Letteratura medio orientale

Elogio dell’odio, di Khaled Khalifa

elogio-odio-copert-1Elogio dell’odio, di Khaled Khalifa. È stato questo in ordine di tempo l’ultimo libro letto e discusso al Circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana, nell’incontro dello scorso mercoledì 17 maggio. Una lettura densa e interessante, come tutte le altre di questo ciclo di letture, che ha stimolato e aperto tante riflessioni. Di seguito un estratto da un articolo di Annamaria Bianco sul blog Editoria Araba e di seguito una citazione dal libro di Khaled Khalifa.

«Scritto con l’inchiostro della poesia, con un linguaggio allegoricotipicamente siriano, che lascia spazio alle metafore che scivolano dalla bocca della narratrice, mentre racconta gli avvenimenti della sua vita con un lirismo sempre più commovente con l’incalzare del ritmo della narrazione, fino a raggiungere il culmine con il drammatico epilogo. Gli stessi titoli dei capitoli giocano sulla creazione costante di sinestesie, mentre fra le pagine aleggiano onnipresenti profumi, come quelli creati da Radwan, il servitore cieco della famiglia; un personaggio secondario, ma splendido con tutte le sue peculiarità, come tutte le altre figure che si fanno spazio all’interno di quello che potrebbe essere considerato un vero e proprio romanzo corale. Al suo interno, un mescolarsi di ricordi, che si intrecciano come visioni, tra il sonno e la veglia, il desiderio di fuga dal mondo, la solitudine, la ricerca dell’autoaffermazione nella negazione del corpo, la sessualità proibita, l’amore che porta a imbalsamare farfalle. Le storie dei singoli, le loro passioni e ossessioni, si svelano pian piano, sullo sfondo degli scontri civili.»

Da “Elogio dell’odio” di Khaled Khalifa:
«L’unica verità che avevo sempre difeso, l’odio, andò in frantumi, costringendomi a tornare alla domanda delle domande. Qual era il vero rapporto tra il sentimento di appartenenza a qualcosa, all’organizzazione, ad esempio, o alla mia famiglia e il mio essere? Io ero una creatura corporea che nuotava in un vuoto gelatinoso: la mia vita era stata un insieme di cose prese in prestito da altri. E com’è stato duro scoprire che quelle cose non erano la verità. Avevo passato tutto quel tempo a credere in ciò che altri avevano voluto che io credessi. Ti danno un nome e lo devi amare, devi difenderne l’esistenza. Ti danno un dio e lo devi pregare, iccidere chi la pensa diversamente sulla sua grazia. Devi afferrare il tuo bastone e sbatterlo in testa, per ordine divino, a chi viene definito miscredente. E il passo poi è breve perché si arrivi alla sinfonia degli spari e delle esplosioni e la morte diventi reale, un lento treno di tragedie che fa la sua corsa di dolore, che avanza per caricare i morti che, in attesa di essere sepolti, guardano il cielo con occhi vuoti come se tutto fosse un sogno, l’ultima immagine di una speranza non realizzata.»

Il ciclo di letture si concluderà il prossimo martedì 13 giugno con “Conoscere una donna” di Amos Oz.  In occasione di questo incontro – aperto a tutti gli interessati e non riservato solo ai partecipanti al circolo di lettura – sarà con noi Wasim Dahmash, per una conversazione generale sulle letterature dei paesi del Medio Oriente.  Wasim Dahmash è docente e traduttore palestinese nato in Siria nel 1948. Insegna dialettologia araba alla IULM. Ha insegnato nelle università di Cagliari e di Roma. Fa parte della Onlus Gazzella che si occupa di bambini feriti a Gaza.

«Rapsodia irachena» (martedì 11 aprile al circolo di lettura)

Rapsodia irachena, di Sinan Antoon, Feltrinelli; traduzione di Ramona Ciucani; sesto appuntamento del circolo di lettura, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, martedì 11 aprile alle ore 21.15.

20150515_102440«Il bianco della carta mi seduce, offrendomi la libertà di vagabondare nella mia solitudine. Squarcerò la superficie del silenzio con i miei deliri. Le parole si trasformeranno in esseri mitologici, che scaveranno un tunnel e mi porteranno fuori. Oppure saranno dei prismi che appenderò tutt’attorno a me per guardarci attraverso.»
23 agosto 1989, il ministero dell’Interno iracheno viene informato che nel corso di un inventario eseguito nella sede del Comando centrale della Polizia di Baghdad è stato trovato un manoscritto in un archivio. Scarabocchiato a matita, risulta essere il diario di un giovane detenuto di nome Furat. Dal manoscritto scopriamo che era uno studente di Lettere e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito sardonico e corrosivo, arrestato un bel giorno di aprile, mentre guardava il cielo di Baghdad seduto su una panchina ad aspettare Arij, la sua fidanzata. Furat rievoca l’incubo delle carceri del regime e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all’arresto: l’adolescenza, la famiglia, l’università, la dittatura, la guerra Iraq-Iran, le partitedi calcio allo stadio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, dove il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell’isteria della dittatura ba thista, così simile al nostro fascismo. Solo nel finale, ambientato in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, ma forse è solo un’illusione, un miraggio. Breve e intenso, Rapsodia irachena ci offre in poche pagine un ritratto emozionante della vita nell’Iraq di Saddam Hussein, una miniatura delle sofferenze degli iracheni, dai bathisti a Bush.

 

 

“Scrittura cuneiforme” (mercoledì 15 marzo ore 21.15)

“Scrittura cuneiforme” di Kader Abdolah, Iperborea edizioni; quinto appuntamento del circolo di lettura, alla Biblioteca Planettiana mercoledì 15 marzo alle ore 21.15.

“Perdere non è la fine di tutto, ma la fine di un certo modo di pensare. Chi cade in un punto, in un altro si rialza. Questa è la legge della vita.” – citazione del poeta Mohammad Mogtari, compagno di lotta di Kader Abdolah e caduto in Iran nel 1998.

1280px-Aerial_View_of_Damavand_26.11.2008_04-25-38Sono passati 15 anni da quando Lei ha dovuto lasciare l’Iran e anche in questo libro, come già ne “Il viaggio delle bottiglie vuote”, c’è il tema dell’esilio, con la struggente nostalgia per il paese d’origine. E’ una rielaborazione necessaria, quella del passato, per affrontare il presente e il futuro?
abdolahNei primi anni di soggiorno in un paese straniero si ha paura, paura di perdere tutto e per questo ci si impegna con il proprio passato, si vive nel passato. Poi ho scoperto che se continuo a stare nel passato non posso cambiare la situazione, non posso scrivere un libro. Ho scoperto che devo cambiare il passato in presente e il presente in futuro. Sono sempre occupato con il passato ma lo cambio nel presente per fare il futuro. Uso il passato, la lingua persiana e la cultura persiana per fare un ponte tra Oriente e Occidente. Prendo le pietre del passato e cerco di fare un ponte tra la nostra cultura e quella dell’Europa. Il mio libro “La scrittura cuneiforme” è quel ponte e io vi invito ad attraversarlo e venire nei nostri villaggi, assaggiare il nostro cibo, ascoltare le nostre poesie. Vi porto a casa mia, vi faccio incontrare mia madre, mio padre, le mie sorelle, vi mostro la mia eredità persiana e in questo modo sono un costruttore di ponti.
La sua scelta della lingua: nel libro dice che scrive nella lingua degli olandesi perché questa è “la legge della fuga”.
20160503123856_118_cover_mediaAll’inizio, come rifugiato, non si ha scelta: non parli, non hai contatti con le persone, hai paura di perdere i legami con il passato, con la famiglia, con la tua lingua. Questo è il problema più grande: la lingua, la paura di perdere la mia lingua. Non osavo prendere distanza dalla mia lingua, e poi, all’improvviso, ho pensato che senza lasciare la mia lingua sarei morto. Ho pensato, “devo perdere la mia lingua, devo prendere la lingua olandese”. Ho dovuto farlo, anche se è stato molto difficile. Nei primi due, tre anni, ho pensato che era impossibile imparare quella lingua olandese, così fredda e umida. L’olandese era come un uccello morto, non poteva volare per me, ma dovevo avere pazienza, dovevo imparare a giocare con quell’uccello e all’improvviso iniziò a volare. E incominciai a scrivere in olandese e mi sentii libero.

(tratto da una più ampia intervista allo scrittore Kader Abdolah, pubblicata sul sito Leggere a lume di candela)

(Sul sito dell’editore Iperborea sono disponibili i file dell’incipit e della postfazione della traduttrice Elisabetta Svaluta Moreo; in alto l’immagine del monte Damavand)

 

«La stranezza che ho nella testa» (15 febbraio ore 21.15)

Mercoledì 15 ore 21.15 appuntamento con “Le stranezza che ho nella testa” di Orhan Pamuk, al circolo di lettura,  Biblioteca Planettiana di Jesi.
DSCN0039Il romanzo comincia con un narratore onnisciente, poi – a partire dal terzo capitolo – tra i personaggi si insinua un’altra voce in terza persona, introdotta dalla effigie di un uomo con due bilance sulle spalle: quell’uomo è Mevlut, il protagonista, un piccolo venditore ambulante di Istanbul. Come mai, proprio lui parla di sé in terza persona, mentre tutti gli altri avanzano sulla scena dicendo “io”?
Per scrivere questo romanzo ho deciso di uccidere il giovane scrittore postmoderno che è il me, e tornare a uno stile classico: mi fa piacere che questa conversazione parta da un problema di natura letteraria, perché mi dà l’occasione per raccontare come mi servo di quel dispositivo, messo a punto da Flaubert, che è lo stile indiretto libero. Lei notava che me ne servo per differenziare quella che è una voce narrante più vicina alla mentalità del protagonista da un’altra voce che racconta la vicenda in modo oggettivo, attenendosi ai dati di fatto. Anche Tolstoj a volte usa un registro di tipo storico-giornalistico – per esempio quando dice, in Guerra e pace, che le armate napoleoniche si stavano avvicinando a Mosca – e altre volte si immedesima nel punto di vista di Pierre Bezochov, usando il suo lessico. Va e viene tra queste due strategie narrative senza cambiare marcia, e con la massima libertà. Ma a me pare che a influenzarmi sia stato, soprattutto, il Flaubert di Un cuore semplice. Detto questo, per raccogliere il materiale che mi sarebbe servito per il romanzo, mi sono basato su una miriade di interviste alle persone più diverse, venditori ambulanti come Mevlut, ma anche camerieri, e altri piccoli professionisti, persino certi alti ufficiali di polizia ormai in pensione sotto la cui giurisdizione cadevano i diversi quartieri di Istanbul che mi servivano per l’ambientazione. Nei sei anni impiegati per la stesura del libro, mi sono reso conto di avere raccolto così tante voci che i dispositivi classici del romanzo non bastavano più a rappresentarle, quindi sono tornato a una soluzione che avevo già sperimentato in Il mio nome è rosso, un romanzo costruito dall’intreccio di molte voci diverse, che si smentiscono anche reciprocamente e parlano in modo più o meno affidabile, o inaffidabilmente affidabile, dando luogo a uno spazio narrativo molto libero ma anche assai ambiguo.

( tratto da una più ampia intervista di Francesca Borrelli a Orhan Pamuk, uscita su Alias e disponibile sul sito “Le parole e le cose”)

Nagib Mafhouz, Tra i due palazzi (circolo di lettura, 11 gennaio)

Stimolante serata ieri sera (14 dicembre) al circolo di lettura chiacchierando su Ritorno ad Haifa dello scrittore palestinese Ghassan Khanafani, un racconto di umanità e resistenza, un esempio di letteratura della resistenza e della diaspora, come negli anni è stato definito, nel quale l’autore, forse per la prima volta, parla di due diaspore che vengono a trovarsi una di fronte all’altra, come spinte in quello che appare una sorta di vicolo cieco, prendendone atto e consapevolezza con lacerante umanità.

Quest’anno, con i libri che abbiamo scelto per questo volo veloce sulla letteratura contemporanea medio orientale, ogni serata ci si presenta come un tuffo in un universo che non basterebbe forse una vita per esplorarlo. Prediamo atto della complessità, delle distanze e delle vicinanze, delle singolarità e delle universalità, impariamo  forse a porci domande piuttosto che correre avanti per cercare risposte.

naguibIl prossimo autore che ci attende, per il terzo appuntamento – dopo esserci già trovati con la nostra lettura a in Arabia Saudita, a La Mecca, e tra Palestina e Israele lungo la strada da Ramallah ad Haifa –  è Nagib Mahfuz, che con Tra i due palazzi, il primo della trilogia del Cairo, ci farà immergere nella vastità e nel dedalo della città del Cairo e dell’Egitto della prima metà del Novecento.  Dunque, ancora un altro universo, con una storia assai profonda, del quale invece la contemporaneità ci rimanda immagini non prive di aspetti che possono inquietarci, in particolare dopo la vicenda del giovane Giulio Regeni, ancora ben lontana dall’essere chiarita.

