Libri

I libri di Altrovïaggio

Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella

Mercoledì 19 dicembre ore 21.15, secondo appuntamento al circolo di lettura presso la Planettiana di Jesi, dedicato quest’anno alla La letteratura delle migrazioni.

Titolo: Non dirmi che hai paura     
Autore: Giuseppe Catozzella
Casa editrice: Feltrinelli

(Brani estratti dall’intervista di Patrizia La Daga a Giuseppe Catozzella, pubbblicata il 15 maggio 2014)

So che l’idea di scrivere Non dirmi che hai paura è nata dopo aver ascoltato la storia di Samia Yusuf Omar in Tv. Come è andata esattamente?
Io stavo facendo delle ricerche per un altro libro che doveva trattare dei i campi taliban e per questo mi trovavo in Kenya. Una mattina, mentre facevo colazione, ho sentito parlare della vita e della tragica morte di Samia e in me sono accadute due cose: da un lato sono stato investito dalla potenza di questa storia e dall’altro mi sono sentito responsabile, in quanto italiano, per la morte di questo talento. Mi sono reso conto che fino a quel momento non avevo mosso un dito per quella gente e dato che il mio modo di “stare al mondo” mi impone di essere solidale, ho deciso che avrei raccontato la storia di Samia e così ho fatto.

Per arrivare a scrivere avrai dovuto fare molte ricerche, cosa non facile visto che Samia era somala. Come ti sei mosso?
Avevo l’ovvia necessità di incontrare chi la conosceva bene, di farmi raccontare di lei dai suoi familiari. Ci sono state diverse persone fondamentali per la mia ricerca: Igiaba Scego, scrittrice italo-somala che mi ha aiutato nelle ricerche preliminari e Teresa Krug, giornalista di Al Jazeera che aveva scritto diversi articoli su Samia e aveva finito per diventare amica sua e della famiglia. È stata lei che mi ha passato il contatto di Hodan, la sorella di Samia che vive ad Helsinki.

Cosa è successo quando hai contattato la sorella?
Ci sono voluti sei o sette mesi perché mi rispondesse, non ne voleva sapere di me e delle mie richieste di incontrarci. È stato necessario l’aiuto di una mediatrice culturale, Zara Omar, per avvicinarmi. Senza di lei questo libro non esisterebbe. È stata Zara che scrivendo a Hodan in somalo ha ottenuto che potessimo andare a Helsinki per una settimana.

Come è stato l’incontro?
Hodan ci ha accolto in modo gentile nella sua piccola casa prefabbricata, spoglia ma calda, che il governo finlandese assegna ai rifugiati come lei. Zara cercava di sciogliere il ghiaccio e, dopo i convenevoli, ci siamo spostati in una stanza dove c’erano solo un tappeto e un divano, io ho estratto il registratore ma non ho nemmeno fatto in tempo a fare la prima domanda: appena ho fatto il nome di Samia, Hodan ha reagito con un fiume di lacrime. Per quasi un’ora abbiamo tentato di parlare, ma era inutile, Hodan non faceva che piangere. A quel punto ho detto a Zara di dire a Hodan che mi ero reso conto di avere sbagliato tutto, che ce ne saremmo andati l’indomani e che non se ne sarebbe fatto nulla, probabilmente non era stata una buona idea quella di voler scrivere questa storia così dolorosa. Finalmente ci siamo rilassati tutti e abbiamo riso. Poco prima di andarmene ho deciso di dire a Hodan il vero motivo per il quale avevo pensato di scrivere la storia di sua sorella, ovvero perché mi sentivo responsabile per la morte di Samia.

Che cosa è accaduto a quel punto?
Non dimenticherò mai gli occhi di Hodan mentre le spiegavo come mi sentivo. Da lì è cambiato tutto. In quel momento Hodan ha deciso di affidarmi la storia, ha deciso di prendersi il rischio che comportava il racconto di questa vita, il rischio provare tanta sofferenza.

Il dietro alle quinte del libro è quasi emozionante quanto il romanzo stesso. E poi come è andata la settimana con Hodan?

A quel punto la settimana è trascorsa in modo intensissimo, tra momenti di lacrime collettive, canti e grandi risate; è stata un’esperienza indimenticabile.

Quanto ci hai messo in tutto per terminare il libro?
Un anno e mezzo, più o meno.

Hai mantenuto i rapporti con Hodan?
Sì, ci sentiamo spesso. Proprio l’altro giorno l’ho informata che il Comune di Milano ha intitolato una pista d’atletica a sua sorella Samia Yusuf Omar. All’evento di inaugurazione c’erano 650 ragazzi che gareggiavano in varie discipline, una festa bellissima.

Dopo aver scritto questo libro come vedi il problema dell’immigrazione?
Immergersi così tanto nella vita anche di uno solo di questi migranti ti cambia per sempre. Prima mi facevo condizionare dalle frettolose cronache dei Tg, non avevo sviluppato alcuna sensibilità rispetto al tema e mi facevo trasportare dal pregiudizio; ero portato a considerare questa gente non dico come numeri, ma quasi. I Tg, in fondo, ce li raccontano così. Adesso, invece, ho ben chiaro che ognuna di queste persone è portatrice di una storia cento volte più interessante della mia. Per raccontare il viaggio di Samia ho incontrato decine di ragazze, anche di sedici anni che hanno fatto il viaggio e solo guardandole negli occhi si capisce che hanno già vissuto l’equivalente di quattro vite mie.

Exit West, di Mohsin Hamid

Titolo: Exit West     
Autore: Mohsin Hamid
Casa editrice: Einuadi

Exit West è stato il primo libro affrontato dal circolo di lettura presso la Planettiana di Jesi, mercoledì 21 novembre, nel nuovo ciclo annuale di incontri, il quarto, dedicato questa volta alla letterature delle migrazioni.  Si ripropone qui l’articolo di Licia Ambu pubblicato sul blog Nazione Indiana: Exit West è lo stato dell’arte.

La prima frase di Exit West fa sentire al sicuro.
In una città traboccante di rifugiati ma ancora perlopiù in pace, o almeno non del tutto in guerra, un giovane uomo incontrò una giovane donna in un’aula scolastica e non le parlò.

