Al via il “Corso di dizione e sviluppo della voce”

Mercoledì 20 ottobre 2021 presso i locali della Casa delle Donne in via Colocci 6 a Jesi, alle ore 18:00, prenderà il via con la prima lezione di prova gratuita, la quinta edizione del corso di Dizione e Sviluppo della Voce.

Il corso avrà una durata di 16 ore e consentirà ai partecipanti di perfezionare l’utilizzo della voce e migliorare la qualità delle proprie espressioni verbali secondo le regole di dizione e fonetica.

Dalle precedenti edizioni del corso di Dizione e Sviluppo della Voce è nato un gruppo di lettrici e lettori che promuove e partecipa ad eventi ed iniziative a carattere culturale del nostro territorio attraverso letture pubbliche – tra cui la partecipazione ogni anno alla rassegna Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi – la messa in scena di brevi rappresentazionispettacoli teatrali e laboratori e altre iniziative, tra cui nel periodo del lock down e di chiusura delle scuole la produzione di video con la lettura delle “Favole al telefono” di Gianni Rodari.

Docente del corso sarà l’attrice e speaker radiofonica Maria Grazia Tiberi.
Arci Voce e Casa delle Donne invitano quanti sono interessati all’attività a partecipare alla lezione di prova gratuita, Mercoledì 20 ottobre alle ore 18.00 presso la Casa delle Donne in via Colocci 6 a Jesi. 

Informazioni: 366 2573870 (Arci Voce) – 366 4818366 (Casa delle Donne).

Le dieci battaglie della storia di Ancona

Titolo: Le dieci battaglie della storia di Ancona
Autore: Sergio Sparapani
Casa editrice: affinità elettive

Giovedì 14 ottobre alle 21.15, conversazione con l’autore; secondo incontro della rassegna le Marche in Biblioteca 2021.

Alcuni appunti sul libro, a cura di Tullio Bugari

«… qual è il ruolo della nostra sonnacchiosa città sita a margine del mare Adriatico? Uno sguardo a volo d’uccello non dovrebbe lasciare dubbi: Ancona è da almeno 2.400 anni un sito strategico. “La posizione militare è ottima sotto tutti i punti di vista” scrisse nel 1799 un ufficiale del genio austriaco. Più di sessant’anni più tardi, nel 1865, un rapporto riservato che un altro militare austriaco, tal maggiore Franzl, invia al suo comando, esprime la preoccupazione per il potenziamento del porto (…) la conformazione urbanistica cittadina è sempre stata, infatti, condizionata dalle finalità belliche;  i progettisti hanno disegnato la città moderma tenendo conto delle prospettive offensive e difensive offerte dalla sua invidiabile posizione geografica ma anche dalla presenza di sorgenti, pozzi e cisterne in grado di sopperire al fabbisogno di acqua potabile nel corso di un assedio (…) una città difficile da catturare se gli assediati, pur inferiori di numero, trovano la forza e la volontà di resistere come accadde nel 1799 e nel 1849 (…); a fronte di offensive restauratrici che vedono cadere una a una le piazzeforti ribelli lungo la penisola, tra le tante città Ancona è quasi sempre l’ultima  a cadere, (eppure) nella storia il ruolo e il valore di Ancona, e più in generale delle Marche, è sempre stato sottostimato (…) si fa fatica a trovare accenni ad Ancona nelle migliaia di pagine di un’opera in ben otto volumi curata da Lucio Villari nel 2007 e intitolata “Il Risorgimento”…»

Sintetizzo così alcuni passaggi estratti dall’introduzione scritta dallo stesso autore. Ho letto il libro nelle ultime settimane, ma la parola “leggere” è più consona ad un romanzo, un diario o magari un reportage, non mi sembra invece la più adatta in questo caso, trattandosi piuttosto di un libro da “consultare”, estrarre dalla propria liberia di tanto in tanto per tornare ad approfondire episodi, aspetti, personaggi, ce ne sono tanti in azione, o anche angoli della città aggiungerei in questo caso. E la consultazione può essere anche “doppia”, in lettura e in visione, perché il testo è arricchito da moltissime immagini, riproduzioni di carte topografiche, di quadri, ritratti, documenti, foto di ieri e di oggi; è una vera galleria quella che accompagna i testi e ti invita a percorrerla anche autonomamente dalla lettura, come se il libro stesso, con i vari testi e poi con le tante immagini, ci offra volutamente tanti elementi diversi, che possiamo fare nostri un poco alla volta, per poi ricomporli gradualmente insieme nella nostra immagine della città.

Insomma, siamo quasi invitati a fare dentro di noi un po’ come è stato per la storia stessa della città, che riscopriamo come il risultato di più stratificazioni, interventi urbanistici  dagli scopi strategici, distruzioni per le battaglie e ricostruzioni nelle quali si inseriscono anche nuove esigenze sociali, o di espressione culturale. Stratificazioni di vicende che non sono solo guerresche, cioè di tipo tecnico militare e pertanto asettico, ma sempre dense di umanità e di persone che vi sono immerse, con il loro sentire e le loro passioni. Anche nell’evolvere della forma delle passioni nel corso del tempo, dagli ideali delle nuove libertà al tempo della repubblica romana o a quelli risorgimentali, passando anche per quel qualcosa di refrattario che anima la settimana rossa o anche la rivolta dei bersaglieri; le anime stesse della città si mostrano come stratificazioni diverse, che s’intrecciano, emergono e poi tornano a restituire al “terreno” della città il loro diverso carico di sensazioni. Compresi i tanti momenti tragici, alcuni non così lontani dal sentimento che ne avvertiamo ancora oggi, come i bombardamentio dell’ultima guerra, con quelle vittime che non si potè nemmeno estrarre da quel “terreno” per molti anni, e delle quali forse non si sa con certezza nemmeno oggi il numero esatto.

Nel libro c’è davvero molto, perché, pur con le emozioni che ci stimolano, è comunque il risultato di un complesso e lungo lavoro di ricerca, che ci restituisce nomi, date, luoghi, citazioni di documenti e lettere, di numerosi episodi anche minimi o marginali che però caratterizzano e completano la narrazione, e poi approfondimenti tecnici, spiegazioni, e insieme anche curiosità e aneddoti.

Il libro si compone di dieci capitoli, uno per ciascuna delle battaglie scelte per costruire questa narrazione – e scegliendo di limitarsi, per forza di cose, all’arco di tempo della storia contemporanea -, dall’assedio del 1799 al tempo della repubblica romana, all’insurrezione del 1831, inserita di nuovo nelle vicende nazionali, e quindi all’assedio del 1849, per una nuova epopea repubblicana. Tre battaglie in modi diversi tutte contro “il papa re”, che poi trovano un parziale epilogo nella battaglia di Ancona del 1860, al tempo della battaglia di Castelfidardo  e dell’arrivo del re Vittorio Emanuele. Non si tratta solo della storia della città, sottolinea l’autore, ma di tutto il territorio delle Marche o almeno di questa parte della regione, perché sempre le battaglie che hanno riguardato la città sono state preparate, dai vari eserciti o governi di volta in volta interessati, conquistando le vie d’accesso o le zone limitrofe. La battaglia di Castelfidardo non è un episodio locale del paese che ne porta il nome ma dev’essere inserita in un quadro territoriale unitario e più ampio. E in un quadro ancora più ampio ecco la battaglia di Lissa, raccontata nel quinto capitolo. Poi non può mancare l’anima sovversiva e anarchica, irriducibilmente refrattaria – se si fa attenzione forse se ne può cogliere ancora oggi il respiro, se non nelle intenzioni coscienti magari nei linguaggi stessi o nei gesti – e quindi ecco la settimana rossa del 1914 e poi la rivolta dei bersaglieri del 1920. Nel mezzo però l’autore dedica un capitolo anche al bitz del 24 maggio del 1915, perché – guarda un po’ – Ancona fu “la città dive fu sparato il primo colpo” della grande guerra. Gli utlimi due capitoli sono dedicati alla Seconda guerra mondiale: sia alla campagna dei bombardamenti del 1943 e 1944, a cui ho già accennato; sia la battaglia per la liberazione di Ancona con le truppe polacche guidate dal generale Anders. E qui di nuovo dobbiamo allargare lo sguardo all’intera battaglia, includendovi la precedente battaglia di Filottrano, neanche questo un episodio locale casuale, ma proprio perché necessario a preparare il passo successivo.

Mi si conceda  qui un innocente incursione personale: qualche tempo fa, spinto come sempre dalle mie caotiche  curiosità, sono salito sul monte della Crescia, un’altura presso Offagna dove pare che anche i Longonbardi attorno all’anno mille avessero piazzato una loro rocca – e vi sono collegate anche leggende popolari che un po’ resistono perfino oggi. Su quell’altura, da dove si apre una vista a trecento sessanta gradi, ho scoperto che il generale Anders spostò per alcune ore il suo comando mentre, provenendo da Filottrano, dirigeva la battaglia di Ancona, e infatti da lì si percepisce in modo immediato la “geografia” della battaglia.

Monte della Crescia a parte – che comunque, ovviamente, ho trovato citato da Sparapani – il libro offre anche uno stimolo diretto a girare e camminare per l’Ancona odierna. Ciascuno dei dieci capitoli si conclude con un paragrafo, “I luoghi della memoria”, che ci offre indicazioni sulla città oggi, e così scopriamo – o forse è meglio dire rammentiamo, perché magari ce ne siamo soltanto un po’ dimenticati – che pur nelle tante distruzioni, anche più vicine e non solo i bombardamenti dell’ultima guerra, ma poi ancora  il terremoto del 1972 o la frana di Posatoria dei primi anni Ottanta, esistono tanti luoghi “quasi” intatti, all’interno della città eppure quasi ai suoi margini, o nascosti, lasciati più o meno in disparte o utilizzati solo per eventi particolari, sulle sue alture, dalla Cittadella, al Forte Altavilla, al Cardeto e al vecchio faro e così via, potrei elencarne molti altri ma perdonatemi, io non sono nemmeno di Ancona, ma credo che se si ha la pazienza, e il sentimento, di visitarli nei momenti più sonnacchiosi dell’anno, possiedano ancora quel pizzico di magia capace di portarti ancora dentro altre dimensioni temporali.

 

 

 

L’incontro con Mauro Proietti Pannunzi

Ha avuto inizio ieri giovedì 7 ottobre la rassegna Le Marche in Biblioteca 2021, giunta alla sesta edizione; il primo ospite è stato Mauro Proietti Pannunzi con il suo libro La linea delle cure; ha conversato con lui l’editore Alessandro Seri; hanno accompagnato la serata gli interventi musicali del Duo di violini Valentina Rossini e Riccardo Lunardi, allievi della Scuola musicale Pergolesi di Jesi, e la lettura di Tullio Bugari, dell’associazione Arci Voce, di alcuni frammenti di testimonianze raccolte nella seconda parte libro; ecco qui un po’ di foto della serata e alcuni dei testi letti:

  

Nicoletta Damiani (Direttrice Sanitaria, la “capitana”):
Cosa è rimasto davvero impresso nella mia memoria? La paura, innanzitutto.
Non per me, e neanche tanto per la mia famiglia (che in un modo o nell’altro siamo riusciti a tutelare), quanto per i “ragazzi”. I nostri infermieri e oss, e i nostri medici, che in quei giorni,
quelli dei camion militari che sfilavano con il loro carico di morte, si sono offerti volontari per fare la loro parte, in prima persona.
I loro volti, all’inizio colmi di paura. Con la perplessità che gli si leggeva negli occhi, quando le prime volte dovevano imparare a vestirsi e svestirsi; quando ho personalmente dovuto dire loro che per tutte le lunghissime ore del turno non avrebbero potuto né bere, né mangiare, quando abbiamo fornito loro i pannoloni per affrontare i turni di notte….

Roberto Leoni (infermiere):
Non posso nascondere la paura e il senso di inadeguatezza che ho provato dopo una breve telefonata: “…domani inizi al Covid2.”
Ho pensato: “Ma dove vado? Dove mi presento? Sono dieci anni che non faccio reparto, non ricordo i farmaci, la gestione, l’organizzazione…
E poi questo virus, ho moglie e figlie piccole… Ma dove vado?!?”
Velocemente ho “attrezzato casa” allestendo una cameretta solo per me e il bagno del garage solo per me, ho tirato fuori i vestiti vecchi che con buona probabilità sarebbero poi stati buttati.
Ventiquattro ore passano in fretta e mi sono ritrovato vestito come nei film americani, pronto per una guerra batteriologica, anzi virologica.
Poi è successa una cosa strana: ho visto tutti i colleghi che ridevano e scherzavano mentre si aiutavano l’un l’altro nella vestizione. Il clima era strano (almeno per me), facevo già fatica a respirare con la mascherina, la visiera appannata, ma tutto intorno a me era quasi “piacevole”.

Mauro Proietti Panunzi: PENSIERI FINALI
Tutto tornerà come prima. Forse. Ma non per ognuno di noi. Non per tutti noi. Gli altri… forse… ricominceranno a considerarci quelli della pausa caffè; quelli che: «Ah questo è quello che te ‘ndorme… l’estetista.»
Noi no. Non mi piace essere retorico. Il mio lavoro non me lo ha mai permesso. Ma da un’esperienza del genere si esce terribilmente cambiati. In meglio. Ti rendi conto di chi ti è stato vicino e non ha condiviso solo ore di lavoro ma paura, solidarietà, angosce, speranze, depressione, impotenza, orgoglio. E allora ci guarderemo in maniera diversa, con occhi diversi.
Per gli altri forse torneremo ad essere gli stessi. Noi no. Sapete che mi piace il cinema e la musica quindi… saremo una banda di fratelli e ricordate… La storia siamo noi!

Qui la registrazione video delle serata:




La linea delle cure

Titolo: La linea delle cure
Autore: Mauro Proietti Pannunzi
Casa editrice: Seri editore

Giovedì 7 ottobre alle 21.15, incontro con l’autore, in apertura della rassegna le Marche in Biblioteca 2021.

La recensione di Adriano Raparo

Tanti sentimenti, tante emozioni in meno di cento pagine. Quelle di La linea delle cure (Seri Editore, 10 €), commovente diario su un anno di covid, scritto da Mauro Proietti Pannunzi, medico anestesista a Villa dei Pini di Civitanova Marche.

Oltre al diario dell’autore – dal 17 febbraio al 9 maggio 2020 – che occupa le prime 43 pagine, il libro comprende gli interventi di quelli che nel sottotitolo vengono definiti una banda di fratelli. La banda che, in fondo al volume, verrà dettagliata con metafora marinara: a partire dall’Armatore (l’amministratore delegato), Enrico Brizioli, passando per la Capitana, la direttrice sanitaria Nicoletta Damiani, per gli Ufficiali di guardia e gli Ufficiali di sala macchine, il Commissario di bordo e via navigando fino agli infermieri, i Marinai di prima classe.

Il dottor Proietti fa rivivere al lettore le sensazioni provate nel corso della battaglia in prima linea contro il morbo.

Ricorda la trepidazione iniziale: “Ormai si sa. Il coronavirus ha invaso l’Italia. E noi? Cosa potremo fare? Le notizie si rincorrono. Faremo quello che in ospedale non possono più fare? Vorranno che allestiamo una rianimazione? Accoglieremo pazienti sani?”.

Rammenta l’emozione nell’apprendere dell’arrivo della prima paziente: “Sono sul corridoio dell’amministrazione, deserta, alle quattro del pomeriggio. Nicoletta, la nostra direttrice sa-nitaria “capitano”, mi guarda e mi dice, con il timore di comunicarmelo: «Mauro, tra poco arriva la nostra prima paziente.» Sapevo che quel momento sarebbe arrivato. Ma è lo stesso un pugno allo stomaco”.

Rievoca la paura per la prima visita: “Cerco di mostrarmi disinvolto e sicuro. Devo dare il buon esempio. Ma mentre mi infilo la tuta il cuore sembra impazzire. Mi ripeto: stai calmo, segui le regole, andrà tutto bene. Entro nella stanza cercando di non pensare che quella an-ziana donna che sto andando a visitare è diversa da tutte quelle che in tanti anni ho visto e che mi appare come una minaccia incombente. Mi faccio portare l’ecografo, mi concentro sulla sonda e sulle scansioni da fare. Vorrei restare il meno possibile lì dentro. Ma c’è da fare la cartella, l’anamnesi, un minimo di esame obiettivo. Torno in infermeria. Scrivo tutto con cura. Poi la svestizione con un senso di sollievo e il timore di sbagliare qualcosa”. Così il diario quasi quotidiano va avanti, come si è detto, fino al 9 maggio 2020, giorno in cui viene dimesso l’ultimo paziente.

Altrettanto emozionanti sono i racconti degli altri componenti della ciurma, anche se compressi nel breve spazio di una o di due pagine. Numerosi interventi andrebbero citati, ma ci si deve limitare a qualcuno.

Potente è quello dell’anestesista Mauro Perugini che ricorda due errori di procedura che nel corso della carriera lo hanno impaurito grandemente. Una volta ebbe la paura folle di aver contratto l’Hiv dopo essersi punto con la siringa usata per fare un prelievo a un tossicomane; questa volta… Ma lasciamo a lui la parola: “A questo punto l’errore: staccando la maschera fissata con il cerotto, l’ho fatta battere sul viso. Poi istintivamente mi sono anche toccato il viso. Con i guanti sporchi. Ancora una volta brutti sogni e veglie notturne mi attendevano nella mia camera in quarantena. Poi il tampone. Anche ora negativo”.

Lieve e ironica, invece, è la chiusa del contributo dell’infermiere Roberto Leoni che nel post scriptum dice che si era già accorto di un precoce invecchiamento dalla caduta dei capelli e dal loro imbiancarsi, ma che pur non potendo andare in bagno per ore e ore il pannolone no, a 45 anni non era ancora giunto il momento di indossarlo.

Molti degli interventi sono accomunati dalla tristezza di dover vivere isolati dai propri familiari, specialmente dai bambini, per timore di infettarli.

Ma tutti i racconti ci mostrano quanto sia grande il debito di riconoscenza che abbiamo nei confronti di coloro che ogni giorno lavorano per noi rischiando la propria salute. Riconoscenza che nel caso in questione va a chi si prodiga in una clinica privata, così che il lettore chiudendo il libro non può che convenire col dottor Proietti che nella sanità privata non si fanno solo nasi e tette.

Di seguito, l’intervista all’autore del tgr Marche:

Le Marche in Biblioteca attraverso le locandine

Le Marche in Biblioteca, ovvero i Giovedì letterari della Planettiana.  Il prossimo 7 ottobre ha inizio l’edizione 2021, la sesta consecutiva, accompagnata come ogni anno dalla grafica di Ezio Bartocci.

Le Marche in Biblioteca 2021

Le Marche in Biblioteca 2020

Le Marche in Biblioteca 2019

Le Marche in Biblioteca 2018

Le Marche in Biblioteca 2017

Le Marche in Biblioteca 2016

 

Le Marche in Biblioteca 2021

LE MARCHE IN BIBLIOTECA, sesta edizione
I Giovedì Letterari della Planettiana di Jesi
ottobre 2021, dalle ore 21.15

Le associazioni culturali Arci Voce aps e Licenze Poetiche vi invitano ai Giovedì letterari della Planettiana, incontri con autori della nostra regione. La rassegna è organizzata grazie alla collaborazione della Biblioteca Planettiana di Jesi e al contributo del Comune di Jesi e dell’Assessorato alla Cultura.

Le conversazioni con gli autori saranno accompagnate dalla lettura di alcuni brani a cura dell’associazione Arci Voce e da interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi (il 7 con il duo di violini degli allievi Valentina Rossini e Riccardo Lunardi, il 14 con l’insegnante di fluato Katia Luzi e il 28 con l’insegnante di chitarra classica Claudio Durpetti ) e del Duo Acefalo (Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori) per l’incontro del 21 ottobre.

Per la partecipazione è necessario il Greenpass ed è RICHIESTA la prenotazione presso la biblioteca al numero: 0731 538345

7 ottobre, Mauro Proietti Pannunzi
La linea delle cure, Seri Editore

Sembra quasi che adesso si viva in uno stato di assedio. Senza socialità. Sembra sopportabile all’inizio. Se ne può fare a meno. Poi però arrivano le reazioni agli episodi della vita quotidiana: l’assoluta mancanza di tolleranza nei confronti di chi non rispetta le regole nuove della convivenza, nei confronti di tutti i diffusori di fake news, o peggio ancora nei confronti di chi mistifica quella realtà che invece ti è vicina, che conosci non per interposizioni ma per visione diretta. La socialità è un bene che sembrava non doversi mai perdere e che è sempre stato un sottofondo della vita, dato per scontato, della cui importanza ti rendi conto nel momento in cui lo perdi. Che importa di una cena con gli amici, di una partita a calcetto, di un’ora in palestra, di un aperitivo in centro, di una passeggiata tra scherzi e battute, di un bicchiere coi popcorn al cinema? Mica si vive per questo. E la sera, davanti alla tv, o leggendo un libro, o ascoltando musica, ti accorgi che quella solitudine che affronti non è mitigata. E che quelle cose per cui non si vive improvvisamente fanno sentire la loro mancanza.

14 ottobre, Sergio Sparapani
Le dieci battaglie della storia di Ancona, Affinità Elettive

Ancona crocevia della storia assai più di ciò che si pensi. Lo dimostrano questi dieci eventi cruciali della storia italiana ed europea nell’arco di centocinquanta anni. Dall’assedio del 1799 alla liberazione del 1944, il capoluogo delle Marche ha rappresentato la città, la fortezza, il porto, il sito strategico da tenere o da conquistare ad ogni costo, esito ultimo e coronamento di una campagna militare. Tra le pagine scorrono figure di primo piano della Storia contemporanea, da Napoleone a Mussolini, da Garibaldi al generale Anders, accanto a personaggi straordinari pur meno celebri quali i generali La Hoz, Sercognani, Zambeccari, Fanti, l’ammiraglio Persano e il “corsaro” Luigi Rizzo, ma anche figure meno note alla grande Storia come i tanti patrioti anconetani che si sono sacrificati per le proprie insegne civiche oppure per il tricolore nazionale, dalle fortificazioni del Cardeto nell’assedio del 1849 alle trincee della Grande guerra. Non solo battaglie, ma anche fatti d’arme e ribellioni vedono al centro della narrazione la città dorica, fulcro strategico e obiettivo ultimo di tutte le campagne che si sono svolte nella Regione in età contemporanea.

21 ottobre, Claudio Piersanti
Quel maledetto Vronskij, Rizzoli

Dalla penna di un grande narratore, la storia di un uomo che non crede alla fine di un amore. Un romanzo irresistibile di ossessioni, tenacia e tenerezza. “Perdonami, sono tanto stanca. Non mi cercare.” Solo questo lascia scritto Giulia, prima di scomparire nel nulla. E suo marito Giovanni, nella casa improvvisamente vuota, si sente un naufrago. Il loro è un amore fatto di cose minime: la colazione al mattino, con le fette imburrate e la marmellata; un bacio volante prima di andare al lavoro e un altro più lungo la sera, quando lui torna dalla tipografia con le dita sporche d’inchiostro; abbracciarsi in giardino, tra le rose che lei ha potato con cura. Dopo una vita insieme, non hanno ancora perso la voglia di farsi felici l’un l’altra. O almeno, così credeva lui. Adesso Giovanni, in cerca di risposte, guarda tra i libri di Giulia e dagli scaffali pesca il più voluminoso: Anna Karenina. Comincia a leggere. E si convince che sua moglie abbia trovato un altro uomo, un amante focoso, un maledetto Vronskij. Geloso e amareggiato, si chiude in tipografia, deciso a creare una copia unica del capolavoro di Tolstoj: carta pregiata, copertina in pelle, nella speranza, un giorno, di farne il suo ultimo pegno d’amore per Giulia.Ma la vita non è un romanzo, procede per strappi lievi e imprevedibili. Quando il mistero della scomparsa si svela, Giovanni capisce che c’è sempre qualcosa che ci sfugge, e tutto ciò che possiamo fare è smettere di averne paura.

28 ottobre,  Alessandro Seri
Heautontimorumenos XXI, Arcipelago Itaca

Sin dal titolo è palese il richiamo all’omonima commedia del latino Terenzio (a sua volta calco di un precedente lavoro di Menandro),  nota soprattutto per una celeberrima battuta diventata un brand delle correnti umanistiche a partire dai tempi del circolo degli Scipioni: Homo sum: /  umani nihil a me / alienum puto, qui posta in esergo alla raccolta. La stessa  struttura di quest’ultima – articolata in cinque sezioni, ognuna delle quali costituisce di fatto quasi un poemetto auto conclusivo – rispetta i canonici cinque atti della commedia antica ed una delle sezioni si presenta come “Parodio”, parola giocata, secondo un’intervista dell’autore che del resto è, tra l’altro, autore teatrale, sulla commistione tra  parodia e io dei poeti, ma che richiama anche il parodos, l’atto che segnava l’ingresso del coro sulla scena. L’alternanza tragico-comica permea tutta la tessitura del libro, che riunisce testi scritti negli ultimi tre lustri.

Si possono seguire gli aggiornamenti su questo blog e sulla pagina della Biblioteca Planettiana; per informazioni scrivere a arcivoce@gmail.com

RICHIESTI GREEN PASS e PRENOTAZIONE: 0731 538346

 

 

Buon Primo Maggio

 Un testo di Ezio Bartocci e una poesia di Maria Lenti  dedicati al significato che questa giornata ha sempre avuto per i lavoratori: “Salutiamo con giubilo questo giorno solenne…”

Buon Primo Maggio
di Ezio Bartocci

Il manifesto del Primo Maggio 1906, semplicissimo nella composizione, è un foglio interessante per il contenuto sociale. E’ una prova di stampa tipografica su carta rossa, sottile; un documento locale ormai unico.
Le tipografie delle piccole città, tranne rare eccezioni, non hanno avuto impianti litografici né richieste tali da giustificarli. Per stampare manifesti economici, come quello qui riprodotto, fino a verso la metà del 900 si sono adoperati generalmente massicci torchi in ghisa piantati su supporti a zampa di leone, o attrezzi simili rimasti quasi invariati da secoli.
Il tipografo rullava l’inchiostro nero di volta in volta sui caratteri mobili composti a mano, tirando foglio dopo foglio fino ad arrivare a due o tre decine di copie, stante la disponibilità degli spazi esterni autorizzati per le affissioni, e dei tabelloni dei circoli.
Non conosco la data d’istituzione del circolo jesino né so dire chi redasse il foglio; so però che la Federazione Giovanile Socialista Italiana era nata a Firenze nel 1903.
L’associazione politica locale composta da studenti e lavoratori antimilitaristi, anticapitalisti, anticlericali probabilmente è successiva di un anno o due.
Il manifesto invita i lavoratori italiani delle officine e dei campi a festeggiare il Primo Maggio e a protestare, in questo giorno più d’ogni altro, contro la borghesia affamatrice ricordando la giornata della solidarietà proletaria internazionale proclamata durante il Congresso Socialista Internazionale di Parigi del 1889.
Chiamando tutti a unirsi nella lotta di classe per liberare il paese dalla spada, dal tridente* e dal capitale, il manifesto, in attesa di tempi più maturi, mediante il linguaggio tipico d’allora invitava a imitare i compagni francesi impegnati nella lotta per le otto ore lavorative.
Quando sono andato a ritirare il manifesto e il file dal fotografo, ripercorrendo a memoria un po’ di storia sindacale e operaia ho commentato insieme a lui qualche frase pensando alla trasformazione della comunicazione, dei suoi strumenti, del lavoro stesso. Mio padre trascorreva nella sua officina tantissime ore – mi ha detto- lavorava all’occorrenza anche il sabato. La sera quando rincasava odorava di ferro. Molti lavoratori e lavoratrici di lavori pregnanti sapevano del loro mestiere restando diversamente segnati, non solo per gli infortuni.

Più recentemente, nel 1988, fui chiamato a collaborare a una iniziativa per festeggiare il Primo Maggio in maniera diversa dal solito.
L’amministrazione comunale d’allora volle rendere omaggio alla principale attività manifatturiera delle donne jesine e alle ultime superstiti impegnate per decenni nelle filande.
La mostra intitolata La Seta fu accompagnata da un catalogo per il quale scelsi insieme alle immagini il formato dell’album. Da qui il sottotitolo Album del Lavoro e l’intenzione di ripetere annualmente la formula, dedicando rassegna e Album a un settore lavorativo diverso, per far conoscere le caratteristiche, la storia, le problematiche d’ognuno.
Molto significative le testimonianze delle vecchie lavoratrici, da anni in pensione, raccolte dalla loro voce: le condizioni non erano certo le migliori, seppure le filande erano ampie, solide, a mattoni, con alte ciminiere… Le filandaie, ossia le sedarole, com’erano chiamate qui, umiliandosi per necessità, pagando pegno ma non arrendendosi allo sfruttamento, hanno contribuito a migliorare progressivamente la coscienza sindacale, le condizioni generali di lavoro, il rispetto individuale e quello più generale di tanti sconosciuti dipendenti.
Purtroppo, nonostante le buone intenzioni dichiarate, a quella prima iniziativa non ne sono seguite altre. Il primo Album del lavoro è rimasto unico, ma non perché sia stato superato il problema dello sfruttamento del lavoro, qui e in ogni parte del mondo.

* Nota. Il Tricorno era il tradizionale cappello a tre punte usato dagli ecclesiastici.

Copertina del primo album del lavoro La Seta

Colomba

L’ho vista dietro ai vetri
– aperto a tutto campo
il campo delle ali –

alitava la colomba
un vento di qualche bel tempo.

Maria Lenti
(dalla raccolta Ai piedi del faro, 2016)

 

 

 

Le Marche in Biblioteca 2020, le registrazioni video

Le Marche in Biblioteca 2020. A partire dal 15 ottobre gli incontri sono stati trasmessi anche in diretta FB; ecco le registrazioni:

1) L’incontro con Michele Gianni e il suo “Rantologia, voci dalla terra dei tubi”, Ventura edizioni.

2) L’incontro con Maria Vittoria Pichi e il suo “Come una lama”, Ventura edizioni.




3) La serata di Omaggio ad Anna Elisa De Gregorio, curata da Seri editore.

 

 

Omaggio ad Anna Elisa De Gregorio

Si è svolta ieri sera, giovedì 29 ottobre, in diretta streaming dalla pagina fb della casa editrice Seri Editore la serata dedicata alla poetessa Anna Elisa De Gregorio, scomparsa improvvisamente lo scorso settembre.

Inizialmente la serata avrebbe dovuto svolgersi presso la Biblioteca Planettiana di Jesi, come incontro conclusivo all’interno della rassegna “Le Marche in biblioteca 2020” organizzata dal Comune di Jesi, dalla Biblioteca Planettiana, dall’associazione Arci Voce, dall’associazione Licenze Poetiche e curata da Tullio Bugari e Alessandro Seri, con la collaborazione della Biblioteca Planettiana e un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura.

Con le nuove norme a tutela della salute dei cittadini la serata non avrebbe potuto più svolgersi “in presenza” e così si è scelto comunque di tenerla utilizzando una videoconferenza in diretta streaming.

Hanno partecipato alla serata i poeti
Francesco Accattoli, Alessio Alessandrini, Mauro Barbetti, Filippo Davoli, Marco Di Pasquale, Evelina De Signoribus, Alessandro Fo, Franca Mancinelli, Elisabetta Pigliapoco, Alessio Ruffoni, Alessandro Seri e Luigi Socci. Per motivi tecnici Giorgia Romagnoli e Fabio Maria Serpilli, che pure erano in ascolto, non sono riusciti a collegarsi alla videoconferenza.
All’evento è intervenuto in rappresentanza della famiglia il nipote di Anna Elisa, Sirio.

Ecco qui la registrazione della diretta su FB

L’incontro con Maria Vittoria Pichi

Una serata di grande sentimento, giovedì 22, con il racconto di Maria Vittoria Pichi, e il suo libro «Come una lama» (Ventura edizioni), accompagnata da Maria Grazia Tiberi con la lettura di alcuni brani del libro e da  Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori con alcune canzoni.

Anche questo incontro è stato registrato in diretta FB e ve lo proponiamo direttamente; qui una breve trascrizione di una parte della conversazione, sull’importanza della scrittura:

«Io non avevo ancora realizzato che cosa avesse rappresentato per me questa storia e come io avevo reagito e che cosa avevo scoperto di me, ma poi, e poi, siccome continuavano ancora a girare queste cattive battute su di me, e io avevo il terrore che i miei figli potessero venire a sapere della mia storia da queste cattive battute, ho deciso di volerlo raccontare io stessa a loro, l’ho fatto anche tirando fuori le carte e guardandole con loro, anche se ancora erano piccoli, e così ho anche  iniaìziato a riprendere in mano la mia storia. a lì ho iniziato anche a rielaborare dentro di me, fino a che è arrivata questa esigenza di scrivere, come per potermene liberare.
E poi mi dicevo: “ma chi la conosce davvero la mia storia, tra i miei parenti, i miei cugini, gli amici? Anche perché poi molte cose non le racconti proprio perché quando ci provi ti senti dire: “Ah no, non me ne parlare, che dolore!”, “Non no non me ne parlare, che tristezza!” E così alla fine non se ne doveva parlare mai, e così si continuava a non saperne niente. Allora ho cercato di scriverlo, sforzandomi di ricordare tutto perché erano già passati trenta anni, ma poi scrivendo mi sono accorta che stavo scrivendo al presente, che era ancora tutto lì, presente in me, come se fosse successo il giorno prima.
Lo scrivere mi ha aiutato molto, intanto per buttar fuori, e poi perché ha creato come un’onda inimmaginabile. Pensavo che l’avrebbero letto poche persone, un po’ di parenti e amici, e invece il libro ha preso anche altre strade. Alcuni giornalisti che curano un sito di errori giudiziari hanno inserito anche la mia storia, e dopo ancora mi ha invitato Alberto Matano alla trasmissione “Io sono innocente” e mi ha dato la possibilità di raccontare tutto.
A quel punto c’era già stata anche la sentenza, che scioglieva tutta la mia vicenda, chiarendo finalmente tutto. Eppure c’è stato ancora qualcuno che ha continuato a insinuare, dicendomi “ma come hai fatto proprio tu ad andare in televisione?”, come se avessi corrotto qualcuno. Purtroppo rimarrà sempre qualcuno, nonostante tutto, che continuerà ad insinuare, anche perché è scomodo ammettere queste cose.
Io sono un esempio tra tantissime storie di questo tipo, migliaia, soprattutto di quegli anni. Poco fa ricordavamo Stefano Cucchi, proprio oggi ricorre l’undicesimo anniversario della morte, eppure anche nel suo caso se non ci fosse stata la sorella con la sua determinazione, anche questa sarebbe stata una storia dimenticata.»

La conversazione e le letture si sono alternate con quattro canzoni eseguite da Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori: Assalto al cielo, dedicata alla generazione degli anni Settanta; Marco Cavallo,  un inno alla libertà e all’abbattimento dei muri dedicata a Franco Basaglia e alle battaglie per i diritti di quegli anni; Don Chisciotte, di cui il verso “Contestavo i potenti con il sorriso sul volto” ci ha dato lo spunto per qualche riflessione. In chiusura abbiamo aggiunto la canzone Vi estas Pino, dedicata alla storia di Giuseppe Pinelli, che ha  tante affinità, per le diffamazioni che furono diffuse, anche con la storia di Maria Vittoria.

L’incontro con Maria Vittoria Pichi è stato il terzo della rassegna Le Marche in Biblioteca 2020, curata da Arci Voce aps e Licenze Poetiche, con la collaborazione della Biblioteca Planettiana e un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura.