«Rapsodia irachena» (martedì 11 aprile al circolo di lettura)

Rapsodia irachena, di Sinan Antoon, Feltrinelli; traduzione di Ramona Ciucani; sesto appuntamento del circolo di lettura, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, martedì 11 aprile alle ore 21.15.

20150515_102440«Il bianco della carta mi seduce, offrendomi la libertà di vagabondare nella mia solitudine. Squarcerò la superficie del silenzio con i miei deliri. Le parole si trasformeranno in esseri mitologici, che scaveranno un tunnel e mi porteranno fuori. Oppure saranno dei prismi che appenderò tutt’attorno a me per guardarci attraverso.»
23 agosto 1989, il ministero dell’Interno iracheno viene informato che nel corso di un inventario eseguito nella sede del Comando centrale della Polizia di Baghdad è stato trovato un manoscritto in un archivio. Scarabocchiato a matita, risulta essere il diario di un giovane detenuto di nome Furat. Dal manoscritto scopriamo che era uno studente di Lettere e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito sardonico e corrosivo, arrestato un bel giorno di aprile, mentre guardava il cielo di Baghdad seduto su una panchina ad aspettare Arij, la sua fidanzata. Furat rievoca l’incubo delle carceri del regime e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all’arresto: l’adolescenza, la famiglia, l’università, la dittatura, la guerra Iraq-Iran, le partitedi calcio allo stadio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, dove il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell’isteria della dittatura ba thista, così simile al nostro fascismo. Solo nel finale, ambientato in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, ma forse è solo un’illusione, un miraggio. Breve e intenso, Rapsodia irachena ci offre in poche pagine un ritratto emozionante della vita nell’Iraq di Saddam Hussein, una miniatura delle sofferenze degli iracheni, dai bathisti a Bush.

 

 

“Scrittura cuneiforme” (mercoledì 15 marzo ore 21.15)

“Scrittura cuneiforme” di Kader Abdolah, Iperborea edizioni; quinto appuntamento del circolo di lettura, alla Biblioteca Planettiana mercoledì 15 marzo alle ore 21.15.

“Perdere non è la fine di tutto, ma la fine di un certo modo di pensare. Chi cade in un punto, in un altro si rialza. Questa è la legge della vita.” – citazione del poeta Mohammad Mogtari, compagno di lotta di Kader Abdolah e caduto in Iran nel 1998.

1280px-Aerial_View_of_Damavand_26.11.2008_04-25-38Sono passati 15 anni da quando Lei ha dovuto lasciare l’Iran e anche in questo libro, come già ne “Il viaggio delle bottiglie vuote”, c’è il tema dell’esilio, con la struggente nostalgia per il paese d’origine. E’ una rielaborazione necessaria, quella del passato, per affrontare il presente e il futuro?
abdolahNei primi anni di soggiorno in un paese straniero si ha paura, paura di perdere tutto e per questo ci si impegna con il proprio passato, si vive nel passato. Poi ho scoperto che se continuo a stare nel passato non posso cambiare la situazione, non posso scrivere un libro. Ho scoperto che devo cambiare il passato in presente e il presente in futuro. Sono sempre occupato con il passato ma lo cambio nel presente per fare il futuro. Uso il passato, la lingua persiana e la cultura persiana per fare un ponte tra Oriente e Occidente. Prendo le pietre del passato e cerco di fare un ponte tra la nostra cultura e quella dell’Europa. Il mio libro “La scrittura cuneiforme” è quel ponte e io vi invito ad attraversarlo e venire nei nostri villaggi, assaggiare il nostro cibo, ascoltare le nostre poesie. Vi porto a casa mia, vi faccio incontrare mia madre, mio padre, le mie sorelle, vi mostro la mia eredità persiana e in questo modo sono un costruttore di ponti.
La sua scelta della lingua: nel libro dice che scrive nella lingua degli olandesi perché questa è “la legge della fuga”.
20160503123856_118_cover_mediaAll’inizio, come rifugiato, non si ha scelta: non parli, non hai contatti con le persone, hai paura di perdere i legami con il passato, con la famiglia, con la tua lingua. Questo è il problema più grande: la lingua, la paura di perdere la mia lingua. Non osavo prendere distanza dalla mia lingua, e poi, all’improvviso, ho pensato che senza lasciare la mia lingua sarei morto. Ho pensato, “devo perdere la mia lingua, devo prendere la lingua olandese”. Ho dovuto farlo, anche se è stato molto difficile. Nei primi due, tre anni, ho pensato che era impossibile imparare quella lingua olandese, così fredda e umida. L’olandese era come un uccello morto, non poteva volare per me, ma dovevo avere pazienza, dovevo imparare a giocare con quell’uccello e all’improvviso iniziò a volare. E incominciai a scrivere in olandese e mi sentii libero.

(tratto da una più ampia intervista allo scrittore Kader Abdolah, pubblicata sul sito Leggere a lume di candela)

(Sul sito dell’editore Iperborea sono disponibili i file dell’incipit e della postfazione della traduttrice Elisabetta Svaluta Moreo; in alto l’immagine del monte Damavand)

 

«La stranezza che ho nella testa» (15 febbraio ore 21.15)

Mercoledì 15 ore 21.15 appuntamento con “Le stranezza che ho nella testa” di Orhan Pamuk, al circolo di lettura,  Biblioteca Planettiana di Jesi.
DSCN0039Il romanzo comincia con un narratore onnisciente, poi – a partire dal terzo capitolo – tra i personaggi si insinua un’altra voce in terza persona, introdotta dalla effigie di un uomo con due bilance sulle spalle: quell’uomo è Mevlut, il protagonista, un piccolo venditore ambulante di Istanbul. Come mai, proprio lui parla di sé in terza persona, mentre tutti gli altri avanzano sulla scena dicendo “io”?
Per scrivere questo romanzo ho deciso di uccidere il giovane scrittore postmoderno che è il me, e tornare a uno stile classico: mi fa piacere che questa conversazione parta da un problema di natura letteraria, perché mi dà l’occasione per raccontare come mi servo di quel dispositivo, messo a punto da Flaubert, che è lo stile indiretto libero. Lei notava che me ne servo per differenziare quella che è una voce narrante più vicina alla mentalità del protagonista da un’altra voce che racconta la vicenda in modo oggettivo, attenendosi ai dati di fatto. Anche Tolstoj a volte usa un registro di tipo storico-giornalistico – per esempio quando dice, in Guerra e pace, che le armate napoleoniche si stavano avvicinando a Mosca – e altre volte si immedesima nel punto di vista di Pierre Bezochov, usando il suo lessico. Va e viene tra queste due strategie narrative senza cambiare marcia, e con la massima libertà. Ma a me pare che a influenzarmi sia stato, soprattutto, il Flaubert di Un cuore semplice. Detto questo, per raccogliere il materiale che mi sarebbe servito per il romanzo, mi sono basato su una miriade di interviste alle persone più diverse, venditori ambulanti come Mevlut, ma anche camerieri, e altri piccoli professionisti, persino certi alti ufficiali di polizia ormai in pensione sotto la cui giurisdizione cadevano i diversi quartieri di Istanbul che mi servivano per l’ambientazione. Nei sei anni impiegati per la stesura del libro, mi sono reso conto di avere raccolto così tante voci che i dispositivi classici del romanzo non bastavano più a rappresentarle, quindi sono tornato a una soluzione che avevo già sperimentato in Il mio nome è rosso, un romanzo costruito dall’intreccio di molte voci diverse, che si smentiscono anche reciprocamente e parlano in modo più o meno affidabile, o inaffidabilmente affidabile, dando luogo a uno spazio narrativo molto libero ma anche assai ambiguo.

( tratto da una più ampia intervista di Francesca Borrelli a Orhan Pamuk, uscita su Alias e disponibile sul sito “Le parole e le cose”)

Nagib Mafhouz, Tra i due palazzi (circolo di lettura, 11 gennaio)

Stimolante serata ieri sera (14 dicembre) al circolo di lettura chiacchierando su Ritorno ad Haifa dello scrittore palestinese Ghassan Khanafani, un racconto di umanità e resistenza, un esempio di letteratura della resistenza e della diaspora, come negli anni è stato definito, nel quale l’autore, forse per la prima volta, parla di due diaspore che vengono a trovarsi una di fronte all’altra, come spinte in quello che appare una sorta di vicolo cieco, prendendone atto e consapevolezza con lacerante umanità.

Quest’anno, con i libri che abbiamo scelto per questo volo veloce sulla letteratura contemporanea medio orientale, ogni serata ci si presenta come un tuffo in un universo che non basterebbe forse una vita per esplorarlo. Prediamo atto della complessità, delle distanze e delle vicinanze, delle singolarità e delle universalità, impariamo  forse a porci domande piuttosto che correre avanti per cercare risposte.

naguibIl prossimo autore che ci attende, per il terzo appuntamento – dopo esserci già trovati con la nostra lettura a in Arabia Saudita, a La Mecca, e tra Palestina e Israele lungo la strada da Ramallah ad Haifa –  è Nagib Mahfuz, che con Tra i due palazzi, il primo della trilogia del Cairo, ci farà immergere nella vastità e nel dedalo della città del Cairo e dell’Egitto della prima metà del Novecento.  Dunque, ancora un altro universo, con una storia assai profonda, del quale invece la contemporaneità ci rimanda immagini non prive di aspetti che possono inquietarci, in particolare dopo la vicenda del giovane Giulio Regeni, ancora ben lontana dall’essere chiarita.

Prima ancora di accostarmi alla lettura di Mafhuz, mi ha incuriosito un articolo letto qualche settimana fa sul sito Doppio Zero (“Impressioni di un agosto al Cairo”) della cronaca di un viaggio con  le emozioni trascritte in diretta, e soprattutto sul contrasto di percezioni che l’Egitto e Il Cairo offrono anche oggi, al di là di ogni semplificazione.

Il prossimo appuntamento del circolo di lettura, con il libro di Mafhuz “Tra i due palazzi”, è mercoledì 11 gennaio alle ore 21.15, sempre alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

 

Ritorno ad Haifa (al circolo di lettura il 14 dicembre)

Mercoledì 14 dicembre secondo appuntamento con “Stuzzichiamo la lettura”; il libro in programma è Ritorno ad Haifa dello scrittore palestinese Ghassan Khanafani.  Proponiamo qui un articolo uscito qualche tempo fa da Osservatorio Iraq e firmato da Chiara Comito, dove si parla del romanzo di Khanafani e del film realizzato di recente dal regista iracheno Kassem Hawal.

Ritorno ad Haifa. Il dolore della perdita di un mondo
(articolo di Chiara Comito, pubblicato dalla testata on line Osservatorio Iraq in data 08 Giugno 2014)

ritorno_a_haifaIl film di Kassem Hawal tratto dal romanzo di Ghassan Khanafani racconta la tragedia degli abitanti palestinesi di Haifa, costretti a lasciare la propria città nel 1948. Il confronto con il dolore degli ebrei europei sfuggiti alla Shoah misura una distanza ancora impossibile da colmare.

“Tutto è vergognoso, Safiya”, commenta tristemente il palestinese Said a sua moglie nel film “Ritorno ad Haifa”, proiettato a Roma lo scorso 5 giugno presso la Centrale Montecatini. Tutto è diventato vergognoso da quando, nel maggio del 1948, è nato lo Stato di Israele e centinaia di migliaia di palestinesi sono stati evacuati con la forza dalle loro case per far posto ai nuovi abitanti.
Profughi in terra straniera o rifugiati nella loro stessa terra: le penose peregrinazioni dei palestinesi ai confini di questa Terra sono state raccontate con dolore e forza dalla penna di scrittori e poeti, arabi e palestinesi.

E dal cinema arabo: “Ritorno ad Haifa”, diretto dal regista iracheno Kassem Hawal (n. 1940), è il film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1936–1972), lo stesso autore di “Uomini sotto il sole”, pietra miliare della letteratura araba contemporanea.

“Ritorno ad Haifa” non è l’opera migliore di Kanafani dal punto di vista stilistico, ha sottolineato dopo la proiezione del film Wasim Dahmash, traduttore e docente di letteratura araba all’Università di Cagliari, ma è un documento importante perchè in esso l’autore riconosce la tragedia dell’altro ebreo/israeliano, anche se la distanza tra le due esperienze, nel libro e nel film, si rivela incolmabile.
Nel romanzo infatti, la tragedia di una famiglia palestinese di Haifa costretta alla fuga dalle nascenti forze armate israeliane nell’aprile del 1948, durante la quale “perde” il figlioletto Khaldoun di soli 5 mesi, viene messa affianco alla tragedia di una famiglia ebrea polacca che, in fuga da Auschwitz, arriva in Palestina proprio in quella terribile primavera e occupa la casa di Said e Safia.
Dopo vent’anni di esilio, i due palestinesi decidono di tornare a Haifa: non per riprendersi le loro cose ma per vedere cosa ne è stato della loro casa. Ad attenderli trovano Mariam, la donna polacca, e Dov, un giovane militare dell’esercito israeliano dalle fattezze arabe, il figlio (adottato?) di questa: è il piccolo Khaldoun o no? E dopo vent’anni, cosa significa la parola “paternità”?

E cosa significano la casa, la Palestina, il ritorno? Qual è il senso di tutte queste perdite?

Il film, girato a Tripoli, in Libano, nel 1981, si apre con la scena dell’esodo massiccio verso il mare a cui furono costretti gli abitanti di Haifa nell’aprile del 1948. Scacciati dal quartiere tedesco in cui si erano rifugiati durante i bombardamenti e gli attacchi dell’esercito che si susseguivano dal dicembre del ’47, intensificatisi con l’uscita di scena dell’esercito britannico, ai 60mila abitanti rimasti a Haifa non restò altro che dirigersi in massa verso il mare.

“Furono letteralmente buttati in mare”, ha raccontato Dahmash, “si salvò chi riuscì a trovare una barca, ma molte barche affondarono in mare”.
Realizzare la scena dell’esodo è stato uno sforzo corale a cui hanno partecipato non solo i palestinesi rifugiati in Libano, che donarono vecchi vestiti e altri oggetti utili per ricreare le atmosfere dell’epoca, ma anche i pescatori libanesi che prestarono le loro barche al regista e alla troupe. E il risultato finale ripaga dello sforzo profuso: perché un conto è immaginare decine di migliaia di persone costrette a fuggire via mare, un altro è vederle sullo schermo, a bordo di tante piccole barchette, puntini sommessi e dolenti in un mare blu sconfinato, scacciate a forza dalla loro terra.

Nel film, molto fedele al romanzo, ai dialoghi tra i protagonisti si alternano diverse sequenze “storiche” (come le immagini di repertorio che mostrano l’arrivo degli ebrei in Palestina). Si tratta della combinazione di fiction e documentario già sperimentata ad esempio nella trasposizione cinematografica di “Uomini sotto il sole” (“Al-Mahdu’un”, di Tawfiq Salih, 1972), analizzato da Aldo Nicosia nel suo “Il romanzo arabo al cinema” (Carocci, 2014) che a proposito di “Al-Mahdu’un” scrive: “Si tratta dell’aggiunta più sostanziale e creativa rispetto al romanzo: nei primi venti minuti il regista combina la linea di fiction con quella documentaristica, con le sequenze mute di reportage sugli inizi del conflitto arabo-sionista, la guerra del 1948 e la conseguente cacciata dei palestinesi”.

Ma la scena principale del film è senz’altro il dialogo tra Said e Mariam, che riproduce alla lettera quello scritto da Kanafani, che pare quasi irreale nella sua tragica assurdità: nel salotto di quella che un tempo era casa loro, Mariam offre a Said e Safia il caffè mentre discute con loro dell’anormalità della situazione in cui tutti si trovano.

Lo “scambio” della casa, la questione della genitorialità di Dov/Khaldoun, il loro ritorno senza pretese a Haifa: tutto scorre attraverso i calmi ma tristi occhi azzurri di Mariam e la dignità estrema e la compostezza dello sguardo di Said.

È un “incontro tra vittime”, ricorda Dahmash, quello che avviene tra i tre: “Vittime che si trovano a confliggere ma che non possono far altro che prendere atto della realtà”.

Il film si chiude con la camera fissa su Dov/Khaldoun che si chiede come sia stato possibile che due genitori abbiano potuto abbandonare il proprio figlio, che razza di persone esse siano per averlo lasciato indietro, e a parlare attraverso la bocca di quel figlio perduto è la Palestina stessa, nell’immaginario di Kanafani.

L’ultima scena è tutta per Khaled, il figlio di Said e Safia nato dopo l’esodo, che decide di imbracciare la armi ed entrare nei fedayin: attraverso il suo personaggio Kanafani proclama il suo invito a resistere. Forse, dolorosamente, unico modo possibile – per l’autore – per dialogare con l’Altro che vuole cancellare la tua esistenza.

 

 

 

Circolo di lettura, mercoledì 9 novembre, ore 21.15

pablo-picasso-the-burial-of-casagemas-evocation-001Il collare della colomba, di Raja Alem. Stuzzichiamo la lettura. Mercoledì 9 novembre alle ore 21.15 primo appuntamento mensile del circolo di lettura alla Salara della Biblioteca Planettiana di Jesi, con il primo dei libri scelti per questa seconda edizione. Ricordo a chi ci legge e ancora non si è unito noi ma è curioso di sapere come funziona, che la partecipazione è libera e può venire tranquillamente. Meglio ancora se ha già letto nel corso del mese questo bellissimo libro, che si snoda tra più trame e nel quale l’unica cosa certa – afferma fin dalle prime righe a scanso di equivoci l’io narrante, che non è una persona ma il vicolo stesso dove la storia si svolge, o si travolge – è il ritrovamento di un cadavere, una giovane donna dal volto sfigurato e difficile da identificare, mentre nello stesso istante scompaiono nel niente due donne. O forse è sempre la stessa donna? Il vicolo che narra ci insinua anche questo, è un vicolo dalle mille teste, che vede tutto e conosce ogni segreto, ma mille teste che vedono e parlano non raccontano in modo lineare, sono come un mosaico in perenne movimento, tra sogni, realtà, leggende, segreti, e sguardi, volti, maschere, veli, e ossessioni, sensualità, porte e chiavi che appaiono scompaiono. Un vicolo della città sacra La Mecca, storie che s’intrecciano per la penisola arabica dei nostri giorni, tra La Mecca e Gedda ma poi anche la terra d Andalus oggi, tra Madrid e Toledo, di più mondi visti da prospettive diverse, insolite, soprattutto per noi.

«Per me l’Arabia Saudita – dice Raja Alem in un’intervista  è come il gigante di cui parlo nel romanzo Il collare della colomba: il giovane eroe Yousuf firma il suo articolo con il nome di questo Gigante, che in una scena viene descritto mentre è coricato e non riesce a raggiungere i suoi piedi, perché è incredibilmente alto. Per arrivare ai suoi piedi deve fare un viaggio, ma sente che le mosche glieli pizzicano e chiede a una carovana di passaggio di soffiargliele via. La carovana deve viaggiare un mese per raggiungere i piedi del gigante e scoprire che erano lu-pi, e non mosche, a morderli.  L’Arabia Saudita è un Paese con molte facce e, anche quando ci si è nati, non si può dire di conoscerla completamente. Per esempio, la città della Mecca, dove sono nata e cresciuta, è totalmente diversa da Gedda dove ci siamo trasferiti e da Riad, la capitale, o da Braida nel nord o da Abha nel sud. Mi sorprende sempre quando un giornalista occidentale viene per qualche giorno e sostiene poi di co- noscere bene il Paese, magari ci scrive su anche un libro. Da una zona all’altra la cultura cambia.»

(Nell’immagine, il quadro di Pablo Picasso per il suicidio dell’amico Carlos Casagemas; quadro  che incontriamo nel romanzo di Raja Alem)

La poesia in Biblioteca: cronaca dell’ultimo Giovedì Letterario

unnamedAlcuni appunti sull’incontro con Francesco Scarabicchi, nella serata conclusiva dei Giovedì Letterari della Planettiana

di Tullio Bugari

La poesia in biblioteca, mi veniva da commentare giovedì sera, parafrasando il titolo della nostra rassegna, durante l’ultimo dei cinque giovedì letterari della Planettiana, a conclusione di questo itinerario, mentre ero seduto vicino a Francesco Scarabicchi e lo ascoltavo, cogliendo nelle sue parole non un bilancio di chiusura ma l’apertura di uno sguardo che ha la stessa tensione di un abbraccio, o di un respiro. Inizio a scrivere i primi appunti sulla serata appena qualche istante dopo, per ascoltare meglio le suggestioni che ho provato. Nel clima caldo e amico della sala, come un ritrovarsi, attraverso la conversazione tra poeti, tra Alessandro Seri e Francesco Scarabicchi e le poesie di Francesco musicate e cantate da Marco Gigli e Gastone Pietrucci, La Macina, tra cui Nave che porti a niente. Io mi sono inserito leggendo un brano del libro scelto per l’incontro, Una città di scoglio, perché fin dalla prima volta che l’ho aperto, l’ho  sentito come uno di quei libri che ti fanno venire la voglia di leggerli ad alta voce. A me ha fatto questo effetto, e non solo e non tanto per il fluire bello delle parole ma proprio per il passo che le accompagna e l’attenzione dello sguardo. È questa la mia sensazione, un libro di passi e di sguardi. Passi e sguardi di poeta. Così ho chiesto a Francesco di inserirmi nella conversazione leggendone un brano, e ho scelto quello dedicato alle librerie, al primo ingresso in libreria di quel ragazzo che allora, con le monete in mano raccolte durante la settimana, si preparava al suo primo acquisto, e poi seduto nella panchina di fronte contemplava, stupito e consapevole, il libro tra le sue mani. Quasi un rito d’iniziazione. Una dichiarazione d’amore per la parola scritta sulla carta, con la sua fisicità, che ha un suo luogo e un suo tempo. Continua a leggere

«Appunti sulla contemplazione» di Francesco Scarabicchi

Appunti sulla contemplazione, di Francesco Scarabicchi
(dal libro “Una città di scoglio. Breve viaggio ad Ancona, affinitàelettive, 2016)

Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d’un’abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se andò.
(Rainer Maria Rilke, Elegie udinesi)

Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.
(Cesare Pavese, Stato di grazia)

velaÈ stato Charles Baudelaire, nel 1859, sulla “Revue Française”, a proposito del paesaggio, a scrivere: “Se un certo raggruppamento d’alberi di monti, d’acque e di case, cui diamo il nome di paesaggio, è bello, non lo è già per se stesso, ma per mio mezzo, per mezzo della mia propria grazia, dell’idea e del sentimento di cui lo compenetro”.

La Via del Cònero che porta verso Sirolo è una via di colline, piante, vigne, cieli, case, macchie, erbe. Poi il mare. Temi dello sguardo, del riconoscimento e della riconoscenza di un luogo del mondo al quale affidiamo un senso e del quale possiamo decretare la bellezza, proclamarla, declamarla, pronunciarla. Il luogo non sa e non saprà mai d’essere bello. Il luogo è. Non ha alcuna necessità d’essere nominato. L’esigenza dell’uomo è quella di “chiamarlo” e di affidarlo alla ragione del senso, al sentimento del senso. Per questo, credo, esiste ciò che definiamo “paesaggio”, nella plurale valenza dei significati, nel brivido e nella commozione, nello strazio e nella grazia. In esso sono la misura e il silenzio, l’istante in cui è dato di ascoltare la profonda identità dell’anima circostante. Ogni sosta convoca la pazienza dell’osservatore, la sua disponibilità a dimenticarsi per essere veramente là, in quell’aria, nell’odore di terra e di corteccia, nell’umido mattino che prelude al plenario farsi del giorno.

Su tutto vige la maestà della luce. Senza la luce, è ovvio, nulla potrebbe darsi. Ogni luogo che ha la carità dell’accoglienza e mi ospita, è per me un luogo prediletto. Il paesaggio mi consegna una “cittadinanza”, una “residenza” ed è, forse, dopo la scrittura, l’unica casa possibile, l’unica dimora nella quale mi senta davvero a mio agio, nella quale mi possa riconoscere e condividere.

Il paesaggio è un’idea del tempo, una misura del tempo, un modo di percepirlo e comprenderlo, immobile e ineluttabile, invisibile e inesistente, eppure spietato proprio perché umano: Forse è il tempo a togliere arcadia e idillio al paesaggio, a renderlo concreto come un minerale, a decretarne la sua forza e la sua precarietà, esposto alle intemperie della storia e della natura, dell’epoca e di una contingenza che, volta a volta, lo esalta e lo cancella, lo venera e lo sfregia, lo illumina e lo deturpa. Il tempo è la sua forma, lo scandisce tra pensiero e sguardo, tra concetto e sensi.

Tra me e me, in uno degli innumerevoli viaggi a Recanati, dicevo che nessuno vedrà mai quel che gli occhi di Leopardi hanno visto. L’Infinito raccoglie appunto tempo e spazio del paesaggio e affida a noi il privilegio d’essere nati dopo di lui, dopo che egli ha aperto la porta del moderno e del contemporaneo. Ci è toccato in sorte, soprattutto ai marchigiani, di tentare di scorgere, per quel che si può, una trama di verità attraverso la limpida e perfetta dettatura dei versi mediante i quali si esprime la “direzione” del percepire e del sentire luogo e istante, tempo del paesaggio e paesaggio del tempo.

Tutto si tiene, se scegliamo la bellezza come confine e orizzonte, se di lei accogliamo la perdita o la vocazione a durare nonostante la crudeltà del presente, di ogni presente che si manifesta e scompare. Perfino il paesaggio della pittura oltrepassa la piccola porta del visibile per scegliersi un posto felice ed essere rammentato. Ci appartiene, si affida al cuore della mente, entra nella familiare costellazione delle nostre “vedute”, non se ne va più. Il mare con la piccola vela bianca che torna nella Deposizione di Lorenzo Lotto a Jesi, a Palazzo Pianetti, è una delle presenze insostituibili della mia vita e calma più d’una notte insonne nella quiete drammatica della vicenda che si svolge al centro della tela. Così come il paesaggio dei versi, da Dante a Umberto Saba, dall’Iliade al poema di Melville, Moby Dick. Lo stesso avviene per la musica e per il cinema. Chi cancellerà dagli occhi della mia memoria le terre spente di Pasolini in Teorema e di Zurlini nel Deserto dei tartari? O la luce umida delle campagne nel Barry Lyndon di Kubrick?

Il paesaggio – rurale o montano, di lago o di mare, di deserto o urbano, di pianura o foresta, di fiume o d’altro – è un’impressione di umanesimo e pronuncia il suo idioma inscrivendosi nel destino delle creature. Anche il luogo più deietto ha, nel fondo della sua buia condizione, un frammento che lo lega a noi, una piccola scheggia di luce ferita, una memoria. Non fosse altro perché unico, una volta per sempre.

Conversazione con Gastone Pietrucci

gastone_pietrucci-1Conversazione con Gastone Pietrucci La Macina, a cura di Tullio Bugari. Aspettando l’ultimo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca, l’incontro con Francesco Scarabicchi e il suo libro Una città di scoglio, Breve viaggio ad Ancona, in programma giovedì 3 novembre alle 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

t.b.) Le Marche in Biblioteca. Una delle persone che seguito gli incontri, a proposito della tua partecipazione alla prima serata, ha commentato così sul nostro blog: “Bellissima serata, la cultura ufficiale (quella dei libri negli scaffali) che dialoga alla pari con quella popolare (canto della Pasquella)”. Tu interverrai di nuovo all’ultimo incontro, con Francesco Scarabicchi, e nel frattempo hai seguito anche gli altri tre incontri già svolti. Ti va di darci le tue impressioni generali su questa rassegna?

g.p.) Una rassegna interessante, tutta da seguire. Per me è stato facilissimo seguirla, perché praticamente me l’avete fatta… in casa (infatti abito proprio di fronte alla Biblioteca Planettiana). Inoltre “simpatico” ed anche interessante e non disturbante, la parte conviviale della degustazione dei vini, tra l’altro con produttori giovani, amanti del loro lavoro, della terra e della produzione del buon vino. Insomma una formula felice. I libri tutti interessanti, peccato che I matti del duce , non era disponibile (comunque sono riuscito a prenotarlo, ad acquistarlo e ad averlo proprio oggi. Spero e mi auguro che dopo questa bella e riuscita rassegna ne possano nascere delle altre. Contate sempre sulla nostra disponibilità.

t.b.) Tu hai dedicato moltissimo della tua passione alla ricerca delle nostre radici popolari, attraverso la strada della musica, mantenendole vie in mezzo a noi, e facendole dialogare e incontrare con ciò che di nuovo e genuino nel frattempo prendeva vita. Io ho l’impressione che una parte fondante, che definirei mitica, di queste nostre radici sia localizzata propio nelle zone montane dell’entroterra colpite in questi ultimi giorni dal terremoto, e che dunque ci sia un intero mondo a rischio. Qual è la tua percezione?

g.p.) Il mondo “popolare” è ormai a rischio, da tanti, troppi anni, il terremoto è arrivato ben ultimo. Già Pier Paolo Pasolini aveva denunciato la distruzione della civiltà contadina, naturalmente inascoltato, in questo “paese mancato”, dove tutto viene cancellato dall’gnoranza e dalla stupidità della nostra classe politica. Noi siamo un paese senza memoria, quindi un paese destinato a non avere un futuro.
Praticamente dopo gli anni cinquanta, un mondo, un’intera civiltà contadina, dopo secoli di vita, si è sgretolata ed annientata in pochissimo tempo. Con il risultato che quel mondo contadino non esiste più, inesorabilmente spazzato via, da molte cause e da profonde trasformazioni. Ad ogni modo, il contadino di una volta, poteva essere qualsiasi cosa, però nella sua “ignoranza”, aveva ancora qualcosa da affermare, magari anche solo il valore del pane, che poi non è altro che la natura, il rispetto della terra, del sacro, del necessario. Diceva Pasolini che “il vero genocidio avvenuto nel Novecento è stato quello dei contadini”. E se non c’è più il mondo contadino, non c’è più la terra, il rapporto con le stagioni, non c’è più la natura, non c’è più la radice biologica dell’appartenenza ad una cultura. E invece, come ha scritto Allì Caracciolo, in una delle sue spelndide poesie di Malincore, 1996 ” Noi veniamo dal ricordo dei tempi / carichi di promesse e di parole…”.
Il terremoto ha cencellato le notre case, i nostri magnifici centri storici, quindi parte della nostra storia, del nostro passato, ma l’ ignavia di questa assurda società del cosiddetto benessere, ci sta “affogando”, tra l’altro, in questi utili, ma terribili ed anestetizzanti telefonini, non ci fa più alzare più la testa, né guardare alto, ed io mi sento impotente di fronte a questo sfacelo fisico e morale, in perfetta sintonia con Enzo Siciliano, che nel 2005, scrisse questo tragico ed amaro frammento di poesia: “Poche parole, ma quelle giuste per far capire / il dolore di chi si sente vietato a nutrire speranze.” Non aggiungo altro.

t.b.) Volevo chiederti di parlarci delle esperienze di incontro tra la tua musica e i percorsi artistici e culturali di altri autori. Mi pare che questa ricerca dell’incontro sia una costante nella tua ricerca musicale e culturale; in particolare volevo chiederti come è nata e si è sviluppata la tua collaborazione con due importanti autori presenti in questa rassegna, Allì Caracciolo che hai accompagnato nella prima serata dedicata al libro “S’agli occhi credi”, e poi Francesco Scarabicchi, con cui sarai insieme al prossimo incontro.

g.p.) L’incontro tra musica popolare (diciamo la “mia” musica) ed i percorsi artistici e culturali con altri autori, è scaturito da un mio bisogno di spaziare, di collaborare, di contaminare il mio lavoro con altri artisti. La Macina l’ho formata nel 1968 e dopo una riproposta del canto popolare rigorosa e dopo l’incisione ben otto dischi, improvvisamente nel 1998 ho incontrato la grande indimenticabile Valeria Moriconi e con lei abbiamo costruito un Concerto-Spettacolo per il centenario della morte del grande studioso popolare dell’Ottocento, lo jesino Antonio Gianandrea. L’esperienza con Valeria è stata folgorante e “contagiosa”, perché da lì ho sentito proprio un bisogno “fisico” di incontrare e collaborare con altri artisti e con altri campi della musica. Ecco allora l’incontro con Rossana Casale, Giovanna Marini, Moni Ovadia, Riccardo Tesi, Federico Mondelci, Enzo Cucchi, Marco Poeta, i Gang, uno dei gruppi storici del rock italiano, con i quali abbiamo inciso uno dei più importanti cd Nel tempo ed oltre cantando (Premio “Tenco” 2004, come supergruppo italiano), sino all’esperienza con il jazz di Samuele Garofoli ed il suo quartetto con il quale abbiamo inciso Ramo di fiori, e la musica sinfonica con il maestro Stefano Campolucci ed il suo ensemble, con il quale stiamo registrando un nuovo cd, per dire soltanto di alcuni che ho incontrato nel mio percorso artistico.
Con Allì Caracciolo praticamente ci cerchevamo da diversi anni, finalmente nel 2000, ci siamo incontrati e dal nostro incontro è nata una grande collaborazione tra lei ed il suo straordinario Sperimentale Teatro A, che ancora continua e che tra l’altro ha prodotto uno degli spettacoli più sconvolgenti che La Macina abbia mai realizzato, quel Piange piange Maria povera donna..., una Sacra rappresentazione dove il canto popolare de La Macina incontra la grande recitazione degli attori, in un connubio di grande forza e di grande pathos.
Con Francesco Scarabicchi ci lega una grande stima reciproca, che ci ha portato a varie collaborazioni: la prima nel 2002, per un concerto omaggio a Luigi Tenco, L’espressione di un volto per caso, dal titolo del suo saggio scritto appositamente per lo spettacolo, dove lui era la voce narrante inframezzata dalle più belle e significative canzoni di Tenco, interpretate da La Macina. Poi dopo questo lavoro: La polvere si alza (Omaggio a Luigi Tenco-Piero Ciampi-Fabrizio De André).
Tra l’altro sia Allì Caracciolo, che Francesco Scarabicchi, hanno sempre accompagnato con le loro preziose prefazioni i nostri lavori discografici più importanti e significativi: nel primo volume della trilogia dell’ “Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto” , del 2002 e nel nostro ultimo lavoro, uscito proprio quest’anno ed edito dalla prestigiosa casa editrice romana, squi[libri], La Macina. Nel vivo di una lunga storia. Tra l’altro nell’incontro di domani sera (3 novembre) in occasione della presentazione del libro Una città di scoglio. Breve viaggio ad Ancona, io e Marco Gigli, interverremo interpretando tre poesie di Scarabicchi, musicate da La Macina, una delle quali scritta appositamente per noi, Nave che porti al niente. Per noi sarà un’emozione ulteriore, suonare e cantare queste tre splendide liriche, alla presenza dell’autore e dopo averne ascoltata la sua inimitabile, coinvolgente lettura, e sicuramente anche per tutto il pubblico che avrà la fortuna di assistere ad una simile ed unica performance!

Giovedì 3 novembre il 5° incontro con Le Marche in Biblioteca: “Una città di scoglio” di Francesco Scarabicchi

3152916LE MARCHE IN BIBLIOTECA
I Giovedì Letterari della Planettiana

Quinto incontro
Giovedì 3 novembre alle ore 21.15

Una città di scoglio – Breve viaggio ad Ancona” di Francesco Scarabicchi,  con uno scritto di Emanuele Trevi, affinità elettive (http://www.edizioniae.it/catalogo/una-citta-di-scoglio/

Conversazione con l’autore, letture di brani, interventi musicali di Gastone Pietrucci La Macina (http://www.macina.net).

La serata si concluderà con una degustazione di vini locali offerta dall’azienda Pievalta, di Maiolati Spontini (http://www.pievalta.it), con la collaborazione di Pergolesi Enocaffè (http://www.pergolesienocaffe.it/).

La rassegna è stata promossa dalle associazioni culturali Altrovïaggio e Licenze Poetiche, con la collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e un contributo del Comune di Jesi.
http://www.altroviaggio.org/category/le-marche-in-biblioteca/
https://licenzepoetiche.wordpress.com/