Prima ancora di accostarmi alla lettura di Mafhuz, mi ha incuriosito un articolo letto qualche settimana fa sul sito Doppio Zero (“Impressioni di un agosto al Cairo”) della cronaca di un viaggio con  le emozioni trascritte in diretta, e soprattutto sul contrasto di percezioni che l’Egitto e Il Cairo offrono anche oggi, al di là di ogni semplificazione.

Il prossimo appuntamento del circolo di lettura, con il libro di Mafhuz “Tra i due palazzi”, è mercoledì 11 gennaio alle ore 21.15, sempre alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

 

Ritorno ad Haifa (al circolo di lettura il 14 dicembre)

Mercoledì 14 dicembre secondo appuntamento con “Stuzzichiamo la lettura”; il libro in programma è Ritorno ad Haifa dello scrittore palestinese Ghassan Khanafani.  Proponiamo qui un articolo uscito qualche tempo fa da Osservatorio Iraq e firmato da Chiara Comito, dove si parla del romanzo di Khanafani e del film realizzato di recente dal regista iracheno Kassem Hawal.

Ritorno ad Haifa. Il dolore della perdita di un mondo
(articolo di Chiara Comito, pubblicato dalla testata on line Osservatorio Iraq in data 08 Giugno 2014)

ritorno_a_haifaIl film di Kassem Hawal tratto dal romanzo di Ghassan Khanafani racconta la tragedia degli abitanti palestinesi di Haifa, costretti a lasciare la propria città nel 1948. Il confronto con il dolore degli ebrei europei sfuggiti alla Shoah misura una distanza ancora impossibile da colmare.

“Tutto è vergognoso, Safiya”, commenta tristemente il palestinese Said a sua moglie nel film “Ritorno ad Haifa”, proiettato a Roma lo scorso 5 giugno presso la Centrale Montecatini. Tutto è diventato vergognoso da quando, nel maggio del 1948, è nato lo Stato di Israele e centinaia di migliaia di palestinesi sono stati evacuati con la forza dalle loro case per far posto ai nuovi abitanti.
Profughi in terra straniera o rifugiati nella loro stessa terra: le penose peregrinazioni dei palestinesi ai confini di questa Terra sono state raccontate con dolore e forza dalla penna di scrittori e poeti, arabi e palestinesi.

E dal cinema arabo: “Ritorno ad Haifa”, diretto dal regista iracheno Kassem Hawal (n. 1940), è il film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1936–1972), lo stesso autore di “Uomini sotto il sole”, pietra miliare della letteratura araba contemporanea.

“Ritorno ad Haifa” non è l’opera migliore di Kanafani dal punto di vista stilistico, ha sottolineato dopo la proiezione del film Wasim Dahmash, traduttore e docente di letteratura araba all’Università di Cagliari, ma è un documento importante perchè in esso l’autore riconosce la tragedia dell’altro ebreo/israeliano, anche se la distanza tra le due esperienze, nel libro e nel film, si rivela incolmabile.
Nel romanzo infatti, la tragedia di una famiglia palestinese di Haifa costretta alla fuga dalle nascenti forze armate israeliane nell’aprile del 1948, durante la quale “perde” il figlioletto Khaldoun di soli 5 mesi, viene messa affianco alla tragedia di una famiglia ebrea polacca che, in fuga da Auschwitz, arriva in Palestina proprio in quella terribile primavera e occupa la casa di Said e Safia.
Dopo vent’anni di esilio, i due palestinesi decidono di tornare a Haifa: non per riprendersi le loro cose ma per vedere cosa ne è stato della loro casa. Ad attenderli trovano Mariam, la donna polacca, e Dov, un giovane militare dell’esercito israeliano dalle fattezze arabe, il figlio (adottato?) di questa: è il piccolo Khaldoun o no? E dopo vent’anni, cosa significa la parola “paternità”?

E cosa significano la casa, la Palestina, il ritorno? Qual è il senso di tutte queste perdite?

Il film, girato a Tripoli, in Libano, nel 1981, si apre con la scena dell’esodo massiccio verso il mare a cui furono costretti gli abitanti di Haifa nell’aprile del 1948. Scacciati dal quartiere tedesco in cui si erano rifugiati durante i bombardamenti e gli attacchi dell’esercito che si susseguivano dal dicembre del ’47, intensificatisi con l’uscita di scena dell’esercito britannico, ai 60mila abitanti rimasti a Haifa non restò altro che dirigersi in massa verso il mare.

“Furono letteralmente buttati in mare”, ha raccontato Dahmash, “si salvò chi riuscì a trovare una barca, ma molte barche affondarono in mare”.
Realizzare la scena dell’esodo è stato uno sforzo corale a cui hanno partecipato non solo i palestinesi rifugiati in Libano, che donarono vecchi vestiti e altri oggetti utili per ricreare le atmosfere dell’epoca, ma anche i pescatori libanesi che prestarono le loro barche al regista e alla troupe. E il risultato finale ripaga dello sforzo profuso: perché un conto è immaginare decine di migliaia di persone costrette a fuggire via mare, un altro è vederle sullo schermo, a bordo di tante piccole barchette, puntini sommessi e dolenti in un mare blu sconfinato, scacciate a forza dalla loro terra.

Nel film, molto fedele al romanzo, ai dialoghi tra i protagonisti si alternano diverse sequenze “storiche” (come le immagini di repertorio che mostrano l’arrivo degli ebrei in Palestina). Si tratta della combinazione di fiction e documentario già sperimentata ad esempio nella trasposizione cinematografica di “Uomini sotto il sole” (“Al-Mahdu’un”, di Tawfiq Salih, 1972), analizzato da Aldo Nicosia nel suo “Il romanzo arabo al cinema” (Carocci, 2014) che a proposito di “Al-Mahdu’un” scrive: “Si tratta dell’aggiunta più sostanziale e creativa rispetto al romanzo: nei primi venti minuti il regista combina la linea di fiction con quella documentaristica, con le sequenze mute di reportage sugli inizi del conflitto arabo-sionista, la guerra del 1948 e la conseguente cacciata dei palestinesi”.

Ma la scena principale del film è senz’altro il dialogo tra Said e Mariam, che riproduce alla lettera quello scritto da Kanafani, che pare quasi irreale nella sua tragica assurdità: nel salotto di quella che un tempo era casa loro, Mariam offre a Said e Safia il caffè mentre discute con loro dell’anormalità della situazione in cui tutti si trovano.

Lo “scambio” della casa, la questione della genitorialità di Dov/Khaldoun, il loro ritorno senza pretese a Haifa: tutto scorre attraverso i calmi ma tristi occhi azzurri di Mariam e la dignità estrema e la compostezza dello sguardo di Said.

È un “incontro tra vittime”, ricorda Dahmash, quello che avviene tra i tre: “Vittime che si trovano a confliggere ma che non possono far altro che prendere atto della realtà”.

Il film si chiude con la camera fissa su Dov/Khaldoun che si chiede come sia stato possibile che due genitori abbiano potuto abbandonare il proprio figlio, che razza di persone esse siano per averlo lasciato indietro, e a parlare attraverso la bocca di quel figlio perduto è la Palestina stessa, nell’immaginario di Kanafani.

L’ultima scena è tutta per Khaled, il figlio di Said e Safia nato dopo l’esodo, che decide di imbracciare la armi ed entrare nei fedayin: attraverso il suo personaggio Kanafani proclama il suo invito a resistere. Forse, dolorosamente, unico modo possibile – per l’autore – per dialogare con l’Altro che vuole cancellare la tua esistenza.

 

 

 

Il collare della colomba, di Raja Alem (circolo di lettura, 9 novembre)

Si è svolto ieri il primo incontro di avvio di questo nuovo percorso di letture, il tema è la letteratura medio orientale contemporanea, alla volta del nostro vicino lontano medio oriente, da visitare, conoscere, condividere, scoprire soprattutto, attraverso la lettura delle opere degli autori che abbiamo individuato, scegliendoli in una rosa talmente ampia e interessante che ogni esclusione potrebbe apparire ingiustificata.

3171739Ci incontreremo in biblioteca una volta al mese, scegliendo come giorno settimanale di riferimento il Mercoledì; il primo appuntamento è per il 9 novembre alle ore 21.15, con il libro Il collare della colomba di Raja Alem (Arabia Saudita) – Marsilio 2014.

Le date esatte degli appuntamenti successivi ( più o meno nella prima metà di ciascun mese)le comunicheremo al più presto; i libri previsti per tutto l’anno, nell’ordine che pensiamo di seguire salvo possibili cambiamenti che comunicheremo tempestivamente, sono i seguenti:

 

  • (dicembre) Ritorno a Haifa – Umm Saad di Ghassan Kanafani (Palestina – Israele) – Edizioni Lavoro 2014 (dicembre)
  • (gennaio) Tra i due palazzi. La trilogia del Cairo. Vol. 1 di Nagib Mahfuz (Egitto) – Tullio Pironti Editore 1996
  • (febbraio) La stranezza che ho nella testa di Orhan Pamuk (Turchia) – Einaudi 2015
  • (marzo) Scrittura cuneiforme di Kader Abdolah (Iran) – Edizioni Iperborea 2003
  • (febbraio) Rapsodia irachena di Sinan Antoon (Iraq) – Feltrinelli 2010
  • (marzo) Elogio dell’odio di  Khaled Khalifa (Siria) – Bompiani 2011
  • (aprile) Conoscere una donna di Amos Oz (Israele) – Feltrinelli 2002
  • (maggio) Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani (Palestina – Iraq) – Sellerio 1991
  • (giugno) La traduttrice di Rabih Alameddine (Libano) – Bompiani 2015

Edizioni Q (4)

edizioniQGrazie a Wasim Dahmash che ci parla di EDIZIONI Q, una casa editrice dagli interessi molteplici, dalla saggistica alla letteratura, dall’intervento di testimonianza al pamphlet politico, dal reportage giornalistico alla pubblicazione di documenti; attenta in generale a proporre iniziative editoriali in una prospettiva che valorizzi elementi essenziali di democrazia e di creatività. “Quasi tutte le nostre pubblicazioni – scrive Wasim – sono di opere mai tradotte prima e sono tradotte direttamente dalla lingua di partenza in cui sono state scritte.”

1. Da quanto tempo fai l’editore?
La casa editrice “Edizioni Q” è nata nel 2002 con l’intento di dare spazio a quelle letterature che non ne trovano nel mercato editoriale, in primo luogo alla letteratura araba impegnata sul piano sociale e politico e particolarmente a quella palestinese.

2. Come hai definito le tue scelte editoriali?
Essendo a statuto cooperativo, la casa editrice definisce le scelte editoriali di comune accordo tra i soci. Abbiamo attualmente tre collane, la collana “Zenit” che pubblica romanzi, racconti brevi e poesie; la collana “Universitaria” è dedicata a saggi e ricerche e infine la collana “I libri di Q” dove trovano posto le pubblicazioni non strettamente attinenti alle altre due collane , come ad esempio i libri per l’infanzia. Quasi tutte le nostre pubblicazioni sono di opere mai tradotte prima e sono tradotte direttamente dalla lingua di partenza in cui sono state scritte.

blogger_van_gogh_natura_morta_mandorlo_fiorito_libro13. Quali sono le principali difficoltà in genere e quelle che hai affrontato tu?
Le difficoltà maggiori che incontriamo riguardano la distribuzione. Ci sembra che il mercato editoriale sia saturo dei prodotti delle grandi case editrici e poter accedere è necessario cambiare politica editoriale, che non desideriamo cambiare. Per esempio bisognerebbe alzare i prezzi di copertina per poter pagare l’eventuale distributore. Preferiamo mantenere i prezzi bassi e avere lettori che sono interessati alle nostre pubblicazioni e le cercano.

4. Che periodo è questo per le piccole case editrici italiane?
Le difficoltà che affronta la micro-editoria sono le stesse da molti anni e si riassumono a mio avviso nella poca visibilità e nella quasi impossibilità di godere di una adeguata distribuzione che permetta di accedere al mercato editoriale.

