Baudolino, di Umberto Eco (circolo di lettura, 29 novembre)

Mercoledì 29 novembre ore 21.15 primo appuntamento mensile con il circolo di lettura alla Biblioteca Planettiana; il primo incontro di questo nuovo ciclo di letture  è con il libro BAUDOLINO, di Umberto Eco; di seguito l’intervista  “Con “Baudolino” Eco torna al romanzo”  di Laura Lilli pubblicata da repubblica.it, 11 settembre 2000

E così eccoci qui, dopo vent’anni, a parlare di nuovo con Umberto Eco di un suo romanzo che sta per uscire. Vent’anni fa era “Il nome della rosa”, il primo e imprevisto romanzo di uno studioso. Forse l’unico, pensarono in molti, esterrefatti. Lui stesso ne era sorpreso. “Mi è scappato di farlo tutto lì”, mi disse allora. Adesso è “Baudolino”, romanzo numero quattro che, dopo “Il pendolo di Foucault” (1988) e “L’isola del giorno prima” (1994), uscirà entro novembre. Come sempre da Bompiani, come sempre di circa cinquecento pagine. Eco lo ha annunciato ieri a Mantova, concludendo il festival letterario. Di solito, mentre scrive o rivede i suoi romanzi, è evasivo e si rifiuta di fare anticipazioni su tempi o titoli. A Mantova, però, posto di fronte a una domanda diretta, non ha potuto mentire, perché il suo “Baudolino” è ormai in tipografia. Lo scrittore ha accettato di parlarcene in anteprima, come fece nel 1980 per “Il nome della rosa” e nell’88 per “Il pendolo di Foucault”.

Umberto Eco, sono passati sei anni da L’isola del giorno prima, il suo terzo romanzo, mentre ne erano trascorsi otto fra il primo e il secondo. Lei ha preso un andamento regolare.

“Sarebbero sei anni, ma non è proprio così perché per due anni ho seguito un’altra pista, che poi ho abbandonato. Ero fermo su un punto a metà. Tutto il resto lo avevo pensato, ma quel punto no, e se non lo risolvevo gli altri non si incastravano nel mosaico. Così mi ero disaffezionato. Poi, quest’estate sono stato due mesi in campagna, l’ho ripreso in mano e l’ho finito al volo, con lo stesso anticipo col quale è nato, un mese fa, il mio primo nipotino. Che sia un parto gemellare?”

Prima che lei entri nel vivo di Baudolino, vorrei chiederle se e in che modo il successo del Nome della rosa ha cambiato la sua vita.

“Mah. Non mi sembra che l’abbia cambiata. O forse, sì, ha ridotto un po’ la lunghezza del raggio della mia vita sociale: niente festival perché ti saltano addosso per sapere il tuo parere, vedere solo amici fidati, in privato. Paradossalmente, ne sono stato impoverito. Una persona di cui non posso rivelare il nome mi ha scritto pochi mesi fa: “ogni volta che non ti vedo in tv ho per te una crisi di ammirazione”.

Però i diritti d’autore non l’hanno precisamente impoverito.

“Certo che no. Ma contro ogni visione angelicata dello scrittore, io dichiaro il mio legittimo orgoglio”.

Si aspettava un successo di queste dimensioni?

“Anche il più infimo poetastro, mentre scrive, spera che milioni di lettori recitino a memoria le sue rime di “cuore” con “amore”. Comunque, la verità è che avevo in mente di darlo a Franco Maria Ricci per la sua “collana blu”. Di farne dunque un oggetto da nicchia. Poi, però, lo lesse il direttore editoriale della Bompiani di allora, Di Giuro. Fu entusiasta e dichiarò: “ne faccio trentamila copie!”. Io pensai che fosse matto”.

Chi è Baudolino?

“E’ un ragazzo che vive nella campagna presso Marengo, più o meno là dove nel 1168 nascerà la città di Alessandria, il cui patrono sarà appunto San Baudolino. Baudolino è un furfantello, simile a quelli che esistono in molte mitologie indigene: in Germania lo chiamano Schelm, in Inghilterra Trikster God. Il libro, che in questo senso è picaresco, racconta le sue avventure in terre diverse. Il padre di Baudolino è il mitico Gagliaudo Aulari, che salva Alessandria dall’assedio di Federico Barbarossa con la storia della sua vacca”.

Quale storia?

“Eh, gli alessandrini la sanno e gli altri la leggeranno nel mio romanzo”.

Lei è nato ad Alessandria: con questo libro torna alle sue radici?

“Certamente. Racconto della mia città, cerco di imitarne il dialetto, il modo di parlare. Mi ha sorpreso trovare nei documenti ufficiali dell’epoca i nomi degli alessandrini che hanno fondato la città, sono gli stessi dei miei compagni di scuola! Con la lingua ho avuto qualche difficoltà, perché il primo capitolo è scritto direttamente da Baudolino su pergamena quando aveva quattordici anni, stava appena imparando il latino e scrive in un volgare della sua zona su cui ovviamente non abbiamo alcun documento. Mi sono divertito molto”.

Pensa che si divertiranno anche i lettori siciliani?

“Lo spero. Non ho preteso di fare filologia. Ho inventato un italiano immaginario. Non sono pagine erudite, sono pagine comiche”.

E alla Lega piacerà questo libro?

“Non credo. Ho riletto la battaglia di Legnano, le irriducibili lotte fra i Comuni. Che erano contro il Barbarossa, ma in perfetto disaccordo reciproco, e cambiavano continuamente alleanze pur di farsi dispetto a vicenda. Quando Federico si ritira da Alessandria, che non è riuscito a conquistare, potrebbero facilmente colpirlo, invece gli permettono di raggiungere Pavia. Si odiavano, ma avevano bisogno di un padre per litigare e non hanno osato commettere il parricidio. Studiando quell’epoca ho capito molte delle ragioni di crisi della politica italiana di oggi”.

In ogni caso, come in Il nome della rosa, qui racconta un’altra una vicenda medievale.

“Sì, ma con molte differenze. La Rosa raccontava del mondo monastico e dei contrasti interni alla Chiesa, questo parla del mondo laico, della corte imperiale di Federico Barbarossa. Baudolino infatti viene adottato a tredici anni da Federico, e vive con lui tutte gli scontri tra impero e Comuni, la battaglia di Legnano, la Terza Crociata (a cui lo spinge lui stesso) e via continuando. La Rosa è colto, questo è popolare. La Rosa è in stile alto, questo è in stile basso. Il linguaggio è quello dei contadini dell’epoca, o degli studenti parigini che parlano come i ladri. Niente latino, salvo qualche parola. C’è il solito gioco di qualche citazione posteriore, nascosta, ma con l’idea che siano frasi inventate proprio da Baudolino, e gli altri in seguito potrebbero averle copiate”.

E’ un gran bugiardo, questo Baudolino.

“Eh, sì. Inventa sempre fandonie, ma ogni volta tutti ci credono, e le sue fandonie producono la grande storia. In fondo rileggo la storia di quel periodo come frutto delle invenzioni di un ragazzino, che poi cresce e con una banda di amici inventa la legittimazione dell’impero da parte dei giuristi bolognesi, parte dell’epistolario di Abelardo ed Eloisa, la leggenda del Graal come sarà poi raccontata da Wolfram von Eschenbach”.

Dunque senza Baudolino la storia avrebbe potuto essere diversa?

“Proprio così. Sono lui e i suoi amici a inventare la mitica lettera del Prete Gianni, che ha davvero circolato in quell’epoca, descrivendo un leggendario regno cristiano nel lontano Oriente (ne parlerà anche Marco Polo). E alla fine tutti ci credono, e Baudolino parte con Federico alla ricerca di questo regno remoto. “Però poi Federico muore nel 1190 in circostanze che io faccio diventare misteriose, impiantandovi sopra una vicenda tipo omicidio in una camera chiusa”.

Non le chiedo di svelarci chi è l’assassino, però forse può dirci che ne è di Baudolino senza Federico.

“Fino a quel punto seguo la sequenza delle vicende. Dopo la morte di Federico, inizia un viaggio fantastico coi suoi amici in terre misteriose abitate da mostri, dove Baudolino ha avventure incredibili, incluso un amore a cui tengo molto. Direi che scrivendo mi sono innamorato della protagonista femminile della storia mentre dovevo far innamorare Baudolino!”

E lui non si innamora?

“Eh, no, il resto non lo dico, altrimenti non valeva la pena di scrivere un libro di cinquecento pagine, bastava questa intervista. Posso dirle che tutto quello che si viene a sapere è raccontato da Baudolino, che per definizione è un bugiardo, a un grande storico bizantino, Niceta Coniate nel 1204, mentre Costantinopoli brucia e viene saccheggiata dai crociati. Niceta ha scritto di quei giorni quasi in cronaca diretta, ma ovviamente non ci ha lasciato nessuna traccia del racconto di Baudolino, perché (dico io) non sapeva se fosse vero. Naturalmente non lo sa neppure il lettore, altrimenti dovremmo rivedere tutta la storia di quei secoli”.

Questo libro è un’apologia della bugia?

“Casomai è un’apologia dell’utopia, di quelle invenzioni che muovono il mondo. Colombo ha scoperto l’America per sbaglio: credeva che la Terra fosse molto più piccola. Non è vero che solo lui pensasse che fosse tonda, come la gente dice ancora: che fosse tonda lo sapevano prima di Platone. E che dire dell’Eldorado? Si conquista un continente seguendo un mito”.

 

“Nell’afa”, chiude con Curzi la rassegna Le Marche in Biblioteca

Si è concluso con Pierfrancesco Curzi il ciclo di incontri letterari Le Marche in Biblioteca 2017. La letteratura ci guida sempre verso gli angoli nascosti della realtà e lo fa ogni volta attraverso lo sguardo che ciascun autore prepara per noi, pronti a seguirlo. “Nell’afa”, Vydia editore, il libro di Curzi, è un giallo e come ogni vero giallo è capace di mostrarci che la lettera rubata si trovi davvero sotto i nostri occhi ma noi chissà da che parte guardavamo. Il contesto scelto per lo sviluppo degli eventi è quello di Ancona, nel contrasto dei suoi quartieri “più in alto” o “più in basso”, e poi le redazioni dei giornali, le caserme della polizia, ma anche le strade, e poi i sapori, i colori.

La serata con Curzi si è aperta e poi stata accompagnata, come nostra consuetudine, dagli interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi, questa volta era con noi il maestro Claudio Durpetti alla chitarra, seguito ogni volta lettura di un brano del libro, a cura del gruppo Arci Voce. Si sono succedute Laura Santoni, Rosella Canari e  Luigina Tantucci.

Scegliere quali brani di un giallo leggere potrebbe non essere facile, per non svelare anzitempo quei particolare che toglierebbero al lettore la sorpresa di scoprirli da solo. E quindi ci siamo limitati a scegliere tra le prime trenta pagine, quelle in cui forse c’è “meno azione” e più sguardo del contesto, di quella scena o di quei personaggi o situazioni che più di altre introducono a questa Ancona al tempo stesso così peculiare, con la sua personalità, e insieme così universale, come tante altre possibili città di mare del mediterraneo, come lo stesso Curzi ha ricordato.

«La deontologia professionale si scontra con la pietà nei confronti della famiglia di una ragazza-bambina. L’assenza di un coinvolgimento emotivo, legato a vincoli di parentela o di frequentazione, lo spinge esclusivamente a confezionare un prodotto giornalistico quanto mai preciso, dettagliato. E onesto. Galassi è un vecchio guerriero della penna, passato dalla macchina da scrivere meccanica all’ultima frontiera dei programmi informatici, con una volata attraverso le prime applicazioni in dos. Anni di giri di nera, di inchieste, di attacchi di pezzi seguiti da svolgimenti che escono come acqua da una sorgente di montagna. Di buchi dati e presi. Di querele per diffamazione.
Vicende spinose ne ha trattate tante nel corso degli anni, intervallate da vagonate di articoli inutili. Adesso sente,a pelle, che da domani mattina, e fino al giorno in cui l’0micida non sarà assicurato dietro le sbarre dell’affollato carcere cittadino di Montacuto, sarà una guerra al massacro. E potrebbe finire da cani. In un certo modo si prevede inadeguato, nonostante il pedegree, a entrare in un circo Barnum dell’informazione di prvincia, una ridda di battaglie mediatiche. Sangue e arena. No grazie. Già immagina i e le giovani croniste/i della concorrenza, testosterone alto, cani da combattimento, caterpillar dell’informazione, disposti/e a tutto pur di pubblicare un’esclusiva, infoiati da capocronisti e caporedattori senza il minimo scrupolo, ma in compenso con alle
spalle problemi in famiglia, storie di corna, depressioni latenti, estenuanti cure a base di psicofarmaci, insoddisfazione esistenziale, scarsa predisposizione ai rapporti sociali, abusi fisici e sessuali subito da parenti in età prescolare. Eminenze grigie….»

Cattivo l’autore nei confronti di quello che chiama il circo Barnum dell’informazione di provincia? Ma il suo personaggio, il giornalista Galassi, è fatto così. Quasi un donchisciotte mancato, o soltanto più lucido, che le esperienze professionali e della vita hanno reso un po’ ruvido, come i quartieri in cui preferisce addentrarsi, ed è questo che si ritrova a pensare, consapevole, mentre si accinge a muovere i primi passi di un’inchiesta nella quale, forse, la lettera rubata noi non la vediamo non tanto perché i nostri occhi sono distratti, ma magari perché qualche altra mano ce la sposta, quella lettera, come nel gioco delle tre carte. E allora l’inchiesta, lo sguardo che teniamo, deve essere fermo e darsi da sé dei buoni punti di riferimento, per valutare e prevenire gli abbagli, per essere onesto con le persone su cui si indaga. Il giallo scritto da Curzi ci porta, dunque, non soltanto dentro i meandri dei quartieri che a lui interessa di più proporci, ma anche nei meandri delle verità costruite o smontate, nel modo di fare o disfare le notizie, o di costruire le “pubbliche opinioni”.

(l’articolo su Centropagina)

La letteratura italiana dal 2000 al 2017 (le schede dei libri)

Stuzzichiamo la lettura, circolo di lettura promosso dalla Biblioteca Planettiana e dalle associazioni culturali Altrovïaggio di Jesi e Licenze Poetiche di Macerata.
Il circolo di lettura si svolge parallelamente ad altri gruppi di lettura della zona di Macerata, coordinati da Alessandro Seri.

Ieri sera, 24 ottobre, si è svolto presso la Biblioteca Planettiana l’incontro di presentazione del nuovo ciclo annuale, che per noi è il terzo: due anni fa il tema fu La letteratura americana del Novecento, e lo scorso anno le letterature contemporanee dei paesi del medio oriente.

Quest’anno il filo conduttore è la La letteratura italiana dal 2000 al 2017; i libri proposti e le date in cui si terranno gli incontri sono:

(29 novembre 2017)  Baudolino, Umberto Eco, Bompiani, 2000, pp530
Si narra la storia di Baudolino, un giovane ragazzo di campagna piemontese proveniente dalla Frascheta dove successivamente sorgerà Alessandria, che nel 1154, all’età di tredici anni, viene adottato dall’imperatore Federico Barbarossa. Il giovane si rivela un bugiardo incallito, ma come per incanto tutto quello che inventa finisce per fare storia, come la canonizzazione di Carlo Magno, il Graal o la creazione della lettera del Prete Giovanni. Per seguire il suo sogno di scoprire il regno del Prete, Baudolino parte con un gruppo di amici verso Oriente e vengono raccontate le loro peripezie in terre leggendarie e il loro incontro con creature fantastiche. Tornati a casa a mani vuote dopo molti anni di viaggio, Baudolino comprende che la sua vita è legata per sempre alla ricerca di quella mitica terra, mentre non c’è niente nel suo mondo che lo possa trattenere, così riparte verso est per il suo ultimo viaggio da cui non farà ritorno.
Il libro è una summa di fonti storiche, miti, tradizioni e leggende medievali che lo rendono un’opera enciclopedica di quel particolare periodo storico. È stato tradotto in molte lingue e pubblicato in diversi paesi.

 

(20 dicembre 2017) L’odore della notte, Andrea Camilleri, Sellerio 2001, pp221
Camilleri dà fondamento reale alle sue storie ispirandosi qui, come scrive in una nota al termine del romanzo, a un fatto di cronaca oggetto di un articolo redatto dal suo amico Francesco, “Ciccio” La Licata. Il tragico e suggestivo finale riprende altresì l’atmosfera decadente del racconto di William Faulkner intitolato Omaggio ad Emilia. Dall’opera è stato tratto uno sceneggiato televisivo trasmesso da Rai Uno il 6 febbraio 2007 con l’attore Luca Zingaretti nella parte del commissario Montalbano.
Su Vigàta e dintorni si è abbattuto un tifone che ha spazzato via un mucchio di soldi. È la solita storia del finanziere truffatore che attirando gli ingenui in un primo momento con la corresponsione di alti interessi, poi si dà alla fuga con il malloppo. Nelle indagini che Montalbano svolgerà incontrerà i più svariati personaggi vittime del truffatore mago della finanza che ha agito su vasta scala. Una sola persona in tutto il paese continua ad avere fiducia nel ragioniere Emanuele Gargano, che ora probabilmente sta prendendo il sole su spiagge esotiche, ed è la sua affezionatissima, anzi innamorata persa, segretaria, la signorina Mariastella Cosentino.

 

(24 gennaio 2018) Il passato è una terra straniera, Gianrico Carofiglio, Rizzoli 2004, pp 297
Si tratta di un romanzo noir con toni da romanzo picaresco. È stato il vincitore del Premio Bancarella nel 2005, e il regista Daniele Vicari ne ha tratto l’omonimo film con protagonisti Elio Germano e Michele Riondino, uscito nelle sale nell’autunno 2008. Giorgio, un giovane e brillante studente di giurisprudenza, conosce Francesco e con quest’ultimo condivide serate al tavolo verde dove, grazie alle conoscenze di cartomagia di Francesco, i due riescono a vincere molti soldi. Giorgio è però combattuto tra la sua vita di una volta, tutta casa, libri e università e la sua nuova vita, fatta di poker, telesina, alcolici, belle donne: il senso di colpa nei confronti dei genitori cresce a dismisura, così come cambia il suo rapporto con Francesco, dalla venerazione iniziale al compatimento. In parallelo si intreccia la storia di una serie di aggressioni notturne a giovani donne da parte di uno sconosciuto maniaco. Il titolo del libro riprende alla lettera la prima frase del libro L’età incerta di L. P. Hartley, che recita originariamente: “The past is a foreign country: they do things differently there.”

 

(28 febbraio 2018) L’amica geniale, Elena Ferrante,  Edizioni E/O, 2010, pp400
L’amica geniale è il primo volume di un ciclo del quale sono usciti altri tre libri: Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013), Storia della bambina perduta (2014). Il primo volume, diviso in due parti, “Infanzia” e “Adolescenza”, è dedicato alla storia di due bambine, Elena (Lenù) e Raffaella (Lila), di un quartiere di Napoli. Entrambe molto intelligenti, insofferenti delle rigide regole di comportamento del “rione” dove abitano, negli anni dell’infanzia si legano di un’amicizia stretta; con la fine della scuola elementare, però, le loro vite si separano, perché per ragioni economiche il padre di Lila, calzolaio, non può farle proseguire gli studi; il padre di Lenù, usciere comunale, riesce invece a permettere alla figlia di continuare alla media, poi al ginnasio. I percorsi delle due ragazzine continuano però ad intrecciarsi, ancor più quando intervengono le prime complicazioni sentimentali. L’ultima pagina narra il matrimonio di Lila. Il libro si apre con le poche pagine del Prologo (Cancellare le tracce), che con forte prolessi narrativa presenta un adulto, figlio di Lila, che chiede invano aiuto a Lenù per ritrovare la madre. La narrazione è condotta in prima persona da Elena; attraverso il suo sguardo si scopre una folla di personaggi, una quantità di ambienti e di usanze, di una Napoli che dalle difficoltà del dopoguerra si apre progressivamente a un modesto benessere, incoraggiato o minacciato dalla presenza della malavita.

 

(28 marzo 2018) Non tutti i bastardi sono di Vienna, Andrea Molesini, Sellerio 2011, pp376, Premio Campiello 2011.
Orgoglio, patriottismo, odio, amore: passioni pure e antiche si mescolano e si scontrano tra loro, intorbidate più che raffrenate dal senso, anch’esso antico, di reticenza e onore. Villa Spada, dimora signorile di un paesino a pochi chilometri dal Piave, nei giorni compresi tra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918: siamo nell’area geografica e nell’arco temporale della disfatta di Caporetto e della conquista austriaca. Nella villa vivono i signori: il nonno Guglielmo Spada, un originale, e la nonna Nancy, colta e ardita; la zia Maria, che tiene in pugno l’andamento della casa; il giovane Paolo, diciassettenne, orfano, nel pieno dei furori dell’età; la giovane Giulia, procace e un po’ folle, con la sua chioma fiammeggiante. E si muove in faccende la servitù: la cuoca Teresa, dura come legno di bosso e di saggezza stagionata; la figlia stolta Loretta, e il gigantesco custode Renato, da poco venuto alla villa. La storia, che il giovane Paolo racconta, inizia con l’insediamento nella grande casa del comando militare nemico. Un crudo episodio di violenza su fanciulle contadine e di dileggio del parroco del villaggio, accende il desiderio di rivalsa. Un conflitto in cui tutto si perde, una cospirazione patriottica in cui si insinua lo scontro di psicologie, reso degno o misero dall’impossibilità di perdonare, e di separare amore e odio, rispetto e vittoria.

 

(18 aprile 2018),  Accabadora, Michela Murgia, Einaudi, 2010, pp166
Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.
Nei primi anni cinquanta del XX secolo a Soreni, un piccolo paesino della Sardegna, dove tutti sanno tutto di tutti facendo finta di non sapere, la piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane di padre, viene adottata da Bonaria Urrai, anche lei vedova benestante, ma senza mai essere stata sposata. Maria diventa così una filla de anima, come appunto “i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra”. Maria e Tzia Bonaria, sarta del paesino, vivono come madre e figlia consapevoli entrambe di non esserlo. Si scoprirà alla fine del romanzo che Bonaria aveva deciso di adottare Maria, quando un giorno l’aveva vista rubacchiare delle ciliegie, senza che sul volto della piccola trapelasse “né vergogna né consapevolezza… e le colpe come le persone iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge”. A Maria, infatti, “Non le era ancora passato quel vizio, quello di rubare piccole cose di cui non aveva bisogno, ma che desiderava”.

 

(30 maggio 2018) L’amore graffia il mondo, Ugo Riccarelli, Mondadori, 2013, pp219
È come se portasse il destino nel nome. Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l’ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento. Potrebbe diventare una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà, la guerra… È così che Signorina rinuncia a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando anche lei si scopre donna e conosce l’amore, il sogno dura troppo poco, sopraffatto da doveri, fatiche e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato. Ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione… “L’amore graffia il mondo” è il ritratto appassionante di una donna più forte delle proprie fragilità e del vento della storia, ma è anche la saga di una grande famiglia, l’epopea dell’amore viscerale e della speranza più visionaria. Ed è la celebrazione della forza dell’immaginazione: perché bastano pochi semplici gesti per vestire di bellezza il mondo.

 

(27 giugno) Le otto montagne, Paolo Cognetti, Einaudi, 2017, pp208
È proprio vero che ognuno di noi ha le sue montagne. Le mie sono nell’alta Val Venosta, incastrate lassù, in quell’angolo tra l’Austria e la Svizzera. È lì che ho scoperto il profumo delle pinete e dei rododendri. Che ho imparato che cos’è la fatica, e quanto a volte può essere ripagata. Che ho visto paesaggi talmente belli da lasciarti senza fiato, che ho respirato un’aria fresca e pungente così diversa da quella della campagna e che riconoscerei ovunque. La montagna di Pietro sorge sopra Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. Ha iniziato ad andarci quando era ancora bambino, d’estate, con i suoi genitori. Ci tornerà tutti gli anni. Un ragazzo di città, solitario e fragile, che scopre il verde dei prati, il rumore dei ruscelli, la bellezza della natura. E conosce Bruno, che in quel di Grana ci vive, che è ancora bambino ma è già costretto a lavorare accompagnando le mucche al pascolo. La loro prima estate insieme è fatta di corse nei prati, di esplorazioni di case diroccate, di tuffi nei torrenti. Di avventura e libertà. Tra i due nascerà un legame profondo, un’amicizia che non vive di parole ma di azioni, così forte da sopravvivere alle stagioni più dure e alla distanza. Perché il tempo e lo spazio nel loro rapporto non contano poi tanto. Non basteranno l’immaturità e l’egoismo dell’adolescenza ad allontanarli; non serviranno il viaggio di Pietro in Asia e la nuova famiglia di Bruno, le incomprensioni e il senso di perdita; tutte le difficoltà della vita non riusciranno a rompere quel rapporto. Qualunque sia la strada che ognuno ha deciso di intraprendere prima o poi passerà ancora una volta dalla quella montagna.

“Nell’Afa” di Pierfrancesco Curzi

 

Giovedì 26 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, per la terza serata della rassegna Le Marche in Biblioteca, incontro con Pierfrancesco Curzi, che ci racconterà del suo “nell’Afa”, Vydia editore. 

Articolo di Marco Benedettelli, dal blog FattoDirittto, tratto da Urlo, mensile di resistenza giovanile).

Titolo:Nell’afa
Autore: Pierfrancesco Curzi
Casa editrice: Vydia editore

È una notte rovente e appiccicosa quando nel quartiere Piano, a Piazzale Loreto, viene rinvenuto in un container il corpo straziato di una quindicenne. Carlo Galassi, cronista de L’Eco della Provincia, è svegliato da uno dei suoi informatori dell’ospedale. Scende dal letto, sale in sella al suo scooter e si tuffa a testa bassa in un caso di cronaca tragico, col quale si misurerà fra colpi di scena, riflessioni solitarie e battaglie di ogni sorta lungo una settimana di luglio dal clima a dir poco afoso. Finché, alla fine del suo instancabile lavoro, a suon di doviziose ricostruzioni, la penna di Galassi in qualche modo sarà artefice anch’essa, assieme al lavoro della Procura, dell’accertamento della verità.

Tutto questo e altro ancora è “Nell’Afa”, (Vydia Editore, dicembre 2016) primo volume di un progetto di trilogia incentrata sulla figura del giornalista anconetano Carlo Galassi, (i prossimi due libri sono in attesa di pubblicazione, ma la trilogia potrebbe trasformarsi anche in serie). L’autore, l’anconetano Pier Francesco Curzi, conosce molto bene le atmosfere che descrive, dato che lavora da sempre nella cronaca cittadina oltre che ad essere reportagista per il Fatto Quotidiano da zone di crisi e già autore di libri di geopolitica. Nell’Afa è così anche un tuffo nei meccanismi perversi della provincia e del suo giornalismo, che ci mostra come funzionano il rapporto con le fonti, le conferenze stampa, le furiose guerre intestine coi propri capi e colleghi di redazione. Curzi sa descrivere molto bene le dinamiche che scattano nei giornali locali all’affacciarsi di un omicidio efferato e tragico. Sa come la notizia viena sezionata, sviluppata, strumentalizzata. Sa quali sono i complessi rapporti fra giornalisti e forze dell’ordine, personale medico e ospedaliero, familiari della vittima, magistrati e avvocati, politici locali ed esaltati da marciapiede. E racconta il tutto con uno stile allenato, puntuale, di chi – come Curzi – ha macinato migliaia di righe, articoli, pagine, e padroneggia più livelli di linguaggi tecnici e specialisti.

Il libro funziona alla grande, si lascia leggere perché appassiona, muovendosi agilmente dentro le dinamiche narrative del genere investigativo con senso del ritmo e del racconto.

La vittima, Emma Calderigi, è una ragazzina un po’ ribelle dell’Ancona bene. Il primo indiziato dell’omicidio è un marocchino diciottenne, Hasan al Koresh, ex fidanzato di Emma, residente al Piano, frettolosamente e irresponsabilmente tacciato dai giornali cittadini come il sicuro esecutore del delitto. Giornali preoccupati solo di soffiare sul fuoco delle pulsioni razziste di certa gente, ormai in preda a un mix di ambizioni da scoop dei capi redattori in crisi di vendite e di deriva populista. E anche Emma, la giovanissima deceduta, alla fine delle indagini si rivelerà essere stata uccisa dalle paure irrazionali e violente di quel mondo attorno a lei all’apparenza così rispettabile (ma non sveliamo altri particolari). Il tutto in una città, Ancona, ammorbata dal caldo di luglio, sudata, fatta di trattorie unte, quartieri popolari, odore di porto e di pesce marcio, scorci di paesaggio che aprono la mente. Un mondo cromatico, bello e brutto assieme, dove Carlo Galassi, uomo che ha inghiottito tonnellate di delusioni, compie il suo dovere di cronista con onestà, passione e “tigna”, battendosi come un cavaliere dei nostri giorni contro le ipocrisie, l’irresponsabilità e l’idiozia di chi gli sta intorno, Senza pretendere ormai nulla in cambio se non il senso di libertà che arriva dalla ricostruzione faticosa, sofferente, di una chimera che alla fine emerge, la verità.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

Dall’Eurasia express ai Sibillini, l’incontro con Matthias Canapini

Le Marche in Biblioteca 2017, il secondo incontro, con Matthias Canapini.
«Col senno di poi, capisco che non è necessario star via da casa mesi per cogliere l’anima del mondo. Il mio viaggio è diventato man mano una meditazione ambulante sul significato dell’esistenza, attraversando momenti di felicità, dolore, eccitazione, nostalgia».

Scrive così Matthias Canapini nelle pagine finali del suo “Eurasia Express, cronache dai margini” nel concludere non il suo viaggio – perché un viaggio in realtà non si conclude mai davvero – ma il libro in cui ce lo racconta e che ieri sera ha fatto da filo conduttore. E in questo modo, chiedendogli di leggere questo brano, abbiamo concluso la serata di ieri, dopo aver ripercorso con lui il suo viaggio, narrato in tre momenti diversi.
Introdotti ogni volta dalla musica ispiratrice dei flauti di due giovani musicisti allievi della Scuola musicale Pergolesi, Riccardo Stronati e Matteo Lombardi, sono stati i lettori del gruppo Arci Voce – ieri sera si sono alternati Lucia Lucarini, Paolo Consonni e il sottoscritto – che a loro volta hanno introdotto il racconto di Matthias con tre letture estratte da tre momenti diversi del suo lungo viaggio di sei mesi attraverso l’Eurasia.

Abbiamo scelto come lettura il momento della partenza, da Fano e sul traghetto che lo porta sulla costa dalmata. Da noi nelle Marche, per chi vive sulla costa, viaggiare significa aprire la porta di casa e ritrovarsi immediatamente a Oriente.L’inizio è qui, appena ci affacciamo sulla via, siamo anche noi un confine e spesso ce ne dimentichiamo, e una volta aperto dietro quel confine scopriamo che c’è un continente intero e Matthias ha iniziato a raccontarcelo, mostrandoci innanzitutto se stesso viandante; le altre due soste con la musica dei flauti e la lettura le abbiamo fatte in prossimità della Mongolia e poi, già all’inizio della via del ritorno, in Laos.

Un ritorno ancora lungo, non solo geograficamente ma inserendosi nell’ultimo tratto dentro quel mare di umanità in fuga dalla Siria attraverso la cosiddetta rotta balcanica: da Salonicco attraverso Macedonia, Serbia e Croazia è stato questo il ritorno a casa del senno di poi, un senno che non dimentica le altre storie incontrate prima ma le riconduce ancora ad un altro senso. Per questo dicevo che un viaggio in realtà non si conclude mai.

Mentre Matthias raccontava, sullo schermo scorrevano ogni dieci secondo le foto scattate lungo il cammino, tante ma non tantissime, perché capita anche, dice Matthias, che la macchina fotografica può dividerti anziché avvicinarti alle persone e allora è preferibile chiacchierare direttamente, guardarsi e sentirsi la voce, cercare una sintonia che poi magari provi a raccontare con le parole. E tra le foto, inoltre, diverse erano anche di altri viaggi, in terre più vicine a noi, perché dopo questo “viaggione” ai margini – i margini del mondo – i viaggi più recenti si sono sviluppati tutti dentro l’Italia, il mondo infatti è un contenitore di storie ovunque, puoi averle anche qui di fronte a te ora, se sai guardarle. I viaggi più recenti Matthias li ha fatti dentro la nostra regione girando letteralmente a piedi i Sibillini del terremoto, gli innumerevoli borghi e paesi, camminando tra i silenzi lasciati a custodire luoghi che ancora si fa fatica a far rivivere, e tra le persone che resistono, costruiscono, sono loro stesse quelle storie.

Matthias oltre ai suoi libri di racconto dei viaggi “Eurasia Express” e “Verso Est” e al libro fotografico “Il volto dell’altro” aveva anche alcune delle sue foto, a offerta, con l’offerta come suo contributo personale al progetto dell’Agrinido di San Ginesio, una delle realtà locali a cui si è legato nei suo viaggi, una di quelle realtà, appunto, che le storie di quelle terre non solo le raccoglie ma le costruisce.

Non ho scritto nulla di specifico in queste note del libro al centro della serata, Eurasia Express, vi consiglio soltanto di acquistarlo e leggerlo, è scritto con un linguaggio tranquillo, semplice e descrittivo, soltanto che descrive non solo ciò che normalmente si vede sulla superficie delle cose, ma anche quel qualcosa di invisibile o nascosto che sta in mezzo e dietro e che per essere visto richiede un candore e un’immediatezza in più, e allora inizia anche a coglierne il senso, il senso di quell’umanità che uno sguardo frettoloso può perdere.

Ci vuole uno sguardo in sintonia con i piedi, come scrive Paolo Rumiz nella prefazione al libro di Matthias: «Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno».

(anche quella che Matthias sta osservando nella foto in alto è una vallata euroasiatica, a Elcito, sotto il San Vicino; le foto di Matthias in Eurasia le trovate nel suo libro “Il volto dell’altro” )

Giovedì 19 incontro con Matthias Canapini

da CentroPagina del 18 ottobre 2017 (articolo di Eleonora Dottori)

JESI – Secondo appuntamento con la rassegna “Le Marche in Biblioteca” che ospita domani sera, giovedì 19 ottobre, Matthias Canapini.

Dopo il successo ottenuto giovedì scorso, la sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, alle 21.15, ospita il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto. Promosso dalle associazioni culturali Altroviaggio e Licenze Poetiche e organizzato grazie alla collaborazione della Biblioteca Planettiana, verrà presentato il libro “Eurasia Express, cronache dai margini”.

Accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce: «È un progetto di Arci Comitato Jesi Fabriano – spiega il Gruppo – coordinato su un piano tecnico da Maria Grazia Tiberi che a partire dai partecipanti del corso di “Dizione e Sviluppo della Voce” tenuto dalla stessa Tiberi e che si è svolto al momento in due edizioni anno 2015/16 e 2016/17 ha dato vita a questo gruppo di lettura e di lettori».

«Arci Voce nasce da un gioco – racconta Maria Grazia Tiberi, speaker e allenatrice di dizione e di teatro – È come se una mattina ci svegliassimo e avessimo bisogno di dire, di leggere, di apportare un nuovo stile alla voce e alla lettura. Voglio capire come funziona il mio dire, il mio leggere, il mio usare uno strumento bellissimo come la voce. Non cantando. Ma pronunciando bene, dando una propria lettura, dando voce e non fiato. È una vera occasione di stringersi incontro a scritti, libri, versi… senza paura, rendendoli vivi ed emozionali ognuno con la sua voce. Per l’Arci si tratta di un progetto che rispecchia in pieno i suo obiettivi di promozione di cultura, socialità, valori». A metà novembre il via nella sede Arci in Piazza Federico II ad una nuova edizione del corso di Dizione Sviluppo della Voce.

Prossimo appuntamento è il 26 ottobre con il giornalista e scrittore Pierfrancesco Curzi con il giallo ambientato ad Ancona, “Nell’afa” di Vydia editore.

“Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

La Marche in Biblioteca, giovedì 19 ottobre alle ore 21.15 il secondo appuntamento, con il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che ci racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto.

Matthias ci racconterà il suo viaggio attraverso le sue foto, accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce.

La viandanza, il camminare e l’incontro, come apertura, curiosità, conoscenza del mondo entrandogli dentro, ed entrando anche dentro di sé come conoscenza di se stessi. “Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno” scrive il grande viandante e camminatore Paolo Rumiz, nella prefazione che ha dedicato al giovane Matthias Canapini. 


Titolo:
Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Prefazione di Paolo Rumiz

“Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente. Essi decifrano i segni del terreno, come i sassolini di Pollicino. Il mondo non è di quelli che credono di controllarlo con i droni e gli smartphone ma di chi si impolvera le scarpe e batte la terra con “piede libero”, come scrisse Orazio. La storia la fanno i piedi instancabili dell’homo sapiens, lo dicono millenni di migrazioni.

Povera cosa sarebbero i cammini se si limitassero a una riserva indiana per pellegrini o agresti camminatori. La strada vera è vita a tutto campo ed è fatte di mille cose: donne ai balconi, pasta al pomodoro, serpenti schiacciati, vento nei canneti, immigrati in cammino, cave abusive, guard-rail deformati, processioni e cani perduti. La strada è paracarro, rudere, fango, frumento, argine, fontana, metanodotto, solco di carri, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, un porcospino esitante dietro un paracarro.

Il viaggiatore ti dice che il cammino vero si fa nel mondo, non fuori dal mondo, e questo comporta graffi, rombo di camion, punture di tafani, talvolta anche insulti, diffidenza. Il cammino è immersione, non decollo verso altezze rarefatte. E’ periferia, fabbrica, banlieue, cantoniera diroccata, binario morto, escrementi, casello ferroviario, cancello con la scritta attenti al cane. Talvolta filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa.

Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

 

L’incontro con Umberto Piersanti

Quaranta persone che restano a seguire attente una serata di poesia fino a mezzanotte è qualcosa di sorprendente. Siamo arrivati a quell’ora, e a questa serata, quasi senza accorgercene. Il nostro affabulatore era Umberto Piersanti, in una serata molto densa e anche leggera, nel senso di piacevole e pacata, senza bisogno di iperboli ma sicura, incisiva, come il passo della sua poesia.

È iniziata così, con questo primo incontro, la seconda edizione di “Le Marche in Biblioteca”, un’iniziativa organizzata dalle associazioni culturali AltrovÏaggio e Licenze Poetiche con la collaborazione con la Biblioteca Planettiana e che nasce all’interno della collaborazione oramai triennale con la biblioteca, nata con l’avvio di un circolo di lettura, che quest’anno avvierà la terza edizione (l’incontro di presentazione ci sarà il prossimo 24 ottobre alle ore 21.15 presso la biblioteca). Le Marche in Biblioteca è un’iniziativa sostenuta da un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura.

Piersanti è stato introdotto da un intervento musicale di un allievo della scuola musicale Pergolesi di Jesi, il violinista Tommaso Scarponi, che poi nella serata ha eseguito anche altri brani, di Vivaldi e di musiche del settecento, in mezzo alle settecentesche librerie della Biblioteca Planettiana, in una bella alternanza con i temi toccati da Piersanti e con la sua lettura delle poesie che aveva preparato per noi.

Ad ogni intervento musicale è seguita anche la lettura di una poesia scelta da noi e tratta dalla più recente raccolta di Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri; ha curato le letture il gruppo Arci Voce, un’esperienza nata presso l’Arci e l’associazione Altrovïaggio da qualche anno, partendo da un corso di sviluppo della voce e di dizione, che quest’anno inizia la sua terza annualità. Ieri sera si sono  alternati alla lettura, oltre al sottoscritto, Antonella Maggiori e Rosella Canari.
La lettura della poesia di Piersanti è un’esperienza piacevole, a me sembra quasi di camminare sui suoi passi, seguendone la musicalità e immaginando i suoi sguardi, come lampi di memoria.

Piersanti è stato introdotto da Alessandro Seri che ha conversato con lui, e poi ci ha parlato, della sua terra, della sua storia intrecciata con questa terra, della sua poesia che con questa terra è un tutt’uno, e ci ha letto alcune delle sue poesie, chiudendo la serata con “La giostra”, forse quella che più di tante altre è dedicata a suo figlio Jacopo.

La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
cosi antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

marzo 2001

 

 

 

Circolo di lettura, incontro il 24 ottobre

Circolo di lettura, terza annualità 2017/2018
Incontro di presentazione martedì 24 ottobre, ore 21.15

Riprende a breve il ciclo annuale di incontri del Circolo di Lettura presso la Biblioteca Planettiana di Jesi.  Il primo incontro, introduttivo, si terrà presso i locali a piano terra della Biblioteca martedì 24 ottobre alle ore 21.15, per la presentazione dei libri che leggeremo e discuteremo quest’anno.

Il tema scelto questa volta è la letteratura italiana degli anni duemila: ogni anno un salto, dopo esserci “allontanati” e aver affrontato due anni fa la letteratura americana del Novecento, e lo scorso anno le letterature dei paesi del medio oriente, quest’anno “torniamo” alla contemporaneità di casa nostra, che offre ugualmente la possibilità di un viaggio interessante e ricco di sorprese.

Il Circolo di lettura è un’esperienza avviata dalla Biblioteca Planettiana con la collaborazione delle associazioni culturali Altroviaggio e Licenze Poetiche.

Per chi non ha mai partecipato, consiste in un ciclo di 8 incontri mensili (definiremo insieme il calendario esatto) da qui fino a giugno; ogni volta ciascuno leggerà a casa il libro del mese che è stato scelto e poi ci incontreremo per parlarne insieme e scambiarci opinioni e impressione; il conduttore degli incontri è Alessandro Seri.

La pertecipazione è libera.

Per ogni informazione rivolgersi a:
planettiana@comune.jesi.an.it – tel. 0731/538346 (ore 8,00-14,00)
info@altroviaggio.org – tel. 328 1967178

Per seguire gli aggiornamenti, consultare:

http://www.altroviaggio.org/category/circolo-di-lettura/
www.bibliotecaplanettiana.it 

Un’intervista a Umberto Piersanti

Titolo: Nel folto dei sentieri
Autore: Umberto Piersanti
Casa editrice: Marcos Y Marcos

A cura di Alessandro Canzian, un’intervista a Umberto Piersanti

Di Umberto Piersanti avevo già parlato in riferimento a un suo vecchio libro (L’urlo della mente, 1977) e a una sua bellissima poesia (Rêverie). Quest’ultima in particolare mi dà modo di introdurre questo libro (che contiene appunto Rêverie) che Piersanti dà alle stampe con Marcos y Marcos nel 2015: Nel folto dei sentieri. Un libro che si inserisce con un certo senso di continuità nella produzione del poeta urbinese ma che si differenzia moltissimo da una sorta di usanza poetica alla quale siamo tutto sommato oggi abituati.

Paolo Lagazzi di questo libro dice: Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino Nel folto dei sentieri è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un tempo nuovodi ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi. Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il fiume incessante del reale, e in esso il pullulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso (da quidculturae.com). Parole precise quelle di Lagazzi che poi continuano con una delle migliori definizioni possibili di quest’opera: Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, Nel folto dei sentieri è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca l’Aperto, il seme immenso del possibile, o afferma che il tempo non esiste, / va avanti e indietro, ci soffoca e ci carezza.

Poeta definito tra i più importanti della contemporaneità, con la particolarità di una voce riconoscibilissima, nitida, tanto personale da non poter essere confusa con quella di altri autori, Piersanti è inserito in diverse antologie e ha molte pubblicazioni poetiche e non solo (solo per ricordare i volumi Einaudi: I luoghi persi nel 1994, Nel tempo che precede nel 2002, L’albero delle nebbie nel 2008). Ma è anche il poeta che viene dimenticato nelle mappature (in questo blog ho diverse volte parlato del fenomeno poesia di questa estate, ad esempio qui e qui, con un parziale riassunto qui). È il poeta fuori dal coro che difende la sua posizione con una convinzione precisissima, quasi una poetica, e che mi ha dato modo di svolgere questa piccola intervista telefonica (l’autore mi perdonerà le imprecisioni, se presenti) dove ho chiesto del libro ma anche della poesia, del dibattito di queste settimane, della vita.

Un’intervista che ho trovato affascinante, semplice e intensa come è la sua poesia. Vera.

Intervista a Umberto Piersanti del 3 settembre 2015

Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri è sicuramente un libro particolare nel senso che si inserisce in maniera coerente, pur nella sua chiara evoluzione, all’interno della tua produzione poetica, ma nel panorama contemporaneo appare indubbiamente fuori dal coro. Da dove viene questo libro? Quale ne è l’origine?

Questo libro prosegue il mio modo di intendere e percepire la vita e in particolar modo la natura. Io mi considero un poeta incredibilmente legato alla memoria e nei miei versi persino la natura viene colta attraverso lo specchio della memoria. Ma non per raccontare una natura bella, perfetta, che oggi non sarebbe più. Non c’è alcuna dimensione ecologica nel mio modo di percepire il mondo. C’è piuttosto questo fatto: io ricordo un mondo contadino ma non in senso neorealista, non alla Olmi o alla Pasolini per intendersi, i quali contrappongono l’autenticità di quel mondo all’inautenticità di quello contemporaneo. Anche il mondo contadino ha in effetti cose tremende, per esempio ricordo che mia nonna mi diceva non passare sotto quella casa che ci sono certi spiriti, e io da bambino facevo quattro chilometri a piedi per non passarci. Oppure quando una donna abortiva, anche in modo naturale, veniva rimandata con la falce a lavorare. Però quel mondo di racconti e di oralità mi è rimasto inevitabilmente dentro il sangue. Ho un aneddoto, una cosa realmente successa, che forse può far capire meglio delle mie parole questo rapporto come io lo vivo. Subito dopo la guerra andavo giù, nel fosso, dove c’era la casa di mia nonna. Lì ci stava anche il mio bisnonno che ricordo con una benda celeste su un occhio, il quale un giorno mi disse: lo sai Umberto cosa mi è successo? oggi quando andavo giù per il fosso, a spasso col carro, ho visto un cagnetto, ciccetto, piccolino, m’ha fatto anche commozione, e allora me lo sono preso. Santa Madonna non lo avessi mai fatto, perchè questo a un tratto diventava sempre più grande, più nero, più grosso, sempre più pesante e i buoi non riuscivano più ad andare avanti, E allora gli ho dato una pedata e gli detto “ma tu sei il diavolo!”, e lui ha messo le ali e se ne è andato via. Questo era, come dire, il prendere il caffè da un amico. Ecco io vengo da questo mondo un po’ visionario, un po’ magico, un po’ lontano, questa era la mia formazione. Per cui il mio rapporto con tale antico è sostanzialmente una rappresentazione attraverso la memoria, attraverso il sogno. Dove la memoria trasforma situazioni perchè, come è stato detto, una volta passati sogno e memoria sono la medesima cosa.

La memoria quindi come filtro di lettura della realtà? Del mondo?

Per rispondere a questo domanda voglio raccontare un altro aneddoto, anche questo realmente accaduto. Quando ero piccolo mi mandavano in Colonia. Ce n’erano due: quella dei preti e quella dei comunisti. In quella dei comunisti si facevano tutti i peccatucci e in quella dei preti ovviamente non si poteva, ci si confessava. Una volta che ero nella Colonia dei preti mi ero invaghito di una ragazzina e volevo sedermi accanto a lei a mangiare. E invece stavo vicino a un ragazzino brutto, tutto butterato, e allora ho chiesto al prete se potevo cambiare di posto e lui mi disse: no! bisogna sacrificarsi in vita per guadagnarsi il Paradiso. E io gli ho chiesto se esiste veramente l’Inferno, in quanto se uno poi ci finisce resta fregato perchè si è sacrificato in vita e poi soffre comunque. Ad ogni modo volevo assolutamente sedermi accanto a quella ragazzina. Il ragazzo tutto butterato poi, il giorno che se ne è andato, è venuto a salutarmi con un: ciao ci vediamo. In quel momento ho veramente provato un tuffo al cuore, perchè tutto ciò che perdiamo irrimediabilmente cambia, si trasforma, diventa altro. Dunque è questo il mondo che io cerco di descrivere: un mondo trasformato dalla memoria ai confini del sogno, senza che questo diventi però mitologia.

Quando si parla di memoria, di passato, si fa inevitabilmente un confronto col presente. Tu hai espresso due concetti: l’oralità e la natura come memoria. Il tuo libro ha anche un’altra particolarità: esprime cioè la convivenza del bene col male. Quando hai raccontato che ti dicevano di non passare sotto quella casa perchè c’erano gli spiriti è vero che ricordavi un mondo superstizioso, forse per alcuni versi più ignorante di quello di oggi, ma è anche vero che era un mondo che conviveva col male e la sua esistenza molto più di quello che facciamo un po’ semplicisticamente noi. Nella tua poesia è forte il senso della precarietà della vita. Cito due versi: non so se la sua casa poi rivede e forse lo trova il lupo / forse la madre.

Hai perfettamente ragione, infatti prima ho parlato di una natura non mitologica. Un poeta come Damiani ad esempio ha una visione più positiva di quella che sento esserci nella mia scrittura. Da me è pieno, ma anche nei miei libri precedenti non solo in Nel folto dei sentieri, di aquile che volano con il coniglio tra gli artigli e di caprioli che possono essere trovati dalla madre ma anche dal lupo, per tornare a delle immagini del libro stesso. La mia natura si lega assolutamente allo spavento, alla morte, poi in questo libro più che negli altri il sentimento del tempo che passa diventa sempre più drammatico, più pungente, c’è una paura maggiore del tempo che passa, c’è precarietà. Oggi il tempo è questa precarietà. Io credo che ciò che contraddistingue la mia poesia sia il rapporto bene/male, luce/morte, sia una certa visionarietà orale che si distingue per sentimento anche in un poeta che amo molto come ad esempio Bertolucci. Senza banalizzazioni o semplificazioni. In tutto questo la mia natura è meravigliosa ma è anche oscura.

Quando un poeta porta avanti un discorso non è mai solo quel discorso ma è un ampliarsi di significati che coinvolge la poetica stessa. Leggendo il tuo libro a me è venuta in mente un’espressione che vorrei tu mi confermassi o mi confutassi: può essere considerato questo tuo mondo bucolico della poesia una reazione a un mondo metropolitano della poesia?

Non c’è una voluta contrapposizione. C’è però il diritto a non essere alla moda, che è molto duro nel nostro tempo. Io sono un poeta che ha pagato sulla sua pelle questa lontananza dalle mode. Ho cominciato a scrivere quando dominava l’avanguardia e parlare d’alberi era semplicemente assurdo. Un critico portò, parlando di un mio libro, una definizione che mi piacque molto: un’arcadia d’ombra. Arcadia d’ombra perchè mentre io tento di cogliere disperatamente l’armonia delle cose (io vengo da Urbino e sai benissimo che Urbino è la patria di Raffaello, l’artista che più di ogni altro ha tentato di creare un cosmo armonico), nello stesso tempo ne vedo la carica di inquietudine, di dolore, soprattutto di precarietà. Se tu prendi una poesia come Viola d’inverno, questa viola che muore appena nata e che mi ricorda i bambini che si diceva che andassero nel limbo, morti senza essere nemmeno nati, questo a me fa domandare quale sia il senso della vita per chi in essa dimora così poco. La poesia finisce con un’espressione tutto sommato drammatica, laica, che traduce il senso di una religiosità della natura: ma il dono della nascita permane. C’è questa aspirazione alla dono della nascita che permane, a un’armonia che possa nonostante tutto essere vissuta anche nel mondo più drammatico.

Tutto questo viene espresso in una lingua fluida, molto chiara. Avrai anche tu sentito il dibattito estivo attorno alla poesia e nello specifico vorrei ricordare Berardinelli quando dice che la collana di poesia Mondadori se chiude è perchè non ci sono più poeti leggibili. Il tuo libro però è un po’ l’emblema della leggibilità, perchè è chiarissimo. Cos’è quindi per te questa leggibilità della poesia?

Una volta Loi recensendomi sul Sole 24 ore disse che sono l’erede di una tradizione lirica e del canto. Io sono un italiano centrale e mi porto quindi addosso una tradizione. Ed è appunto quella del canto, della lirica. La Mondadori ha fatto delle scelte che hanno privilegiato fortemente un indirizzo molto specifico, settoriale. Einaudi ultimamente ha delle posizioni che personalmente considero un po’ parapoetiche. Per quanto riguarda quello che dice Berardinelli non sono d’accordo che i veri poeti sono finiti, ce ne saranno forse, ma sarà il tempo a dirlo. Io Nel folto dei sentieri sono stato definito tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea ma non ero assolutamente d’accordo con questo inserimento. Queste sono definizioni che lasciano il tempo che trovano, non dicono nulla. Ritengo piuttosto di potermi identificare in una posizione precisa che è anche la più malvista. Bisogna capire che c’è un feticcio della modernità oggi che vuole la modernità stessa intesa come oscurità, come inquietudine. La mia chiarezza quindi, che poi non è così semplice perchè creare musicalità in un verso non è cosa banale, mi rende un uomo un po’ separato. Non sono dentro i grandi centri letterari ma rivendico un mio spazio e un diritto della poesia ad essere intellegibile, sonora. Alla fine se ci pensi i classici sono non di rado molto intellegibili, anche quelli ermetici. Oggi Montale, per fare un esempio, si legge con una facilità incredibile. C’è un fraintendimento di fondo perchè il suono, l’armonia, sono tutte cose negate al nostro tempo. C’è una retorica dell’antiretorica e io a questa sfuggo volontariamente ritenendo la mia scelta una strada possibile e necessaria. Sempre all’interno di questo discorso devo dire che il mio libro si contrassegna anche per un rapporto più deciso con la contemporaneità. Parlo di macchine, di bimbi che giocano, senza comunque tradire il mio percorso poetico. Solo ogni tanto dimentico la memoria e affronto il mio tempo.

Concludendo abbiamo parlato di intellegibilità della poesia, di canto, di memoria, di tradizione. All’inizio di questa piccola intervista hai raccontato di avere una formazione sostanzialmente basata sull’oralità, sui racconti. E nel tuo libro troviamo in effetti tutta una sezione in cui dichiari i testi come nati camminando in montagna. Raccontaci di questa sezione.

La sezione Aspettando l’inverno, ma in effetti non solo quella, è nata quando la Regione Marche ha deciso di fare un libro con diversi artisti a cui era stato chiesto di interpretare nei differenti linguaggi (foto, letteratura, eccetera) i parchi naturali della regione. Io ho scelto il Furlo, che conosco, dove ho camminato, ho cercato i funghi, ci ho fatto l’amore, ne ho visto i ciclamini, sono andato a vedere l’aquila dall’altra parte della roccia. Avevo con me anche un bravo fotografo, e mentre lui scattava io parlavo. Ricordo che ero teso, molto carico. Avevo dentro una pienezza e una fortissima voglia di dire e di quel dialogo alla fine ho cambiato poco e niente, erano poesie già complete così come erano nate camminando e recitandole per la prima volta. Ci sono momenti, situazioni, dove uno può passare attraverso l’oralità per scrivere. Altre volte ad esempio mi è capitato di scrivere racconti dettandoli direttamente e in stesura praticamente definitiva alla segretaria, senza quindi passare attraverso la scrittura. Io ho molto forte questo senso dell’oralità, vengo da un mondo dove l’oralità era importante, pensa alla mia infanzia non senza televisione ma addirittura senza radio, dove i racconti erano delle lettere ma senza indulgere in retorica (perchè poi è uno dei rischi). Il gusto dell’oralità ce l’ho addosso, la vita me l’ha poi anche salvata questa attenzione all’oralità però se non l’avessi avuto come tendenza penso non sarebbe mai emersa.

Benissimo, ti ringrazio molto per questa bella intervista Umberto.

Nel folto dei sentieri, intervista a Umberto Piersanti (di Alessandro Canzian)