Stuzzichiamo la lettura

«Lettura come conversazione, esperienze condivise in Biblioteca», articolo di Romina Marcattili, pubblicato sul periodico del Comune di Jesi “Jesi Oggi” n.2-giugno 2016.
Copia di ScansioneIn questo nostro tempo ipertecnologico e “social”, dove ogni gesto viene condiviso e ogni spazio (anche il più privato) esposto allo sguardo di amici e follower, la lettura sembra essere ancora una delle poche esperienze che ci riconducono ad una geografia intima e remota, segreta e personale, in cui ritroviamo noi stessi ed elaboriamo, attraverso le parole, il nostro mondo.
Tale esperienza il più delle volte avviene nello spazio riservato del nostro pensiero, nella “stanza tutta per sé” che ognuno di noi si costruisce e dove amiamo rintanarci per riprendere fiato dalle incombenze e dai condizionamenti della vita esteriore.
In questo spazio “nostro” entriamo in relazione con i personaggi della storia che leggiamo, ma anche (su un piano meno ideale) con chi ha scritto il libro, con chi l’ha realizzato fisicamente, con chi l’ha aperto e percorso con lo sguardo prima di noi e persino con chi lo farà dopo di noi.
Tuttavia la lettura offre anche ulteriori e diverse opportunità di condivisione, se vissuta in quella dimensione pubblica, che non è estranea alla sua stessa origine, se è vero che, prima di essere un’esperienza individuale, la pratica della lettura è stata a lungo nell’antichità un’occasione di vita sociale e di socializzazione. Ed è proprio per questa dimensione sociale che i numerosi Gruppi di Lettura, nati nel Nord Europa, ma importati in Italia ormai da qualche anno, intendono favorire e promuovere. Forti della loro natura non istituzionalizzata e liquida, che permette loro di autogestioni e di muoversi con un estrema libertà fuori dalle pastoie burocratiche, i Gruppi di Lettura hanno invaso pacificamente tutto il territorio nazionale ed hanno assunto piena coscienza di sé, a tal punto da aver costituito una rete con un proprio web.
E da qualche mese anche la città di Jesi, terreno d’altronde già fertile per l’associazionismo, declinato nelle sue più diverse e svariate sfumature, ha il suo Gruppo di Lettura.
“Stuzzichiamo la lettura” è il nome invitante che si è dato il Gruppo, che dal mese di ottobre scorso si riunisce con cadenza mensile per condividere il piacere di leggere e scambiarsi opinioni e “gusti” letterari.
L’iniziativa, promossa e organizzata dalla Biblioteca Planettiana di Jesi e dall’Associazione culturale Altrovïaggio, con la collaborazione della Libreria Incontri e dell’Arci comitato di Jesi-Fabriano, ha visto una serie di incontri mensili in cui, guidati da Alessandro Seri, poeta e scrittore maceratese, i partecipanti hanno discusso dei libri  scelti dal Gruppo stesso all’inizio del percorso.
Il tema proposto per questo primo ciclo annuale è stato la “Letteratura americana del Novecento”. Ogni libro offre un punto di partenza per un percorso conoscitivo che ogni volta si costruisce attraverso e intorno alla conversazione fra i partecipanti al Gruppo di Lettura. E in ogni conversazione ognuno può portare il proprio modesto parere, confrontare idee e scambiare  (magari) esperienze e vissuti con gli altri. E alla fine della serata ognuno può rimanere della propria idea o arrivare ad una comprensione altra del libro letto, ma sempre tornerà a casa con una storia in più ad arricchire il proprio mondo, ad allargare l’orizzonte del proprio sguardo. “Ogni libro nuovo che si legge – diceva Italo Calvino – è come un nuovo occhio che si apre”.
Leggere, dunque, e condividere l’esperienza della lettura, apre infiniti occhi dentro di noi, occhi con i quali guardare ed interpretare le storie che viviamo ed anchequelle vissute e narrate da altri.
La lettura, intesa in questo senso, crea molteplici legami fra noi e gli altri e realizza quella condivisione che ci porta miracolosamente oltre i nostri limiti e ci fa sentire meno soli.
Un’esperienza decisamente positiva che la Biblioteca si impegna a riproporre, con un nuovo percorso, l’autunno prossimo.

 

 

Letture di Sardegna (letti di notte a Jesi)

(Ripubblichiamo l’articolo “Letti di notte arriva a Jesi e va in Sardegna”, pubblicato il 15/6/2016 sul blog: Il tè tostato)

LDNLETTI DI NOTTE, la notte bianca delle librerie, la serata in cui lettori e librai si scatenano e insieme festeggiano il libro, quest’anno arriverà a Jesi, casa mia, e per la prima volta parteciperà anche Il tè tostato.
Il 18 giugno, sul far della sera, le librerie diventeranno il luogo di esplorazione di mille altri luoghi, si animeranno delle città e dei Paesi del mondo reale e immaginario per leggerli, condividerli, raccontarli e sfogliarli.
Si sa che nelle storie, tra le pagine, chiusi da copertina e quarta ci sono infiniti mondi e sabato sera ne saranno visitati moltissimi, in ogni angolo d’Italia.
Alla Libreria dei ragazzi, in centro a Jesi, racconteremo i luoghi dell’anima attraverso la geografia della Sardegna e le opere di alcuni scrittori che di Sardegna vivono e scrivono.

ClRNHFEWkAAWjSxLa serata avrà inizio alle 21.30 con la presentazione dell’iniziativa e sarà suddivisa in tre appuntamenti di lettura e confronto. Inizieremo omaggiando Grazia Deledda, nostro prezioso premio Nobel per la letteratura nel 1926, leggendo alcuni passi da Canne al vento continueremo con Salvatore Niffoi con il suo La vedova scalza pubblicato da Adeplphi e vincitore del premio campiello del 2006.

Alle 22.30 si aprirà la seconda parte della serata con altre due opere che rendono la Sardegna scenario necessario e unico della storia e delle vite raccontate: La teologia del cinghiale di Gesuino Nemus, uscito per elliot edizioni nel 2015, e Mal di pietre di Milena Agus, nottetempo 2006, vincitore nel 2007 di numerosi premi tra cui il Premio Elsa Morante e il libro dell’anno di Fahrenheit.

dinotteIl terzo incontro alle 23.30 ci porterà tra le righe di Marcello Fois con L’importanza dei luoghi comuni, Einaudi 2013, e di Michela Murgia con il suo Accabadora, vincitore del premio Campiello nel 2010. L’accoglienza sarà arricchita dalle miscele di Cose di tè: degusteremo un infuso freddo al sapore di Ibisco e un tè bianco, caldo in caso di pioggia, povero in teina e arricchito di petali di margherita gialla, .
Per ogni opera assaporeremo i momenti in cui si realizzano l’anima dei personaggi e dei romanzi stessi, cercando di tracciare una mappa dei luoghi interiori vissuta sulle tracce di un vero e proprio percorso letterario. Attraverseremo l’isola partendo dalla Nuoro della Deledda, esplorando la Barbagia, fino all’Ogliastra e spingendoci oltre, in paesi immaginari, nel suore della Sardegna magica.
Un viaggio letterario e intimo in una notte speciale di inizio estate.