5. Quali sono gli argomenti o le iniziative che attualmente ti sembra attirino di più i lettori ?
La nostra casa editrice, come si è detto, è specializzata nelle pubblicazioni che focalizzano il mondo arabo-islamico e soprattutto quello palestinese e i nostri pochi lettori sono quasi sempre persone interessate a quei mondi.

6. Cosa pensi degli ebook? Li hai inseriti nel tuo catalogo? Pensi di dargli uno spazio specifico?
Spero di riuscire nel prossimo futuro a inserire nel catalogo anche alcuni e-book. Resto tuttavia dell’idea che per godere della lettura di un libro si ha bisogno della copia cartacea.

7. Sono importanti i festival e le fiere per rafforzare il contatto con i lettori? Qual è l’ultima fiera a cui hai partecipato?
Certamente i festival e le fiere sono ottime occasioni per migliorare il contatto con i lettori e crescere. Purtroppo non siamo sempre in grado di partecipare. L’ultimo festival a cui abbiamo partecipato è “Logos” che si svolge a Roma ogni ottobre.

8. Quali sono i tuoi programmi per il 2016?
Nel 1916 abbiamo in programma la pubblicazione di una raccolta di racconti brevi di un autore palestinese, Jamal Bannura, un’altra raccolta di Samira Azzam, un libro per l’infanzia di Ghassan Kanafani, un libro sulla storia della Palestina. In generale preferiamo fare poche pubblicazioni ma di alto profilo.

(nell’immagine in alto un dipinto di Vincent Van Gogh)
(vedi anche gli interventi precedenti di questo “viaggio” tra gli editori)

 

“I giorni ebbri”, di Sa‘dallah Wannus

giorniebbriTitolo: I giorni ebbri
Autori: Sa‘dallah Wannus
Casa editrice: Edizioni Q

Dalla Introduzione a cura di Eleonora Catalli, pubblicata su politicadomani (n.67 – marzo 2007).

Lo scontro tra passato e presente lacera la società nella regione siro-libanese occupata dai francesi negli anni che precedono e seguono la seconda guerra mondiale. Il “progresso” portato dai francesi ha coperto come un velo sottile la vita quotidiana fatta di tradizioni e consuetudini. Gli ormai familiari modelli occidentali sono divenuti l’aspirazione delle nuove generazioni. Il “progresso” ha corrotto la morale e risvegliato desideri da tempo assopiti. Sono questi I giorni ebbri cui Wannus si riferisce nel titolo, giorni inebriati da un profumo straniero, dalla ricerca di gioie e piaceri. Il processo d’assimilazione condotto dai francesi, con conseguente richiesta di rinuncia dell’identità storico-culturale della popolazione assoggettata, non ha sviluppato solo un diffuso desiderio per il “progresso” occidentale, ma ha portato anche alla luce la necessità della lotta per indipendenza. Continua a leggere

“Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese” di Simone Sibilio

1Titolo: Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese
Autori: Simone Sibilio
Casa editrice: Edizioni Q

“Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese” prende in esame una selezione di opere letterarie palestinesi connesse al ricordo traumatico dell’espulsione di massa del 1948, indagandone in una prospettiva interdisciplinare le diverse modalità di configu razione e rappresentazione. La poesia riporta in vita tracce e luoghi cancellati dalla storia e dalle mappe geografiche. Interrogando il senso di ‘dislocazione’ deri vato da quella frattura, esprime l’ineludibile tensione tra memoria e oblio, presenza e assenza. Le opere in prosa di Kanafani, Natur, Habibi e Darwish vengono esplorate come potenziali serbatoi di contro-memorie della catastrofe del 1948. La memoria è agency volta a ristabilire un legame positivo con il proprio passato a rischio di oblio, è un atto di resistenza alle atrocità del presente.
Nella copertina della nuova edizione, del maggio 2015, un’opera del pittore palestinese Ismail Shammout per ricordare il massacro di Tall al-Za’tar del 1976.
La scheda di Edizioni Q

Dall’introduzione di Simone Sibilio

“Il sabato che avevo scelto era l’undici dicembre del 1948, proprio quell’anno della malora. Non dimenticherò mai questa data che sarebbe poi diventata la data storica della mia vita. Per me tutto è successo o prima o dopo quella data.”

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