Per farlo uscire verso il cielo

Alcune note e riflessioni dalla conversazione con Michele Gianni e la sua storia “Rantologia, viaggio dal paese dei tubi” per il secondo appuntamento con Le Marche in Biblioteca 2020. Con alcune foto ‘mascherinate’ della serata.

Ma esiste già una narrazione dell’era covid? Questa domanda non l’ho formulata in questo modo giovedì sera 15 ottobre, nella conversazione con Michele Gianni che raccontava del suo “Rantologia, voci dalla terra dei tubi” (Qui la scheda sul libro , pubblicato da Ventura edizioni, che ho già scritto la scorsa settimana) ma ha preso nei miei pensieri questa forma più perentoria e di aperto dubbio solo dopo che ci siamo alzati dal tavolo.

La forma della domanda che ho usato durante la serata è stata più diretta e personale, quando ad un certo punto, ascoltando Michele soprattutto nel suo modo di parlare più che nelle parole – che il suo libro l’avevo già letto nella prima bozza in pdf del mese di aprile e poi di nuovo una decina di giorni fa avvicinandomi all’incontro – mi sono trovato a seguirlo nel suo ritmo interno, più testimonianza che racconto, alle prese con una massa di ricordi ancora freschi e molteplici di quelle giornate piene di tanti dettagli, anche contraddittori e in contrasto uno con l’altro, carichi insieme di angosce o istinto di sopravvivenza, a volte grotteschi oppure addirittura comici o ridicoli, basta ruotare lo sguardo o la percezione ed è come un caleidoscopio, un concentrato inedito di vita e di vitalità costrette alla lotta per uscirne fuori, e tornare in sé, per sentirsi bene anche addosso, ma ora con questo nuovo mondo inedito di esperienze da domare.

Lì sul momento nemmeno io stavo domando le mie percezioni, le lasciavio fluire, limitandomi all’istinto, seguendo il ritmo del suo rievocare e descrivere lontano dalla tentazione di spiegare ma intento piuttosto a ‘riportare’, e ad un certo punto l’ho interrotto e gli ho chiesto: “Ma tu, che hai scritto subito il libro appena rientrato a casa, hai già ‘assimilato’ questa esperienza oppure ancora ti vive dentro e la stai ancora assimilando, è un processo ancora in corso?”  Che può essere intesa anche come una domanda retorica, che riguarda l’ovvio, perché è senz’altro così, e quindi per paradosso diventa ancora più complicato rispondere, ma dalle parole di risposta comprendevo che quella domanda avrei dovuta rivolgerla, piuttosto, a tutti noi.

M’è venuta in mente allora in modo più chiaro la differenza tra la mia stessa prima lettura del suo racconto, in aprile, quando eravamo tutti chiusi a casa e nel momento del dramma esploso, che ci aveva colti alla sprovvista, eravamo vogliosi di partecipare in qualche modo a ciò che accadeva agli altri, ai nostri amici, a quel mondo di relazioni ora ‘distanziato’ che là fuori non potevamo raggiungere fisicamente, e curiosi di capirci qualcosa, ma ancora convinti ingenuamente che ne saremmo usciti velocemente, per tornare al prima, si trattava solo d’avere pazienza di questa sospensione inattesa. E in questa attesa forse c’era un po’ anche quell’aria di quando si affronta una battaglia che s’immagina eroica dura e veloce. Mi torna in mente questo video, che stimolato dallo scritto di un amico preparai e pubblicai sette mesi fa, a metà marzo, e s’ìintitolava “Domani, per il pane e le rose”.

Ora invece la seconda lettura del libro avvenuta pochi giorni fa ha avuto un effetto diverso, come l’accorgersi in ritardo che qualcosa è accaduto, l’abbiamo visto bene ma l’attenzione comunque non era adeguata e il mondo già non è più esattamente come prima. Forse, più che l’angoscia suscitata ora dagli allarmi sul ritorno incombente del contagio (c’è chi dice che anche l’ondata di ritorno di uno tsunami sia più angosciante), è proprio questo scarto di significato che si è prodotto e sta continuando a prodursi, a creare questa sensazione di incertezza.

Ma sto parlando esclusivamente delle mie percezioni, torniamo alla serata. La conversazione con Michele è stata accompagnata da tre interventi musicali di Claudio Durpetti della Scuola Musicale Pergolesi di Jesi, che aveva scelto per l’occasione tre brani di musica classica, da lui proposti con la chitarra: Fernando Sor, Andante dall’op. 31; Ferdinando Carulli, Moderato e Niccolo’ Paganini, Sonatina. Mentre ascoltavo mi sembrava che le corde della chitarra potessero essere una metafora delle nostre corde interne, che hanno bisogno di ritrovare la loro armonia e sinfonia, il loro respiro. Al termine di uno dei brani ho chiesto a Michele quali erano i suoni, o i ‘rumori di fondo’ che ascoltava nelle lunghe giornate e notti d’ospedale: «La colonna sonora di questo ricovero era il rantolo, così è venuto fuori ‘Rantologia’… questo rantolo che veniva da tante stanze, si sentiva sempre, più o meno forte, con tante sfumature diverse….».

Abbiamo parlato di molte altre cose. L’intera conversazione è stata registrata interamente, e si può riascoltare con comodo sulla pagina di Jesi Cultura Turismo; ne riporto qui in chiusura soltanto un brano, proprio le parole di Michele prima che io lo interrompessi con la domanda da cui sono partito per queste mie riflessioni:  «purtroppo ho visto diverse persone, più anziane di me, che non ce l’hanno fatta a uscirne. C’è un capitolo del libro con il titolo ‘La morte accanto’, in cui descrivo anche questa cosa abbastanza pesante, anche e soprattutto per il personale sanitario, che non ce la faceva a stare dietro a tutto. Io sono stato accanto al mio vicino di letto morto per una giornata intera, perché non ce la facevano a portarli via subito, ce n’erano troppi altri. Anche in questa situazione, la più drammatica, che forse è proprio ‘apice del libro, nella quale… io che sono un noto agnostico, con questa persona al mio fianco che è morta nella solitudine totale, io mi sono sentito addosso una specie d’istinto… di dargli una specie di benedizione, una specie di cerimonia forse anche un po’ pagana, e poi gli ho aperto la finestra come per farlo uscire verso il cielo… e quando apro la finestra mi resta in mano la maniglia della finestra. E così, anche nei momenti più drammatici, accade insieme sempre qualcosa di grottesco, la maniglia che mi resta in mano. C’è sempre questo doppio aspetto… drammatico ma anche in qualche modo creativo, a volte involontariamente ridicolo, che a volte ti fa trovare anche degli aspetti divertenti… è questo che mi sono trovato a vivere e ho cercato di riportare in questo racconto». 

 

 

Rantologia. Voci dalla terra dei tubi, di Michele Gianni

Titolo: Rantologia. Voci dalla terra dei tubi
Autore: Michele Gianni
Casa editrice: Ventura edizioni

Incontro con Michele Gianni alla Biblioteca Planettiana di Jesi giovedì 15 ottobre ore 21.15 per il secondo incontro della rassegna Le Marche in Biblioteca 2020. la conversazione con l’autore sarà accompagnata dalla lettura di alcuni brani a cura di Arci Voce aps e dagl iinterventi musicali di Claudio Durpetti, insegnante della Scuola Musicale Pergolesi.

Rantologia è uno di quei libri che l’autore non vorrebbe mai trovarsi nella situazione di dover scrivere, però poi qualche trama del destino ti ci tira dentro, sconvolgendo tutto e anche di più, perché, oltretutto, l’unica cosa che si sa del virus della corona è che nessuno ne sa quasi nulla, medici compresi, tranne il fatto che gli ospedali si stanno già intasando. Era così in quei primi giorni di marzo di questo 2020, una sorta di nuova realtà “due punto zero due punto zero”. All’inizio è una febbriciattola strana che non somiglia alle altre di cui si ha esperienza, poi la lenta ma inarrestabile escalation, con tutti i passaggi preliminari, in cerca di accertamenti o conferme cioè tamponi che però si fanno attendere, il poi il ricovero, l’isolamento, la tac, la febbre che cresce, il medico che ti visita dal corridoio e manda in camera l’infermiera come suo ambasciatore, poi arrivano i tubi, di cui volenti o nolenti si diventa un poco esperti, metti e togli, protesi del corpo e di non si sa bene con certezza cos’altro, come se  gli stessi confini di se stessi – in questo confinamento – assumano una diversa consistenza.

Il virus della corona interagisce anche con i pensieri, perché mentre il corpo combatte la sua battaglia cercando di non soccombere, si resta se stessi nei pensieri, è lì che ci si rifugia. L’8 marzo Michele doveva salire sul palco di un teatro per uno spettacolo “sull’8 marzo”, e già questa bizzarria, attore uomo che pretende di parlare di donne – ma non è solo il suo spettacolo a essere interrotto, è proprio l’8 marzo in quato tale – introduce una nota in più in questa storia, come una sorta di aporia, nella quale lo stesso Michele si rifugia durante le notti insonni del ricovero, perché è ancora convinto che basterà il rinvio di un mese e ad aprile lo spettacolo tornerà sul palco, lo stesso teatro lo ha rimesso in programmazione. Così in quelle notti Michele si ripassa nel silenzio dei suoi pensieri le battute, già mandate a memoria, per mantenerle vive e magari continuando a limarle, aggiustarle, immaginando il tono migliore, mentre sono quelle stesse batture che aiutano lui a fare manutenzione del suo spirito.

Ho scelto questa immagine tra le tante, per introdurre questo libro, forse perché s’intravede meglio in queste righe quel leggero tono sornione che associo sempre a Michele e che comunque percorre più in profondità il suo racconto, senza mai osare al tempo stesso di scherzare su quanto gli sta accadendo, e sui paradossi che mettono in evidenza, o che uno può cogliere anche dentro di sè una volta che ha modificato il suo sguardo.

Michele racconta quei giorni e non torna a noi per darci spiegazioni o consigli: “In questa epidemia, moltissimi danno pareri, indicazioni, sentenze. Io non dico niente, non conosco niente, non ci capisco niente. Io racconto.”  Così è proprio con questo spirito che un giorno gli viene in mente una sera di… «dare notizie di me al mondo tramite facebook. Mi faccio un selfie orrendo con la testa sul cuscino e la maschera dell’ossigeno in faccia attaccata al tubo. Scelgo Shakespeare per la didascalia. “Tubi or not tubi, questo è il problema. Saluti dalla terra dei tubi.” Ci penso un po’, poi pubblico.  Mi sveglio nel cuore della notte. Non ho orologio, per vedere che ore sono accendo il telefonino. Sono le due. Adesso il problema è riprender sonno. Mi viene in mente di guardare che effetto ha sortito il mio post su facebook. Centinaia e centinaia di commenti scorrono sotto quella foto raccapricciante. (…) Mi si spalanca un mondo di gente che mi vuol bene, ma anche di gente chiusa in casa da giorni che ha una gran voglia di condividere emozioni, che trova all’improvviso un contatto con un ospedale dove si sta consumando la tragedia e ci vuole essere, vuole partecipare, tenere questo canale aperto.
Il mio narcisismo da attorucolo, la mia vanità trovano piena realizzazione in questa pioggia di commenti. La vicinanza di tutta questa gente mi dà una forza straordinaria, ormai non c’è più partita, la mia vittoria sul virus della corona è fuori discussione.»

Ci sono anch’io tra gli amici che vedono quell’orrenda foto e ne sono scosso come tanti altri, mando un messaggio  a lui e poi a mia volta la condivido con altri amici che abbiamo in comune, e lo seguo così fino a vedere dalle foto ilo diradarsi dei tubi e poi finalmente quella allucinata corsa nell’ambulanza che lo riporta a casa, paradossale anche lei tutta coperta di carta stagnola, come la scenografia di un qualche teatro di parrocchia: «Il filmato è un trionfo di critica e di pubblico. La gioia di chi mi segue su facebook per il mio ritorno a casa si mescola allo sbalordimento per quella irreale fantasmagorica scenografia dorata frusciante che nessun premio Oscar avrebbe potuto ideare. Su facebook, dopo il ritorno a casa, non ho messo più niente. È rimasto il filmato.»

E poi qui – ma siamo darante la covalescenza a casa nei giorni della scrittura di questo racconto – ecco anche la Canzone del tampone: https://www.facebook.com/michele.gianni.37/videos/10206765058841223/

 

 

L’incontro con Ezio Bartocci

Ecco qui un po’ di foto, le prime che mi sono arrivate, sull’incontro di giovedì scorso 8 ottobre alla Biblioteca Planettiana, in pochi intimi, distanziati come la prudenza oltre che le norme consiglia di fare, per il primo incontro con Le Marche in Biblioteca 2020.

Dopo la presentazione della rassegna e il saluto dell’Assessore alla Cultura Luca Butini, in apertura dell’incontro e in chiusura due letture a più voci con Grazia Tiberi, Elisabetta Benedetti e Tullio Bugari (Arci Voce aps), accompagnate dalla tromba di David Uncini, per proporre e animare il testo di Antonio Emiliani, nella cartella Sulla Breccia curata da Ezio Bartocci.

Nella pausa tra le due letture in musica Ezio Bartocci ci ha raccontato del suo lavoro, come è nata l’idea, da quali altri percorsi di ricerca artistica e storica è scaturita e come poi ha preso corpo, senza escludere gli aneddoti che accompagnano lo sviluppo di qualsiasi lavoro che procede per incontri e scoperte successive, dettagli come chiavi che aprono orizzonti che a loro volta ne stimolano altri, coincidenze ritrovate tra i personaggi e i contesti in cui le loro storie sono avvenute, suggerendoci così ad ogni passo anche possibili ulteriori approfondimenti, per conoscere e seguire anche altre storie, riattualizzazioni di quel passato che è all’inizio dei nostri sguardi, modelli culturali e modi attuali di sentire. Di quel passato che dialoga con noi.

Calarsi in queste atmosfere e riflessioni all’interno della sala maggiore della Biblioteca Planettiana, e all’interno di quel palazzo che è più di un simbolo della nostra città, e soprattutto è un universo intero di documentazione e memorie raccolte, non a caso ma inseguendo nel tempo i propri percorsi, dai quali attingere ancora, costituisce senz’altro un’emozione e uno stimolo in più.

Così, tra gli squilli di tromba che in sottofondo alla lettura leggeri riecheggiavano l’ingresso dei bersaglieri a Roma, mentre Pio IX ricordava ai suoi che il momento della resa era giunto e iniziava per la corte pontificia un altro corso, la cartella “Sulla Breccia” ci ha consentito di riabbracciare con lo sguardo quell’intero mondo, sgombrandolo anche di possibili enfasi retoriche centrate sull’avvenimento in sé.

La lingua usata da Emiliani nel suo racconto, scritto diciotto anni dopo la presa di Porta Pia, ha una leggerezza e un’essenzialità che fanno sembrare attuali anche le parole oramai desuete nel linguaggio quotidiano, ma forse più piene, come se le avesse scelte con cura cercando la sonorità più adeguata alle immagini che rievocano, aiutandoci a sentirci dentro quel racconto.
La stessa essenzialità cogliamo nel ritratto tricolore che in copertina rappresenta il re d’Italia, e scorrendo i fogli della cartella di Bartocci, nella scelta delle immagini, dei colori e dei caratteri.

 

Tra il rosso della chioma

Giovedì 8 ottobre alle 21.15, primo incontro della rassegna Le Marche in Biblioteca 2020.

Il 20 settembre 1870 con la “breccia di porta Pia” cade il potere temporale dei papi e inizia il governo dello Stato laico. Più o meno. Il testo di Antonio Emiliani, originario di Falerone, riproposto ora da Ezio Bartocci con il titolo “Sulla Breccia” – tratto dall’ultimo capitolo del libro pubblicato a Fermo nel 1889 – e con una cartella pregevolmente curata – in copertina il  festoso ritratto tricolore, essenziale, di Vittorio Emanuele II, focalizza  con leggerezza tra il rosso della chioma e il verde del debordante “onor del mento”  uno dei volti più caratteristici della nostra storia – stuzzica la mia curiosità verso un Fatto storico che non mi sembra sia proprio al centro delle attenzioni. Nonostante l’anniversario dei centocinquanta anni.

Senza nessuna velleità di storico, che non sono, ma con la leggerezza tranquilla del curioso, raccolgo qualche stimolo.

Il testo di Emiliani mi sembra che abbia una sua leggerezza particolare che lo distingue dai toni più enfatici o retorici di testi prodotti già allora e in tempo reale da scrittori e commentatori, o comunque dai toni di un immaginario popolato da atti fieri d’eroismo e da allegre marcette di bande militari. Emiliani è un testimone diretto di quel Fatto, di cui scrive però diciotto anni dopo, e lo fa col tono di chi racconta: me lo immagino davanti ad un gruppo di ascoltatori che un po’ legge dai suoi fogli e un po’ narra, rivivendo a distanza di tempo le diverse emozioni di allora, che non sono prive naturalmente di sentimento patriottico, avendovi partecipato in prima persona, o di immagini degli assalti e delle grida di gioia e di stupore dei vincitori, e insieme però con gli occhi attenti a tanti dettagli talvolta definiti minori, dalle macerie a terra, ai feriti, a chi si aggira prestando i primi soccorsi ai feriti, al rammarico dei perdenti, o al popolo memore delle recenti repressioni e che dunque si aggira ai margini della battaglia in cerca dei Pontifici in fuga, da arrestare. Insomma, la battaglia con i suoi slanci eroici, che commuovono ancora i suoi ricordi, e insieme anche i suoi risvolti umani, che quell’entusiasmo un po’ magari lo stemperano e lo avviano forse verso una maturità più pacata.

Porta Pia all’epoca. Immagine presente nella cartella.

Pio IX, il “nostro” Papa Mastai Ferretti, compare due volte nel racconto, come a sottolinearne l’attesa e poi il momento della decisione, mentre osserva o ascolta i fragori della battaglia e dell’assalto di Nino Bixio, e quando poi ordina la resa appena gli giunge la notizia che è stata aperta una breccia.

Mi pare che Pio IX fosse ben cosciente della netta superiorità del neo esercito italiano – contro cui non aveva alcuna chance, soprattutto dopo il ritiro delle guarnigioni francesi richiamate in patria per la guerra franco prussiana – tuttavia aveva ugualmente rifiutato fino all’ultimo qualsiasi accordo per la cessione del potere temporale, perché gli serviva dimostrare d’essere stato cacciato con la forza: diede così l’ordine di schierarsi per combattere ma già pronto ad arrendersi al primo ingresso dei bersaglieri in città. Ecco dunque la battaglia, i colpi di cannone e i morti, non molti, non migliaia ma alcune decine, ma pur sempre vittime sono.

Avevano tentato di convincere Pio IX anche con sollevazioni insurrezionali dall’interno, ma senza successo, erano state represse con violenza, così come era stato sconfitto Garibaldi a Mentana tre anni prima, quando ancora c’erano i francesi. A Roma vigeva la pena capitale e Pio IX esercitava ancora il potere di comminare condanne a morte. Toccò a Giovanni Monti e Gaetano Tognetti, decapitati nel 1867. Oltre al potere temporale aveva voluto consolidare ancora di più quello spirituale, se mi è consentita la battuta, infatti il 18 luglio 1870, qualche settimana prima della “breccia di Porta Pia” aveva istituito il dogma dell’infallibilità del papa in materia di fede e di morale. E magari fu a suo modo proprio un atto lungimirante, per lasciare a sé e ai suoi successori un potente strumento per poter almeno interferire nelle decisioni dei governi italiani a venire.

Il 2 ottobre, intanto, fu un plebiscito che con circa il 99% dei voti stabilì e legittimò l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia e gettò le basi per Roma capitale. La città allora era compresa tutta all’interno delle Mura Aureliane e non arrivava a duecentomila abitanti , contro il quasi mezzo milione di Napoli o i circa 300 mila di Milano.

Tornando però al testo di Emiliani, da cui sono divertito anche per l’incontro con parole ed espressioni oramai desuete nella nostra lingua, ma forse anche allora usate più per rendere elegante il modo del raccontare, e meno nel linguaggio quotidiano; oltre a questo, però, mi traspare proprio da quel modo di raccontare, e da quel linguaggio e quello sguardo che non trascura i risvolti umani della battaglia, che non si tratta soltanto di rievocare un Fatto storico, quanto piuttosto un contesto, cioè un Mondo, un modo di sentire. Un sentimento, lo definirei.

Mi colpisce allora la cura dei dettagli, dello sguardo attento a soffermarsi, nel suo muoversi tra le barricate, lungo le strade solcate da ferite, tra gli schiamazzi che ode qui o gli squilli di tromba là, che in sottofondo arrivano quasi senza disturbare quell’aria, mi trasmette il senso del tempo, del suo ritmo e del suo scorrere, spingendomi a immaginare le vie più intime di Roma, quelle del cosiddetto popolo, degli artigiani, dei viandanti, un po’ spettatori e un po’ partecipi e coinvolti, un po’ liberati e che infatti poi votano in massa per l’annessione. Insomma, prendo in mano quelle pagine di Emiliani e mentre le leggo ad alta voce, sento mettersi in movimento un buon mare di suggestioni, il tono del suo racconto mi concilia in questo e mi stuzzica ad altro.

La cartella curata da Bartocci, il semplice lavoro di impaginazione, scelta delle immagini dei colori e dei caratteri, mi restituisce lo stesso tipo di sentimento, suggerendomi la sorprendente ricchezza di un mondo, sottratto a sbrigativi stereotipi retorici.

Così, quasi per paradosso, mi accade d’immaginare sullo sfondo del racconto proprio il Fatto storico, e la Storia non semplice e non poca sia di quei giorni complessi – da lì a pochi mesi, mentre Roma si festeggia “Capitale”, Parigi conosce le illusioni e la carneficina della Comune – sia degli anni a venire, fino ad oggi, con molte questioni ben aperte sul tema della laicità, eccetera e ancora eccetera. Mi viene in mente, da ultima, la beatificazione di Pio IX nel Duemila, l’anno del Giubileo.

 

Sulla Breccia per ricordare i 150 anni della presa di Porta Pia per Roma Capitale. A cura di Ezio Bartocci

Sulla Breccia, di Antonio Emiliani
Cartella (a cura di) Ezio Bartocci
Edizione di Garofoli, Sassoferrato

Giovedì 8 ottobre alle 21.15, per il primo incontro con Le Marche in Biblioteca 2020, presentazione della cartella di Ezio Bartocci  “Sulla Breccia” nel 150° della conquista di Roma attraverso lo sfondamento di Porta Pia (20 settembre 1870) per l’annessione al regno e l’elezione di Roma a Capitale d’Italia.

«La copertina della cartella – scrive Monica Cirillo sulla rivista La Voce del tabaccaio dell’11 settembre – propone un festoso ritratto patriottico di Vittorio Emanuele II.  Il titolo “Sulla Breccia” è lo stesso dell’ultimo capitolo del libro “Bozzetti: sulla via di Roma” di Emiliani. Il giovane patriota (Falerone, 1848 – Montegiorgio 1916) pubblicò i suoi ricordi a Fermo, dopo diciannove anni dalla storica vicenda a cui aveva partecipato rimanendo ferito.
La riscoperta, scrive Bartocci nella bandella interna, insieme alla biografia di Emiliani, è stata favorita in questo caso dalla forzata clausura dei mesi scorsi:  “… mi sono soffermato sul capitolo conclusivo che descrive le ore salienti di quel memorabile 20 settembre di centocinquant’anni fa. Pagine che tornano interessanti e in qualche modo attuali grazie al meccanismo che scatta in occasione delle ricorrenze.   Decido di riproporle insieme ad alcune immagini appropriate per dar forma ad una edizione originale…”. »

La presentazione della cartella sarà accompagnata dalle letture del gruppo Arci Voce e dagli interventi musicali di David Uncini.

Caratteristiche: cartella a tre ante, formato chiuso cm.17x 33,5, aperto cm.55×58; contenente 4 fogli doppi/16 facciate; formato chiuso cm. 16,5×33 – aperto cm. 33×33; stampa digitale a colori su cartoncino Tintoretto Fedrigoni da gr.200; costo di 25 euro; per info e acquisti: info@manifestiindigitale.it o tel. 0732/95159 – 0732/619352).

Le Marche in Biblioteca 2020

Tornano per il quinto anno consecutivo Le Marche in Biblioteca, ovvero I Giovedì Letterari della Planettiana, da giovedì 8 ottobre ogni giovedì fino al 29 ottobre, alle ore 21.15.

La rassegna è organizzata dalle associazioni culturali  ARCI VOCE aps e LICENZE POETICHE insieme alla Biblioteca Planettiana di Jesi, con il contributo del Comune di Jesi e dell’Assessorato alla Cultura.

La rassegna si svolge presso la Sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, Palazzo della Signoria; date le misure di prevenzione del covid, i posti sono limitati, è consigliata la prenotazione via mail a planettiana@comune.jesi.an.it o telefonicamente al 0731 538345 (mar-ven 9-13 e 15-19).

IL PROGRAMMA

giovedì 8 ottobre
Ezio Bartocci (a cura di), Sulla Breccia di Antonio Emiliani, edizioni Garofoli. Per i 150 anni di Roma Capitale.

giovedì 15 ottobre
Michele Gianni, Rantologia, voci dalla terra dei tubi, Ventura edizioni

giovedì 22 ottobre
Maria Vittoria Pichi, Come una lama, Ventura edizioni

Giovedì 29 ottobre
Serata dedicata alla memoria di ANNA ELISA DE GREGORIO, prematuramente e improvvisamente scomparsa.
Le Marche della poesia renderanno omaggio a questa straordinaria scrittrice.
Anna Elisa De Gregorio, L’ombra e il davanzale, Seri editore

Le conversazioni con gli autori sono accompagnate dalle letture di Arci Voce e dagli interventi musicali di David Uncini (8 ottobre), Scuola musicale Pergolesi (15 e 29 ottobre) e del Duo Acefalo (22 ottobre).

Info: www.altroviaggio.orgwww.bibliotecaplanettiana.itArci Voce aps

Un Primo Maggio anomalo: il lavoro che cambia.

di Ezio Bartocci
La ricorrenza del primo maggio, come le festività pasquali e del 25 aprile, quest’anno vedrà milioni di lavoratori costretti a casa ad interrogarsi sul come, quando e se potranno riprendere regolarmente il lavoro.
E’ bastato un virus micidiale per modificare radicalmente i rapporti della gente e bloccare il sistema produttivo delle maggiori potenze industriali della terra.
Osservo una dozzina di francobolli che ho avuto qualche anno fa da Alberto, il vecchio caro falegname, mentre apprezzavo a casa sua la serie completa denominata Italia al lavoro o Regioni d’Italia.
“Valgono poco!” – mi disse – “Prendi!, questi li ho doppi”.

Riguardandoli oggi, come allora, mi riportano ad un periodo dell’infanzia, quando quasi tutti i fanciulli d’Italia nati nel dopoguerra, me compreso, provavano a mettere insieme un personale illusorio tesoretto costituito da valori postali viaggiati e monete fuori corso.
I disegni mi fanno pensare innanzitutto al primo articolo della nostra Costituzione che recita: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Non sul lavoro nero sottopagato e disonesto che fa arricchire chi non lavora; non c’è scritto ma dovrebbe essere sottinteso.
La serie utilizzata dal 1950 al 1958 si compone di 19 abbinamenti, quante le regioni d’Italia,
essendo Abruzzo e Molise ancora insieme.
Ogni singolo pezzo alterna un tipico lavoro agricolo o di artigianato tradizionale, ambientando sullo sfondo un monumento per far conoscere anche all’estero alcune attrattive italiane.
Nell’insieme si ha l’idea di una terra laboriosa, prevalentemente agricola e manifatturiera;
non certo una moderna nazione industriale.
L’Italia evolverà in fretta, dalla fine degli anni cinquanta in avanti, modificando la sua immagine e le sue abitudini col boom economico del ’60.
Il decantato benessere dato dal nuovo modello di sviluppo, per contro, acuiva la crisi di tantissimi artigiani costretti a chiuder bottega per ripiegare nel lavoro a catena delle fabbriche del nord, o all’estero.
I diversi soggetti della mia infima raccolta filatelica infantile, neanche la metà della serie, li avevo messi insieme svaporando pigramente qualche busta affrancata o facendomi comprare occasionalmente da mia madre certi cubetti gelatinosi di marmellata, molto pubblicizzata e accattivante per via dei francobolli abbinati alla confezione.
La composizione realistica, minuziosa, ma non forzata di ciascun esemplare è apprezzabile anche per le variazioni monocromatiche. Quale fosse il valore facciale di ciascun francobollo me lo faceva ritenere di maggior pregio rispetto a quasi tutti agli altri, specie quelli dozzinalissimi col volto dei sovrani, o del duce di profilo coll’elmetto e la mascella taurina.
La scelta del formato grande ha contribuito a valorizzare le composizioni scenografiche di Corrado Mezzana, rigoroso disegnatore e apprezzato scenografo romano.
L’Italia uscita a pezzi dalle vicende della guerra, ma finalmente libera dal giogo della dittatura aveva voglia di rifiorire presto. Per farlo doveva credere nel lavoro come valore fondante, nelle diverse risorse individuali, artistiche e materiali, tipiche degli italiani, oltre che nelle sue peculiarità geografiche e paesaggistiche.
Per prendere le distanze dall’immagine del passato regime fascista, dalla ridondanza di aquile svettanti, di soldati armati, motti retorici e bellicosi le Poste Italiane non potevano fare una scelta promozionale migliore.
La serie incornicia regione per regione entro uno stesso modulo, fornendo in sintesi
la visione di una nazione compatta, operosa e orgogliosa della sua tradizione abbinando eccellenti lavoratori e lavoratrici a opere esemplari di ogni epoca in ogni località.
In settant’anni le trasformazioni produttive ed esistenziali hanno determinato sostanziali cambiamenti della penisola e dei suoi abitanti.
Il consumismo, interpretato in genere come panacea, ha contribuito all’egoismo individuale facendo perdere la tradizionale ricerca dei rapporti di equilibrio per stare civilmente al mondo, rispettare il contesto generale e guardare tutti insieme al futuro.
Basti pensare all’incidenza progressiva dell’immondizia ( ‘a monnezza) ed ai conseguenti problemi igienici delle città (all’inquinamento, allo smaltimento delle montagne di rifiuti ed alle losche speculazioni di gente di malaffare).
La pandemia che ha colpito ovunque nei primi mesi dell’anno, e l’Italia più di altre nazioni, poteva essere evitata o essere meno disastrosa? Ci insegnerà qualcosa? E’ corretto paragonarla ad una guerra, come molti informatori ripetono; guerra disastrosa che non si sa quando finirà, quante saranno le vittime, quali le conseguenze dei blocchi, delle trasformazioni delle attività produttive e dei cambiamenti dei rapporti?
Durante la guerra, per sfuggire ai bombardamenti, banchiere e mendicante potevano trovarsi di fronte nei rifugi con lo stesso problema e per un po’ sentirsi alla pari. E se il mendicante aveva con sé una borraccia d’acqua, avendo più dell’altro poteva essere il più generoso, invertendo le parti ed accorciando eccezionalmente le distanze.
Ora no, i privilegiati possono continuare a beneficiare delle loro lussuose residenze con parco ed ogni comfort standosene ancor più alla larga dagli emarginati, dai poco o nullatenenti.

Se la ripresa sarà graduale in ogni settore e con effetti economici imprevedibili, quanti individui, seppure professionalmente eccellenti, facenti parte di categorie poco organizzate,
già segnate pesantemente da anni di crisi, avranno la possibilità di continuare a vivere del proprio lavoro? Non è il caso di azzardare previsioni, ma se il paragone con la guerra è lecito, cessato il pericolo del Covid, com’è riuscita l’Italia postbellica a risollevarsi dal disastro con l’impegno di tutti, grazie anche all’umanità ed alla generosità dei più sensibili bisogna sperare in un virus altruistico contagioso: i francobolli di Alberto, quel suo di più, sono un esempio.
Quanti hanno già infinitamente più del necessario e stando alla sequenza di Fibonacci avranno esponenzialmente sempre di più fino a perdere il conto? Quanti si dimostreranno capaci da mettere in circolo parte dei loro surplus, non attraverso elemosine ma fornendo maggiori e migliori opportunità di lavoro ad altri?
Nei francobolli che ho descritto e riprodotto figurano in secondo piano o sullo sfondo opere architettoniche esemplari, identificative dei luoghi dove sono sorte.
Per le Marche c’è il Palazzo ducale di Urbino, creazione originalissima di Luciano Laurana coi suoi inconfondibili torrioncini racchiudenti i balconi sovrapposti.
Un palazzo equilibratissimo con scalinate agevoli e saloni dove non c’è un dettaglio casuale o raffazzonato, a dimostrazione che insieme ai grandi artisti hanno contribuito allo splendore della residenza una moltitudine di abili artigiani padroni dei loro mestieri.
Chiunque visitandolo anche a centinaia d’anni di distanza, apprezzando i risultati dell’impresa, tutto potrà dire del Duca meno che abbia dilapidato frivolmente le sue sostanze.
I dipinti commissionati, i marmi scolpiti, le tarsie dello studiolo come lo splendore della biblioteca ed ogni singolo volume manoscritto e miniato, così un mobile, un arazzo, un servizio da tavola; qualunque opera realizzata per lui e la sua corte, ovunque si trovi oggi è ammirata come o più di allora. Ogni espressione d’arte, d’alto artigianato e d’ingegno in genere, attesta in ogni epoca la volontà di non accontentarsi di fare per avere ma di provare a fare al meglio per dare; questo avviene tanto più quando chi ha i mezzi economici o le possibilità decisionali ha la sensibilità e la cultura per credere nel proprio contemporaneo.

Post Scriptum di Tullio Bugari.
Nei 19 francobolli della serie ” Italia al lavoro”, in parte riprodotti, sono sette le donne protagoniste; una percentuale inferiore rispetto alla rappresentanza maschile, ma ben più alta se paragonata alla quota di donne elette nell’assemblea costituente!
In quanto ai lavori che le donne rappresentano nei francobolli, beh, possiamo notare la raccoglitrice di olive, quella di arance, di uva, ci sono poi anche donne al telaio e al tombolo. Non mancano sullo sfondo nemmeno per loro, è vero, come evidenzia Bartocci soffermandosi per le Marche sul Palazzo ducale di Urbino, vedute architettoniche della nostra storia, da Castel Del Monte all’Abbazia di Pomposa.
Attira però la mia curiosità la donna del Friuli alle prese con il granoturco: m’è capitato di leggere testimonianze proprio di quegli anni, dalla pianura friulana del Cormor, di come utilizzando le foglie delle pannocchie riuscissero a ricavare un po’ di tutto, anche borse o cinture, esistevano anche laboratori artigianali, per raggranellare un po’ di reddito (ma dev’essere stato come per i francobolli che Alberto regalò ad Ezio: valgono poco!), ma tanto era nelle famiglie di contadini senza terra. Quando il lavoro, appunto, scarseggia.
Ma come le immagini proposte dai francobolli, quei tempi sono lontani.
Volendo allegare un’immagine meno romantica Ezio mi ha suggerito quella di una sua copertina del ’95 che eseguì per un numero di Prisma i cui articoli centrali si occupavano di Pari opportunità in generale, non solo la superficialità del lavoro. La donna nel cartello dei lavori in corso, già allora, quando me la propose, mi sembrò subito una buona provocazione. Trasmetteva e trasmette ironia. Richiama l’attenzione, rivendica un ruolo attivo fuori dai canoni. Poteva o potrebbe essere un francobollo originale per il Primo Maggio, ho pensato per un attimo, ma oramai la posta tradizionale è quasi un ricordo: i francobolli sono un genere in disuso e se qualcuno dovesse usarli oggi, guai ad applicarli come facevamo abitualmente!

(Italia al lavoro, la serie completa).

Giulio fa cose

Titolo: Giulio fa cose
Autore: Paola Deffendi e Claudio Regeni, con Alessandra Ballerini
Casa editrice: Feltrinelli

Dal sito Questione di Giustizia: l’articolo di Rita Sanlorenzo del 14 marzo 2020.

Da più di quattro anni ormai la tragedia di Giulio Regeni, rapito torturato ed assassinato a Il Cairo, dove stava svolgendo una ricerca sui sindacati autonomi degli ambulanti su incarico dell’Università di Cambridge, non trova un finale. Da più di quattro anni i suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni, senza cedere alla fatica ed allo sconforto, insistono con coraggio e determinazione nel chiedere quello che a loro è dovuto: verità, e possibilmente, giustizia. Uscito nel quarto anniversario della morte del loro figliolo, il libro “Giulio fa cose” è sì il reportage angosciante di una battaglia contro il muro opposto dalle autorità egiziane alla giusta pretesa di individuare gli assassini di Giulio; è anche la cronaca dell’atteggiamento ondivago, anzi ambiguo dello Stato italiano che sembra avere sacrificato ogni serio intento di affiancare questa famiglia nella ricerca di una risposta ai loro interrogativi alla “ragion di Stato” (che poi null’altro è che la sudditanza alle leggi di mercato e dello scambio economico); ma a ben vedere, è soprattutto la rivendicazione orgogliosa di un padre e di una madre di avere dato al loro amato figlio gli strumenti, e la curiosità, per sentirsi cittadino di questa modernità senza confini, che va a cercare la conoscenza lontano dal proprio ambiente di origine.

Non sta certo in questa ansia di conoscenza, da cui fin da piccolo Giulio era stato spinto a guardare lontano da casa, la causa, nemmeno remota, della sua fine: anzi, il loro Giulio era come tanti giovani che oggi scelgono di mettere in gioco le loro vite senza il comodo paracadute della sicurezza familiare per farsi, come scrivono loro, “costruttori di pace”. I signori Regeni hanno potuto verificare in questi anni, grazie ai tanti incontri con un largo pubblico che ogni volta esprime solidarietà, empatia, sostegno, che ormai Giulio è diventato un simbolo per tanti: perché in tanti hanno capito che quello che è successo a Giulio sarebbe potuto succedere “a qualsiasi persona che si mette a voler sinceramente e con impegno approfondire i temi delle politiche sociali, sviluppo economico e diritti umani, in paesi dove la tutela dei diritti è carente e necessiterebbe di sostegno da parte delle organizzazioni e delle politiche europee e mondiali” (pag. 75).

Queste frasi suonano oggi così lucidamente premonitrici, mentre si protrae in Egitto la prigionia senza prove di un altro ricercatore, Patrick Zaky, la cui detenzione nelle carceri egiziane prosegue di quindici giorni in quindici giorni senza alcuna formalizzazione di accuse precise nei suoi confronti. Uno sfregio ulteriore da parte di un regime autoritario che si fa beffe di ogni rispetto dei diritti umani non solo dei suoi cittadini ma anche di quelli di coloro che lo visitano per ragioni di studio. L’evidenza è tragica, e riguarda l’assenza di una comunità internazionale che possa far sentire la sua voce di fronte alle violazioni più plateali del rispetto della vita umana e della garanzia della libertà del singolo. Riguarda, anche in questo caso, l’assenza della politica, incapace di compiere delle scelte che non siano quelle più meschinamente dettate dalla convenienza spicciola e dall’immediato profitto di agenti economici impersonali e a cui, come tali, non si può nemmeno addebitare l’assenza di ogni senso etico.

Eppure del delitto di Giulio se ancora non si conoscono gli autori materiali, si sono accertati alcuni elementi a corredo, molto significativi: uno fra tutti, il feroce tentativo di depistaggio posto in essere dalla polizia egiziana, costato la vita a cinque innocenti indicati nell’immediatezza come i suoi assassini, inscenato come soluzione del mistero di quella fine, con tanto di ritrovamento dei documenti di Giulio. Una orrenda montatura, svelata grazie anche alla paziente opera dei magistrati italiani che hanno proseguito le indagini pur in assenza di ogni collaborazione da parte della procura egiziana, nonostante le dichiarazioni ufficiali di massima disponibilità. Una paziente opera che ha portato nel 2018 all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque tra poliziotti e membri della National Security che avrebbero avuto un ruolo tanto nel sequestro quanto nel depistaggio messo in atto dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio: atto che però non ha ottenuto alcun riscontro da parte della autorità giudiziarie egiziane, che non sembrano più occuparsi del processo.

Si aspettano entro il 30 aprile 2020 gli esiti del lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio istituita presso la Camera dei deputati, che dovranno fornire alcune risposte alle giuste richieste che l’opinione pubblica rivolge allo Stato italiano.

La tenace battaglia dei genitori di Giulio, affiancati dall’avvocata Alessandra Ballerini, che negli anni non hanno mai smesso di sollecitare, interpellare, lottare contro il silenzio da cui forse ci si aspettava che questa vicenda sarebbe stata coperta prima o poi, non sembra destinata a finire presto. Ma ormai entrambi sono ben consapevoli di non agire solo per sottrarsi ad un destino personale crudele ed insensato, ma in nome di una collettività più vasta che si identifica in un senso di umanità e di ribellione all’assolutismo di un potere dittatoriale che pretende l’impunità per i suoi crimini, anche i più assurdi ed ingiustificabili.

Giulio continua a fare cose, perché aggrega attorno a sé una comunità proiettata verso il futuro, che non verrà fermata dalla violenza e dalla brutalità dittatoriale e che anzi continuerà ad agire e ad operare per la costruzione di un mondo che riconosce valore alla persona umana, tanto più in quanto impegnata nella ricerca e nella diffusione del sapere. E tanto più in questa epoca di contagio pandemico, in cui al senso di responsabilità di ognuno è affidato anche il bene della salute, e della vita, degli altri, dovrebbe risultare ben chiaro a tutti che il destino dell’ “altro da noi” comunque ci riguarda, segna le nostre vite e contribuisce a costruire il futuro del mondo in cui siamo destinati a vivere noi e i nostri figli. E questo Paola e Claudio ce l’hanno ben presente: sottraendosi alla gabbia del ruolo di vittime, dopo avere conosciuto sul volto del loro ragazzo torturato ed ucciso “tutto il male del mondo”, continuano a battersi non solo per Giulio, ma per l’affermazione di un’esigenza universale di verità e giustizia. E per questo tutti dobbiamo loro una profonda gratitudine.

Cartoline

(articolo di Ezio Bartocci)
Non sono cartodipendente ma negli anni ho raccolto tanti generi di stampati, tra questi un assortimento di cartoline natalizie e di cartoncini affini, qualche letterina ed alcune antiche Natività calcografiche interessanti anche perché segnate dalla ripetuta esposizione annuale. Ho messo insieme questo materiale pensando di ricavarne un giorno un bel catalogo ed un’apprezzabile esposizione.
Le cartoline di auguri vanno dall’inizio del ‘900 agli ultimi decenni del secolo.
Ora che hanno fatto il loro tempo si prestano ad una ricognizione e a varie letture.
La mostra dedicata ai bambini, arricchita da manufatti ed oggetti attinenti, allestita tra dicembre e gennaio potrebbe richiamare le famiglie ed ogni singola persona interessata all’iconografia natalizia, alla religiosità ed alle tradizioni popolari.
La varietà di cartoline e dei cartoncini un tempo comuni, tirati in migliaia di copie, scelti in base ai gusti ed alle disponibilità individuali, sono interessanti anche nel verso caratterizzato dalla calligrafia e dalla firma, dagli auguri e dai saluti, dagli indirizzi del destinatario e del mittente. Stesso dicasi per gli stampati in busta, ritenuti più chic, quindi usati prevalentemente dai professionisti e dalle aziende.
Chi poteva immaginare che sarebbe bastato qualche clik per mettere in crisi un sistema perfezionato sotto vari aspetti che ha dato lavoro a generazioni di grafici, fotografi, stampatori, cartolai e postini.
Un vecchio cartolaio spiritoso, ora in pensione, dice che era inevitabile ed è meglio così.

I francobolli costano e gli stampati pure; la posta virtuale non costa niente e viaggia veloce.

Finalmente possiamo esser sicuri che gli auguri di Natale arrivano appena il bambinello nasce, non quando sta per mettere il primo dente.

Nel catalogo, oltre alle riproduzioni anastatiche dei pezzi più significativi, voglio mettere la foto di un sacco postale durante la levata e quella di un postino in bicicletta: il messaggero che secondo qualcuno suonava sempre due volte.

Prima dell’avvento dalle E-mail o di WhatsApp il postino era molto atteso, anticipava la festa; la sua borsa di cuoio appoggiata sul portapacchi, o portata a spalla, a dicembre era gonfia quasi quanto il sacco della Befana o di Babbo Natale, personaggio vincente quest’ultimo, oggi più capzioso commercialmente, ma un tempo più mimetico e fuori dalla nostra tradizione.
Nelle immagini più antiche, come la cartolina del 1901 qui riprodotta, ha l’aspetto di un antico pacifico montanaro mitteleuropeo.
Assai diverso quello stampato a due colori da una tipografia locale nel ’44.
L’autore anonimo del foglio probabilmente faceva parte del Trentesimo Squadrone Aereo del Sudafrica stanziato all’aeroporto militare di Jesi durante la liberazione dalla dittatura nazifascista. Indubbiamente sapeva il fatto suo: ha saputo incidere il linoleum abbinare la scritta all’immagine e mantenere un equilibrio d’insieme, ma i destinatari del suo Babbo Natale col sacco pieno di bombe sicuramente non gli hanno fatto i complimenti.
E’ passato molto tempo da allora. Oggi fortunatamente nel mondo non ci sono più né dittature né massacri. Non se ne ha notizia. E il modo di far propaganda e di comunicare non è più quello degli stampati tipografici. E’ ultraveloce ed efficiente. Non sfugge niente.
Apprendiamo, ad esempio, che il presidente americano grazia ufficialmente un tacchino.
Una prova in più che il mondo è migliore di quanto spesso immaginiamo.
Possiamo esser certi che presto, dopo una perdurante crisi di commesse, per evitare il fallimento, le fabbriche di armamenti militari saranno riconvertite in industrie alimentari, di giocattoli e libri di favole.

Auguri di Buone Feste a tutti!