(articolo tratto dal blog Il tè tostato; collaborano alle letture i partecipanti al corso di dizione tenuto nei mesi scorsi dall’Arci Jesi-Fabriano) 

Il circolo di lettura, un’esperienza da ripetere

13320443_10205156585834757_8008098100258911511_oSi è concluso nei giorni scorsi, presso la Biblioteca Planettiana di Jesi,  il primo ciclo degli incontri programmati del circolo di lettura, promosso da Altrovïaggio e dalla stessa Biblioteca.  Immancabile la foto di gruppo, nella quale purtroppo sono assenti diversi degli amici con noi durante l’anno, tutti in posa dentro la splendida cornice della Salara, la sala di lettura della biblioteca, al piano terra del Palazzo della Signoria. Otto incontri, da ottobre a maggio, con altrettanti bei libri, al ritmo di uno al mese, e in parallelo con gli altri circoli di lettura di Mogliano, Pollenza e Monte San Giusto, con cui abbiamo condiviso il percorso sulla letteratura americana del Novecento.  Otto conversazioni sulle nostre letture, ogni volta aperte dall’amico Alessandro Seri, con un gruppo mediamente di circa venti partecipanti, in una specie di viaggio. Siamo partiti da Long Island, est di New York, con Il grande Gatsby di Fitzgerald, dagli Anni Venti, tra le due guerre, o tra il proibizionismo e la grande crisi, e siamo arrivati circa mezzo secolo dopo a Newark, di nuovo nella zona di New York, dunque, ma sul lato ovest, con la Pastorale Americana di Philip Roth, e sembrava diventato un altro mondo. Un mondo già rivoltato e rovesciato in vario modo, dentro tutto ciò che abbiamo letto nel mezzo, eppure sempre lo stesso seppure ogni volta da un’angolatura nuova ed ulteriore. Lingue e narrazioni che si rinnovano e si inventano, si scoprono e si offrono. Dopo Fitzgerald ci siamo spostati gradualmente, nel tempo e in un largo giro verso il centro e poi l’ovest degli Stati Uniti, con Luce d’Agosto di William Faulkner, dove i pensieri già si stratificano e i sensi si dilatano. Quindi, il viaggio è diventato un vero esodo, con Furore di John Steinbeck, in scena ci sono i contadini, e poi eccoci a Los Angeles, quella reale ma che ancora sembra finta di Chiedi alla polvere di John Fante, e poi, subito dopo la guerra, ecco la Los Angeles distopica che invece sembra reale, quella di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Che dire di Factotum di Charles Bukowski? Anche lui a Los Angeles, per lo più, ma sembra quasi per caso. Ha suscitato le nostre discussioni più aperte, tirandoci fuori tutta la gamma delle impressioni teoricamente possibili, lungo nuove angolazioni da cui valutare la concretezza – qualcuno direbbe poca – del senso ma forse anche del non senso. E poi un tuffo, totale, senza mediazioni, leggendo le pagine di Amatissima di Toni Morrison, per sovvertire davvero le nostre percezioni che ci appaiono scontate. Con Toni Morrison l’angolatura, volendo usare ancora questa strana parola, è davvero un’altra, e le sue parole sembrano cadere proprio lì dove non osiamo ammettere che le stavamo aspettando. E infine Pastorale Americana, di Philip Roth. Tra gli otto libri che ho letto o riletto per questa occasione, allo scopo di condividerli con un gruppo di lettori, questo di Roth è quello che di più mi stimola a rileggerlo di nuovo, con un diverso ritmo. C’è dentro tutto, più di quello che si riesce a percepire al primo passaggio, in questa america degli anni sessanta, del Vietnam e delle rivolte. Newark è l’epicentro che Roth individua per narrarci questo grande viaggio ma lo fa dal punto di vista del dettaglio che siamo noi, persone singole e caduche, a cui tocca farsi carico dei miti pubblici, metterceli più o meno addosso e in qualche modo viverci. Ciascuno i suoi e ciascuno secondo la sua sensibilità. E anche leggendoli, ciascuno secondo la sua sensibilità. La letteratura come metodo di conoscenza? Direi di sì! Che dire di questa esperienza di lettura condivisa durante l’anno? Che ha avuto inizio come una scommessa, certi però che avrebbe funzionato, e così è stato. Un’esperienza interessante e piacevole, che sarà importante cercare di ripetere, ora che siamo anche, tutti, un po’ più esperti di questo gioco. Arrivederci ai prossimi appuntamenti, e grazie a Renzo Cardinali per la foto.

“Anime galleggianti” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni

7025996_1478214Titolo: Anime galleggianti – Dalla pianura al mare tagliando per i campi
Autori: Vasco Brondi e Massimo Zamboni
Casa editrice: La nave di Teseo
Fotografie di Piergiorgio Casotti

Tre uomini in zattera e un viaggio lento senza maree, trasportati come se si fosse altrove e l’altrove è proprio qui, da ricomprendere. “Forse siamo qui per decifrare i segni di qualcosa, dei fiori gialli, dei canneti, degli alberi che si sporgono sull’acqua e si protendono come noi in cerca di qualcosa di impreciso” scrive Vasco Brondi, uno dei viaggiatori di questa sospensione. “Volevamo raccontare com’è la pianura in questo momento storico con amore e senza pietà, come è cambiato il paesaggio. Navigare in una pianura etnica tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia.  Un’esperienza senza la mediazione degli schemi o delle pagine, esserci dentro”, continua Vasco Brondi, ma non hanno la forma della spiegazione le sue parole, sono più leggere, come domande nuove che per formularsi avevano bisogno di sentirsi galleggiare qui. “Prima di compiersi, una storia galleggia in un’atmosfera vaporosa che la precede e ne sagoma la potenzialità”, ha scritto qualche pagina prima Massimo Zamboni, l’altro narratore con le parole di questo viaggio. Il terzo narratore, con le immagini, è Piergiorgio Casotti. Oltre che nel libro, ove sono raccolte alcune foto, l’altra sera a Fermo abbiamo visto sullo schermo anche le immagini in movimento, del video girato dalla zattera, di un peasaggio lento e alto con i suoi alberi e le sue leggere foschie, che sembrava scorrere verso di noi e intanto lo ammiravamo sullo schermo alle spalle di Massimo Zamboni e Vasco Brondi, mentre dopo l’intervista sul loro libro e sul viaggio, suonavano insieme e cantavano alcuni testi.

12Un viaggio denso, di pause, sentimenti, suoni naturali, uccelli acquatici come compagnia, piccole storie, in compagnia dei propri pensieri e delle suggestioni che si possono rivivere, quando si hanno i tempi giusti, ritrovando così le infanzie vissute o le letture dei poeti, scrittori e artisti che si sono legati a queste zone simili a luoghi dello spirito. “Quando ripartiamo andiamo così piano che la nostra zattera sembra anche lei una foglia come le altre, appoggiata sulla superificie dell’acqua. Poche macchine scorrono sul lato destro, un paesaggio impossibile. Siamo spettatori imprevisti, con i nostri cinque sensi, in questo canale percorso solo da chiatte cheprtano merci e che non abbiamo ancora incontrato. Non succede niente  mi siedo a gambe incrociate a guardare queste mangrovie polesane” scrive ancora Vasco Brondi.

Il viaggio ha inizio salpando con la zattera da Governolo, dove perfino il condottiero Attila fu reso mansueto. “Niente altro resta delle scorrerie di quei guerrieri se non in una memoria profonda del sottosuolo”, srive Massimo Zamboni, che poche righe dopo aggiunge: “Ma la suggestione più forte è ancora scritta nel nome del canale: Tartaro. Nome che nello scorrere al mare verrà cambiato assumendo quello  di Canalbianco quando dopo Canda riceverà una percentuale di acque chiare derivate dall’Adige. Nasce come fiume questo tartaro, prma di essere cnalizzato, e già la sua sorgente nasconde un arcano…” e prosegue ancora il racconto, e il viaggio attraverso le tante storie che si possono incontrare se si procede insieme al canale e protetti dal canale, lungo i suoi centrotrenta chilometri, fino a raggiungere il mare.

Un viaggio che sembra un volersi fermare per ritrovare ciò che ci è sfuggito via, – basta un terzo di secondo, ricorda Massimo Zamboni, per attraversare con l’auto uno dei ponti sopra al canale – di un’Italia minore che ancora esiste, di piccole frazioni tagliate fuori da un contesto che muta veloce, e un viaggio quindi che può aiutare a ritrovare un po’ di se stessi. Ma occorre anche avere pazienza e umiltà. “Che impossibilità di intendersi si instaura tra gli uomini” esclama quasi in segno di resa Massimo Zamboni ascoltando i racconti di persone e pescatori di qui sulle loro relazioni con quelli genericamente definiti rumeni, parola alla quale viene associata la paura. Forse una specie di buco nero nelle atmosfere di un viaggo, chissà?, tanto per ricordarsi d’essere sempre su questo pianeta e che il viaggio non è un’evasione da sé ma semmai il contrario, la ricerca di un diverso angolo visuale nel procedere comunque in avanti.  “Chiacchieriamo. Taciamo. Due libri mi consiglia Vasco, L’airone, di Giorgio Bassani, La conquista dell’inutile, di Werner Herzog. L’airone lo incontriamo ovunque, forse sempre quello, unico, moltiplicato. L’inutile lo stiamo conquistando, signoria a cui sottomettere le nostre voglie. Consiglio più che buono, prometto che li leggerò entrambi.”

Mi sto facendo prendere la mano nello scrivere su questo libro di cui ho appena finito di leggere, e che vi consiglio, così ricco di storie. La curiosità di ascoltare direttamente gli autori mi aveva preso quasi come un’urgenza, dettata dal sentirmi un po’ coinvolto, e chiedo pertanto scusa se cito me stesso, dal racconto che nel mio libro L’erba dagli zoccoli dedico al bracciante Vittorio Veronesi, che cadde ucciso il 17 maggio del ’50 proprio da queste parti, a Porto Mantovano, sulla laguna di Mantova, a qualche chilometro appena da Governolo. Altre storie e altri sguardi, stessi luoghi. Avevo fatto un breve giro da quelle parti, non in zattera, per cercare di cogliere almeno un po’ di quel paesaggio e di quell’atmosfera, mentre scrivevo, ma credo che dovrò tornarci ancora, e intanto ora il libro di Brondi e Zamboni mi porta proprio, come recita il sottotiolo del loro libro, “dalla pianura al mare tagliando per i campi”. Dev’essere più di una coincidenza; ecco il brano estratto dal mio racconto:
“È la primavera del ‘49, dalla Dora a Comacchio tutta la pianura è in sussulto per il grande sciopero dei braccianti e i carabinieri hanno il loro bel da fare, tutti li richiedono, prefetti questori agrari, e la ‘canaglia’ è già in giro dall’alba, o dalla notte, pedala furtiva, sceglie i passaggi che conosce per infilarsi, fiuta i posti di blocco e li evita o cerca di evitarli ma sono troppi e lo scorgono, lo inseguono, s’allontana veloce. Non esita sulle pericolanti passerelle di legno che scavalcano i canali, o forse sì, esita, ma non lo fa vedere a chi lo insegue. Se occorre, prende in spalla la bicicletta, si tuffa nelle nebbie che galleggiano lente secondo i ritmi del crepuscolo e dell’alba, come ombre vaganti in questi anfratti paludosi ai margini del grande fiume. Si confonde lui stesso tra le ombre dei fantasmi, numerose qui tra il castello di Ostiglia, le case di Valdaro e i ponti sulla laguna che abbraccia Mantova….”

Lettera aperta al Ministro Franceschini

AL ROGOxblogIl 10 maggio ricorre l’anniversario del rogo dei libri ad opera dei nazisti, nel 1933, non un episodio isolato ma solo il punto più eclatante di una campagna pianificata e attiva da tempo, per spianare la strada a tante altre tragedie. Lo scorso anno scegliemmo questo tema, con il Titolo AL ROGO profezia & memoria (qui accanto la locandina che realizzò Ezio Bartocci), per per dedicare la nostra attenzione alla giornata della memoria il 27 gennaio, con letture di brani, filmati e discussioni tra noi, raccolti nella piccola e bella biblioteca del Torrione di Santa Maria Nuova. Oggi, 10 maggio, questo tema è stato ripreso in Italia da molti circoli Arci, che terranno nello stesso momento iniziative di lettura, mentre l’Arci nazionale spedisce una lettera aperta al Ministro della Cultura Franceschini, affinché questi anniversari non siano solo rievocazioni storiche ma occasioni per riflettere sulla difficile situazione della cultura anche ai giorni d’oggi. Magari non ci sono più i roghi veri e propri ma tante altre diverse forme che rendono questi temi ancora fortemente attuali. Qualche settimana fa avemmo l’occasione di parlarne, delle biblioteche, dei libri e della lettura come condivisione sociale, alla presentazione del libro L’erba dagli zoccoli, come è raccontato nella nota Andare per biblioteche.
Ecco di seguito il testo della lettera inviata dall’Arci al Ministro.

Caro Ministro,
siamo l’Arci, l’associazione ricreativa culturale italiana maggiormente radicata sul territorio. Scriviamo perché oggi, 10 maggio, ricorre l’anniversario del rogonazista dei libri non graditi alla loro folle ideologianell’Opernplatzdi Berlino.
Era il 1933 e di certo quello rappresenta un atto simbolico e materiale di annientamento di culture, quale premessa a ciò che da lì a poco sarebbe stato: l’annientamento e la sottomissione di altri popoli per la conquista del mondo.

Vogliamo quindi usare questa ricorrenza per richiamare la sua attenzione alla cultura e soprattutto alla lettura.
I dati ISTAT in questo senso non fanno che certificare un’altra volta il costante declino della fruizione letteraria da parte delle italiane e degli italiani, rilevando, anche in questo campo, un abissale divario tra il nord e il sud del paese, divario ancor più preoccupante perché tocca il profilo culturale, quindi immateriale, assai più profondo delle condizioni materiali.
Sappiamo, e abbiamo sempre sostenuto, come la cultura sia ambito rilevante per l’Italia, sotto il profilo del patrimonio e quindi anche economico. Anche in questo senso leggiamo con viva soddisfazione lo stanziamento del MIBACT di un miliardo di euro per il Piano Strategico Turismo e Cultura.
Non far partire però una spinta straordinaria a favore dell’accesso universale alla cultura contraddice quanto sopra e rischia di depotenziare gli interventi che il suo Ministero sta progressivamente in questi ultimi anni mettendo in atto sul fronte culturale (art bonus, legge cinema, riassetto e direzione monumenti e musei, e molto altro).

L’anno scorso, il 2015, era stato da lei dichiarato anno delle biblioteche, ma non ci pare che questo abbia avuto particolarmente seguito.
Crediamo che le biblioteche da quelle statali a quelle locali rappresentino un formidabile veicolo universale e plurale di cultura, l’unico oggi in grado di offrirla alle persone al di fuori delle leggi di mercato. In esse non ci sono monopoli editoriali che tengano, troviamo di tutto e di più.

L’accesso al prestito e alla consultazione in forma gratuita di testi, giornali, fumetti è da considerarsi la porta principale da cui far entrare vecchi e nuovi lettori. È la via d’accesso primaria all’integrazione tra culture e condizioni sociali differenti, è democratica, è orizzontale, è insomma davvero per tutti.
È la via maestra da percorrere per approfondire, comprendere, crescere ed emanciparsi in autonomia.

È sotto gli occhi di tutti come, a parte alcuni territori di eccellenza, il sistema bibliotecario risulti trascurato e poco valorizzato rispetto alle potenzialità che esso rappresenta. Se non altro è difficilmente inteso dalle istituzioni in una chiave dinamica e propositiva.
Chiediamo perciò un rinnovato impegno dello Stato per le biblioteche perché è tenendole aperte, aggiornandole, vivacizzandole che possiamo sperare di arrestare e invertire le tendenze rilevate dall’Istat.
È perché continuando ad essere quello che sono e dispiegando tutto il loro potenziale, che possiamo pensare che più cultura equivale a più democrazia, pensare che con la cultura effettivamente si possano sconfiggere terrore e estremismi, siano essi di intolleranza, siano essi di fede e credo.

Chiediamo che il sistema possa essere ripensato, magari proprio attraverso il coinvolgimento dell’associazionismo e del terzo settore tutto, perché, anche sussidiariamente, si possa immettere nuova linfa in questo comparto.
Se non vogliamo assistere ad altri roghi, siano essi anche figurati (l’immagine di internet che brucia i libri e quindi il pensiero complesso e articolato, è un’ottima metafora per capire quale fenomeno oggi sia l’analfabetismo funzionale), ripensiamo le biblioteche anche fuori dagli schemi.

Potenziamole sul territorio, ora che il riassetto istituzionale che non delega più alle province competenza in materia rischia di non consentire interventi organici e di sistema.
Investiamo in pensiero e progetti, ora che le regioni su questa materia non hanno ancora prodotto elaborazioni avanzate o innovative.
Facciamo delle biblioteche una cosa viva, come vive sono e saranno le pagine di libri, giornali, fumetti.

 

“Pastorale americana” di Philip Roth (circolo di lettura il 30 maggio)

Il prossimo incontro del circolo di lettura di Jesi è il 30 maggio, alle ore 21,15, sempre presso la Salara (Biblioteca Planettiana). Si chiude con questo il ciclo di 8 incontri dedicati alla letteratura americana del Novecento; coglieremo l’occasione anche per darci appuntamento per dopo l’estate, con il prossimi ciclo di incontri di cui dovremo scegliere insieme il tema.
Ecco intanto l’incipit di Pastorale americana, che leggeremo in questo mese:

81aXBt-qrwLLo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. 
Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inerte maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov. 
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore  principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, ma molto carichi di preoccupazioni -veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell’intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i buoni voti sì.
Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.
L’assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l’insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.

Toni Morrison: la memoria, i fantasmi, la scrittura

Amatissima di Toni Morrison, è il libro scelto per il prossimo incontro del circolo di letturamercoledì 27 aprile, alle 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

Beloved_Toni_Morrison_unabridged_compact_discs_Random_House_Audio«L’infanzia e l’adolescenza nel mondo afroamericano, in particolare della donna, sono due momenti cui la scrittrice dedica profonda attenzione nell’indagare l’esperienza umana. Si percepisce la tensione della Morrison a forgiare immagini originali, ma soprattutto autentiche, ricusando con decisione gli stereotipi imperanti sui neri negli Stati Uniti –modelli che, come sottolinea inflessibile, i neri stessi hanno assimilato e fatto propri. La sovversione di quegli stereotipi passa attraverso la ricerca di un linguaggio con cui creare un convincente universo  immaginario che emerga con forza dalla cosmologia afroamericana, e attraverso una rigorosa consapevolezza della tecnica narrativa.» Scrive così Giulia Scarpa in un lungo e interessante saggio di alcuni anni fa, dal titolo Toni Morrison: la memoria, i fantasmi, la scrittura, dedicato alla grande scrittrice afroamericana premio Nobel per la letteratura nel 1993, e vincitrice del premio Pulitzer nel 1988 con il suo Beloved/Amatissima.

Un libro complesso ed esigente, teso a sovvertire i punti di vista, o di percezione, gli stereotipi.  Una delle dimensioni che più mi ha coinvolto durante la lettura, è proprio quella sintetizzata nel titolo del saggio citato, sul rapporto tra scrittura e memoria:

«La scrittura è ricerca in quanto atto di memoria: “La memoria (l’atto deliberato del ricordare) è una forma di creazione voluta. Ritrovare come sia andata veramente non è uno sforzo – è ricerca. Il punto è indugiare su come qualcosa appariva e sul perché appariva in quel modo particolare”. È anche ricerca di coesione tra i vari ricordi; coesione che trova la sua forza in una complessa poetica della trasformazione, nella quale vari strati di memoria si mescolano per poi sedimentare, dando vita a un terreno la cui perfezione, a prima vista, non fa neanche sospettare la presenza della sapiente e laboriosa mano che gli ha dato nuova vita – “le cuciture non si devono vedere”. La memoria assume forme diverse dando corpo ogni volta a modi diversi di ricordare. La metafora del fantasma ritorna a indicare l’invisibile presenza della scrittrice dietro ogni parola con cui dà voce a personaggi e narratori sempre differenti le cui memorie – ossessive, rimosse, nascoste, serbate teneramente o maniacalmente – formano intrecci infiniti.»

“E adesso?”, di A Yi

e adessoTitolo: E adesso?
Autore: A Yi
Casa editrice: Metropoli d’Asia

A Yi, nato nel 1976, è una delle nuove promesse della letteratura cinese e tra “i venti migliori scrittori cinesi sotto i quarant’anni”, stando alla prestigiosa rivista letteraria tawainese Lianhe Wenxue. E adesso? è il suo primo romanzo e la sua prima opera pubblicata in Italia, mentre in Cina ha già pubblicato anche alcune raccolte di racconti. Edito da Metropoli d’Asia, casa editrice fondata nel 2009 da Andrea Berrini e focalizzata in particolare sulla contemporaneità asiatica, il romanzo di A Yi racconta in prima persona la storia di un giovane e di un vuoto così ingombrante da spingerlo alla fuga. L’espediente efferato che escogita per cercare un senso, forse introvabile, ed essere rincorso in questa sua fuga, finirà per evidenziare anche il vuoto della società che sarà chiamata poi a giudicare il suo delitto, dando alla fine quasi l’impressione che l’unico buono sia proprio il protagonista, come ha scritto Cecilia Attanasio Ghezzi nella sua intervista ad A Yi su Internazionale.

In un’altra intervista a Marco Del Corona del Corriere della Sera, lo stesso A Yi ha aggiunto che “esistono personaggi come il protagonista che non hanno niente da fare e non riescono a sollevarsi. Certo, sono colpevoli loro ma è la nostra epoca che manca di valori”. Il contesto del romanzo è infatti quello di una generazione cresciuta nella Cina che si è aperta al commercio e al potere del denaro, finendo quindi per parlare di una crisi esistenziale che è in realtà universale, come sostiene Clarissa Sebag-Montefiore sul Wall Street Journal. Jane Graham su Big Issue parlando del romanzo ha invece scritto : “Frasi guizzanti e lampi di pensiero originale filtrano nella sua prosa essenziale e descrittiva come raggi di sole in una stanza in penombra”. Continua a leggere

Letture di terra

International day of peasant struggle, Dia internacional de lutas camponesas. Il 17 aprile è la “Giornata internazionale di lotta contadina“. La data è stata scelta da Via Campesina; sui manifesti che circolano compare nelle diverse lingue anche la scritta Venti anni di resistenza: quest’anno, infatti, è anche il ventesimo anniversario della strage di Eldorado dos Carajas, in Brasile, quando la polizia militare uccise 19 lavoratori rurali senza terra e ne ferì altri 69, i quali avevan12140792_995451573858747_8980665193989862407_no deciso il blocco di una strada per obbligare il governo di quello stato a mantenere le promesse fatte, durante una lunga e difficile vertenza.
Qualche anno dopo Amnesty international denunciò che molte persone erano state uccise dopo essersi arrese e che prima erano state anche torturate, mentre  i poliziotti indiziati della strage non erano stati allontanati dal servizio.
Le lotte contadine non hanno confini di nazione o di tempo, in una dinamica che si ripete ma resiste e sempre riemerge. Quest’anno da noi coincide con il referendum per fermare (simbolicamente) le trivelle, ma forse me ne sono accorto solo io di questa coincidenza (e, lo ammetto, quasi per caso), perché non ho trovato molte iniziative dedicate a questo evento, eppure quello contadino continua ad essere un mondo in fermento, ricco di mille iniziative.
Sul piano storico, la strage di Eldorado dos Carajas mi ricorda tante vicende della storia del nostro paese, ad alcune delle quali dedico i racconti contenuti nel libro L’erba degli zoccoli, in rappresentanza di tante altre storie. Mi stimola anche, questa giornata, a prestare un po’ di attenzione alla letteratura dedicata oppure scritta dai contadini: le scritture di terra.
Una letteratura che ho scoperto anche di essere molto vasta, ma io non sono un esperto e non ho svolto nessuna analisi critica comparata e così mi limito soltanto a pescare tra le poche letture che negli anni ho avuto occasione di fare, e che di recente ho ripreso. Una piccola raccolta di schede, senza nessuna pretesa di completezza o di chissà quale indicazione o interpretazione. Soltanto il piacere di condividere un po’ di letture, pescate in quella zona di confine tra narrativa e ricerca storica e sociale, iniziando da Rocco Scotellaro, del quale nel mio libro riporto molte citazioni, passando poi per Carlo Levi, Corrado Alvaro e altri, più noti e meno noti.

copL’uva puttanella, Contadini del Sud, di Rocco Scotellaro (Editori Laterza)
In realtà è un doppio libro, in questa edizione di Laterza che ha in copertina una foto di Franco Pinna, uno dei fotografi che in quegli anni collaborò con Ernesto De Martino. Il primo è un romanzo autobiografico, diviso in tre parti: i primi anni e le prime partenze, poi il paese e l’esperienza da sindaco, e infine i tristi giorni del carcere. Il secondo libro è una raccolta di cinque storie di vita che Scotellaro raccolse per una più ampia indagine culturale e sociale sui contadini meridionali, ma che a causa della sua prematura morte restò purtroppo incompleta. In questo momento mi piace citare l’inizio di L’uva puttanella, dove la partenza di Rocco è già anche un ritorno, e un incontro, con il ricordo del padre, nella sua vecchia vigna: “Uscii per la seconda porta di casa, che mena alla parte a monte del paese; con la borsa che avevo, ognuno, dallo spiazzo di Sant’Angelo fino in campagna, mi chiese con meraviglia dove andavo, perché sapevano tutti che sarei dovuto partire e pensavano a una delle solite improvvise decisioni: quando mi caricavano troppo, io ero solo di fronte ai loro malanni, alle loro grida, ai loro problemi recenti e remoti, taluni irresolubili e disperati, allora prendevo il biroccio o la corriera  o mi mettevo la via sotto i piedi (…) Arrivai  presto al vignale , abbandonando la mulattiera, fui subito nel grano che cresceva e nelle erbe altissime (…) Tra le viti e gli alberi, sono attento ai piccoli rumori: le foglie delle canne, lo sventolio sui rami, un sasso che rotola, uno scarabeo che si arrampica, le lucertole. So che questo posto ti piaceva, padre, più che ogni altro, mamma non vuol venire sola perché ti incontra vestito di serpente o ti ode borbottare sotto le fabbriche. Questo tra tutti è il posto, dove sei rimasto, qui, potando, mi dicevi la tua vita…”

12Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi. Nel ricordare i giorni del carcere, in quei primi mesi del 1950, Scotellaro racconta di quando alla sera arrivava l’ora del libro, cioè la lettura ad alta voce del libro di Carlo Levi, con i compagni di cella attorno a lui: “Noi ci addormentavamo felici bambini con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune: chi pensava più all’interrogatorio e ai giri di vite del processo, al tragico momento della gabbia? Con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante.” Che dire ancora del libro di Carlo Levi, così conosciuto anche attraverso il film, se non di riprenderlo e leggerlo? Carlo Levi era un pittore e ci ha lasciato di quell’esperienza, alla fine degli anni Trenta, prima a Grassano e poi ad Aliano, anche tante immagini, tra cui il grande racconto pittorico Lucania ’61, eseguito in occasione del centenario dell’unità d’Italia e dedicato proprio a Scotellaro (il pelorosso che si vede nel particolare qui a fianco), ora esposto a Matera. Forse sono influenzato dalla sua pittura, ma ci sono molti passi del libro che mi appaiono proprio come dei ritratti: “Era il pane nero di qui, fatto di grano duro, in grandi forme di tre o di cinque chili, che durano una settimana, cibo quasi unico del povero e del ricco; rotonde come un sole, o come una messicana pietra del tempo. Cominciai ad affettarlo, con il gesto che avevo oramai appreso, stringendolo e appoggiandolo al mento, e traendo verso di me, attento a non tagliarmi il mento, il coltello affilato. La brocca, come quelli di Grassano, e tutte quelle che, là e qui, le donne portano in capo, era un’anfora di Ferrandina, di terra giallorosata, a stretture e rigonfi, come un’immagine femminile arcaica, dalla vita sottile, dal petto e dai fianchi rotondi, con le piccole braccia ad ansa.”

GENTE-IN-ASPROMONTE-di-Corrado-Alvaro-331812783094-500x710Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro. Un racconto lungo, seguito da altri dodici racconti più brevi, scritti all’inizio degli anni Trenta, nei quali lo sguardo poetico dell’autore incontra toni ancora più aspri di quelli di Scotellaro e di Levi, toni che rovistano letteralmente dentro la vita dei contadini calabresi, o forse dentro la nostra di lettori partecipi. La critica letteraria spesso l’ha accostato a I Malavoglia di Verga. Ritroviamo la stratificazione sociale, resa fisicamente anche dalla struttura del paese o dalla descrizione della casa padronale, ma poi anche il riprodursi da una generazione all’altra di quelle durezze, che si scontra con il tentativo costante e incessante di modificare la sorte: “Qui in questo paese non c’è scampo per nessuno, con questi mariuoli che comandano. Bella rivincita che sarebbe per me, per noi tutti, che da casa nostra uscisse qualcuno che potesse parlare a voce alta, e li mettesse a posto. Il prete ci vuole. Tu mi devi aiutare”.
Riporto l’incipit del primo racconto: “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.”

dannati-terraI dannati della terra, di Frantz Fanon. Questo libro l’avevo letto da ragazzo e poi di nuovo di recente, con la sensazione però di leggerlo di nuovo per la prima volta, e trovandomi a confrontare di tanto in tanto, alcuni passaggi proprio con le riflessioni di Scotellaro o di Levi. Scrive Fanon: “Non basta raggiungere il popolo in questo passato che non è più, ma in quel movimento ribaltato che esso ha appena abbozzato e a partir dal quale, improvvisamente, tutto sarà messo in discussione. È in quel luogo di squilibrio occulto in cui sta il popolo che dobbiamo portarci, poiché, non dubitiamone, è lì che si accende la sua anima e s’illumina la sua percezione e il suo respiro”  Fanon non è certo un autore che si può racchiudere in poche e sbrigative righe, come del resto non lo è mai nessuno. I suoi libri, questo e anche gli altri, dovrebbero rientrare tra i testi che uno tiene sempre a portata di mano, per riconsultarli di tanto in tanto. Non è un romanzo ma un saggio, ma la lingua di Fanon e la visione che c’è sotto ad animarla a me sembra poetica e capace di mantenere una forza delle parole che ci accompagna per tutta la sua lettura.

 

cop.aspx_Contadini sulla strada, di Fabrizio Bottari (Pentagora edizioni). Qui andiamo su autori forse meno noti al grande pubblico di quelli citati fino ad ora, ma quando ho trovato quasi per caso il libro, incuriosito dal titolo, è stata una piacevole e assai interessante sorpresa. Si tratta della pubblicazione in italiano di alcuni reportage scritti da John Steinbeck negli anni Trenta, sulla grande epopea, e grande espulsione dei mezzadri americani dagli stati del centro, e il loro gigantesco esodo verso la California. Insomma, parafrasando la triste cronaca odierna, è come una rotta balcanica all’interno degli Stati Uniti. Gli articoli che Steinbeck scrisse allora, sono qui riproposti per la prima volta in italiano, e accompagnati dalle foto di Dorothea Lange, una grande fotografa. Sono molti i fotografi che in quegli anni raccontarono quelle vicende, come poi qualche anno dopo fecero anche nelle nostre campagne. Steinbeck in seguito a quei reportage scrisse il suo romanzo più celebre, Furore (The grapes of wraht), che qui a Jesi abbiamo inserito tra i libri condivisi dal nostro circolo di lettura. Anche il libro di Bottari ci aiuta, come tutti gli altri, a ritrovare un po’ di noi stessi oggi; conclude Bottari:“L’attualità delle parole e delle immagini di due testimoni d’eccezione, John Steinbeck e Dorothea Lange, possono aiutarci a capire che siamo anche noi parte di quella storia e che possiamo ancora salvare quel poco di fertilità e dignità che la terra e l’uomo, nonostante tutto, hanno saputo fin qui conservare.” Per questo libro è d’obbligo citare anche l’editore, Pentagora, perché nelle sue collane offre molti altre letture interessanti su questi temi.

phpthumb_generated_thumbnailjpgIl canale, di Salvatore Paolo. Proseguo con i meno noti al grande pubblico. Qui siamo in Salento e ad un certo punto nel racconto compare anche un’occupazione di terre che fa riferimento alle occupazioni storiche della terra di Arneo, nei due capodanni consecutivi alla fine del ’49 e poi del ’50. Alle occupazioni di Arneo dedico personalmente il racconto di chiusura della mia raccolta L’erba dagli zoccoli, e voglio qui citare anche un romanzo storico su queste occupazioni, “Vento freddo sull’Arneo” di Tina Aventaggiato. Il romanzo di Salvatore Paolo però è anche altro. Anche il suo lavoro è stato accostato talvolta a I Malavoglia di Verga, – e in alcuni punti sembra quasi che Salvatore Paolo citi volutamente Verga, ad esempio quando chiama I Mangialerba la famiglia al centro dl suo racconto.  Il suo sguardo però è più individuale e introspettivo, psicologico. L’io narrante è Assuntina, ragazza e poi donna, che racconta, ricordandolo dopo, con il tono di chi è riuscito, almeno un poco, a distaccarsi dal duro ambiente in cui è cresciuta. Sono gli anni che attraversano la guerra e si affacciano sulla nostra era, un mondo che certo ci appartiene ancora, nel fondo di noi stessi anche se abbiamo perso l’abitudine di riandarlo a cercare. L’accento narrativo di Salvatore Paolo forse sottolinea ancora di più la tensione verso un riscatto di tipo esistenziale e non soltanto sociale.

rossa-terra-miaRosa terra mia, di Vincenza Castria e Ciro Candido. Qui è assolutamente importante riportare anche il sottotitolo: Le lotte per il riscatto della Lucania nel nome di Giuseppe Novello. Giuseppe era il marito di Vincenza, morto dopo tre giorni di agonia quando all’alba del 14 dicembre 1949 a Montescaglioso, un paese a sud di Matera, teatro di lotte per la terra. Anche questo è in qualche modo un libro doppio, con una duplicità di sguardi. Nella prima ampia parte è Vincenza che racconta, non solo di quella notte e degli immediati giorni successivi, ma della vita in quanto tale, che comunque è più ampia e non la si può racchiudere in pochi seppure centrali episodi. “Le prime impressioni che affiorano alla mia mente riguardano il palazzo dove ho vissuto fino a dieci anni…”, inizia così il suo racconto, come per cercare una prospettiva solida e robusta, fatta di tutto ciò che porta con sé, per mettere in scena la sua storia. Per capirlo basta leggere i titoli dei vari capitoli o paragrafi: Alla scoperta della realtà; Il primo viaggio in treno; Il ritorno a via Balconi Sottani e l’arrivo di Filippo; Le prime lotte per il lavoro; e poi naturalmente l’epilogo di questa prima parte della vita.  Me l’hanno ammazzato, è il titolo di questo momento centrale del racconto, lo stesso grido che Vincenza lanciò quella mattina, in un’alba ancora buia: “Il crepitio delle armi sconvolse la gente, non si capì più nulla, un fuggi fuggi, ognuno cercava di salvare la propria vita”.  La seconda parte del libro è attraverso lo sguardo di Ciro Candido, il nuovo compagno di Vincenza nella seconda parte della sua e loro vita. Anche Ciro era in strada quella mattina, e poi costretto anche alla latitanza nei giorni successivi, per sfuggire agli arresti di massa di quella repressione; ma poi segue la vita di nuovo nella sua interezza, nel suo alternarsi di difficoltà e soddisfazioni. Di questo libro possiedo una copia con una dedica autografa molto gradita, regalatami da Filippo Novello.

Mi fermo qui con queste scarne note e suggerimenti alla lettura. Mi accorgo, mentre scrivo, che ne esistono tanti altri di libri sull’argomento, mi vengono ad esempio in mente Fontamara di Ignazio Silone, La malora di Beppe Fenoglio, Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, – ma anche il suo La guerra dei poveri, cioè la guerra vista dal basso, oppure i libri del poco conosciuto Ezio Taddei, come Il Pino e la rufola o anche L’uomo che cammina, che ci mostrano invece la vita in quanto tale vista dal basso, ma con una capacità poetica e di parola che la spoglia la vita, – e poi Trilogia dell’Altipiano di Mario Rigon Stern, La malapianta di Rina Durante e altri ancora, compresi quelli, non pochi, che ho già adocchiati ma non ancora letti. E mi rendo conto di non essere ancora uscito da una lettura in qualche modo sociale e forse politica, e di avere del tutto trascurato altri libri, più direttamente dentro la dimensione antropologica oppure che toccano più direttamente l’agricoltura proprio come attività e vita da ripristinare, tra i quali inserirei, ad esempio, anche Non è il vino dell’enologo, dell’amico Corrado Dottori. Ma anche su questo terreno l’elenco poi diventa ampio.

(pubblicato in data odierna anche sul blog del libro L’ERBA DAGI ZOCCOLI).

 

«La ribellione della lentezza e dell’ozio», ricordando Alain Goussot

timthumb L’amico Alain Goussot ci ha lasciati, il 26 marzo scorso. La notizia mi è arrivata con qualche giorno di ritardo e mi ha colpito con forza, del tutto inaspettata. L’avevo conosciuto quindici o venti anni fa, colleghi in un bel gruppo di ricercatori alle prese con le nuove (allora) immigrazioni dai paesi dell’Europa dell’est, in prevalenza verso le regioni adriatiche. Poi l’avevo invitato alcune volte a Jesi, come docente di pedagogia al corso FSE per gli operatori della Casa delle Culture di Jesi, o in seguito ad alcune conferenze interculturali organizzate insieme all’Ambito Sociale Territoriale, gli istituti scolastici e l’azienda sanitaria. Per introdurci all’intercultura aveva iniziato raccontando di sé, figlio di emigranti (la mamma abruzzese e il padre francese) cresciuto in Belgio in una zona dove la lingua francese, appresa in famiglia, era in minoranza; in quel Belgio dove negli anni cinquanta e sessanta chi arrivava in treno dall’Italia per lavorare veniva fatto scendere allo scalo merci. Altre volte ho incrociato Alain qua e là per l’Italia in qualche convegno. Ci si sentiva attraverso le email o su FB; scriveva molto Alain, docente e ricercatore, ed era sempre attivo, sempre pronto a proporre spunti interessanti e utili, che in più di un’occasione ho riutilizzato o ripubblicato. L’ultimo in ordine di tempo, su questo blog, nello scorso mese di luglio, “Pennac, Baricco e la scuola,  nel quale ribadiva proprio la sua preferenza per la figura dell’intellettuale e dello scrittore impegnato anche sul piano etico e politico, anziché restare esclusivamente uno specialista della letteratura: «Come lo sappiamo sono due visioni che storicamente (come l’ha ben descritta Gramsci nei suoi scritti sugli intellettuali) caratterizzano l’atteggiamento degli intellettuali francesi che intervengono nella sfera pubblica rispetto alla gestione della polis e gli intellettuali italiani che curano la propria estetica senza sporcarsi più di tanto le mani.»
Ho letto la notizia della sua scomparsa sulla rivista on line letteraturaenoi, dove gli viene dedicato un ritratto bello e commosso; poi ho trovato in rete e letto molti altri ricordi affettuosi di amici che lo frequentavano molto più di me. Tra i suoi articoli disponibili in rete, per ricordarlo scelgo “La ribellione della lentezza e dell’ozio”,  ripubblicato ora sul blog Comune-info.
Ciao Alain.

LA RIBELLIONE DELLA LENTEZZA E DELL’OZIO, di Alain Goussot

Viviamo nel mondo della velocità, del fare tutto subito, del consumare tutto subito, del dimenticare il passato per vivere solo il presente, del non sedimentare nulla e del non curare le relazioni. L’era capitalistica, quella del capitalismo finanziario e ipertecnologico, ha ulteriormente accelerato il tempo di vita, sembra che non ci sia più tempo per le relazioni umane, la convivialità, la meditazione, il sogno e quello svago che umanizza ognuno. Siamo come fagocitati da questa ansia di produrre, fare, accumulare, indebitarsi, consumare senza riflettere più di tanto, senza fermarsi sul bordo della strada per respirare quello che Célestin Freinet chiama “le fonti chiare della vita”.

Non c’è più il senso della durata e quindi del tempo vissuto, come affermava Henri Bergson, tempo umano dove il corpo e la psiche sono un tutt’uno nell’esprimere quello che gli antichi greci definivano come il soffio dell’anima. Scrive l’educatore Gianfranco Zavalloni, nella sua “Pedagogia della lumaca”:

“Oggi la maniera per essere rivoluzionari è oziare e rallentare, far da sé e produrre localmente, perder tempo”.

Già il grande Jean-Jacques Rousseau nell’Emile e nelle sue “Fantasticherie di un passeggiatore solitario” affermava che la più grande virtù umana di un educatore è quella di sapere perdere tempo, sapere ascoltare se stesso e l’altro, sapere dare il tempo alla natura umana di fare vibrare la propria anima in armonia con il mondo vivente. Per Rousseau camminando in mezzo alla natura si ritrova il senso profondo dell’umanità come espressione dell’armonia del vivente. La lentezza del passo di chi passeggia sta anche nel “pensiero meridiano” di Franco Cassano che richiama i ritmi lenti e ad altezza d’uomo del Mediterraneo, un passo non solitario ma conviviale che coinvolge l’altro e costruisce i tempi dei legami umani e dell’amicizia.

È Paul Lafargue, il genero di Marx, forse per le sue origini in parte caraibiche, che parla del “diritto all’ozio” in un libricino pubblicato nel 1883 (fu un libro simbolo durante la rivolta del 1968, assieme a lettere ad una professoressa di don Lorenzo Milani e il libretto rosso di Mao) spiega che il proletariato si è lasciato fagocitare mentalmente dalla cultura capitalistica facendo del lavoro e della produttività (del lavoro veloce e alienante) un dogma; con ironia paradossale afferma che è un errore lottare per il diritto al lavoro, un lavoro che esaurisce, disumanizza, ma che bisogna lottare per il diritto alla lentezza, all’ozio, a quell’ozio che è cura dello spirito e della propria umanità in una ottica comunitaria, comunistica di equa distribuzione delle ricchezze e dei tempi di lavoro. Nel capitolo 1 del suo libricino intitolato “Un dogma disastroso” Lafargue, tra l’altro, scrive:

“Una strana follia possiede le classi lavoratrici della civiltà capitalistica. Questa follia trascina con sé miserie individuali e sociali che, da più di due secoli, torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione mortifera del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua prole”.

“Nella società capitalistica, il lavoro, è alla base di tutte le degenerazioni intellettuali e di tutte le patologie organiche”.

In fondo, pure nelle loro differenze, cosa propongono Rousseau, Freinet, Zavalloni, Cassano e Lafargue? Tornare ai tempi umani della vita umana che è tempo di pensiero, di emozioni condivise, di meditazione e di ricostruzione di legami umani di solidarietà dove ognuno contribuisce alla vita della comunità a secondo i propri bisogni e le proprie capacità. Una pedagogia della lentezza, dell’ozio e del recupero dei ritmi della nostra umanità, umanità che ci mette in comunione con gli altri e con l’ambiente naturale, un modo di essere che è alla base di una nuova pedagogia comunistica intesa come un mettere insieme le nostre differenze recuperando il ritmo vitale dell’esistenza e la vibrazione comune e solidali delle nostre anime.