Tre righe e collochi la storia che stai per conoscere anni luce lontano da te. Perché un paese traboccante di rifugiati, con autobombe e sparatorie, in bilico tra guerra e pace, è qualcosa che tu vedi alla televisione, seduto comodo, ti dici, da spettatore.
Invece Exit West è lo stato dell’arte.
Anche il tuo.

Infatti, quello che pensi dopo aver finito Exit West, con buona probabilità tutto d’un fiato, è che hai in mano un libro che ti sta parlando di te: della tua geografia, della tua ansia e delle tue preghiere. Non in modo retorico. Non in maniera pedante. Non ti guarda dall’alto in basso, ma dritto negli occhi. Mohsin Hamid ti guarda dritto negli occhi quando scrive. E anche quando ti parla, mentre risponde alle domande durante un incontro in una libreria di Milano, ti guarda negli occhi.

In una città senza tratti particolari, Saeed e Nadia si incontrano in un’aula scolastica. Lui è timido, lei indipendente. Si conoscono, in qualche modo si parlano, e vorrebbero danzarsi intorno con cautela per un po’. Ma siccome la geografia è destino, sono costretti a scappare da una città assediata dal conflitto. Comincia così il loro pellegrinaggio per la sopravvivenza, in un paese in cui la guerra si porta via le persone e inverte il normale rapporto con le cose: le finestre fanno entrare la morte al posto della luce, i luoghi di sempre diventano pericolosi, e rumori nuovi e allarmanti cambiano il ritmo delle faccende quotidiane. È durante questo momento di disorientamento che si sparge la voce dell’esistenza di porte misteriose che istantaneamente conducono altrove. «Scrivo con una notevole quantità di realismo ma mi piace che ci sia sempre un dettaglio che non torna» spiega Hamid. «Un po’ come quando un bicchiere di vino o una notte con il cielo stellato ti permettono di sbloccare un potenziale vittima del realismo. Le porte non sono realisticamente accurate ma sono completamente reali, considerando che le distanze si stanno annullando, e mi hanno permesso di riassumere due o tre secoli di migrazioni in un anno». Su Lahore, la città in cui ha trascorso metà della sua vita, ha basato la città che descrive, il teatro di partenza per una storia che non si sofferma sulla parte più drammatica per i migranti: il viaggio. «Soffermarsi su questo aspetto non è altro che un alibi per poter sentire le persone diverse da noi, dal momento che io non ho dovuto strisciare sotto il filo spinato per entrare in America o attraversare il Mediterraneo su un canotto. L’enfasi sul viaggio è un modo per separarci, e la porta è un espediente per far venire meno questa distanza». Dunque il racconto di un movimento. Quello di chi si sposta ma anche quello di chi resta immobile. Per tutti quelli con la geografia in tregua, infatti, c’è da fare i conti con il panorama. All’unica signora ferma di tutto il romanzo si muove il contorno, e le basta uscire di casa per rendersi conto di essere rimasta da sola, nel suo pezzo di terra, per come le si è fissato nella testa. Dopo minuti, anni e stagioni, dalla sua postazione può solo ammirare un panorama completamente diverso, perché siamo tutti migranti attraverso il tempo. L’ansia furiosa di dover cambiare, la paura che il nostro mondo venga sconvolto ci rendono immobili. Invece Saeed e Nadia sono in movimento, un movimento obbligato ma anche fiducioso.

Il libro di Hamid è un libro di universali, di stesse barche e di infinite diversità che messe tutte insieme, alla fine, sono quello che abbiamo in comune: siamo uguali nell’essere diversi. Fa pensare al discrimine tra giusto o sbagliato quando diventa un elemento per giudicare, respingere o fare una guerra. Per dirne una: «Saeed è credente, su di lui la religione ha un influsso positivo che lo rende gentile e lo aiuta a cogliere la bellezza. Nadia non è credente ma anche lei, in modo diverso, nota la bellezza nella vita. È un errore pensare alla dimensione religiosa e a quella non religiosa come a due elementi in conflitto. La religione è importante per tantissime persone, pensiamo alla madre che perde un figlio a causa della guerra, poi magari lo sogna e ti dice che questo le ha dato conforto. Sarebbe folle, e poco umano, dirle che non ha senso. Perché mettere in dubbio questo elemento quando il sogno rappresenta un legame? Anche in tutto ciò che non è religioso ci sono dubbi e illusioni, io agisco pensando di avere libero arbitrio ma la scienza mi dice che una parte del mio cervello è fatta in modo da dirmi se mi piace la cioccolata o quella donna».

Apparentemente tutto questo potrebbe già bastare. Ma più si va avanti e più nascono domande, vorresti ricoprire Hamid e i libri e tutto il pomeriggio, di domande. Gli chiedono se la sua opera può considerarsi politica, risponde che tutto ciò che viene scritto ha una rilevanza politica e chi dice il contrario sta solo prendendo le distanze. «Nella narrativa c’è la preziosa possibilità di coinvolgere il lettore in una conversazione emotiva, chiedendogli cosa pensa, rilevando la sua posizione e i suoi sentimenti rispetto a qualcosa, in questo senso, la narrativa, ha un compito preciso dal punto di vista politico», e questo è precisamente quello che ha fatto con Exit West. La domanda più grande ce l’ha lui per noi. Ci chiede dove siamo e cosa pensiamo di fare. Lo chiede una voce estremamente intelligente, riuscendo nella magia di rendere la narrazione di una storia fatta di preoccupazione e guerra, un monito di fiducia, una letteratura lenitiva. La sua narrazione si sposta verso la possibilità: siamo in un guaio ma abbiamo il finale ancora in ballo «perché l’immaginazione narrativa ci libera dalla tirannia dell’era e dell’è  per aprire la strada a ciò che potrebbe essere». Exit West è una preghiera laica per il nostro pianeta, un incantesimo come quello che può fare un mago, un prete, uno scrittore. Exit West è lo stato dell’arte, il preciso momento in cui siamo. E soprattutto una domanda fortissima.

Mare corto, di Ignacio Maria Coccia e Matteo Tacconi

Titolo: Mare corto. Coste, isole e persone dell’Adriatico
Autori: foto di Ignacio Maria Coccia e testi di Matteo Tacconi
Casa editrice: Capponi editore

Può un mare essere chiamato Corto? Racchiudendolo o avvicinandolo così a noi stessi, che lo guardiamo dagli angoli più insoliti delle sue rive, cercando un punto dove diluire noi stessi gli sguardi? Mare Corto è il titolo del libro, e del viaggio fotografico e letterario lungo le coste adriatiche, di Ignacio Maria Coccia, fotografo, e Matteo Tacconi, scrittore. Ed è stato quest’ultimo a parlarcene venerdì scorso, nella sede di Jesi in Comune, il nuovo gruppo politico jesino nato in occasione delle ultime elezioni amministrative e attento a costruire attorno a sé anche relazioni di vicinanza culturale e sociale, con le iniziative che regolarmente propone.
Matteo Tacconi ha citato lo scrittore bosniaco Predrag Matvejević, autore del fondamentale e universale Breviario Mediterraneo, un testo che ha uno sguardo su questo mare interno alla nostra storia simile al respiro dei libri storia di Braduel: “Il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità”.
E allora, una volta compreso questo, non resta che mettersi in viaggio lungo le sue coste, per assaporarla quell’intimità che a volte, superficialmente perché sospinti da questa fretta moderna che ci perseguita, ci sembra illusoria quasi come un sogno di mezza estate. E allora ecco i due autori in viaggio, attenti alle storie presso cui fermarsi, per raccoglierle e raccontarle con le parole e con le immagini, inseguendola quell’intimità negli angoli dove ancora palpita.
Dicevo a Matteo, scherzando mentre lo salutavo a fine serata, che sono stati capaci di scovare le “aree interne”, le stesse di cui da qualche anno, ancor più da dopo il terremoto, parliamo con intensità andando a ricercare sugli Appennini i luoghi delle nostre origini, martoriati da tempo dal tempo e non solo, ma dove come le erbe di alta montagna attecchiscono ancora vecchie e nuove storie, gli dicevo che questo tipo di “aree interne” simile a uno sguardo, sono stai capaci di scovarlo nei mille angoli delle nostre coste.
Nostre perché le abitiamo, da sempre, e nostre perché siamo in tanti ad abitarle, da ogni sponda e in ogni insenatura, e talvolta siamo così diversi tra noi da non averne nemmeno la percezione, o il senso dell’intimità. Mi veniva continuamente in mente, mentre ascoltavo e vedevo le foto sullo schermo, un mio passaggio una decina di anni dentro l’insenatura di Kotar, o Cattaro, e seduto sulla riva dicevo a me stesso, sì questo è un luogo dove potrei vivere.
E così il Mare Corto m’è sembrato come un respiro. Ecco allora le storie. Matteo ne ha anticipata qualcuna agi aspiranti lettori del libro. C’è il ragazzo che ritorna a vivere su un isola dell’Istria dove sono rimaste solo quattro anziane, per produrre vestiti di lana di pecora. Come un pastore dell’Appennino, mi sono figurato io, nella sua isola in mezzo al mare: che siano questi i monti naviganti di Paolo Rumiz?
O il ragazzo di una Venezia che affonda, forse prima ancora tra i vaporetti, i turisti e le grandi navi che non per il livello del mare che si alza, e in questa città come una leggenda riprende a produrre remi per chi il mare vuole viverlo seduto su una barca. Magari anche tirando i remi in barca ogni tanto, e restare lì appena un poco più in là della riva.
O il mito della pesca oceanica dei sanbenedettesi, che da quegli anni cinquanta quando iniziarono a uscire più che incoscienti dalle colonne d’Ercole per costeggiare l’Africa, hanno modificato irrimediabilmente il loro sguardo sul mare che bagna il loro cortile di casa.
O la foto degli innamorati che scelgono sullo sfondo della loro intimità Trieste, forse l’unica città, forte  di un intero continente alle sue spalle, da dove il mare corto può apparire in tutta la sua lunghezza.
Oppure quella comitiva di oche dal piglio caparbio e il passo deciso e pratico, su una spiaggia nel sud dell’Albania, come antichi pellegrini che ancora si aggirano lungo queste e coste. Ignacio le aveva intraviste con la coda dell’occhio, dall’auto mentre seguivano la litoranea, e subito ha capito che doveva dedicare loro il tempo necessario della lentezza e della pazienza, della costruzione di una relazione e di un senso, e come in una di quelle favole in cui le oche interagiscono tranquille con gli umani, le ha convinte a radunarsi e a entrare nel personaggio, a conferire al loro passo quel qualcosa in più che serviva, per fermare proprio lì la nostra attenzione, con un’isola sullo sfondo e un po’ di lato, e le luci del mare e del cielo cariche di tutta la loro leggerezza. Hanno sempre questo tipo di respiro le foto di Ignacio, predilige l’aria, i cieli, le tonalità che ci alleggeriscono, aprono, ci danno il tempo.

(degli stessi autori, Verde cortina)

‘E Riavulille, di Tullio Bugari

Titolo: ‘E Riavulille
Autore: Tullio Bugari
Casa editriceGwynplaine edizioni

Il titolo ‘E Riavulille è mutuato dalla smorfia napoletana e ci dice che si tratta del numero 77, i diavoli. In realtà il racconto, cronaca postuma di eventi che hanno segnato la storia politica e sociale della seconda metà del secolo appena passato, fa riferimento esplicito al Settantasette: l’anno dell’esplosione dell’ultima rivolta di classe, l’anno che segnò la frattura mai più ricomposta tra l’autonomia del conflitto reale e le nebulose prassi dei partiti della sinistra ufficiale e il riflusso della lotta sindacale. Siamo, tuttavia, di fronte a un racconto originale che, così dato, aiuta il lettore ad approfondire aspetti collaterali cui spesso si soprassiede per vizio di centralità degli eventi. Tullio Bugari ci ha abituato a racconti atipici di eventi storici importanti; abbiamo già raccontato, qualche anno fa, del suo tour in bici lungo la linea gotica, occasione quella per rievocare la Resistenza partigiana nell’entroterra centro settentrionale, dalle Marche alla Liguria attraversando l’arco appenninico toscano, questa volta il Settantasette è raccontato con gli occhi dei giovani ribelli marchigiani, riavulille, piccoli demoni che dagli eventi delle città (Roma, Bologna e Milano) assimilano forme espressive alternative e le importano  nei loro territori della provincia, spesso definita come luogo tranquillo e lontano dalla violenza metropolitana. Metti una radio, individua una fabbrica, aggiungi pratiche di lotta coerenti e l’autonomia della sinistra di classe dalla sinistra ingabbiata nelle compatibilità del sistema viene zippata in un piccolo territorio delle Marche che non solo teorizza ma pratica quotidianamente il suo Settantasette, rovesciando schemi e stilemi della borghesia e dei partiti storici che non comprendono (e non comprenderanno negli anni a venire) la potenzialità rivoluzionaria di quella che fu l’ultima stagione felice di una rivoluzione possibile.

Ci è piaciuto molto rileggere le opinioni filtrate dal contesto immediato, sulla cacciata di Luciano Lama dall’università, sulla morte di Giorgiana Masi e di Francesco Lorusso, sul sostegno, via etere e anche materiale, ai compagni di radio Alice che a Bologna resistettero tenacemente all’assalto dei celerini, su quel modo, assolutamente self-made, di fare controcultura e controinformazione perché, ora possiamo riconoscerlo serenamente, in quei giorni, in quei mesi, si liberò quell’autonomia possibile della sinistra di classe, con la quale, a lungo, la borghesia dovette fare i conti. Alla fine vinse il grande capitale, con le sue armi chimiche (droga), con le sue sirene (mercato), quelle stesse armi che oggi, distrutto o ridotto al silenzio larghe masse di proletariato, stanno ritorcendosi contro di lui.  E pure chi partecipò a quelle lotte, alle occupazioni di case e scuole, agli espropri proletari, agli scontri con la celere, al termine della lettura potrà almeno sentire una punta di orgoglio per aver contribuito, lontano da piazze e luoghi famosi, alla formazione di piccoli nuclei resistenti che, dalle periferie, fece sentire forte la propria voce. Alla fine il lettore amerà comunque della stessa intensità l’operaio Febo e la moglie, la femminista Arianna, Aura, neolaureata che s’improvvisa contadina, il Fotografo che vive a Roma e funge da ideale staffetta, raccontando agli amici della provincia gli eventi attraverso i suoi scatti, l’anarchico Cafiero e l’ex operaia Nemesi. Finiranno tutti ingoiati dal riflusso e dall’edonismo reaganiano degli anni ’80? Non è dato saperlo, quel che è certo è che cercarono una via, un’alternativa al dominio assoluto del capitalismo ed ancora oggi rappresentano un esempio ai tanti di noi che non smettono di rivendicare autonomia di classe dalle logiche liberiste.  (Enzo di Brango, Le Monde Diplomatique, giugno 2018).

(Un estratto del romanzo sulla rivista La macchina sognante.)

La musica vuota, di Corrado Dottori

Giovedì 18 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, terzo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca: I Giovedì letterari della Planettiana, edizione 2018.
Presentazione del romanzo di Corrado Dottori “La musica vuota”

Titolo: La musica vuota
Autore: Corrado Dottori
Casa editrice: Italic Pequod

 La recensione di Valerio Calzolaio
(dal settimanale della Fondazione Italiani)

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.

Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.

“Nell’Afa” di Pierfrancesco Curzi

 

Giovedì 26 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, per la terza serata della rassegna Le Marche in Biblioteca, incontro con Pierfrancesco Curzi, che ci racconterà del suo “nell’Afa”, Vydia editore. 

Articolo di Marco Benedettelli, dal blog FattoDirittto, tratto da Urlo, mensile di resistenza giovanile).

Titolo:Nell’afa
Autore: Pierfrancesco Curzi
Casa editrice: Vydia editore

È una notte rovente e appiccicosa quando nel quartiere Piano, a Piazzale Loreto, viene rinvenuto in un container il corpo straziato di una quindicenne. Carlo Galassi, cronista de L’Eco della Provincia, è svegliato da uno dei suoi informatori dell’ospedale. Scende dal letto, sale in sella al suo scooter e si tuffa a testa bassa in un caso di cronaca tragico, col quale si misurerà fra colpi di scena, riflessioni solitarie e battaglie di ogni sorta lungo una settimana di luglio dal clima a dir poco afoso. Finché, alla fine del suo instancabile lavoro, a suon di doviziose ricostruzioni, la penna di Galassi in qualche modo sarà artefice anch’essa, assieme al lavoro della Procura, dell’accertamento della verità.

Tutto questo e altro ancora è “Nell’Afa”, (Vydia Editore, dicembre 2016) primo volume di un progetto di trilogia incentrata sulla figura del giornalista anconetano Carlo Galassi, (i prossimi due libri sono in attesa di pubblicazione, ma la trilogia potrebbe trasformarsi anche in serie). L’autore, l’anconetano Pier Francesco Curzi, conosce molto bene le atmosfere che descrive, dato che lavora da sempre nella cronaca cittadina oltre che ad essere reportagista per il Fatto Quotidiano da zone di crisi e già autore di libri di geopolitica. Nell’Afa è così anche un tuffo nei meccanismi perversi della provincia e del suo giornalismo, che ci mostra come funzionano il rapporto con le fonti, le conferenze stampa, le furiose guerre intestine coi propri capi e colleghi di redazione. Curzi sa descrivere molto bene le dinamiche che scattano nei giornali locali all’affacciarsi di un omicidio efferato e tragico. Sa come la notizia viena sezionata, sviluppata, strumentalizzata. Sa quali sono i complessi rapporti fra giornalisti e forze dell’ordine, personale medico e ospedaliero, familiari della vittima, magistrati e avvocati, politici locali ed esaltati da marciapiede. E racconta il tutto con uno stile allenato, puntuale, di chi – come Curzi – ha macinato migliaia di righe, articoli, pagine, e padroneggia più livelli di linguaggi tecnici e specialisti.

Il libro funziona alla grande, si lascia leggere perché appassiona, muovendosi agilmente dentro le dinamiche narrative del genere investigativo con senso del ritmo e del racconto.

La vittima, Emma Calderigi, è una ragazzina un po’ ribelle dell’Ancona bene. Il primo indiziato dell’omicidio è un marocchino diciottenne, Hasan al Koresh, ex fidanzato di Emma, residente al Piano, frettolosamente e irresponsabilmente tacciato dai giornali cittadini come il sicuro esecutore del delitto. Giornali preoccupati solo di soffiare sul fuoco delle pulsioni razziste di certa gente, ormai in preda a un mix di ambizioni da scoop dei capi redattori in crisi di vendite e di deriva populista. E anche Emma, la giovanissima deceduta, alla fine delle indagini si rivelerà essere stata uccisa dalle paure irrazionali e violente di quel mondo attorno a lei all’apparenza così rispettabile (ma non sveliamo altri particolari). Il tutto in una città, Ancona, ammorbata dal caldo di luglio, sudata, fatta di trattorie unte, quartieri popolari, odore di porto e di pesce marcio, scorci di paesaggio che aprono la mente. Un mondo cromatico, bello e brutto assieme, dove Carlo Galassi, uomo che ha inghiottito tonnellate di delusioni, compie il suo dovere di cronista con onestà, passione e “tigna”, battendosi come un cavaliere dei nostri giorni contro le ipocrisie, l’irresponsabilità e l’idiozia di chi gli sta intorno, Senza pretendere ormai nulla in cambio se non il senso di libertà che arriva dalla ricostruzione faticosa, sofferente, di una chimera che alla fine emerge, la verità.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

“Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

La Marche in Biblioteca, giovedì 19 ottobre alle ore 21.15 il secondo appuntamento, con il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che ci racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto.

Matthias ci racconterà il suo viaggio attraverso le sue foto, accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce.

La viandanza, il camminare e l’incontro, come apertura, curiosità, conoscenza del mondo entrandogli dentro, ed entrando anche dentro di sé come conoscenza di se stessi. “Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno” scrive il grande viandante e camminatore Paolo Rumiz, nella prefazione che ha dedicato al giovane Matthias Canapini. 


Titolo:
Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Prefazione di Paolo Rumiz

“Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente. Essi decifrano i segni del terreno, come i sassolini di Pollicino. Il mondo non è di quelli che credono di controllarlo con i droni e gli smartphone ma di chi si impolvera le scarpe e batte la terra con “piede libero”, come scrisse Orazio. La storia la fanno i piedi instancabili dell’homo sapiens, lo dicono millenni di migrazioni.

Povera cosa sarebbero i cammini se si limitassero a una riserva indiana per pellegrini o agresti camminatori. La strada vera è vita a tutto campo ed è fatte di mille cose: donne ai balconi, pasta al pomodoro, serpenti schiacciati, vento nei canneti, immigrati in cammino, cave abusive, guard-rail deformati, processioni e cani perduti. La strada è paracarro, rudere, fango, frumento, argine, fontana, metanodotto, solco di carri, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, un porcospino esitante dietro un paracarro.

Il viaggiatore ti dice che il cammino vero si fa nel mondo, non fuori dal mondo, e questo comporta graffi, rombo di camion, punture di tafani, talvolta anche insulti, diffidenza. Il cammino è immersione, non decollo verso altezze rarefatte. E’ periferia, fabbrica, banlieue, cantoniera diroccata, binario morto, escrementi, casello ferroviario, cancello con la scritta attenti al cane. Talvolta filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa.

Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

 

Un’intervista a Umberto Piersanti

Titolo: Nel folto dei sentieri
Autore: Umberto Piersanti
Casa editrice: Marcos Y Marcos

A cura di Alessandro Canzian, un’intervista a Umberto Piersanti

Di Umberto Piersanti avevo già parlato in riferimento a un suo vecchio libro (L’urlo della mente, 1977) e a una sua bellissima poesia (Rêverie). Quest’ultima in particolare mi dà modo di introdurre questo libro (che contiene appunto Rêverie) che Piersanti dà alle stampe con Marcos y Marcos nel 2015: Nel folto dei sentieri. Un libro che si inserisce con un certo senso di continuità nella produzione del poeta urbinese ma che si differenzia moltissimo da una sorta di usanza poetica alla quale siamo tutto sommato oggi abituati.

Paolo Lagazzi di questo libro dice: Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino Nel folto dei sentieri è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un tempo nuovodi ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi. Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il fiume incessante del reale, e in esso il pullulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso (da quidculturae.com). Parole precise quelle di Lagazzi che poi continuano con una delle migliori definizioni possibili di quest’opera: Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, Nel folto dei sentieri è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca l’Aperto, il seme immenso del possibile, o afferma che il tempo non esiste, / va avanti e indietro, ci soffoca e ci carezza.

Poeta definito tra i più importanti della contemporaneità, con la particolarità di una voce riconoscibilissima, nitida, tanto personale da non poter essere confusa con quella di altri autori, Piersanti è inserito in diverse antologie e ha molte pubblicazioni poetiche e non solo (solo per ricordare i volumi Einaudi: I luoghi persi nel 1994, Nel tempo che precede nel 2002, L’albero delle nebbie nel 2008). Ma è anche il poeta che viene dimenticato nelle mappature (in questo blog ho diverse volte parlato del fenomeno poesia di questa estate, ad esempio qui e qui, con un parziale riassunto qui). È il poeta fuori dal coro che difende la sua posizione con una convinzione precisissima, quasi una poetica, e che mi ha dato modo di svolgere questa piccola intervista telefonica (l’autore mi perdonerà le imprecisioni, se presenti) dove ho chiesto del libro ma anche della poesia, del dibattito di queste settimane, della vita.

Un’intervista che ho trovato affascinante, semplice e intensa come è la sua poesia. Vera.

Intervista a Umberto Piersanti del 3 settembre 2015

Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri è sicuramente un libro particolare nel senso che si inserisce in maniera coerente, pur nella sua chiara evoluzione, all’interno della tua produzione poetica, ma nel panorama contemporaneo appare indubbiamente fuori dal coro. Da dove viene questo libro? Quale ne è l’origine?

Questo libro prosegue il mio modo di intendere e percepire la vita e in particolar modo la natura. Io mi considero un poeta incredibilmente legato alla memoria e nei miei versi persino la natura viene colta attraverso lo specchio della memoria. Ma non per raccontare una natura bella, perfetta, che oggi non sarebbe più. Non c’è alcuna dimensione ecologica nel mio modo di percepire il mondo. C’è piuttosto questo fatto: io ricordo un mondo contadino ma non in senso neorealista, non alla Olmi o alla Pasolini per intendersi, i quali contrappongono l’autenticità di quel mondo all’inautenticità di quello contemporaneo. Anche il mondo contadino ha in effetti cose tremende, per esempio ricordo che mia nonna mi diceva non passare sotto quella casa che ci sono certi spiriti, e io da bambino facevo quattro chilometri a piedi per non passarci. Oppure quando una donna abortiva, anche in modo naturale, veniva rimandata con la falce a lavorare. Però quel mondo di racconti e di oralità mi è rimasto inevitabilmente dentro il sangue. Ho un aneddoto, una cosa realmente successa, che forse può far capire meglio delle mie parole questo rapporto come io lo vivo. Subito dopo la guerra andavo giù, nel fosso, dove c’era la casa di mia nonna. Lì ci stava anche il mio bisnonno che ricordo con una benda celeste su un occhio, il quale un giorno mi disse: lo sai Umberto cosa mi è successo? oggi quando andavo giù per il fosso, a spasso col carro, ho visto un cagnetto, ciccetto, piccolino, m’ha fatto anche commozione, e allora me lo sono preso. Santa Madonna non lo avessi mai fatto, perchè questo a un tratto diventava sempre più grande, più nero, più grosso, sempre più pesante e i buoi non riuscivano più ad andare avanti, E allora gli ho dato una pedata e gli detto “ma tu sei il diavolo!”, e lui ha messo le ali e se ne è andato via. Questo era, come dire, il prendere il caffè da un amico. Ecco io vengo da questo mondo un po’ visionario, un po’ magico, un po’ lontano, questa era la mia formazione. Per cui il mio rapporto con tale antico è sostanzialmente una rappresentazione attraverso la memoria, attraverso il sogno. Dove la memoria trasforma situazioni perchè, come è stato detto, una volta passati sogno e memoria sono la medesima cosa.

La memoria quindi come filtro di lettura della realtà? Del mondo?

Per rispondere a questo domanda voglio raccontare un altro aneddoto, anche questo realmente accaduto. Quando ero piccolo mi mandavano in Colonia. Ce n’erano due: quella dei preti e quella dei comunisti. In quella dei comunisti si facevano tutti i peccatucci e in quella dei preti ovviamente non si poteva, ci si confessava. Una volta che ero nella Colonia dei preti mi ero invaghito di una ragazzina e volevo sedermi accanto a lei a mangiare. E invece stavo vicino a un ragazzino brutto, tutto butterato, e allora ho chiesto al prete se potevo cambiare di posto e lui mi disse: no! bisogna sacrificarsi in vita per guadagnarsi il Paradiso. E io gli ho chiesto se esiste veramente l’Inferno, in quanto se uno poi ci finisce resta fregato perchè si è sacrificato in vita e poi soffre comunque. Ad ogni modo volevo assolutamente sedermi accanto a quella ragazzina. Il ragazzo tutto butterato poi, il giorno che se ne è andato, è venuto a salutarmi con un: ciao ci vediamo. In quel momento ho veramente provato un tuffo al cuore, perchè tutto ciò che perdiamo irrimediabilmente cambia, si trasforma, diventa altro. Dunque è questo il mondo che io cerco di descrivere: un mondo trasformato dalla memoria ai confini del sogno, senza che questo diventi però mitologia.

Quando si parla di memoria, di passato, si fa inevitabilmente un confronto col presente. Tu hai espresso due concetti: l’oralità e la natura come memoria. Il tuo libro ha anche un’altra particolarità: esprime cioè la convivenza del bene col male. Quando hai raccontato che ti dicevano di non passare sotto quella casa perchè c’erano gli spiriti è vero che ricordavi un mondo superstizioso, forse per alcuni versi più ignorante di quello di oggi, ma è anche vero che era un mondo che conviveva col male e la sua esistenza molto più di quello che facciamo un po’ semplicisticamente noi. Nella tua poesia è forte il senso della precarietà della vita. Cito due versi: non so se la sua casa poi rivede e forse lo trova il lupo / forse la madre.

Hai perfettamente ragione, infatti prima ho parlato di una natura non mitologica. Un poeta come Damiani ad esempio ha una visione più positiva di quella che sento esserci nella mia scrittura. Da me è pieno, ma anche nei miei libri precedenti non solo in Nel folto dei sentieri, di aquile che volano con il coniglio tra gli artigli e di caprioli che possono essere trovati dalla madre ma anche dal lupo, per tornare a delle immagini del libro stesso. La mia natura si lega assolutamente allo spavento, alla morte, poi in questo libro più che negli altri il sentimento del tempo che passa diventa sempre più drammatico, più pungente, c’è una paura maggiore del tempo che passa, c’è precarietà. Oggi il tempo è questa precarietà. Io credo che ciò che contraddistingue la mia poesia sia il rapporto bene/male, luce/morte, sia una certa visionarietà orale che si distingue per sentimento anche in un poeta che amo molto come ad esempio Bertolucci. Senza banalizzazioni o semplificazioni. In tutto questo la mia natura è meravigliosa ma è anche oscura.

Quando un poeta porta avanti un discorso non è mai solo quel discorso ma è un ampliarsi di significati che coinvolge la poetica stessa. Leggendo il tuo libro a me è venuta in mente un’espressione che vorrei tu mi confermassi o mi confutassi: può essere considerato questo tuo mondo bucolico della poesia una reazione a un mondo metropolitano della poesia?

Non c’è una voluta contrapposizione. C’è però il diritto a non essere alla moda, che è molto duro nel nostro tempo. Io sono un poeta che ha pagato sulla sua pelle questa lontananza dalle mode. Ho cominciato a scrivere quando dominava l’avanguardia e parlare d’alberi era semplicemente assurdo. Un critico portò, parlando di un mio libro, una definizione che mi piacque molto: un’arcadia d’ombra. Arcadia d’ombra perchè mentre io tento di cogliere disperatamente l’armonia delle cose (io vengo da Urbino e sai benissimo che Urbino è la patria di Raffaello, l’artista che più di ogni altro ha tentato di creare un cosmo armonico), nello stesso tempo ne vedo la carica di inquietudine, di dolore, soprattutto di precarietà. Se tu prendi una poesia come Viola d’inverno, questa viola che muore appena nata e che mi ricorda i bambini che si diceva che andassero nel limbo, morti senza essere nemmeno nati, questo a me fa domandare quale sia il senso della vita per chi in essa dimora così poco. La poesia finisce con un’espressione tutto sommato drammatica, laica, che traduce il senso di una religiosità della natura: ma il dono della nascita permane. C’è questa aspirazione alla dono della nascita che permane, a un’armonia che possa nonostante tutto essere vissuta anche nel mondo più drammatico.

Tutto questo viene espresso in una lingua fluida, molto chiara. Avrai anche tu sentito il dibattito estivo attorno alla poesia e nello specifico vorrei ricordare Berardinelli quando dice che la collana di poesia Mondadori se chiude è perchè non ci sono più poeti leggibili. Il tuo libro però è un po’ l’emblema della leggibilità, perchè è chiarissimo. Cos’è quindi per te questa leggibilità della poesia?

Una volta Loi recensendomi sul Sole 24 ore disse che sono l’erede di una tradizione lirica e del canto. Io sono un italiano centrale e mi porto quindi addosso una tradizione. Ed è appunto quella del canto, della lirica. La Mondadori ha fatto delle scelte che hanno privilegiato fortemente un indirizzo molto specifico, settoriale. Einaudi ultimamente ha delle posizioni che personalmente considero un po’ parapoetiche. Per quanto riguarda quello che dice Berardinelli non sono d’accordo che i veri poeti sono finiti, ce ne saranno forse, ma sarà il tempo a dirlo. Io Nel folto dei sentieri sono stato definito tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea ma non ero assolutamente d’accordo con questo inserimento. Queste sono definizioni che lasciano il tempo che trovano, non dicono nulla. Ritengo piuttosto di potermi identificare in una posizione precisa che è anche la più malvista. Bisogna capire che c’è un feticcio della modernità oggi che vuole la modernità stessa intesa come oscurità, come inquietudine. La mia chiarezza quindi, che poi non è così semplice perchè creare musicalità in un verso non è cosa banale, mi rende un uomo un po’ separato. Non sono dentro i grandi centri letterari ma rivendico un mio spazio e un diritto della poesia ad essere intellegibile, sonora. Alla fine se ci pensi i classici sono non di rado molto intellegibili, anche quelli ermetici. Oggi Montale, per fare un esempio, si legge con una facilità incredibile. C’è un fraintendimento di fondo perchè il suono, l’armonia, sono tutte cose negate al nostro tempo. C’è una retorica dell’antiretorica e io a questa sfuggo volontariamente ritenendo la mia scelta una strada possibile e necessaria. Sempre all’interno di questo discorso devo dire che il mio libro si contrassegna anche per un rapporto più deciso con la contemporaneità. Parlo di macchine, di bimbi che giocano, senza comunque tradire il mio percorso poetico. Solo ogni tanto dimentico la memoria e affronto il mio tempo.

Concludendo abbiamo parlato di intellegibilità della poesia, di canto, di memoria, di tradizione. All’inizio di questa piccola intervista hai raccontato di avere una formazione sostanzialmente basata sull’oralità, sui racconti. E nel tuo libro troviamo in effetti tutta una sezione in cui dichiari i testi come nati camminando in montagna. Raccontaci di questa sezione.

La sezione Aspettando l’inverno, ma in effetti non solo quella, è nata quando la Regione Marche ha deciso di fare un libro con diversi artisti a cui era stato chiesto di interpretare nei differenti linguaggi (foto, letteratura, eccetera) i parchi naturali della regione. Io ho scelto il Furlo, che conosco, dove ho camminato, ho cercato i funghi, ci ho fatto l’amore, ne ho visto i ciclamini, sono andato a vedere l’aquila dall’altra parte della roccia. Avevo con me anche un bravo fotografo, e mentre lui scattava io parlavo. Ricordo che ero teso, molto carico. Avevo dentro una pienezza e una fortissima voglia di dire e di quel dialogo alla fine ho cambiato poco e niente, erano poesie già complete così come erano nate camminando e recitandole per la prima volta. Ci sono momenti, situazioni, dove uno può passare attraverso l’oralità per scrivere. Altre volte ad esempio mi è capitato di scrivere racconti dettandoli direttamente e in stesura praticamente definitiva alla segretaria, senza quindi passare attraverso la scrittura. Io ho molto forte questo senso dell’oralità, vengo da un mondo dove l’oralità era importante, pensa alla mia infanzia non senza televisione ma addirittura senza radio, dove i racconti erano delle lettere ma senza indulgere in retorica (perchè poi è uno dei rischi). Il gusto dell’oralità ce l’ho addosso, la vita me l’ha poi anche salvata questa attenzione all’oralità però se non l’avessi avuto come tendenza penso non sarebbe mai emersa.

Benissimo, ti ringrazio molto per questa bella intervista Umberto.

Nel folto dei sentieri, intervista a Umberto Piersanti (di Alessandro Canzian)

 

«Appunti sulla contemplazione» di Francesco Scarabicchi

Appunti sulla contemplazione, di Francesco Scarabicchi
(dal libro “Una città di scoglio. Breve viaggio ad Ancona, affinitàelettive, 2016)

Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d’un’abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se andò.
(Rainer Maria Rilke, Elegie udinesi)

Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.
(Cesare Pavese, Stato di grazia)

velaÈ stato Charles Baudelaire, nel 1859, sulla “Revue Française”, a proposito del paesaggio, a scrivere: “Se un certo raggruppamento d’alberi di monti, d’acque e di case, cui diamo il nome di paesaggio, è bello, non lo è già per se stesso, ma per mio mezzo, per mezzo della mia propria grazia, dell’idea e del sentimento di cui lo compenetro”.

La Via del Cònero che porta verso Sirolo è una via di colline, piante, vigne, cieli, case, macchie, erbe. Poi il mare. Temi dello sguardo, del riconoscimento e della riconoscenza di un luogo del mondo al quale affidiamo un senso e del quale possiamo decretare la bellezza, proclamarla, declamarla, pronunciarla. Il luogo non sa e non saprà mai d’essere bello. Il luogo è. Non ha alcuna necessità d’essere nominato. L’esigenza dell’uomo è quella di “chiamarlo” e di affidarlo alla ragione del senso, al sentimento del senso. Per questo, credo, esiste ciò che definiamo “paesaggio”, nella plurale valenza dei significati, nel brivido e nella commozione, nello strazio e nella grazia. In esso sono la misura e il silenzio, l’istante in cui è dato di ascoltare la profonda identità dell’anima circostante. Ogni sosta convoca la pazienza dell’osservatore, la sua disponibilità a dimenticarsi per essere veramente là, in quell’aria, nell’odore di terra e di corteccia, nell’umido mattino che prelude al plenario farsi del giorno.

Su tutto vige la maestà della luce. Senza la luce, è ovvio, nulla potrebbe darsi. Ogni luogo che ha la carità dell’accoglienza e mi ospita, è per me un luogo prediletto. Il paesaggio mi consegna una “cittadinanza”, una “residenza” ed è, forse, dopo la scrittura, l’unica casa possibile, l’unica dimora nella quale mi senta davvero a mio agio, nella quale mi possa riconoscere e condividere.

Il paesaggio è un’idea del tempo, una misura del tempo, un modo di percepirlo e comprenderlo, immobile e ineluttabile, invisibile e inesistente, eppure spietato proprio perché umano: Forse è il tempo a togliere arcadia e idillio al paesaggio, a renderlo concreto come un minerale, a decretarne la sua forza e la sua precarietà, esposto alle intemperie della storia e della natura, dell’epoca e di una contingenza che, volta a volta, lo esalta e lo cancella, lo venera e lo sfregia, lo illumina e lo deturpa. Il tempo è la sua forma, lo scandisce tra pensiero e sguardo, tra concetto e sensi.

Tra me e me, in uno degli innumerevoli viaggi a Recanati, dicevo che nessuno vedrà mai quel che gli occhi di Leopardi hanno visto. L’Infinito raccoglie appunto tempo e spazio del paesaggio e affida a noi il privilegio d’essere nati dopo di lui, dopo che egli ha aperto la porta del moderno e del contemporaneo. Ci è toccato in sorte, soprattutto ai marchigiani, di tentare di scorgere, per quel che si può, una trama di verità attraverso la limpida e perfetta dettatura dei versi mediante i quali si esprime la “direzione” del percepire e del sentire luogo e istante, tempo del paesaggio e paesaggio del tempo.

Tutto si tiene, se scegliamo la bellezza come confine e orizzonte, se di lei accogliamo la perdita o la vocazione a durare nonostante la crudeltà del presente, di ogni presente che si manifesta e scompare. Perfino il paesaggio della pittura oltrepassa la piccola porta del visibile per scegliersi un posto felice ed essere rammentato. Ci appartiene, si affida al cuore della mente, entra nella familiare costellazione delle nostre “vedute”, non se ne va più. Il mare con la piccola vela bianca che torna nella Deposizione di Lorenzo Lotto a Jesi, a Palazzo Pianetti, è una delle presenze insostituibili della mia vita e calma più d’una notte insonne nella quiete drammatica della vicenda che si svolge al centro della tela. Così come il paesaggio dei versi, da Dante a Umberto Saba, dall’Iliade al poema di Melville, Moby Dick. Lo stesso avviene per la musica e per il cinema. Chi cancellerà dagli occhi della mia memoria le terre spente di Pasolini in Teorema e di Zurlini nel Deserto dei tartari? O la luce umida delle campagne nel Barry Lyndon di Kubrick?

Il paesaggio – rurale o montano, di lago o di mare, di deserto o urbano, di pianura o foresta, di fiume o d’altro – è un’impressione di umanesimo e pronuncia il suo idioma inscrivendosi nel destino delle creature. Anche il luogo più deietto ha, nel fondo della sua buia condizione, un frammento che lo lega a noi, una piccola scheggia di luce ferita, una memoria. Non fosse altro perché unico, una volta per sempre.

Recensione del libro di Maria Grazia Maiorino “Angeli a Sarajevo”

maiorino-angeli-a-sarajevo-coverGiovedì 13 ottobre, ore 21.15, secondo incontro di LE MARCHE IN BIBLIOTECA, I Giovedì Letterari della Planettiana. Il libro della serata è “Angeli a Sarajevo”, di Maria Grazia Maiorino, Gwynplaine editore.

Una recensione di Tullio Bugari.

C’è come una trama tessuta da più fili in questi racconti, ove le parole si fanno leggere e il linguaggio delicato e pieno, sempre mobile, che s’immerge e riaffora, si guarda e vede nessi, rimandi a nuove trame, segue il senso di quei fili in luoghi toccati ora dai ricordi, o da nostalgie, talvolta rimpianti. Una o più trame che giocano a svelarsi o nascondersi, sopra o sotto la superficie, o a svelare proprio ciò che è già in superficie, implicito, tra le parole stesse, o nelle relazioni, nelle cose, e richiede soltanto una tacita attenzione. “Che cos’è quella corda tesa fatta di sguardi e di parole che le tiene ancora lì?” si chiede Elena mentre ci guida nel racconto “Cambiamenti”. Chi c’è e cosa ai capi di quella corda tesa come un legame, un filo attraverso cui i mondi interiori accendono un contatto? I cambiamenti come delicate metamorfosi di ciò che il corpo e i luoghi già contengono, anche quando sembrava non ci fossero più.

Leggerezza è la prima parola che mi è venuta la prima volta che ho letto i racconti di Maria Grazia Maiorino, e si trattava proprio di uno dei racconti qui presenti, “La casa delle iris”, e usai questa parola in pubblico nell’introdurre la conversazione con lei, e ancora mentre la pronunciavo questa parola ne avvertii anche il significato negativo che di solito le viene attribuito, e quindi sentii il bisogno di correggermi, ma così, messo alla sprovvista da me stesso, mi percepii un po’ goffo, come un infantile tentativo di correzione. Mi resi conto solo dopo che per un momento ero davvero entrato in sintonia con quel linguaggio.

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