“Cratere” di Stefano Ambrosini

Titolo: Cratere
Autore: Stefano Ambrosini
Casa editrice: Claudio Ciabochi editore

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15, incontro con l’autore al terzo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi.

Nei commenti al libro ho letto più volte l’etichetta Noir. Certamente non è fuori luogo ma da usare magari con cautela. A scanso di equivoci consulto il dizionario Treccani:  Noir, detto di opera letteraria o cinematografica basata sulla narrazione di vicende cruente e misteriose. Il misterioso c’è, questo è vero, ma qualsiasi storia può essere misteriosa per noi curiosi prima che l’autore ce la sveli un poco alla volta nel modo che lui ha deciso – o forse è il protagonista che lo ha deciso il modo? –  e riguardo al cruento… magari c’è anche quello, sì, ma forse è ancora più complicato, e non ho voglia di riprendere subito il dizionario.

Inizio a leggere le prime righe del libro:  «Nelle notti interminabili trascorse senza sonno, o in un sonno disturbato, mi capita di fare sogni atroci, che non è necessario riferire. Uno di questi però merita di essere raccontato. Devo disputare  un incontro di boxe…» e così via, un sogno di per sé misterioso, e che certo non nasce dal nulla ma il cui rapporto con la realtà, come ben sappiamo non solo da Freud ma da sempre, è  piuttosto complesso ma di sicuro esiste, e forse non basta solo un’intepretazione del sogno, occorre invece conoscere davvero quella realtà sottostante, guardarla bene prima se vogliamo averne chiari gli effetti dopo. E così mi sono immerso in questa storia, che mi è apparsa subito come una distopia, ma non rivolta al futuro (qui ritorno al Treccani:  Distopia, previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali eccetera). Mi è sembrata, piuttosto, una distopia del tempo presente, della nostra realtà immediata, ora e qui, nella quale ciò che normalmente accade  avviene comunque con certi ritmi più o meno lenti, o in spazi piuttosto ampi e non vicini a noi, oppure abbiamo anche qualcosa sopra agli occhi a coprirci. Immaginate invece che il ritmo del loro accadere e lo spazio in cui tutto accade si concentrino, accelerando, come nella caduta a spirale dentro un imbuto, e quindi le percezioni si esasperino. Anzi, non le percezioni, ma è la realtà stessa a esasperarsi, e le percezioni – o forse gli stessi sogni? – tendono a divenire sempre più reali e l’apparenza prende corpo.

Arrivo alla seconda pagina del libro, dove è sempre il protagonista che parla, lo fa dalla prima all’ultima riga, è il suo racconto quello che seguiamo: «La città in cui vivo si sviluppa tutta all’interno di una vallata a forma di cratere.»  Qui faccio una pausa. L’autore è di Fabriano e potremmo quindi riconoscervi subito questa città, anche per la sua realtà attuale fatta di dismissioni industriali e declino, o in generale anche per l’immagine più o meno stereotipata che ne abbiamo sviluppato negli anni, ma a sostegno dell’autore interviene il protagonista il quale subito precisa, anche se in un modo un po’ sornione e finto mascherato sembra che non voglia discostarsi troppo da quell’immagine: «È una piccola città come tante, abitata da persone operose che hanno vissuto  e che vivono del culto  del lavoro…. Anche la mia vita era come quella di tanti altri, fino a un paio di anni fa. Le cose  sono cambiate rapidamente e nel giro di poco tempo ho perduto tutti quelli che consideravo i punti fermi della mia esistenza, tutte le solide certezze di un uomo comune, sarebbe meglio definire ordinario…»

Da qui in poi il nostro protagonista diventa via via sempre meno ordinario e sempre più straordinario. Oppure, è ciò che gli sta attorno che ci appare via via più straordinario, nella sua ordinarietà? O magari anche perché noi stessi iniziamo a guardarlo questo mondo, scrutarlo con altri occhi, iniziamo a entrare dentro lo sguardo del protagonista? Che è diverso dal nostro, o soltanto più attento, qualcosa lo ha reso più acuto, e così ci offre profondità diverse, come in quelle vecchie sale con i film 3d, quando ci mettevamo sugli occhi quegli occhiali con le lenti colorate, e con la dimensione in più qualcosa accade anche dentro le nostre percezioni, ma lentamente, attraverso tutti i passaggi e i dettagli che ci vogliono: «Da un po’ di tempo la mia giornata  inizia verso le cinque di mattina, l’ora in cui di solito mi alzo…. esco a passeggiare, è una vecchia abitudine di quando avevo il cane. Percorro tutta la strada ad anello che circonda il centro storico… anche oggi sono uscito alla solita ora e non ho potuto non notare sul portone di casa mia la scritta “L’HAI AMMAZZATO TU” fatta con vernice spray rossa, ancora fresca.»  Insomma, tra i suoi concittadini c’è chi si diverte a tormentarlo e per farlo non rinuncia ad alzarsi dal letto anche prima di lui; che cosa sognino però non lo sappiamo, noi vediamo la storia solo dall’angolo visuale del protagonista, siamo con lui, che inizia a raccontarci: «Non sarebbe possibile comprendere la sequenza degli eventi che mi hanno portato a vivere nelle mie attuali condizioni se non cominciando dall’inizio, da fatti successi molti anni fa. È uno sforzo  che devo compiere ogni mattina, se voglio trovare la motivazione e l’energia per affrontare la realtà che ho intorno. Per ricordare a me stesso i motivi di questo vivere alluccinato. Ma, come dicevo, l’inizio della vicenda si colloca in un passato così remoto che la memoria necessita di un aiuto… »

Non so se in genere un Noir inizia così, o se debba esistere un genere. Questi che ho riportato sono solo alcuni degli ingredienti, nemmeno tutti, che troviamo nelle prime pagine, non ne anticipo altri di tutti quelli che si incontrano nel corso della storia, e sono molti, perfino tracce di utopia e di una tenerezza che richiede tenacia per essere afferrata, affiorano qua e là in questa incipiente distopia, mentre del Noir a mio avviso avvertiamo il respiro di qualcosa di sospeso, e forse poco altro, però fino all’ultima pagina, mentre osserviamo invece prendere corpo le tante facce della realtà, dove l’ordinario e lo straordinario del tempo presente si intrecciano, e perfino s’invertono,  e per raccapezzarsi occorre restare lucidi, resilienti – e il proganista ha una resilienza tutta sua, alimentata da una sostanza che si svela molto lentamente – ed è la resilienza ciò che comunque ci collega alla realtà, anche quando questa ci procura insofferenza. Dipende da noi? Dalla realtà? Da che cosa? E che cosa è accaduto al protagonista, che cosa deve ancora raccontarci? Di cosa lo perseguitano? Più che l’impazienza per la svelamento che il Noir in coerenza alla sua etichetta promette di svelarti nelle ultime pagine, mi sono lasciato identificare in questo protagonista resiliente, legato a ricordi potenti come assenze incolmabili e al tempo stesso con una capacità solida di non perdersi mai di fronte ad una traccia, coglierne il senso, anzi la bellezza per usare la stessa precisa parola, e preoccuparsi di difenderla, preservarla, dal ciò che è mediocre, banale, ignorante, o cattivo. Il tutto restituito con un tono narrativo nel quale il protagonista non rinuncia mai, nonostante tutto, ad una malinconica ironia. In alcuni passaggi, certe descrizioni di situazioni sociali, o culturali  mi sono apparse addirittura divertenti, per la loro irriverenza e per gli sprazzi di libertà che il protaganista si prende, e in alcuni episodi mi pare di avere riconosciuto addirittura situazioni ed eventi di cui m’è capitato d’essere spettatore, ma nella mia città.  Insomma, all’ombra del Noir, probabilmente avremo tante cose di cui parlare nell’incontro con Stefano Ambrosini, l’autore di “Cratere”.

Stefano Ambrosini è nato a Fabriano il 21/11/1970, insegnante di letteratura nella scuola superiore. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni nell’ambito della fotografia d’autore, le più importanti sono: “Intorno al Centro” (2002), “Scene di vita quotidiana” (2004) e “Amarica” (2008). Questo romanzo è la sua prova d’esordio.

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

È la calma dell’algebra, è il potere di pensare (l’incontro con Lorenzo Fava)

Poesie, musica e letture, conversando con il poeta Lorenzo Fava, introdotto da Alessandro Seri, per il secondo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi, ieri sera 10 ottobre 2019.

Il rapporto dell’io con la poesia, da dove nasce la poesia e come, che cosa c’è dietro al cammino che il poeta ha percorso, attraverso la lettura delle poesie di altri o il guardare dentro se stessi o le esperienze dirette del proprio vivere, scrivere cercando le parole perchè poi la poesia è lingua e parola, le parole più adatte per interrogarsi, porsi domande, leggersi bene.

Con rigore e con lavorio paziente, un po’ come fa un artigiano quando plasma la materia ricorendo alla conoscenza dei materiali e delle tecniche, e all’attenzione delle proprie mani mentre danno forma all’idea che già intravede nella sua immaginazione, e che non prende vita per caso, il talento deve rispettarlo e coltivarlo, e alla fine il risultato viene condiviso nella relazione con gli altri.  “Lei siete voi”, il tiolo del libro e di una delle due raccolte che il libro contiene, dove “Lei” può essere anche la poesia, la parola, e quindi lo stesso pubblico è quella parola e quella esperienza, dove il poeta e il pubblico che ascolta sono insieme.

E così abbiamo fatto, conversando dentro questa bella cornice di libri che è la Biblioteca Planettiana, con Lorenzo Fava che aveva bisogno di stare in piedi e muoversi davanti al tavolo scendendo dalla pedana per parlare della sua poesia, e raccontarci il suo lavoro e la sua esperienza, compresa quella del contatto con un editore interessato che ti apprezza e ti diffonde – in questo caso LietoColle, che nel suo sito scrive “privilegiamo l’originalità, la ricerca e il valore della loro scrittura, non tanto quindi la consueta notorietà dei soliti nomi, per questo continuiamo a investire su scritture emergenti e opere prime” e sottolinea “LietoColle considera la preziosità del singolo libro, perciò abbiamo ridotto la quantità delle pubblicazioni intensificando rigore e passione ma anche suscitando creativamente occasioni per la poesia e la sua diffusione.”

E poi naturalmente Lorenzo ci ha letto direttamente alcune sue poesie perché la poesia va innanzitutto letta, ha bisogno della sua sonorità, come un respiro che possiamo sentire. Nel corso della conversazione, come siamo abituati nei nostri incontri, anche interventi musicali per riprendere e rilanciare questa sonorità, cammminando fianco a fianco: ieri sera erano con noi due giovanissimi allievi della Scuola Musicale Pergolesi, Chiara Santinelli e Michele di Pietropaolo, che al flauto ci hanno fatto ascoltare tre brani: “Colinette au bois s’en alla” di Francois Deviene, “Allemande” di Claude Gervaise e “Valzer” di Enesto Köhler.  E inoltre, la lettura di alcune poesie a cura di Luigina Tantucci, Nives Maria Piazza e Rosella Canari, del gruppo Arci Voce,  e quindi persone diverse dall’autore. Ho chiesto a fine serata a Lorenzo che effetto fa ad un autore ascoltare le sue poesie lette da altri e ne è nata una breve ma interessante conversazione diretta tra lui e le lettrici, quelle stesse sensibilità osservate e ascoltate anche da altre angoli di sensibilità e di sguardo. Una prospettiva in più, immagino, per lo stesso autore.

Alcune delle poesie lette durante la serata:

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

***

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

***

Fanno di tutto per costringerci
a lotte nel fango, divide et impera
è il loro motto. Il popolo è un’arma
con la sicura, non capisce, è il potere
di pensare ad essere il solo scudo
a poterlo salvare. Parlate di insiemi,
banchi e corde, ma per primi
emettete giudizio sul diverso.
Ecco, in virtù di questo scrivo
di mio pugno rime schiette.

“Lei siete voi”, di Lorenzo Fava

Titolo: Lei siete voi
Autore: Lorenzo Fava
Casa editrice: Lieto Colle

Giovedì 10 ottobre alle ore 21.15, per la seconda serata con Le Marche in Biblioteca 2019, incontro con LORENZO FAVA e la sua raccolta di poesie “LEI SIETE VOI”;  converserà con l’autore Alessandro Seri; letture di poesie a cura di Arci Voce, interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi, con gli allievi di flauto Chiara santinelli e Michele Di Pietropaolo. L’incontro si svolge alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

«Come sempre detto, un verso che si forgia nel fuoco dell’umana esperienza, che si dibatte tra acuti violenti e teneri schianti nel dolore di affrontare il baratro quotidiano. Un lavoro intenso riuscito sulla parola e la visione. Bravo.» (commento di Marco di Pasquale, dal blog Carteggi inediti)

«Lei siete voi è un titolo che a impatto crea nel lettore l’aspettativa del canzoniere amoroso. Il lei fa pensare a una o più muse, a un harem felliniano. Ma nella seconda parte Lorenzo rigira il gioco: Lei è la poesia. Questa silloge è una grande dichiarazione d’amore per la poesia, da parte di un poeta che vive quest’arte in maniera viscerale. Tra le sue caratteristiche la cura del ritmo e il messaggio che arriva come un pugno». (introduzione di Jacopo Curi ad un reading poetico ad Appignano).

***

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

*

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

*

Tu non sai nei cimiteri quanti passati
sorridono, esultano forse più morti che vivi.
O almeno nell’idea che la vita sia per le strade,
negli uffici, sui balconi. Tu non sai.
non ti è dato saperlo forse, tra i rovi
delle discussioni, nei vortici delle apparenze,
nelle cabine telefoniche agli incroci.
Ma ciò non toglie a quelle bare così tristi
di rovesciare le sorti della terra
tanto scure da lasciarci
spesso i soli a capo chino in ogni mondo.

*

La potenza degli avverbi,
le composizioni numerate,
la prima scrittura che tutto vede:
cento poesie mi separano dal tuo campo

le riporterò tutte alla portata della voce.

*

In confidenza ti dico
prova a volermi come una costa di fiato
che inverte il senso del vento,
oggi conto la pressione
con cui premo sul foglio perché scoppi
mentre la marea sale parallela
nella baia della tempia sotto sforzo.

*

Lorenzo Fava, nato ad Ancona il 12 giugno ‘94, vive a Macerata dove studia Lettere e collabora con Il Resto del Carlino e Seri editore. Sue poesie sono apparse su Poetarum Silva, Yawp, Arcipelago Itaca blo-mag, Carteggi Letterari, Critica Impura, Inverso, Poesiaultarcontemporanea e Nuova Ciminiera.. Ha un libro edito (Licenza di uccidere, Cinquemarzo 2017).

L’incontro con Maria Lenti

Serata di poesia giovedì scorso 3 ottobre per il primo incontro con “Le Marche in Biblioteca”, ovvero I Giovedì letterari della Planettiana, giunti alla quarta edizione. L’ospite di questo avvio di rassegna, introdotta da Alessandro Seri, è stata Maria Lenti, con il suo “Elena, Ecuba e le altre”, un libro pubblicato da Arcipelago Itaca edizioni di Osimo all’inizio di quest’anno.
Un lavoro, ci raccontava l’autrice, iniziato dieci anni prima, un lungo cammino dentro angoli di esperienza, riflessioni, stimoli magari anche non cercati ma poi intrecciati con altri, in un percorso che germoglia e diventa ricerca, rilettura di temi e di miti antichi che da sempre ci attraversano e rivivono dentro, anche oltre le nostre dimenticanze, e poi il confronto, l’attenzione alle tracce del quotidiano che ci circonda, talvolta impietoso, da meritare le nostre reazioni, la rilettura da angolazioni diverse dello sguardo. Quello femminile. Non estemporaneo ma, appunto, antico e insieme presente, come un mito. Ciascuna poesia è lo sguardo di una donna nella singolarità precisa del suo nome, che si rivolge in modo diretto ad un uomo, anche lui con il suo nome. La poesia come linguaggio interiore che nel suo anelito alla leggerezza, cioè alla vita, non può perdere la pregnanza dei significati precisi che ha intravisto, e vissuto, e ora ha la possibilità di tradurre nelle parole dei versi e restituire poi all’orecchio attento, offrendo una moltitudine di spunti. Poesia che la realtà la comprende.

Diverse le poesie che la stessa autrice, durante la conversazione condotta da Alessandro Seri, ci ha letto, in un tuttuno con il racconto del suo lavoro: gli stimoli anche personali, la rilettura dei miti, il fare poesia attenti alla realtà dell’oggi, la costruzione del verso per cogliere registri ulteriori della sensibilità.  Qualche poesia è stata letta e commentata direttamente su richiesta, come una domanda all’autrice, da chi nel pubblico si è sentito toccato in quel momento, tra le tante suggestioni, in qualche punto più particolare del proprio sentire, e volesse riascoltarlo dall’autrice.
I racconti e le letture dell’autrice si sono alternati anche con la lettura di ulteriori poesie interpretate da Grazia Tiberi e da Tullio Bugari di Arci Voce – l’associazione che insieme a Licenze Poetiche e alla Biblioteca Planettiana è promotrice della rassegna – e con gli interventi musicali del maestro Claudio Durpetti, con brani di Ferdinando Carulli, “Allegretto” e “Andante”, e di Matteo Carcassi, “Minuetto”, brani tratti da una raccolta per chitarra classica. Si ringrazia la Scuola Musicale Pergolesi, che collabora con Le Marche in Biblioteca già dal primo anno.

 

Ecuba a Polidoro

Cammino le onde rotte a riva:
scarnificato dal sale
privo della corazza d’argento
ti riconosco in petto, ultimo nato,
il girello dei capelli sulla fronte
l’incavo della spalla
il sopracciglio arcuato.
Hai lanciato un sorriso
sei volato in aiuto dei fratelli e della città
sei sparito indistinto nella mischia.
Giovane. Al più giovane alzeranno
una statua con epitaffio.

Fossi ancora ciò che sei stato
ieri quando eri.

Maledetta sia la guerra.
Non cesserò di maledirla.

***

Prassitea agli Ateniesi

Che cosa andate cianciando.
Da patriota stoica avrei sacrificato
le mie figlie,
figlie sottratte segretamente
dai sacerdoti e immolate sulle are,
perché Atene vincesse.
Non è patriottismo un delitto di madre.
Mi caricate di una colpa abnorme
e vi assolvete.
Spergiuri,
pretendete pure che non pianga.

***

Andromeda a Perseo

Poseidone punisce mia madre superba,
Cassiopea,
e mi incatena ad uno scoglio.
Giunto sul cavallo alato, tu,
Perseo,
prendi smania di me
uccidi il mostro
vinci in duello il promesso sposo
mi sposi.

Avete fatto tutto voi.
Adesso una me mia tra le stelle fisse
della Costellazione, no?

La letteratura della famiglia (i libri del circolo di lettura)

“La Letteratura della famiglia”, questo il tema scelto per il nostro quinto anno del Circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana, per la stagione 2019/2020, quinto anno di questa esperienza. Gli otto libri scelti per questo nuovo percorso di letture che seguiremo, uno al mese, fino al prossimo mese di giugno, è stato presentato ieri sera ai partecipanti da Alessandro Seri.

Titolo: Un complicato atto d’amore
Autore: Miriam Toews
Casa editrice: Marcos Y Marcos 2005

INCIPIT
«Abito con mio padre, Ray Nickel, in quella casa di mattoni a un piano sulla statale dodici. Persiane azzurre, porta marrone, una finestra rotta. Niente di che. I mobili continuano a sparire, però. E’ l’unica cosa interessante. Manca metà della famiglia, la metà più bella. Io e Ray ci alziamo la mattina e facciamo svariate cose finché è ora di andare a dormire. Tutte le sacrosante sere verso le dieci Ray mi comunica che lui va a far riposare le ossa. Prima di entrare in camera da letto si ferma nell’ingresso e piazza dei foglietti sopra le sue scarpe per ricordarsi quello che deve fare il giorno dopo. Ci piace guardare insieme l’aurora boreale. Gli ho riferito, parola per parola, quello che ci ha spiegato il professor Quiring in classe. Su come funziona il fenomeno. Lui ha trovato la spiegazione abbastanza interessante. Ha sempre avuto un certo interesse per le opinioni di Quiring, probabilmente perchè è un insegnante anche lui. 
Devo finire i compiti. Una parola cruciale, “finire”. A me i finali vengono male, Quiring mi ha detto che in genere i temi e i racconti arrivano fisiologicamente a una loro fine inevitabile, fuori dal controllo di chi scrive. Dice che quando arriva la fine, ce ne accorgiamo per forza. Non so. A me sembre che ce ne siano tanti, di possibili finali.»
PRIMO INCONTRO: mercoledì 6 novembre, ore 21.15

 

Titolo: Discriminati
Autore: Loretta Emiri
Casa editrice: SeriEditore 2018

Dalla Prefazione di Fernada Elisa Bravo Herrera:
«In questa nuova avventura letteraria, Loretta Emiri ci offre una “novella” che ripropone, nelle velature, negli intrecci, e anche in chiave di lettura, come ci mostra lo stesso titolo, la propria esperienza formativa in Brasile intesa come capacità interpretativa, come sguardo ampio e profondo del mondo. La scrittura, ha segnalato Loretta in una pagina web del Comune di Fermo, costituisce la forma “per esprimere sentimenti di riconoscenza e solidarietà”, per riscattare, ripensare e dare continuità alla propria esperienza, vale a dire, alla sua esperienza brasiliana. Per questa profonda concezione della scrittura l’universo yonomami funge da struttura del racconto familiare, nonostante la narrazione giri apparentemente lontana dal Brasile, intorno all’Umbria, alle Marche, al Piemonte e i fatti raccontati siano accaduti molto prima che Loretta nascesse e vivesse la sua esperienza fra gli indigeni. Si tratta quindi di un’altra forma di dialogo interculturale, nella quale il parlare della famiglia è una maniera ellittica di parlare di sé stessa e della società dal punto di vista della cultura yonomami. In questo modo, la scrittura di Loretta cerca di profilare, nel desiderio e nella celebrazione, una specie di utopia fatta da viaggi e fughe dalle guerre.»
SECONDO INCONTRO: mercoledì 4 dicembre ore 21.15

 

Titolo: Il passato
Autore: Tessa Hadley
Casa editrice: Bompiani, 2017

Da una recensione sul sito SOLO LIBRI:
«Le dinamiche di famiglia che si innescano nel ritrovarsi tutti insieme nella casa piena di ricordi sono indubbiamente la parte più affascinante di questo romanzo davvero molto “inglese”. Fra Pilar e la scorbutica Harriet si instaura un’insolita vicinanza, una sorta di imprevista complicità; Kasim corteggia, ricambiato, la diafana Molly, i bambini esplorano la campagna fino a trovare un vecchio cottage abbandonato dove scoprono segreti che saranno solo loro e che li faranno confrontare in modo imprevisto con il mondo degli adulti. Ma dopo che abbiamo familiarizzato con i diversi personaggi, ecco che la scrittrice ci trasporta indietro nel tempo, nel secondo capitolo intitolato “Il passato”, ambientato nel 1968…»
TERZO INCONTRO: giovedì 9 gennaio ore 21.00

 

Titolo: Sei come sei
Autore: Melania Mazzucco
Casa editrice: Einaudi 2015

INCIPIT
«L’anno zero. Quando mi chiedono in che anno sono nata, rispondo. Perché ritengo scontato mentire – ci si aspetta che le donne non dicano la verità. E nemmeno i giovani, a meno che non ostentino il privilegio della loro età per trarne beneficio. Alla gioventù si perdona più volentieri l’errore, la presunzione e il coraggio. E io detesto il determinismo della biologia. Chi mi interroga inoltre non sa che considero ogni anno della mia vita un miracolo, e me ne vanto. Però rispondo a modo mio. Sono nata nell’anno del cavallo, dico.»
QUARTO INCONTRO: mercoledì 5 febbraio ore 21.00

 

Titolo: Mrs Bridge
Autore: Evan S. Connell
Casa editrice: Einaudi 1959

Da “Il giro del mondo attraverso i libri”:
«È India Bridge la protagonista del romanzo di Evan S. Connell, una donna americana che di particolare ha solo il nome di battesimo. Mrs Bridge è una donna bella, ma non troppo, ed è decisamente normale: sposata con un avvocato – che non si tira indietro nel fare gli straordinari -, hanno tre figli, Ruth, Carolyn e Douglas, e vivono in una bella casa con tanto di servitù di colore a Kansas City, tra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta del Novecento. Mrs Bridge ha diverse amiche, alcune molto acculturate, quindi spesso si fionda in biblioteca e si impone di leggere libri impegnativi per farsi un’opinione; ma è il marito a dirle come votare e quando Mrs Bridge cerca di emanciparsi, si scoraggia perché non è mica semplice votare di testa propria. Prova ad imparare lo spagnolo, inizia un corso di pittura che non porta a termine, va a vedere film d’essai che puntualmente non capisce.»
QUINTO INCONTRO: giovedì 5 marzo ore 21.00

 

Titolo: Mr Bridge
Autore: Evan S. Connell
Casa editrice: Einaudi 1969

Da una recensione di Gaia Montanaro:
«Pubblicato per la prima volta nel 1969, Mr Bridge è uscito a dieci anni di distanza da Mrs Bridge, il romanzo più riuscito di Evan Connell che raccontava la storia della famiglia Bridge dal punto di vista della moglie. Ritratto agrodolce e in parte satirico di una famiglia borghese americana tra gli anni Venti e Quaranta – e portato sullo schermo da James Ivory – il romanzo di Connell racconta in modo accurato e lucido una società fortemente definita dalle convenzioni sociali, da una modalità codificata di rapportarsi con il reale nelle sue varie forme. Tutto è dominato dalle aspettative – spesso autoimposte – che non lasciano spazio a uno sguardo diverso, più ampio e compassionevole su di sé. Connell dimostra una grande sapienza narrativa nel tratteggiare con calibrato equilibrio situazioni e dinamiche relazionali, in un romanzo d’atmosfera dominato da un sentimento di tenerezza amara verso personaggi e situazioni, che ha nella rarefazione la sua cifra stilistica predominante.»
SESTO INCONTRO: mercoledì 8 aprile ore 21.00

 

Titolo: I Middlestein
Autore: Jami Attenmberg 
Casa editrice: La Giuntina editore, 2014

Da una recensione sul sito SOLO LIBRI:
«I Middlestein è il racconto delle vicende di una famiglia ebraica che vive in America: i suoi componenti rispettano i riti della loro religione e cultura e molto di questo è narrato nel romanzo di Jami Attenberg.  Personaggio principale attorno a cui ruota l’intera vicenda è Edie, prima bambina, poi donna e avvocato di successo, infine al termine della propria esperienza lavorativa, con una caratteristica che l’accompagna per tutta la vita: un forte attaccamento al cibo, l’impossibilità di farne a meno. La piccola Edie Herzen (questo il suo cognome da nubile) non era mai stata mingherlina. D’altronde, per i suoi genitori come era possibile non dar da mangiare alla propria bambina, come non rispondere affermativamente ad ogni sua richiesta di cibo anche se in quantità eccessiva? Così, ancor piccina, Edie viene paragonata ad un solido blocco di carne ed è già notevolmente in sovrappeso. Eppure mamma e papà non possono negare il cibo alla figlia.»
SETTIMO INCONTRO: giovedì 7 maggio ore 21.00

 

Titolo: Nessuno può volare
Autore: Simonetta Agnello Hornby
Casa editrice: Feltrinelli 2017

Dalla promozione del film DVD, di Riccardo Mastropietro, gennaio 2018
«Il film prende spunto da alcune domande che Simonetta Agnello Hornby si pone sulla condizione di suo figlio George, costretto da anni su una sedia a rotelle da una grave forma di sclerosi multipla: se non fossimo nel terzo millennio ma anche solo 100 o 50 anni fa, cosa ne sarebbe di lui? Cosa ne sarebbe delle persone disabili? E oggi, cosa significa essere un disabile?
Da Roma alla Galleria degli Uffizi di Firenze fino al mare blu ligure e alle colline del Nord Italia, Nessuno può volare è un percorso attraverso l’arte e gli incontri con persone straordinarie che hanno saputo fare della disabilità un’opportunità e uno stimolo per vivere in modo ancora più intenso, e prima ancora una vita normale con cui confrontarsi.»
OTTAVO INCONTRO: mercoledì 10 giugno ore 21.00

Stuzzichiamo la lettura (quinta edizione, 2019/2020)

MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE, primo incontro di Stuzzichiamo la lettura.
MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE il primo incontro di Stuzzichiamo la lettura. Il nostro circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana di Jesi è giunto alla quinta edizione. I temi che ci hanno guidato nella scelta dei libri negli anni passati sono stati:

Il filo conduttore di questa quinta edizione 2019/2010 è: La Letteratura della famiglia

L’incontro introduttivo, di presentazione del tema e dei libri scelti ci sarà il prossimo MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE alle ore 21.15 presso la Salara, Biblioteca Planettiana di Jesi. L’invito è rivolto anche a nuovi partecipanti; nel corso della serata concorderemo insieme anche il calendario per l’intero anno: mediamente un incontro al mese da novembre a giugno, ciascuno dedicato ad uno dei libri scelti.

 

Una volta nessuno sapeva leggere e scrivere. La carta non esisteva ancora. Per questo il re ordinò che la sua parola fosse scolpita sulla parete di questa grotta. Tutti gli stranieri che vengono quassù a dorso di mulo lo fanno per leggere questa storia del re. Prendi il quaderno e la penna […] E adesso prendi nota. Guarda bene il testo, tutte quelle parole scolpite e scrivile una per una sul quaderno. Forza, comincia. Non avere paura. Tengo io il mulo. Avanti, scrivi!

 

Elena, Ecuba e le altre, di Maria Lenti

Titolo: Elena, Ecuba e le altre
Autore: Maria Lenti
Casa editrice: Arcipelago Itaca

Giovedì 3 ottobre alle ore 21.00, incontro con Maria Lenti, in apertura della rassegna Le Marche in Biblioteca, quarta edizione 2019, alla Biblioteca Planettiana di Jesi. Durante la presentazione, lettura di alcune poesie a cura di Arci Voce e interventi musicali a cura della Scuola Musicale Pergolesi.

Dalla prefazione di Alessandra Pigliaru:

«“Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto”. È il 1970 quando il senso di quanto scritto nel primo manifesto di Rivolta Femminile prende una forma pensante all’interno del movimento delle donne. Tornando all’origine di quello sguardo che piano si destava dalla coltre della Storia, c’è da chiedersi di chi siano quei nomi, di chi siano quei volti che hanno inteso da sempre il proprio destino come una forma di inizio. Non di fondazione ma di inizio. Ora frontali, ora obliqui, sono nomi e volti di donne comuni, che assumono nel senso di una genealogia critica il portato di silenzi vagheggiati ancora da chi, dopo 4000 anni, ha visto. Per chi acquistando la vista si è accorta anche di quelle donne che sono arrivate prima. Che bussano alla porta di una strada più lunga costellata di esclusioni, si potrà obiettare, ma ricca di una sopravvivenza che è quella di pensarsi sole e al contempo insieme. Storicizzando allora l’emersione di questa consapevolezza, il balbettio va ad alcuni e capitali cominciamenti: i nomi di Elena, Ecuba e le altre – come recita il titolo di quest’ultima silloge di Maria Lenti».

«… a trapelare è una forza imprevista, tutta femminile certo, mai assediata né vinta dalla protervia di scandali, prigionie e violenze. Nel seguitare delle interlocuzioni, lo sono tutte le brevi poesie che compongono il volume di Maria Lenti, incontriamo così Filomena che davanti all’abuso si rivolge a Tereo per dire che “ho dita per ricamare e il messaggio giunge alla sorella”; o Artemide che tuona a Zeus, “smettila di dare ordini”; infine Penelope che in faccia a Ulisse setaccia con fierezza “l’ordito dell’assenza”. Sono però molte di più le parole pubbliche donate da Maria Lenti alle nostre madri mitologiche, e lo sono non solo in uno scambio a due bensì anche verso la collettività, siano gli Ateniesi a cui si riferisce Prassitea, gli accusatori contro cui si scaglia Eris, o il mondo tutto che interpella Eufrosine, passando per la grazia di Anfitrite verso un delfino o quella luminosa lungimiranza di tenere “tre in una”, ovvero Era, Elena e Atena in una possibilità che racconta di quanto sia fondante il luogo terzo dell’essere viste.
Si ritorna allo sguardo, alla fatica – impareggiabile di guadagni – nel sentirsi prossime. Le une alle altre. Dando avvio, che è sempre un proseguire, al percorso che si produce cominciando con una paroletta che è “io” e che ha tuttavia il senso di un agire. In quell’orientarsi verso qualcuno, in quell’ “a” c’è la forma imperfetta, deperibile e mai esausta della libertà guadagnata. La poesia è tenace nell’impresa, scavalca con magistralità lo scacco del linguaggio che spesso determina e definisce frettolosamente, lavora di cesello il verso. Come un ago che cerca il punto esatto in cui affondare la trama mentre, inesorabile, rammenda. Queste sono Elena, Ecuba e le altre: fili perduti e ostinati di una storia a venire”.

Maria Lenti, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati con rifondazione comunista. Studiosa di letteratura ed arte: saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. In Effetto giorno, 2012, ha raccolto gli scritti di tenore culturale e politico; in Cartografie neodialettali, 2014, gli scritti su poeti neodialettali di Romagna e d’altri luoghi. Ha pubblicato poesie: Un altro tempo, 1972, Albero e foglia, 1982, Sinopia per appunti, 1997 (2° classificato al premio “Alpi Apuane”), Versi alfabetici, 2004, Il gatto nell’armadio, 2005, Cambio di luci, 2009 (finalista al premio “Pascoli”), Ai piedi del faro, 2016; racconti: Passi variati, 2003, Due ritmi una voce, 2006, Giardini d’aria, 2011, Certe piccole lune, 2017 (vincitore del concorso “narrabilando” di Fara Editore); gli studi Amore del Cinema e della Resistenza, 2009, In vino levitas. Poeti latini e vino, 2014; l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento, 2011. Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila). Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978).
Sulla sua poesia il regista Lucilio Santoni ha realizzato nel 2002 il film-video A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti.

Le Marche in Biblioteca 2019 (quarta edizione)


Associazione culturale Arci Voce
Associazione culturale Licenze Poetiche
Comune di Jesi – Assessorato Cultura – Biblioteca Planettiana

LE MARCHE IN BIBLIOTECA -I Giovedì Letterari della Planettiana di Jesi

Ogni giovedì di ottobre, alle ore 21.15
Conversazione con gli autori, interventi musicali e letture

  • 3 ottobre, Elena, Ecuba e le altre, di Maria Lenti. Arcipelago Itaca.
  • 10 ottobre, Lei siete voi, di Lorenzo Fava. Lieto Colle.
  • 17 ottobre, Cratere, di Stefano Ambrosini. Ciabochi editore.
  • 24 ottobre, L’inatteso, di Cinzia Perrone. Del Bucchia editore.
  • 31 ottobre, La Simeide, una lotta vincente, di Tullio Bugari. Serieditore.
    Presentazione in reading concerto, con i musicisti e i lettori di Arci Voce.

La rassegna è organizzata grazie a un contributo del Comune di Jesi.
(SCHEDE dei libri sul sito della Biblioteca Planettiana)

Partecipano: Scuola musicale Pergolesi, Assciazione Arci Voce, Vi cunto e canto band

Info: www.altroviaggio.orgarcivoce@gmail.comwww.bibliotecaplanettiana.itplanettiana@comune.jesi.an.it

Giornata mondiale dei pesci fuor d’acqua

PESCI DI CARTA di Ezio Bartocci, ex edicola, primavera 2019. Presentazione il 30 marzo al Museo della Carta e della Filigrana di Fabriano.
«Il 4 ottobre 1582 dopo aver sgombrato la tavola, serrato l’uscio, spento il lume o il mozzicone di candela, come ogni sera ci siamo coricati per passare la notte. Il giorno appresso qualcuno ci vorrebbe far credere che non è il 5 ottobre ma il 15, come se avessimo dormito dieci notti e dieci giorni filati. I signori più informati dicono che il Papa ha voluto cambiare il calendario per aggiornarlo, dopo circa mille e seicento anni di onorato servizio.
La gente del popolo abituata agli scherzi, in genere stupidi e pesanti, forse divertenti per altri ma non per i poveri derisi, si è fatta sospettosa e non si cura di certe notizie. Sa bene che qualcuno abile con la penna, o con la lingua, ha fatto la sua fortuna descrivendo l’ingenuità dei gonzi. Chi vive alla giornata, forse trascura gli editti, di certo non guarda l’orologio e non conosce Copernico, ma da povero analfabeta continua a lottare per la sopravvivenza: per lui domani sarà la stessa campana a scandire il tempo; anno bisestile, giuliano o gregoriano che sia.»

Inizia così Ezio Bartocci nel presentare Pesci di carta, la sua ultima invenzione, arrivata giusto in tempo per salutare la primavera 2019: 12 tavole originali, una edizione “ex edicola” tirata in 250 copie, di cui 100 con un’acquaforte firmata e numerata, stampata su carta a mano con filigrana speciale prodotta dal Museo della Carta e della Filigrana di Fabriano. Il lavoro è  di grande eleganza, nel segno e nell’ironia – “leggeri, fantastici, profumati, ideali per festeggiare la Primavera” – e sarà presentato il 30 marzo a Fabriano proprio al Museo della Carta e della Filigrana; le tavole resteranno esposte fino al primo maggio.

Anche solo leggendo le prime righe della cartella, o nel dare queste semplici informazioni sulla presentazione, avvertiamo già il senso dell’immersione nel tempo e nelle epoche, nella profondità dei cicli annuali della vita, da non ridurre solo a ricorrenze che si ripetono, e in quella vitalità che sempre cerca il modo di trascendere le banalità dell’ovvio, infondendovi con la leggerezza del segno altri strati di significato:
«Il pesce molto stilizzato, inciso, graffito o tracciato alla buona è stato tra i simboli di riconoscimento e di appartenenza più usati dai cristiani che dovevano manifestare la propria fede in segreto per evitare le persecuzioni. Tacciare una linea arcuata sul terreno con una canna o uno stecco poteva essere un fatto del tutto casuale, ma se il vicino in risposta tracciava l’altra metà della linea, facendo assumere a quel segno geometrico l’aspetto di un pesce, il messaggio era inequivocabile.»

Leggere il testo della cartella, che ci accompagna attraverso questa storia dei pesci, di simbolismi, di miti, di significati – e anche di scherzi e di burle, il Poisson d’avril, come giustamente deve essere, perché occorre burlarsi dell’ovvio – è altrettanto piacevole che osservare e gustare le tavole, nelle quali le parole dell’autore diventano segno grafico e ripropongono con l’eleganza dell’ironia  quelle ciclicità dei tempi della vita: “…insieme alle rondini per far primavera”.
Anche se da tempi immemorabili, ricorda Bartocci, da noi nel vecchio continente al ritorno della primavera e della fatidica data del primo aprile non si parla più di festa ma di ricorrenza.

E allora, in un’epoca come quella attuale, schiacciata addirittura sul suo stesso e unico presente, nel quale le euforie collettive si mescolano alle depressioni nel tentativo continuo di annullare tutto prima ancora che qualcosa riesca davvero a nascere, e nemmeno le ricorrenze riescono quasi più a “ricorrere” e rimettersi in pista, ecco che Bartocci ci propone una “giornata mondiale dei pesci fuor d’acqua”, magari da inaugurare proprio questo primo aprile 2019.

Non riesco a non attribuire una precisa intenzione a Bartocci – dovrò chiederglielo – per quel filo che regge il pesce all’amo dentro di lui e poi esce dal quadro verso l’alto, dove noi possiamo soltanto immaginare, secondo il nostro estro, ma appunto non è affatto ovvio questo sforzo d’immaginazione, chi è che può averci fatto abboccare. E se non ci fosse nessuno?

Buon Poisson d’avril a tuttiLa presentazione è il 30 marzo, l’esposizione resta aperta fino al primo maggio (Museo della Carta e Filigrana di Fabriano; coordinamento e comunicazione Associazione culturale SANTINERI).

 

 

Non dirmi che hai paura, di Giuseppe Catozzella

Mercoledì 19 dicembre ore 21.15, secondo appuntamento al circolo di lettura presso la Planettiana di Jesi, dedicato quest’anno alla La letteratura delle migrazioni.

Titolo: Non dirmi che hai paura     
Autore: Giuseppe Catozzella
Casa editrice: Feltrinelli

(Brani estratti dall’intervista di Patrizia La Daga a Giuseppe Catozzella, pubbblicata il 15 maggio 2014)

So che l’idea di scrivere Non dirmi che hai paura è nata dopo aver ascoltato la storia di Samia Yusuf Omar in Tv. Come è andata esattamente?
Io stavo facendo delle ricerche per un altro libro che doveva trattare dei i campi taliban e per questo mi trovavo in Kenya. Una mattina, mentre facevo colazione, ho sentito parlare della vita e della tragica morte di Samia e in me sono accadute due cose: da un lato sono stato investito dalla potenza di questa storia e dall’altro mi sono sentito responsabile, in quanto italiano, per la morte di questo talento. Mi sono reso conto che fino a quel momento non avevo mosso un dito per quella gente e dato che il mio modo di “stare al mondo” mi impone di essere solidale, ho deciso che avrei raccontato la storia di Samia e così ho fatto.

Per arrivare a scrivere avrai dovuto fare molte ricerche, cosa non facile visto che Samia era somala. Come ti sei mosso?
Avevo l’ovvia necessità di incontrare chi la conosceva bene, di farmi raccontare di lei dai suoi familiari. Ci sono state diverse persone fondamentali per la mia ricerca: Igiaba Scego, scrittrice italo-somala che mi ha aiutato nelle ricerche preliminari e Teresa Krug, giornalista di Al Jazeera che aveva scritto diversi articoli su Samia e aveva finito per diventare amica sua e della famiglia. È stata lei che mi ha passato il contatto di Hodan, la sorella di Samia che vive ad Helsinki.

Cosa è successo quando hai contattato la sorella?
Ci sono voluti sei o sette mesi perché mi rispondesse, non ne voleva sapere di me e delle mie richieste di incontrarci. È stato necessario l’aiuto di una mediatrice culturale, Zara Omar, per avvicinarmi. Senza di lei questo libro non esisterebbe. È stata Zara che scrivendo a Hodan in somalo ha ottenuto che potessimo andare a Helsinki per una settimana.

Come è stato l’incontro?
Hodan ci ha accolto in modo gentile nella sua piccola casa prefabbricata, spoglia ma calda, che il governo finlandese assegna ai rifugiati come lei. Zara cercava di sciogliere il ghiaccio e, dopo i convenevoli, ci siamo spostati in una stanza dove c’erano solo un tappeto e un divano, io ho estratto il registratore ma non ho nemmeno fatto in tempo a fare la prima domanda: appena ho fatto il nome di Samia, Hodan ha reagito con un fiume di lacrime. Per quasi un’ora abbiamo tentato di parlare, ma era inutile, Hodan non faceva che piangere. A quel punto ho detto a Zara di dire a Hodan che mi ero reso conto di avere sbagliato tutto, che ce ne saremmo andati l’indomani e che non se ne sarebbe fatto nulla, probabilmente non era stata una buona idea quella di voler scrivere questa storia così dolorosa. Finalmente ci siamo rilassati tutti e abbiamo riso. Poco prima di andarmene ho deciso di dire a Hodan il vero motivo per il quale avevo pensato di scrivere la storia di sua sorella, ovvero perché mi sentivo responsabile per la morte di Samia.

Che cosa è accaduto a quel punto?
Non dimenticherò mai gli occhi di Hodan mentre le spiegavo come mi sentivo. Da lì è cambiato tutto. In quel momento Hodan ha deciso di affidarmi la storia, ha deciso di prendersi il rischio che comportava il racconto di questa vita, il rischio provare tanta sofferenza.

Il dietro alle quinte del libro è quasi emozionante quanto il romanzo stesso. E poi come è andata la settimana con Hodan?

A quel punto la settimana è trascorsa in modo intensissimo, tra momenti di lacrime collettive, canti e grandi risate; è stata un’esperienza indimenticabile.

Quanto ci hai messo in tutto per terminare il libro?
Un anno e mezzo, più o meno.

Hai mantenuto i rapporti con Hodan?
Sì, ci sentiamo spesso. Proprio l’altro giorno l’ho informata che il Comune di Milano ha intitolato una pista d’atletica a sua sorella Samia Yusuf Omar. All’evento di inaugurazione c’erano 650 ragazzi che gareggiavano in varie discipline, una festa bellissima.

Dopo aver scritto questo libro come vedi il problema dell’immigrazione?
Immergersi così tanto nella vita anche di uno solo di questi migranti ti cambia per sempre. Prima mi facevo condizionare dalle frettolose cronache dei Tg, non avevo sviluppato alcuna sensibilità rispetto al tema e mi facevo trasportare dal pregiudizio; ero portato a considerare questa gente non dico come numeri, ma quasi. I Tg, in fondo, ce li raccontano così. Adesso, invece, ho ben chiaro che ognuna di queste persone è portatrice di una storia cento volte più interessante della mia. Per raccontare il viaggio di Samia ho incontrato decine di ragazze, anche di sedici anni che hanno fatto il viaggio e solo guardandole negli occhi si capisce che hanno già vissuto l’equivalente di quattro vite mie.