“L’inatteso” di Cinzia Perrone

Titolo: L’inatteso
Autore: Cinzia Perrone
Casa editrice: Marco del Bucchia editore

GIOVEDÌ 24 ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana incontro con Cinzia Perrone e il suo romanzo “L’inatteso“, per il quarto appuntamento con Le Marche in Biblioteca.
Un lungo racconto che attraversa più generazioni, dagli anni dell’UnitàQ d’Italia, appena accennati ma che hanno quasi la forza di un imprinting per come quel passaggio storico avvenne – “Quelle famiglie erano l’esempio di come  riuscire a non far cambiare niente, pur se in quel momento storico stava cambiando tutto; poche persone prive di scrupoli riuscirono in questo intento, mentre ad altri meno accondiscendenti toccò una sorte peggiore…” – fino agli anni Sessanta del Novecento, dove approda questa storia o insieme di storie di più generazioni e tanti diversi protagonisti, di famiglie che crescono, di uomini e donne, bambini e adulti, bambini che diventano adulti talvolta in fretta e adulti meno resilienti di altri che faticano a esserlo. Di persone che si perdono ma anche si ritrovano. Destini che s’intrecciano un po’ come nei canovacci teatrali, dove lo schema più o meno si conosce, perché lo schema nella vita lo sappiamo già che si ripete sempre, ma mai nello stesso identico modo e così tocca improvvisare di volta in volta, tentando di reagire per il meglio che si può a ciò che accade, e non prevediamo, e che talvolta è perfino il risultato di nostre scelte non attente o consapevoli delle possibili conseguenze.

Siamo in una provincia del Sud, dove già la stessa Unità del paese può essere un evento inatteso, perché dell’inatteso ha il carattere della rottura con un equilibrio precedente – ma equilibrio di che cosa, e basato su chi? – e siamo anche in una società divisa, molto più chiaramente di oggi, in classi, quelle agiate e proprietarie che, soprattutto se prive di scrupoli, hanno solo da perpetuare la propria agiatezza e proprietà, e alterigia, anche attraverso i giusti matrimoni – “Soldi e potere, il connubio era perfetto…” – e la discendenza, ma qui l’inatteso può presentarsi in forme più private, meno evidenti, e che però proprio per questo è anche facile aggirare o addomesticare: “… ma il problema che avrebbe afflitto la coppia, portandola a varcare la soglia dell’orfanatrofio, non tardò a manifestarsi…”.    All’inizio l’inatteso sarà questo trovatello ignaro e innocente, come accadeva e o forse ancora accade, e così insieme a lui entrano sulla scena della storia anche altre classi sociali, più umili e ignare, di persone abituate a non tirarsi indietro e ad affrontare ciò che gli viene offerto cercando, comunque, di esserci. Qualcuno ci riesce un po’ meglio mentre qualche altro non è così resiliente. Oppure gli tocca il carico maggiore, nella forma dell’inatteso.

Il lungo racconto di Cinzia Perrone ci offre le storie di queste persone, che non mi sono mai sembrate del tutto sole e in balia di quell’ inatteso che travolge la precarietà delle condizioni di vita faticosamente raggiunte. L’inatteso certe volte si presenta nella veste di grandi eventi storici, come la Grande guerra, o la seconda guerra mondiale e il mercato nero. Altre volte le difficoltà nascono in modi più immediati, e anche dalla interferenza delle scelte, o dei capricci o dei tornaconti che provengono da quelle famiglie agiate e proprietarie, che hanno o pretendono di avere il potere di disporre degli altri. Di fatto è così. Il racconto di Cinzia Perrone non ha però l’enfasi della grande epopea di riscatto sociale propria dei grandi  processi o avvenimenti storici, che restano sullo sfondo di queste vite, e ai quali vengono dedicati solo pochi e veloci accenni, quel tanto che basta per rammentarcene.

L’attenzione mi sembra più direttamente rivolta ai singoli, persone semplici seguite nelle loro reazioni intime, nelle psicologie che si formano, nelle speranze, nei piccoli sogni di riscatto personale. Come se uscire dalla precarietà – che è sempre economica – significhi comunque costruire spazi di dignità. Di un’identità più piena, non soffocata. Sono diversi i personaggi che nel corso delle generazioni si passano questa staffetta, e ogni volta ho avuto l’impressione che quello che io stesso ho chiamato schema che si ripete, in realtà non si ripete mai daccapo. Ogni personaggio sembra avere ogni volta un bagaglio in più, maturato attraverso chi l’ha preceduto, e ogni volta che riceve la staffetta ci sembra più completo, anche più problematico nelle riflessioni Intime e nel suo modo di sentire, o di voler uscire fuori per esserci. Nei protagonisti più recenti avvertiamo l’eco di quelli precedenti, come se le storie dei singoli, dentro quel canovaccio di più generazioni, costituissero un potenziale da cui poter ancora attingere o proseguire. Lo stesso esito del romanzo sembra essere così sia un punto di arrivo che un punto di partenza, e sapendo oramai che l’inatteso non si fugge ma si affronta, senza escludere nemmeno che possa dipendere anche da noi, incubato da scelte che trascuravano un qualcosa, e che occorre capire, affrontare e liberare.

Cinzia Perrone, è nata a Napoli, ma residente ormai da dieci anni a Jesi, dove da qualche anno è attiva nella scrittura. Laureata in Giurisprudenza, attualmente ha trovato la sua dimensione nella scrittura, antica passione mai sopita.  Il primo romanzo “Mai via da te”, pubblicato dalla Montedit, è un racconto autobiografico di una esperienza della sua vita. Nel 2017 pubblica “L’inatteso” con Del Bucchia Editore. Ha da poco pubblicato una raccolta di racconti e poesie, “Annotazione a margine”, con la Lfa Publisher di Napoli.

L’incontro con Stefano Ambrosini, “Cratere”

Si è svolto giovedì 17 ottobre il terzo incontro della rassegna “Le Marche in Biblioteca“; ospite della serata Stefano Ambrosini, con il suo romanzo “Cratere”, editore Claudio Ciabochi, pubblicato quest’anno e presentato nello scorso maggio al Salone del libro di Torino, presso lo stand della regione Marche.
Insieme a Tullio Bugari ha partecipato alla conversazione con l’autore Tania Pisani, che nel mese di maggio intervistò Ambrosini al Salone di Torino.  Come promesso, il romanzo – che, dovendo usare un’etichetta può essere classificato anche nouir – si è dimostrato assai ricco di spunti di riflessione sul nostro mondo presente. Sullo sfondo le realtà sociali devastate dai processi di declino industriale e di abbandono – che lasciano orfane sul campo anche le ubriacature di un conformismo sociale iperlavorista e superficiale, secondo i canoni del consumo come fine o come distrazione – e all’estremo opposto la ricerca comunque da parte del protagonista della bellezza, nel senso delle opere migliori degli artisti e degli artigiani del territorio, che sono sempre il risultato di impegno talento e sensibilità verso la realtà è non sorte certo per caso.

La Bellezza si può cogliere dai dettagli, seguendo le tracce di ciò che sopravvive, i lavori pregevoli di artisti artigiani abbadonati, gettati via o svenduti superficialmente perché chi li ha non è più in grado di apprezzarne la qualità, è il senso. Portare in salvo la Bellezza da un mondo che scompare nella realtà proprio perché è già scomparso dalla nostra testa. Un mondo che non va soltanto scoperto o recuperato – o valorizzato usando una parola in voga – ma soprattutto messo in salvo, sottraendolo ai nuovi barbari del presente. Si dedica a questo il protagonista del romanzo, mentre si trova coinvolto nella trama di un noir.

Al centro dell’intreccio, che è comunque misterioso e da lasciare intatto alla curiosità del lettore, c’è infatti il protagonista solitario del romanzo, un personaggio di grande resilienza, che ci fa rivivere attraverso lui la dura realtà quotidiana dei tanti che nel mondo di oggi cadono vittima di un qualche ostracismo o “macchina del fango”, ogni volta che qualcuno, per motivi diversi, appare come una voce fuori dal coro.

Al centro della conversazione che ha animato la serata,  anche gli spunti da cui il romanzo è nato e la scelta del registro narrativo usato, la lingua, il tipo di sguardo, la sensibilità e il senso, la letteratutra come chiave di ricerca di dimensioni che altrimenti resterebbero nascoste, e che invece è capace – proprio attraverso le graffiature che la letteratura ci consente di fare: in non pochi passaggi del romanzo il protagonsita ci si mostra ironico, smaliziato, fa cattivi scherzi, è irriverente e a seconda dei nostri gusti personali perfino divertente – di provare a cercare un senso e un rapporto più diretto e intimo con il nostro mondo e le  potenzialità che contiene, anche quando occorre essere davvero caparbi per coglierle queste potenzialità.

La conversazione con l’autore è stata integrata dagli interventi musicali di Giovanni Brecciaroli, insegnante di canto e chitarra flamenca della Scuola Musicale Pergolesi, e dalle letture tratte dal libro, eseguite da Cristiana Carotti, Elisabetta Benedetti e Rosella Canari dell’Associazione Arci Voce. Letture, musiche e racconti, linguaggi ed espressività diverse per ritrovarci insieme ad approfondire gli stessi temi.

Tutti gli articoli della presente edizione di Le Marche in Biblioteca, sono consultabili QUI.

“Quelli che se ne vanno” di Enrico Pugliese

Titolo: Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana
Autore: Enrico Pugliese
Editore: Il Mulino, 2019

Articolo di presentazione di Enrico Pugliese, pubblicato il 10 ottobre 2019 su Rassegna.it

A partire dall’inizio di questo decennio, l’Italia è  interessata da una significativa ripresa dell’emigrazione verso l’estero. Si tratta di una nuova emigrazione, sia perché essa ha luogo dopo alcuni decenni di stasi dei movimenti migratori per l’estero, sia perché presenta caratteristiche diverse da quelle della grande migrazione intra-europea del dopoguerra, che aveva visto protagonisti i lavoratori italiani. Il nuovo flusso si è ormai stabilizzato e il numero di partenze ha raggiunto livelli che non si registravano dagli inizi degli anni settanta.

Tutto ciò autorizza per altro a parlare di un nuovo ciclo dell’emigrazione italiana: il terzo, come ho messo in evidenza nel mio libro “Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana” (Il Mulino, 2018). Eppure la problematica è assolutamente assente dal discorso pubblico nel nostro Paese, essendo l’interesse polarizzato sulla tematica dell’immigrazione. E questo è uno dei primi paradossi riguardanti la situazione italiana in materia di migrazioni internazionali. Perciò vale la pena di portare avanti un chiarimento sull’entità e la composizione dei due flussi: quello degli stranieri che arrivano in Italia e quello degli italiani che se ne vanno all’estero. Ciò consapevole del fatto che non è la sola consistenza numerica a determinare la rilevanza sociale e politica di un fenomeno.

L’impatto sulla società italiana dei due fenomeni è parimenti rilevante, ancorché in modo diverso. Ed entrambi ormai sono ben visibili nella realtà della vita quotidiana del Paese, mostrando sempre più chiaramente il carattere di crocevia migratorio assunto dall’Italia al centro dei processi di internazionalizzazione e segmentazione del mercato del lavoro. I cittadini stranieri residenti in Italia sono ora pari a 5 milioni e 250 mila, una cifra poco lontana dal numero degli italiani residenti all’estero, che sono 5 milioni e 114 mila. Per quel che riguarda aspetti e tendenze è bene precisare qualche punto interessante. Il flusso di immigrati in ingresso è formato da tre componenti. La prima è quella delle persone che entrano o che si registrano per motivi di lavoro (e questa in effetti da diversi anni è andata riducendosi fino a livelli molto bassi). La seconda, molto numerosa, è quella costituita da persone entrate per ricongiungimento familiare. La terza, infine, è rappresentata dai rifugiati e richiedenti asilo, il cui numero è andato aumentando nel corso dell’ultimo quinquennio man mano che si riduceva il numero di coloro che entravano per motivi di lavoro.

Insomma, in Italia – per quel che riguarda il lavoro – abbiamo un flusso di immigrati per lavoro che, stando ai dati ufficiali, si è ridotto durante la crisi e la successiva stagnazione, mentre è proseguito in maniera sistematica il flusso in uscita: quello della nuova emigrazione italiana. Le partenze annuali ormai da qualche anno superano le 150 mila con un dato molto importante: circa un terzo di quelli che partono sono stranieri. Si potrebbe dire “gente che va e gente che viene”. Ma non è la stessa gente.

Passiamo agli aspetti più caratterizzanti la nuova emigrazione e ai paradossi che essa esprime. Cominciando dalle provenienze e dalle destinazioni, ci sono due aspetti da notare: le partenze si indirizzano in larga misura verso un numero molto ristretto  di destinazioni, tutte – tranne la Svizzera – interne all’Ue. E questo è ben comprensibile, in quanto effetto del processo di integrazione europea: processo ormai da qualche anno a rischio a causa delle tendenze sovraniste in atto (non solo la Brexit).

Ciò che stupisce riguarda invece le aree di provenienza. Le regioni italiane che danno il maggior contributo all’emigrazione non sono le più povere del Sud, bensì – con la parziale eccezione della Sicilia – quelle più ricche e sviluppate del Centro-Nord, a partire dalla Lombardia e dal Veneto. Questo interessante paradosso è solo apparente e si spiega anche con la più complessa composizione del flusso che parte dal Nord. Ma la spiegazione più importante sta nel fatto che il movimento migratorio dal Sud ha una duplice destinazione: verso le regioni del Nord e verso l’estero. Il primo è assolutamente maggioritario e la sua ripresa ha avuto inizio prima del ritorno dell’emigrazione all’estero.

Il terzo e ultimo paradosso riguarda la composizione del flusso dal punto di vista sociale e del capitale umano. C’è nel flusso in uscita un’assoluta prevalenza della componente giovanile e una notevole componente a elevato livello di scolarizzazione. E questo secondo aspetto ha fatto molto parlare di “fuga dei cervelli” o di brain drain. Il fatto è che si ritiene che i giovani altamente scolarizzati rappresentino la componente  maggioritaria, mentre in realtà essi sono poco di un quarto del totale dei nuovi emigranti. Eppure su di loro, “sulla fuga dei cervelli”, si concentra l’attenzione, tralasciando le altre componenti, quelle di origine popolare, destinate alle occupazioni di più basso livello (“le braccia in fuga”). Per queste ultime le condizioni sono più problematiche rispetto all’emigrazione del dopoguerra e le prospettive, relative all’ipotesi di un rientro, ancora più scarse.

Entrando nel merito delle implicazioni di questo flusso migratorio per le aree di partenza, l’aspetto di maggior rilievo è quello demografico. Su questo piano la grande migrazione del dopoguerra ebbe effetti assolutamente positivi, nella misura in cui permise un alleggerimento della pressione demografica, mentre il riequilibrio della struttura demografica veniva garantito dall’elevata natalità. Oggi l’emigrazione aggrava gli squilibri demografici, dando luogo nelle aree interne a veri e propri processi di spopolamento. E che dire del paradosso (l’ennesimo) relativo alle rimesse degli emigranti? All’epoca aumentarono il grado di benessere materiale dei ceti più bassi delle regioni del Sud, oggi questo non si verifica più: al contrario, si registra una direzione in senso inverso delle rimesse: non sono  gli emigranti che inviano il loro contributo alle famiglie, ma le famiglie che inviano aiuti ai congiunti emigrati.

In ultimo la questione del lavoro, che è quella più seria. La composizione occupazionale dei protagonisti della grande emigrazione del dopoguerra era contadina e proletaria,  la destinazione occupazionale era prevalentemente operaia. Ora le occupazioni sono diverse e molteplici, anche di livello alto per i più scolarizzati. Ma una situazione di precarietà riguarda sia le occupazioni della fascia bassa che quelle della fascia occupazionale alta. Nell’area dei mini jobs e dei lavori precari o privi di protezione sindacale la presenza degli immigrati (italiani compresi) è preponderante in tutta Europa. Anche i benefici del sistema di welfare hanno cominciato a ridursi per i lavoratori stranieri.

Tutto questo richiama alla necessità di una politica riguardante l’emigrazione, innanzitutto incentivando le “non-partenze”. E su questo il punto principale riguarda le politiche economiche per l’occupazione (e non le politiche attive del lavoro tese ad adeguare un’offerta sovrabbondante a una domanda di lavoro che non c’è). Ma c’è anche da sviluppare una politica di difesa e protezione degli emigranti all’estero, rafforzando il lavoro degli uffici consolari in questo ambito, rafforzando e finanziando le strutture di rappresentanza degli emigranti e le loro associazioni e  stimolando infine le attività di patronato. Tutto questo passa per la presa di coscienza della rilevanza del fenomeno.

Enrico Pugliese è professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza Università di Roma

“Cratere” di Stefano Ambrosini

Titolo: Cratere
Autore: Stefano Ambrosini
Casa editrice: Claudio Ciabochi editore

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15, incontro con l’autore al terzo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi.

Nei commenti al libro ho letto più volte l’etichetta Noir. Certamente non è fuori luogo ma da usare magari con cautela. A scanso di equivoci consulto il dizionario Treccani:  Noir, detto di opera letteraria o cinematografica basata sulla narrazione di vicende cruente e misteriose. Il misterioso c’è, questo è vero, ma qualsiasi storia può essere misteriosa per noi curiosi prima che l’autore ce la sveli un poco alla volta nel modo che lui ha deciso – o forse è il protagonista che lo ha deciso il modo? –  e riguardo al cruento… magari c’è anche quello, sì, ma forse è ancora più complicato, e non ho voglia di riprendere subito il dizionario.

Inizio a leggere le prime righe del libro:  «Nelle notti interminabili trascorse senza sonno, o in un sonno disturbato, mi capita di fare sogni atroci, che non è necessario riferire. Uno di questi però merita di essere raccontato. Devo disputare  un incontro di boxe…» e così via, un sogno di per sé misterioso, e che certo non nasce dal nulla ma il cui rapporto con la realtà, come ben sappiamo non solo da Freud ma da sempre, è  piuttosto complesso ma di sicuro esiste, e forse non basta solo un’intepretazione del sogno, occorre invece conoscere davvero quella realtà sottostante, guardarla bene prima se vogliamo averne chiari gli effetti dopo. E così mi sono immerso in questa storia, che mi è apparsa subito come una distopia, ma non rivolta al futuro (qui ritorno al Treccani:  Distopia, previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali eccetera). Mi è sembrata, piuttosto, una distopia del tempo presente, della nostra realtà immediata, ora e qui, nella quale ciò che normalmente accade  avviene comunque con certi ritmi più o meno lenti, o in spazi piuttosto ampi e non vicini a noi, oppure abbiamo anche qualcosa sopra agli occhi a coprirci. Immaginate invece che il ritmo del loro accadere e lo spazio in cui tutto accade si concentrino, accelerando, come nella caduta a spirale dentro un imbuto, e quindi le percezioni si esasperino. Anzi, non le percezioni, ma è la realtà stessa a esasperarsi, e le percezioni – o forse gli stessi sogni? – tendono a divenire sempre più reali e l’apparenza prende corpo.

Arrivo alla seconda pagina del libro, dove è sempre il protagonista che parla, lo fa dalla prima all’ultima riga, è il suo racconto quello che seguiamo: «La città in cui vivo si sviluppa tutta all’interno di una vallata a forma di cratere.»  Qui faccio una pausa. L’autore è di Fabriano e potremmo quindi riconoscervi subito questa città, anche per la sua realtà attuale fatta di dismissioni industriali e declino, o in generale anche per l’immagine più o meno stereotipata che ne abbiamo sviluppato negli anni, ma a sostegno dell’autore interviene il protagonista il quale subito precisa, anche se in un modo un po’ sornione e finto mascherato sembra che non voglia discostarsi troppo da quell’immagine: «È una piccola città come tante, abitata da persone operose che hanno vissuto  e che vivono del culto  del lavoro…. Anche la mia vita era come quella di tanti altri, fino a un paio di anni fa. Le cose  sono cambiate rapidamente e nel giro di poco tempo ho perduto tutti quelli che consideravo i punti fermi della mia esistenza, tutte le solide certezze di un uomo comune, sarebbe meglio definire ordinario…»

Da qui in poi il nostro protagonista diventa via via sempre meno ordinario e sempre più straordinario. Oppure, è ciò che gli sta attorno che ci appare via via più straordinario, nella sua ordinarietà? O magari anche perché noi stessi iniziamo a guardarlo questo mondo, scrutarlo con altri occhi, iniziamo a entrare dentro lo sguardo del protagonista? Che è diverso dal nostro, o soltanto più attento, qualcosa lo ha reso più acuto, e così ci offre profondità diverse, come in quelle vecchie sale con i film 3d, quando ci mettevamo sugli occhi quegli occhiali con le lenti colorate, e con la dimensione in più qualcosa accade anche dentro le nostre percezioni, ma lentamente, attraverso tutti i passaggi e i dettagli che ci vogliono: «Da un po’ di tempo la mia giornata  inizia verso le cinque di mattina, l’ora in cui di solito mi alzo…. esco a passeggiare, è una vecchia abitudine di quando avevo il cane. Percorro tutta la strada ad anello che circonda il centro storico… anche oggi sono uscito alla solita ora e non ho potuto non notare sul portone di casa mia la scritta “L’HAI AMMAZZATO TU” fatta con vernice spray rossa, ancora fresca.»  Insomma, tra i suoi concittadini c’è chi si diverte a tormentarlo e per farlo non rinuncia ad alzarsi dal letto anche prima di lui; che cosa sognino però non lo sappiamo, noi vediamo la storia solo dall’angolo visuale del protagonista, siamo con lui, che inizia a raccontarci: «Non sarebbe possibile comprendere la sequenza degli eventi che mi hanno portato a vivere nelle mie attuali condizioni se non cominciando dall’inizio, da fatti successi molti anni fa. È uno sforzo  che devo compiere ogni mattina, se voglio trovare la motivazione e l’energia per affrontare la realtà che ho intorno. Per ricordare a me stesso i motivi di questo vivere alluccinato. Ma, come dicevo, l’inizio della vicenda si colloca in un passato così remoto che la memoria necessita di un aiuto… »

Non so se in genere un Noir inizia così, o se debba esistere un genere. Questi che ho riportato sono solo alcuni degli ingredienti, nemmeno tutti, che troviamo nelle prime pagine, non ne anticipo altri di tutti quelli che si incontrano nel corso della storia, e sono molti, perfino tracce di utopia e di una tenerezza che richiede tenacia per essere afferrata, affiorano qua e là in questa incipiente distopia, mentre del Noir a mio avviso avvertiamo il respiro di qualcosa di sospeso, e forse poco altro, però fino all’ultima pagina, mentre osserviamo invece prendere corpo le tante facce della realtà, dove l’ordinario e lo straordinario del tempo presente si intrecciano, e perfino s’invertono,  e per raccapezzarsi occorre restare lucidi, resilienti – e il proganista ha una resilienza tutta sua, alimentata da una sostanza che si svela molto lentamente – ed è la resilienza ciò che comunque ci collega alla realtà, anche quando questa ci procura insofferenza. Dipende da noi? Dalla realtà? Da che cosa? E che cosa è accaduto al protagonista, che cosa deve ancora raccontarci? Di cosa lo perseguitano? Più che l’impazienza per la svelamento che il Noir in coerenza alla sua etichetta promette di svelarti nelle ultime pagine, mi sono lasciato identificare in questo protagonista resiliente, legato a ricordi potenti come assenze incolmabili e al tempo stesso con una capacità solida di non perdersi mai di fronte ad una traccia, coglierne il senso, anzi la bellezza per usare la stessa precisa parola, e preoccuparsi di difenderla, preservarla, dal ciò che è mediocre, banale, ignorante, o cattivo. Il tutto restituito con un tono narrativo nel quale il protagonista non rinuncia mai, nonostante tutto, ad una malinconica ironia. In alcuni passaggi, certe descrizioni di situazioni sociali, o culturali  mi sono apparse addirittura divertenti, per la loro irriverenza e per gli sprazzi di libertà che il protaganista si prende, e in alcuni episodi mi pare di avere riconosciuto addirittura situazioni ed eventi di cui m’è capitato d’essere spettatore, ma nella mia città.  Insomma, all’ombra del Noir, probabilmente avremo tante cose di cui parlare nell’incontro con Stefano Ambrosini, l’autore di “Cratere”.

Stefano Ambrosini è nato a Fabriano il 21/11/1970, insegnante di letteratura nella scuola superiore. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni nell’ambito della fotografia d’autore, le più importanti sono: “Intorno al Centro” (2002), “Scene di vita quotidiana” (2004) e “Amarica” (2008). Questo romanzo è la sua prova d’esordio.

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

È la calma dell’algebra, è il potere di pensare (l’incontro con Lorenzo Fava)

Poesie, musica e letture, conversando con il poeta Lorenzo Fava, introdotto da Alessandro Seri, per il secondo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi, ieri sera 10 ottobre 2019.

Il rapporto dell’io con la poesia, da dove nasce la poesia e come, che cosa c’è dietro al cammino che il poeta ha percorso, attraverso la lettura delle poesie di altri o il guardare dentro se stessi o le esperienze dirette del proprio vivere, scrivere cercando le parole perchè poi la poesia è lingua e parola, le parole più adatte per interrogarsi, porsi domande, leggersi bene.

Con rigore e con lavorio paziente, un po’ come fa un artigiano quando plasma la materia ricorendo alla conoscenza dei materiali e delle tecniche, e all’attenzione delle proprie mani mentre danno forma all’idea che già intravede nella sua immaginazione, e che non prende vita per caso, il talento deve rispettarlo e coltivarlo, e alla fine il risultato viene condiviso nella relazione con gli altri.  “Lei siete voi”, il tiolo del libro e di una delle due raccolte che il libro contiene, dove “Lei” può essere anche la poesia, la parola, e quindi lo stesso pubblico è quella parola e quella esperienza, dove il poeta e il pubblico che ascolta sono insieme.

E così abbiamo fatto, conversando dentro questa bella cornice di libri che è la Biblioteca Planettiana, con Lorenzo Fava che aveva bisogno di stare in piedi e muoversi davanti al tavolo scendendo dalla pedana per parlare della sua poesia, e raccontarci il suo lavoro e la sua esperienza, compresa quella del contatto con un editore interessato che ti apprezza e ti diffonde – in questo caso LietoColle, che nel suo sito scrive “privilegiamo l’originalità, la ricerca e il valore della loro scrittura, non tanto quindi la consueta notorietà dei soliti nomi, per questo continuiamo a investire su scritture emergenti e opere prime” e sottolinea “LietoColle considera la preziosità del singolo libro, perciò abbiamo ridotto la quantità delle pubblicazioni intensificando rigore e passione ma anche suscitando creativamente occasioni per la poesia e la sua diffusione.”

E poi naturalmente Lorenzo ci ha letto direttamente alcune sue poesie perché la poesia va innanzitutto letta, ha bisogno della sua sonorità, come un respiro che possiamo sentire. Nel corso della conversazione, come siamo abituati nei nostri incontri, anche interventi musicali per riprendere e rilanciare questa sonorità, cammminando fianco a fianco: ieri sera erano con noi due giovanissimi allievi della Scuola Musicale Pergolesi, Chiara Santinelli e Michele di Pietropaolo, che al flauto ci hanno fatto ascoltare tre brani: “Colinette au bois s’en alla” di Francois Deviene, “Allemande” di Claude Gervaise e “Valzer” di Enesto Köhler.  E inoltre, la lettura di alcune poesie a cura di Luigina Tantucci, Nives Maria Piazza e Rosella Canari, del gruppo Arci Voce,  e quindi persone diverse dall’autore. Ho chiesto a fine serata a Lorenzo che effetto fa ad un autore ascoltare le sue poesie lette da altri e ne è nata una breve ma interessante conversazione diretta tra lui e le lettrici, quelle stesse sensibilità osservate e ascoltate anche da altre angoli di sensibilità e di sguardo. Una prospettiva in più, immagino, per lo stesso autore.

Alcune delle poesie lette durante la serata:

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

***

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

***

Fanno di tutto per costringerci
a lotte nel fango, divide et impera
è il loro motto. Il popolo è un’arma
con la sicura, non capisce, è il potere
di pensare ad essere il solo scudo
a poterlo salvare. Parlate di insiemi,
banchi e corde, ma per primi
emettete giudizio sul diverso.
Ecco, in virtù di questo scrivo
di mio pugno rime schiette.

“Lei siete voi”, di Lorenzo Fava

Titolo: Lei siete voi
Autore: Lorenzo Fava
Casa editrice: Lieto Colle

Giovedì 10 ottobre alle ore 21.15, per la seconda serata con Le Marche in Biblioteca 2019, incontro con LORENZO FAVA e la sua raccolta di poesie “LEI SIETE VOI”;  converserà con l’autore Alessandro Seri; letture di poesie a cura di Arci Voce, interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi, con gli allievi di flauto Chiara santinelli e Michele Di Pietropaolo. L’incontro si svolge alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

«Come sempre detto, un verso che si forgia nel fuoco dell’umana esperienza, che si dibatte tra acuti violenti e teneri schianti nel dolore di affrontare il baratro quotidiano. Un lavoro intenso riuscito sulla parola e la visione. Bravo.» (commento di Marco di Pasquale, dal blog Carteggi inediti)

«Lei siete voi è un titolo che a impatto crea nel lettore l’aspettativa del canzoniere amoroso. Il lei fa pensare a una o più muse, a un harem felliniano. Ma nella seconda parte Lorenzo rigira il gioco: Lei è la poesia. Questa silloge è una grande dichiarazione d’amore per la poesia, da parte di un poeta che vive quest’arte in maniera viscerale. Tra le sue caratteristiche la cura del ritmo e il messaggio che arriva come un pugno». (introduzione di Jacopo Curi ad un reading poetico ad Appignano).

***

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

*

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

*

Tu non sai nei cimiteri quanti passati
sorridono, esultano forse più morti che vivi.
O almeno nell’idea che la vita sia per le strade,
negli uffici, sui balconi. Tu non sai.
non ti è dato saperlo forse, tra i rovi
delle discussioni, nei vortici delle apparenze,
nelle cabine telefoniche agli incroci.
Ma ciò non toglie a quelle bare così tristi
di rovesciare le sorti della terra
tanto scure da lasciarci
spesso i soli a capo chino in ogni mondo.

*

La potenza degli avverbi,
le composizioni numerate,
la prima scrittura che tutto vede:
cento poesie mi separano dal tuo campo

le riporterò tutte alla portata della voce.

*

In confidenza ti dico
prova a volermi come una costa di fiato
che inverte il senso del vento,
oggi conto la pressione
con cui premo sul foglio perché scoppi
mentre la marea sale parallela
nella baia della tempia sotto sforzo.

*

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno ‘94, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con Il Resto del Carlino e Seri editore. Sue poesie sono apparse su Poetarum Silva, Yawp, Arcipelago Itaca blo-mag, Carteggi Letterari, Critica Impura, Inverso, Poesiaultarcontemporanea e Nuova Ciminiera.. Ha un libro edito (Licenza di uccidere, Cinquemarzo 2017).

L’incontro con Maria Lenti

Serata di poesia giovedì scorso 3 ottobre per il primo incontro con “Le Marche in Biblioteca”, ovvero I Giovedì letterari della Planettiana, giunti alla quarta edizione. L’ospite di questo avvio di rassegna, introdotta da Alessandro Seri, è stata Maria Lenti, con il suo “Elena, Ecuba e le altre”, un libro pubblicato da Arcipelago Itaca edizioni di Osimo all’inizio di quest’anno.
Un lavoro, ci raccontava l’autrice, iniziato dieci anni prima, un lungo cammino dentro angoli di esperienza, riflessioni, stimoli magari anche non cercati ma poi intrecciati con altri, in un percorso che germoglia e diventa ricerca, rilettura di temi e di miti antichi che da sempre ci attraversano e rivivono dentro, anche oltre le nostre dimenticanze, e poi il confronto, l’attenzione alle tracce del quotidiano che ci circonda, talvolta impietoso, da meritare le nostre reazioni, la rilettura da angolazioni diverse dello sguardo. Quello femminile. Non estemporaneo ma, appunto, antico e insieme presente, come un mito. Ciascuna poesia è lo sguardo di una donna nella singolarità precisa del suo nome, che si rivolge in modo diretto ad un uomo, anche lui con il suo nome. La poesia come linguaggio interiore che nel suo anelito alla leggerezza, cioè alla vita, non può perdere la pregnanza dei significati precisi che ha intravisto, e vissuto, e ora ha la possibilità di tradurre nelle parole dei versi e restituire poi all’orecchio attento, offrendo una moltitudine di spunti. Poesia che la realtà la comprende.

Diverse le poesie che la stessa autrice, durante la conversazione condotta da Alessandro Seri, ci ha letto, in un tuttuno con il racconto del suo lavoro: gli stimoli anche personali, la rilettura dei miti, il fare poesia attenti alla realtà dell’oggi, la costruzione del verso per cogliere registri ulteriori della sensibilità.  Qualche poesia è stata letta e commentata direttamente su richiesta, come una domanda all’autrice, da chi nel pubblico si è sentito toccato in quel momento, tra le tante suggestioni, in qualche punto più particolare del proprio sentire, e volesse riascoltarlo dall’autrice.
I racconti e le letture dell’autrice si sono alternati anche con la lettura di ulteriori poesie interpretate da Grazia Tiberi e da Tullio Bugari di Arci Voce – l’associazione che insieme a Licenze Poetiche e alla Biblioteca Planettiana è promotrice della rassegna – e con gli interventi musicali del maestro Claudio Durpetti, con brani di Ferdinando Carulli, “Allegretto” e “Andante”, e di Matteo Carcassi, “Minuetto”, brani tratti da una raccolta per chitarra classica. Si ringrazia la Scuola Musicale Pergolesi, che collabora con Le Marche in Biblioteca già dal primo anno.

 

Ecuba a Polidoro

Cammino le onde rotte a riva:
scarnificato dal sale
privo della corazza d’argento
ti riconosco in petto, ultimo nato,
il girello dei capelli sulla fronte
l’incavo della spalla
il sopracciglio arcuato.
Hai lanciato un sorriso
sei volato in aiuto dei fratelli e della città
sei sparito indistinto nella mischia.
Giovane. Al più giovane alzeranno
una statua con epitaffio.

Fossi ancora ciò che sei stato
ieri quando eri.

Maledetta sia la guerra.
Non cesserò di maledirla.

***

Prassitea agli Ateniesi

Che cosa andate cianciando.
Da patriota stoica avrei sacrificato
le mie figlie,
figlie sottratte segretamente
dai sacerdoti e immolate sulle are,
perché Atene vincesse.
Non è patriottismo un delitto di madre.
Mi caricate di una colpa abnorme
e vi assolvete.
Spergiuri,
pretendete pure che non pianga.

***

Andromeda a Perseo

Poseidone punisce mia madre superba,
Cassiopea,
e mi incatena ad uno scoglio.
Giunto sul cavallo alato, tu,
Perseo,
prendi smania di me
uccidi il mostro
vinci in duello il promesso sposo
mi sposi.

Avete fatto tutto voi.
Adesso una me mia tra le stelle fisse
della Costellazione, no?

La letteratura della famiglia (i libri del circolo di lettura)

“La Letteratura della famiglia”, questo il tema scelto per il nostro quinto anno del Circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana. Gli otto libri scelti per questo nuovo percorso di letture che seguiremo, uno al mese, fino al prossimo mese di giugno, è stato presentato ieri sera ai partecipanti da Alessandro Seri.

Titolo: Un complicato atto d’amore
Autore: Miriam Toews
Casa editrice: Marcos Y Marcos 2005

INCIPIT
«Abito con mio padre, Ray Nickel, in quella casa di mattoni a un piano sulla statale dodici. Persiane azzurre, porta marrone, una finestra rotta. Niente di che. I mobili continuano a sparire, però. E’ l’unica cosa interessante. Manca metà della famiglia, la metà più bella. Io e Ray ci alziamo la mattina e facciamo svariate cose finché è ora di andare a dormire. Tutte le sacrosante sere verso le dieci Ray mi comunica che lui va a far riposare le ossa. Prima di entrare in camera da letto si ferma nell’ingresso e piazza dei foglietti sopra le sue scarpe per ricordarsi quello che deve fare il giorno dopo. Ci piace guardare insieme l’aurora boreale. Gli ho riferito, parola per parola, quello che ci ha spiegato il professor Quiring in classe. Su come funziona il fenomeno. Lui ha trovato la spiegazione abbastanza interessante. Ha sempre avuto un certo interesse per le opinioni di Quiring, probabilmente perchè è un insegnante anche lui.»
PRIMO INCONTRO: mercoledì 6 novembre, ore 21.15

 

Titolo: Discriminati
Autore: Loretta Emiri
Casa editrice: SeriEditore 2018

Dalla Prefazione di Fernada Elisa Bravo Herrera:
«In questa nuova avventura letteraria, Loretta Emiri ci offre una “novella” che ripropone, nelle velature, negli intrecci, e anche in chiave di lettura, come ci mostra lo stesso titolo, la propria esperienza formativa in Brasile intesa come capacità interpretativa, come sguardo ampio e profondo del mondo. La scrittura, ha segnalato Loretta in una pagina web del Comune di Fermo, costituisce la forma “per esprimere sentimenti di riconoscenza e solidarietà”, per riscattare, ripensare e dare continuità alla propria esperienza, vale a dire, alla sua esperienza brasiliana. Per questa profonda concezione della scrittura l’universo yonomami funge da struttura del racconto familiare, nonostante la narrazione giri apparentemente lontana dal Brasile, intorno all’Umbria, alle Marche, al Piemonte e i fatti raccontati siano accaduti molto prima che Loretta nascesse e vivesse la sua esperienza fra gli indigeni. Si tratta quindi di un’altra forma di dialogo interculturale, nella quale il parlare della famiglia è una maniera ellittica di parlare di sé stessa e della società dal punto di vista della cultura yonomami. In questo modo, la scrittura di Loretta cerca di profilare, nel desiderio e nella celebrazione, una specie di utopia fatta da viaggi e fughe dalle guerre.»
SECONDO INCONTRO: mercoledì 4 dicembre ore 21.15

Le date successive sono ancora da fissare; approssimativamente gli incontri si terranno nel primo mercoledì di ogni mese.

Titolo: Il passato
Autore: Tessa Hadley
Casa editrice: Bompiani, 2017

Da una recensione sul sito SOLO LIBRI:
«Le dinamiche di famiglia che si innescano nel ritrovarsi tutti insieme nella casa piena di ricordi sono indubbiamente la parte più affascinante di questo romanzo davvero molto “inglese”. Fra Pilar e la scorbutica Harriet si instaura un’insolita vicinanza, una sorta di imprevista complicità; Kasim corteggia, ricambiato, la diafana Molly, i bambini esplorano la campagna fino a trovare un vecchio cottage abbandonato dove scoprono segreti che saranno solo loro e che li faranno confrontare in modo imprevisto con il mondo degli adulti. Ma dopo che abbiamo familiarizzato con i diversi personaggi, ecco che la scrittrice ci trasporta indietro nel tempo, nel secondo capitolo intitolato “Il passato”, ambientato nel 1968…»

 

Titolo: Sei come sei
Autore: Melania Mazzucco
Casa editrice: Einaudi 2015

INCIPIT
«L’anno zero. Quando mi chiedono in che anno sono nata, rispondo. Perché ritengo scontato mentire – ci si aspetta che le donne non dicano la verità. E nemmeno i giovani, a meno che non ostentino il privilegio della loro età per trarne beneficio. Alla gioventù si perdona più volentieri l’errore, la presunzione e il coraggio. E io detesto il determinismo della biologia. Chi mi interroga inoltre non sa che considero ogni anno della mia vita un miracolo, e me ne vanto. Però rispondo a modo mio. Sono nata nell’anno del cavallo, dico.»

 

Titolo: Mrs Bridge
Autore: Evan S. Connell
Casa editrice: Einaudi 1959

Da “Il giro del mondo attraverso i libri”:
«È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento. Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.»

 

Titolo: Mr Bridge
Autore: Evan S. Connell
Casa editrice: Einaudi 1969

Da una recensione di Gaia Montanaro:
«Pubblicato per la prima volta nel 1969, Mr Bridge è uscito a dieci anni di distanza da Mrs Bridge, il romanzo più riuscito di Evan Connell che raccontava la storia della famiglia Bridge dal punto di vista della moglie. Ritratto agrodolce e in parte satirico di una famiglia borghese americana tra gli anni Venti e Quaranta – e portato sullo schermo da James Ivory – il romanzo di Connell racconta in modo accurato e lucido una società fortemente definita dalle convenzioni sociali, da una modalità codificata di rapportarsi con il reale nelle sue varie forme. Tutto è dominato dalle aspettative – spesso autoimposte – che non lasciano spazio a uno sguardo diverso, più ampio e compassionevole su di sé. Connell dimostra una grande sapienza narrativa nel tratteggiare con calibrato equilibrio situazioni e dinamiche relazionali, in un romanzo d’atmosfera dominato da un sentimento di tenerezza amara verso personaggi e situazioni, che ha nella rarefazione la sua cifra stilistica predominante.»

 

Titolo: I Middlestein
Autore: Jami Attenmberg 
Casa editrice: La Giuntina editore, 2014

Da una recensione sul sito SOLO LIBRI:
«I Middlestein è il racconto delle vicende di una famiglia ebraica che vive in America: i suoi componenti rispettano i riti della loro religione e cultura e molto di questo è narrato nel romanzo di Jami Attenberg.  Personaggio principale attorno a cui ruota l’intera vicenda è Edie, prima bambina, poi donna e avvocato di successo, infine al termine della propria esperienza lavorativa, con una caratteristica che l’accompagna per tutta la vita: un forte attaccamento al cibo, l’impossibilità di farne a meno. La piccola Edie Herzen (questo il suo cognome da nubile) non era mai stata mingherlina. D’altronde, per i suoi genitori come era possibile non dar da mangiare alla propria bambina, come non rispondere affermativamente ad ogni sua richiesta di cibo anche se in quantità eccessiva? Così, ancor piccina, Edie viene paragonata ad un solido blocco di carne ed è già notevolmente in sovrappeso. Eppure mamma e papà non possono negare il cibo alla figlia.»

 

Titolo: Nessuno può volare
Autore: Simonetta Agnello Hornby
Casa editrice: Feltrinelli 2017

Dalla promozione del film DVD, di Riccardo Mastropietro, gennaio 2018
«Il film prende spunto da alcune domande che Simonetta Agnello Hornby si pone sulla condizione di suo figlio George, costretto da anni su una sedia a rotelle da una grave forma di sclerosi multipla: se non fossimo nel terzo millennio ma anche solo 100 o 50 anni fa, cosa ne sarebbe di lui? Cosa ne sarebbe delle persone disabili? E oggi, cosa significa essere un disabile?
Da Roma alla Galleria degli Uffizi di Firenze fino al mare blu ligure e alle colline del Nord Italia, Nessuno può volare è un percorso attraverso l’arte e gli incontri con persone straordinarie che hanno saputo fare della disabilità un’opportunità e uno stimolo per vivere in modo ancora più intenso, e prima ancora una vita normale con cui confrontarsi.»

Stuzzichiamo la lettura (quinta edizione, 2019/2020)

MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE, primo incontro di Stuzzichiamo la lettura.
MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE il primo incontro di Stuzzichiamo la lettura. Il nostro circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana di Jesi è giunto alla quinta edizione. I temi che ci hanno guidato nella scelta dei libri negli anni passati sono stati:

Il filo conduttore di questa quinta edizione 2019/2010 è: La Letteratura della famiglia

L’incontro introduttivo, di presentazione del tema e dei libri scelti ci sarà il prossimo MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE alle ore 21.15 presso la Salara, Biblioteca Planettiana di Jesi. L’invito è rivolto anche a nuovi partecipanti; nel corso della serata concorderemo insieme anche il calendario per l’intero anno: mediamente un incontro al mese da novembre a giugno, ciascuno dedicato ad uno dei libri scelti.

 

Una volta nessuno sapeva leggere e scrivere. La carta non esisteva ancora. Per questo il re ordinò che la sua parola fosse scolpita sulla parete di questa grotta. Tutti gli stranieri che vengono quassù a dorso di mulo lo fanno per leggere questa storia del re. Prendi il quaderno e la penna […] E adesso prendi nota. Guarda bene il testo, tutte quelle parole scolpite e scrivile una per una sul quaderno. Forza, comincia. Non avere paura. Tengo io il mulo. Avanti, scrivi!

 

Elena, Ecuba e le altre, di Maria Lenti

Titolo: Elena, Ecuba e le altre
Autore: Maria Lenti
Casa editrice: Arcipelago Itaca

Giovedì 3 ottobre alle ore 21.00, incontro con Maria Lenti, in apertura della rassegna Le Marche in Biblioteca, quarta edizione 2019, alla Biblioteca Planettiana di Jesi. Durante la presentazione, lettura di alcune poesie a cura di Arci Voce e interventi musicali a cura della Scuola Musicale Pergolesi.

Dalla prefazione di Alessandra Pigliaru:

«“Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto”. È il 1970 quando il senso di quanto scritto nel primo manifesto di Rivolta Femminile prende una forma pensante all’interno del movimento delle donne. Tornando all’origine di quello sguardo che piano si destava dalla coltre della Storia, c’è da chiedersi di chi siano quei nomi, di chi siano quei volti che hanno inteso da sempre il proprio destino come una forma di inizio. Non di fondazione ma di inizio. Ora frontali, ora obliqui, sono nomi e volti di donne comuni, che assumono nel senso di una genealogia critica il portato di silenzi vagheggiati ancora da chi, dopo 4000 anni, ha visto. Per chi acquistando la vista si è accorta anche di quelle donne che sono arrivate prima. Che bussano alla porta di una strada più lunga costellata di esclusioni, si potrà obiettare, ma ricca di una sopravvivenza che è quella di pensarsi sole e al contempo insieme. Storicizzando allora l’emersione di questa consapevolezza, il balbettio va ad alcuni e capitali cominciamenti: i nomi di Elena, Ecuba e le altre – come recita il titolo di quest’ultima silloge di Maria Lenti».

«… a trapelare è una forza imprevista, tutta femminile certo, mai assediata né vinta dalla protervia di scandali, prigionie e violenze. Nel seguitare delle interlocuzioni, lo sono tutte le brevi poesie che compongono il volume di Maria Lenti, incontriamo così Filomena che davanti all’abuso si rivolge a Tereo per dire che “ho dita per ricamare e il messaggio giunge alla sorella”; o Artemide che tuona a Zeus, “smettila di dare ordini”; infine Penelope che in faccia a Ulisse setaccia con fierezza “l’ordito dell’assenza”. Sono però molte di più le parole pubbliche donate da Maria Lenti alle nostre madri mitologiche, e lo sono non solo in uno scambio a due bensì anche verso la collettività, siano gli Ateniesi a cui si riferisce Prassitea, gli accusatori contro cui si scaglia Eris, o il mondo tutto che interpella Eufrosine, passando per la grazia di Anfitrite verso un delfino o quella luminosa lungimiranza di tenere “tre in una”, ovvero Era, Elena e Atena in una possibilità che racconta di quanto sia fondante il luogo terzo dell’essere viste.
Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. In quell’orientarsi verso qualcuno, in quell’ “a” c’è la forma imperfetta, deperibile e mai esausta della libertà guadagnata. La poesia è tenace nell’impresa, scavalca con magistralità lo scacco del linguaggio che spesso determina e definisce frettolosamente, lavora di cesello il verso. Come un ago che cerca il punto esatto in cui affondare la trama mentre, inesorabile, rammenda. Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire”.

Maria Lenti, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati con rifondazione comunista. Studiosa di letteratura ed arte: saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. In Effetto giorno, 2012, ha raccolto gli scritti di tenore culturale e politico; in Cartografie neodialettali, 2014, gli scritti su poeti neodialettali di Romagna e d’altri luoghi. Ha pubblicato poesie: Un altro tempo, 1972, Albero e foglia, 1982, Sinopia per appunti, 1997 (2° classificato al premio “Alpi Apuane”), Versi alfabetici, 2004, Il gatto nell’armadio, 2005, Cambio di luci, 2009 (finalista al premio “Pascoli”), Ai piedi del faro, 2016; racconti: Passi variati, 2003, Due ritmi una voce, 2006, Giardini d’aria, 2011, Certe piccole lune, 2017 (vincitore del concorso “narrabilando” di Fara Editore); gli studi Amore del Cinema e della Resistenza, 2009, In vino levitas. Poeti latini e vino, 2014; l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento, 2011. Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila). Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978).
Sulla sua poesia il regista Lucilio Santoni ha realizzato nel 2002 il film-video A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti.