”, cercando di ricostruire lo sguardo “in diretta” degli operai, perché erano immersi nella cronaca e vi agivano con le scelte da prendere giorno per giorno, basandosi sulle informazioni che riuscivano a raccogliere, e poi socializzavano con i loro comunicati diffusi a un ritmo quasi quotidiano (…)  seguendo il susseguirsi giorno per giorno delle assemblee, dentro la fabbrica o aperte in città, delle riunioni in Consiglio Comunale o in Regione o al Ministero, dei blocchi delle merci, degli scioperi, i blocchi stradali o ferroviari, le denunce ricevute, gli incontri con i partiti, le trattative con la proprietà, i documenti da valutare o scrivere, la costituzione della Cooperativa degli operai con il suo piano industriale, e più tardi il Comitato dei disoccupati, le trasmissioni in televisione e la miriade di iniziative – “non sapevamo più che cosa inventarci” mi diceva Giordano Mancinelli – si rende evidente il farsi carico degli operai, direttamente, della sorte propria e di quella dell’azienda. Non da soli, certamente, ma con loro al centro.

“La Simeide” è, dunque, la narrazione di una soggettività che altrimenti non emergerebbe, che si è formata nella pratica della democrazia e della partecipazione come modo di essere della propria identità. In questo modo quella storia si trasforma da “semplice” seppure importante vicenda locale, in un esempio di “lotta di classe dal punto di vista della periferia”. Una lotta vincente. Mi è sembrata un’epopea, e l’ho intitolata “La Simeide”.

Nella prima parte introduco il contesto generale. La prendo alla larga, da fine dell’Ottocento, dal giorno in cui nasce Vittorio Valletta, non per offrire una sintetica ricostruzione storica, che non servirebbe, bensì con la pretesa, ancora più ardua, di rappresentare le memorie storiche secondo uno “sguardo operaio”, perché è questo tipo di sguardo che mi occorre per inquadrare meglio le vicende della vertenza.

Nella seconda parte racconto queste vicende, procedendo in senso strettamente cronologico, anno per anno, dal punto di vista degli operai e insieme a loro della città, della politica e delle istituzioni locali, seguendo il formarsi degli eventi e il loro svolgersi. Inizio dal 1977, il primo anno in cui la crisi finanziaria diventa evidente e arrivo al 1988, l’anno in cui si mette fine ai tentativi di smantellare la Sima, e attraverso l’accordo con un nuovo proprietario si offre una nuova opportunità. La lotta ha vinto.

La terza parte riguarda l’applicazione di questo accordo. Alle lotte degli anni precedenti subentra la smobilitazione, il Consiglio di fabbrica si scioglie e la storia sembra diventare un’altra, le persone sono le stesse ma da un’altra angolazione. È ciò che accade dopo la vittoria. Il racconto va anche oltre il passaggio della nuova Sima Industrie alla multinazionale Caterpillar, e si conclude solo quando anche l’ultimo operaio della vecchia Sima viene ricollocato nel mondo del lavoro. La vittoria resta – come resta lo stabilimento che la Caterpillar, grazie anche al lavoro dei suoi operai di oggi, mantiene aperto ancora in via Roncaglia – ma ora è una vittoria con un altro retrogusto, che ha assorbito anche le singole vicende umane degli ultimi operai rimasti senza fabbrica e mai riassunti, ma che non si sono mai arresi e alla fine ce l’hanno fatta. E proprio per questo, quella vittoria mi sembra ancora più piena.

Nell’occasione di giovedì 31 il libro sarà presentato con un reading di letture e canzoni; accompagneranno l’autore l’associazione Arci Voce e i musicisti della Vi Cunto e Canto band; tra le canzoni anche  “Quei treni alla stazione” dedicata agli operai quando nei momenti più duri della vertenza bloccavano la ferrovia e poi chiedevano scusa alla città scrivendo “scusateci per quste forme lotta”.

Il libro “La Simeide” è stato realizzato con un contributo di Fiom Ancona e Spi Cgil Ancona, Istituto Gramsci sezione di Jesi e Arci Marche.

L’incontro con Cinzia Perrone (“L’inatteso”)

«Non è la carne né il sangue ma il cuore a renderci genitori e figli», è la citazione di  Schiller che Cinzia perrone ha scelto di inserire all’inizio del suo romanzo “L’inatteso”, presentato ieri sera giovedì 24 ottobre alla Biblioteca Planettiana, per il quarto incontro della rassegna Le Marche in Biblioteca 2019.

Nella conversazione che ha scambiato con Tullio Bugari l’autrice ha raccontato come il suo romanzo è nato, da quali stimoli della storia personale e familiare e in che modo questi sono stati riplasmati per offrire al lettore una storia dal respiro ampio, che si snoda su un arco di tempo di circa un secolo e attraversa quattro generazioni, con tanti personaggi diversi uniti da legami familiari e personali – uniti dal cuore, riprendendo la citazione inziale – e con i loro diversi modi di affrontare la vita e reagire alle difficoltà e precarietà, ma anche ricche delle loro aspirazioni, nella ricerca di una via per costruire una propria identità.

Il contesto sociale è quello di famiglie di cosiddetta umile condizione, che la vita se la guadagnano e per le quali la famiglia stessa consiste non tanto in un “blasone” o in una “proprietà” da tramandare, ma più direttamente nelle relazioni tra persone reali, con le loro forze e debolezze, le quali cercano comunque di darsi una mano e anche quando sembra che accettino passivamente  la condizione di subordinazione, in realtà non smettono mai del tutto di mantenere uno sguardo critico, di reagire. Certo, ognuno reagisce a modo proprio, chi in modo più resiliente e chi invece cerca di evitare, non manca nemmeno chi purtroppo accusa di più le difficoltà. Soprattutto quando non si tratta delle solite – si fa per dire – difficoltà quotidiane ma di qualcosa più incombente, che l’autrice definisce “l’inatteso” e ad un certo punto del libro lo descrive così: “L’inatteso ti sorprende all’imprrovviso alle spalle, è un vigliacco! Come una tegola che inavvertitamente ti piove dall’alto e ti prende in pieno; puoi cercare lentamente di rialzarti, restare per un po’ tramortito per poi riprenderti pian piano, o restare immobile nel dolore senza reagire.”

L’autrice ha concluso la serata leggendoci poi questo passo: «Ci sono momenti in cui si sperimenta il vuoto, si ha come la sensazione di essere appena entrati in una grande stanza spoglia dove il solo rumore è l’eco dei propri passi. Si perde l’orientamento perché le pareti sono tutte uguali e non c’è nessun mobile o elemento di arredo a cui appigliarsi. È in quel preciso momento che bisogna socchiudere gli occhi, fare un lungo respiro, riaprirli e iniziare a immaginare come dipingere quelle pareti, come arredare quella stanza per renderla vivibile e adatta alle proprie esigenze. Se l’universo ci offre il vuoto è per riempirlo di cose nuove, perché in quel momento è ciò di cui abbiamo bisogno. Il vuoto non è sempre buio, negatività, solitudine, ma anche possibilità di nuovi colori… più vivaci e freschi, facendo entrare nuova luce nella stanza.»

Nel corso della serata la conversazione con l’autrice è stata accompagnata dagli interventi musicali di Riccardo Lunardi, allievo di violino della Scuola Musicale Pergolesi e dalle letture di brani del libro di Maria Grazia Tiberi di Arci Voce, l’associazione che ha curato anche l’intera rassegna insieme all’associazione Licenze Poetiche e alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

L’inatteso, QUI alcune note sul romanzo. Di seguito altre foto della serata.

 

“L’inatteso” di Cinzia Perrone

Titolo: L’inatteso
Autore: Cinzia Perrone
Casa editrice: Marco del Bucchia editore

GIOVEDÌ 24 ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana incontro con Cinzia Perrone e il suo romanzo “L’inatteso“, per il quarto appuntamento con Le Marche in Biblioteca.
Un lungo racconto che attraversa più generazioni, dagli anni dell’Unità d’Italia, appena accennati ma che hanno quasi la forza di un imprinting per come quel passaggio storico avvenne – “Quelle famiglie erano l’esempio di come  riuscire a non far cambiare niente, pur se in quel momento storico stava cambiando tutto; poche persone prive di scrupoli riuscirono in questo intento, mentre ad altri meno accondiscendenti toccò una sorte peggiore…” – fino agli anni Sessanta del Novecento, dove approda questa storia o insieme di storie di più generazioni e tanti diversi protagonisti, di famiglie che crescono, di uomini e donne, bambini e adulti, bambini che diventano adulti talvolta in fretta e adulti meno resilienti di altri che faticano a esserlo. Di persone che si perdono ma anche si ritrovano. Destini che s’intrecciano un po’ come nei canovacci teatrali, dove lo schema più o meno si conosce, perché lo schema nella vita lo sappiamo già che si ripete sempre, ma mai nello stesso identico modo e così tocca improvvisare di volta in volta, tentando di reagire per il meglio che si può a ciò che accade, e non prevediamo, e che talvolta è perfino il risultato di nostre scelte non attente o consapevoli delle possibili conseguenze.

Siamo in una provincia del Sud, dove già la stessa Unità del paese può essere un evento inatteso, perché dell’inatteso ha il carattere della rottura con un equilibrio precedente – ma equilibrio di che cosa, e basato su chi? – e siamo anche in una società divisa, molto più chiaramente di oggi, in classi, quelle agiate e proprietarie che, soprattutto se prive di scrupoli, hanno solo da perpetuare la propria agiatezza e proprietà, e alterigia, anche attraverso i giusti matrimoni – “Soldi e potere, il connubio era perfetto…” – e la discendenza, ma qui l’inatteso può presentarsi in forme più private, meno evidenti, e che però proprio per questo è anche facile aggirare o addomesticare: “… ma il problema che avrebbe afflitto la coppia, portandola a varcare la soglia dell’orfanatrofio, non tardò a manifestarsi…”.    All’inizio l’inatteso sarà questo trovatello ignaro e innocente, come accadeva e o forse ancora accade, e così insieme a lui entrano sulla scena della storia anche altre classi sociali, più umili e ignare, di persone abituate a non tirarsi indietro e ad affrontare ciò che gli viene offerto cercando, comunque, di esserci. Qualcuno ci riesce un po’ meglio mentre qualche altro non è così resiliente. Oppure gli tocca il carico maggiore, nella forma dell’inatteso.

Il lungo racconto di Cinzia Perrone ci offre le storie di queste persone, che non mi sono mai sembrate del tutto sole e in balia di quell’ inatteso che travolge la precarietà delle condizioni di vita faticosamente raggiunte. L’inatteso certe volte si presenta nella veste di grandi eventi storici, come la Grande guerra, o la seconda guerra mondiale e il mercato nero. Altre volte le difficoltà nascono in modi più immediati, e anche dalla interferenza delle scelte, o dei capricci o dei tornaconti che provengono da quelle famiglie agiate e proprietarie, che hanno o pretendono di avere il potere di disporre degli altri. Di fatto è così. Il racconto di Cinzia Perrone non ha però l’enfasi della grande epopea di riscatto sociale propria dei grandi  processi o avvenimenti storici, che restano sullo sfondo di queste vite, e ai quali vengono dedicati solo pochi e veloci accenni, quel tanto che basta per rammentarcene.

L’attenzione mi sembra più direttamente rivolta ai singoli, persone semplici seguite nelle loro reazioni intime, nelle psicologie che si formano, nelle speranze, nei piccoli sogni di riscatto personale. Come se uscire dalla precarietà – che è sempre economica – significhi comunque costruire spazi di dignità. Di un’identità più piena, non soffocata. Sono diversi i personaggi che nel corso delle generazioni si passano questa staffetta, e ogni volta ho avuto l’impressione che quello che io stesso ho chiamato schema che si ripete, in realtà non si ripete mai daccapo. Ogni personaggio sembra avere ogni volta un bagaglio in più, maturato attraverso chi l’ha preceduto, e ogni volta che riceve la staffetta ci sembra più completo, anche più problematico nelle riflessioni Intime e nel suo modo di sentire, o di voler uscire fuori per esserci. Nei protagonisti più recenti avvertiamo l’eco di quelli precedenti, come se le storie dei singoli, dentro quel canovaccio di più generazioni, costituissero un potenziale da cui poter ancora attingere o proseguire. Lo stesso esito del romanzo sembra essere così sia un punto di arrivo che un punto di partenza, e sapendo oramai che l’inatteso non si fugge ma si affronta, senza escludere nemmeno che possa dipendere anche da noi, incubato da scelte che trascuravano un qualcosa, e che occorre capire, affrontare e liberare.

Cinzia Perrone, è nata a Napoli, ma residente ormai da dieci anni a Jesi, dove da qualche anno è attiva nella scrittura. Laureata in Giurisprudenza, attualmente ha trovato la sua dimensione nella scrittura, antica passione mai sopita.  Il primo romanzo “Mai via da te”, pubblicato dalla Montedit, è un racconto autobiografico di una esperienza della sua vita. Nel 2017 pubblica “L’inatteso” con Del Bucchia Editore. Ha da poco pubblicato una raccolta di racconti e poesie, “Annotazione a margine”, con la Lfa Publisher di Napoli.

L’incontro con Stefano Ambrosini, “Cratere”

Si è svolto giovedì 17 ottobre il terzo incontro della rassegna “Le Marche in Biblioteca“; ospite della serata Stefano Ambrosini, con il suo romanzo “Cratere”, editore Claudio Ciabochi, pubblicato quest’anno e presentato nello scorso maggio al Salone del libro di Torino, presso lo stand della regione Marche.
Insieme a Tullio Bugari ha partecipato alla conversazione con l’autore Tania Pisani, che nel mese di maggio intervistò Ambrosini al Salone di Torino.  Come promesso, il romanzo – che, dovendo usare un’etichetta può essere classificato anche nouir – si è dimostrato assai ricco di spunti di riflessione sul nostro mondo presente. Sullo sfondo le realtà sociali devastate dai processi di declino industriale e di abbandono – che lasciano orfane sul campo anche le ubriacature di un conformismo sociale iperlavorista e superficiale, secondo i canoni del consumo come fine o come distrazione – e all’estremo opposto la ricerca comunque da parte del protagonista della bellezza, nel senso delle opere migliori degli artisti e degli artigiani del territorio, che sono sempre il risultato di impegno talento e sensibilità verso la realtà è non sorte certo per caso.

La Bellezza si può cogliere dai dettagli, seguendo le tracce di ciò che sopravvive, i lavori pregevoli di artisti artigiani abbadonati, gettati via o svenduti superficialmente perché chi li ha non è più in grado di apprezzarne la qualità, è il senso. Portare in salvo la Bellezza da un mondo che scompare nella realtà proprio perché è già scomparso dalla nostra testa. Un mondo che non va soltanto scoperto o recuperato – o valorizzato usando una parola in voga – ma soprattutto messo in salvo, sottraendolo ai nuovi barbari del presente. Si dedica a questo il protagonista del romanzo, mentre si trova coinvolto nella trama di un noir.

Al centro dell’intreccio, che è comunque misterioso e da lasciare intatto alla curiosità del lettore, c’è infatti il protagonista solitario del romanzo, un personaggio di grande resilienza, che ci fa rivivere attraverso lui la dura realtà quotidiana dei tanti che nel mondo di oggi cadono vittima di un qualche ostracismo o “macchina del fango”, ogni volta che qualcuno, per motivi diversi, appare come una voce fuori dal coro.

Al centro della conversazione che ha animato la serata,  anche gli spunti da cui il romanzo è nato e la scelta del registro narrativo usato, la lingua, il tipo di sguardo, la sensibilità e il senso, la letteratutra come chiave di ricerca di dimensioni che altrimenti resterebbero nascoste, e che invece è capace – proprio attraverso le graffiature che la letteratura ci consente di fare: in non pochi passaggi del romanzo il protagonsita ci si mostra ironico, smaliziato, fa cattivi scherzi, è irriverente e a seconda dei nostri gusti personali perfino divertente – di provare a cercare un senso e un rapporto più diretto e intimo con il nostro mondo e le  potenzialità che contiene, anche quando occorre essere davvero caparbi per coglierle queste potenzialità.

La conversazione con l’autore è stata integrata dagli interventi musicali di Giovanni Brecciaroli, insegnante di canto e chitarra flamenca della Scuola Musicale Pergolesi, e dalle letture tratte dal libro, eseguite da Cristiana Carotti, Elisabetta Benedetti e Rosella Canari dell’Associazione Arci Voce. Letture, musiche e racconti, linguaggi ed espressività diverse per ritrovarci insieme ad approfondire gli stessi temi.

Tutti gli articoli della presente edizione di Le Marche in Biblioteca, sono consultabili QUI.

“Quelli che se ne vanno” di Enrico Pugliese

Titolo: Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana
Autore: Enrico Pugliese
Editore: Il Mulino, 2019

Articolo di presentazione di Enrico Pugliese, pubblicato il 10 ottobre 2019 su Rassegna.it

A partire dall’inizio di questo decennio, l’Italia è  interessata da una significativa ripresa dell’emigrazione verso l’estero. Si tratta di una nuova emigrazione, sia perché essa ha luogo dopo alcuni decenni di stasi dei movimenti migratori per l’estero, sia perché presenta caratteristiche diverse da quelle della grande migrazione intra-europea del dopoguerra, che aveva visto protagonisti i lavoratori italiani. Il nuovo flusso si è ormai stabilizzato e il numero di partenze ha raggiunto livelli che non si registravano dagli inizi degli anni settanta.

Tutto ciò autorizza per altro a parlare di un nuovo ciclo dell’emigrazione italiana: il terzo, come ho messo in evidenza nel mio libro “Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana” (Il Mulino, 2018). Eppure la problematica è assolutamente assente dal discorso pubblico nel nostro Paese, essendo l’interesse polarizzato sulla tematica dell’immigrazione. E questo è uno dei primi paradossi riguardanti la situazione italiana in materia di migrazioni internazionali. Perciò vale la pena di portare avanti un chiarimento sull’entità e la composizione dei due flussi: quello degli stranieri che arrivano in Italia e quello degli italiani che se ne vanno all’estero. Ciò consapevole del fatto che non è la sola consistenza numerica a determinare la rilevanza sociale e politica di un fenomeno.

L’impatto sulla società italiana dei due fenomeni è parimenti rilevante, ancorché in modo diverso. Ed entrambi ormai sono ben visibili nella realtà della vita quotidiana del Paese, mostrando sempre più chiaramente il carattere di crocevia migratorio assunto dall’Italia al centro dei processi di internazionalizzazione e segmentazione del mercato del lavoro. I cittadini stranieri residenti in Italia sono ora pari a 5 milioni e 250 mila, una cifra poco lontana dal numero degli italiani residenti all’estero, che sono 5 milioni e 114 mila. Per quel che riguarda aspetti e tendenze è bene precisare qualche punto interessante. Il flusso di immigrati in ingresso è formato da tre componenti. La prima è quella delle persone che entrano o che si registrano per motivi di lavoro (e questa in effetti da diversi anni è andata riducendosi fino a livelli molto bassi). La seconda, molto numerosa, è quella costituita da persone entrate per ricongiungimento familiare. La terza, infine, è rappresentata dai rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è andato aumentando nel corso dell’ultimo quinquennio man mano che si riduceva il numero di coloro che entravano per motivi di lavoro.

Insomma, in Italia – per quel che riguarda il lavoro – abbiamo un flusso di immigrati per lavoro che, stando ai dati ufficiali, si è ridotto durante la crisi e la successiva stagnazione, mentre è proseguito in maniera sistematica il flusso in uscita: quello della nuova emigrazione italiana. Le partenze annuali ormai da qualche anno superano le 150 mila con un dato molto importante: circa un terzo di quelli che partono sono stranieri. Si potrebbe dire “gente che va e gente che viene”. Ma non è la stessa gente.

Passiamo agli aspetti più caratterizzanti la nuova emigrazione e ai paradossi che essa esprime. Cominciando dalle provenienze e dalle destinazioni, ci sono due aspetti da notare: le partenze si indirizzano in larga misura verso un numero molto ristretto  di destinazioni, tutte – tranne la Svizzera – interne all’Ue. E questo è ben comprensibile, in quanto effetto del processo di integrazione europea: processo ormai da qualche anno a rischio a causa delle tendenze sovraniste in atto (non solo la Brexit).

Ciò che stupisce riguarda invece le aree di provenienza. Le regioni italiane che danno il maggior contributo all’emigrazione non sono le più povere del Sud, bensì – con la parziale eccezione della Sicilia – quelle più ricche e sviluppate del Centro-Nord, a partire dalla Lombardia e dal Veneto. Questo interessante paradosso è solo apparente e si spiega anche con la più complessa composizione del flusso che parte dal Nord. Ma la spiegazione più importante sta nel fatto che il movimento migratorio dal Sud ha una duplice destinazione: verso le regioni del Nord e verso l’estero. Il primo è assolutamente maggioritario e la sua ripresa ha avuto inizio prima del ritorno dell’emigrazione all’estero.

Il terzo e ultimo paradosso riguarda la composizione del flusso dal punto di vista sociale e del capitale umano. C’è nel flusso in uscita un’assoluta prevalenza della componente giovanile e una notevole componente a elevato livello di scolarizzazione. E questo secondo aspetto ha fatto molto parlare di “fuga dei cervelli” o di brain drain. Il fatto è che si ritiene che i giovani altamente scolarizzati rappresentino la componente  maggioritaria, mentre in realtà essi sono poco di un quarto del totale dei nuovi emigranti. Eppure su di loro, “sulla fuga dei cervelli”, si concentra l’attenzione, tralasciando le altre componenti, quelle di origine popolare, destinate alle occupazioni di più basso livello (“le braccia in fuga”). Per queste ultime le condizioni sono più problematiche rispetto all’emigrazione del dopoguerra e le prospettive, relative all’ipotesi di un rientro, ancora più scarse.

Entrando nel merito delle implicazioni di questo flusso migratorio per le aree di partenza, l’aspetto di maggior rilievo è quello demografico. Su questo piano la grande migrazione del dopoguerra ebbe effetti assolutamente positivi, nella misura in cui permise un alleggerimento della pressione demografica, mentre il riequilibrio della struttura demografica veniva garantito dall’elevata natalità. Oggi l’emigrazione aggrava gli squilibri demografici, dando luogo nelle aree interne a veri e propri processi di spopolamento. E che dire del paradosso (l’ennesimo) relativo alle rimesse degli emigranti? All’epoca aumentarono il grado di benessere materiale dei ceti più bassi delle regioni del Sud, oggi questo non si verifica più: al contrario, si registra una direzione in senso inverso delle rimesse: non sono  gli emigranti che inviano il loro contributo alle famiglie, ma le famiglie che inviano aiuti ai congiunti emigrati.

In ultimo la questione del lavoro, che è quella più seria. La composizione occupazionale dei protagonisti della grande emigrazione del dopoguerra era contadina e proletaria,  la destinazione occupazionale era prevalentemente operaia. Ora le occupazioni sono diverse e molteplici, anche di livello alto per i più scolarizzati. Ma una situazione di precarietà riguarda sia le occupazioni della fascia bassa che quelle della fascia occupazionale alta. Nell’area dei mini jobs e dei lavori precari o privi di protezione sindacale la presenza degli immigrati (italiani compresi) è preponderante in tutta Europa. Anche i benefici del sistema di welfare hanno cominciato a ridursi per i lavoratori stranieri.

Tutto questo richiama alla necessità di una politica riguardante l’emigrazione, innanzitutto incentivando le “non-partenze”. E su questo il punto principale riguarda le politiche economiche per l’occupazione (e non le politiche attive del lavoro tese ad adeguare un’offerta sovrabbondante a una domanda di lavoro che non c’è). Ma c’è anche da sviluppare una politica di difesa e protezione degli emigranti all’estero, rafforzando il lavoro degli uffici consolari in questo ambito, rafforzando e finanziando le strutture di rappresentanza degli emigranti e le loro associazioni e  stimolando infine le attività di patronato. Tutto questo passa per la presa di coscienza della rilevanza del fenomeno.

Enrico Pugliese è professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza Università di Roma