Libri

I libri di Altrovïaggio

“Pastorale americana” di Philip Roth (circolo di lettura il 30 maggio)

Il prossimo incontro del circolo di lettura di Jesi è il 30 maggio, alle ore 21,15, sempre presso la Salara (Biblioteca Planettiana). Si chiude con questo il ciclo di 8 incontri dedicati alla letteratura americana del Novecento; coglieremo l’occasione anche per darci appuntamento per dopo l’estate, con il prossimi ciclo di incontri di cui dovremo scegliere insieme il tema.
Ecco intanto l’incipit di Pastorale americana, che leggeremo in questo mese:

81aXBt-qrwLLo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. 
Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inerte maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov. 
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore  principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, ma molto carichi di preoccupazioni -veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell’intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i buoni voti sì.
Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.
L’assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l’insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.

“E adesso?”, di A Yi

e adessoTitolo: E adesso?
Autore: A Yi
Casa editrice: Metropoli d’Asia

A Yi, nato nel 1976, è una delle nuove promesse della letteratura cinese e tra “i venti migliori scrittori cinesi sotto i quarant’anni”, stando alla prestigiosa rivista letteraria tawainese Lianhe Wenxue. E adesso? è il suo primo romanzo e la sua prima opera pubblicata in Italia, mentre in Cina ha già pubblicato anche alcune raccolte di racconti. Edito da Metropoli d’Asia, casa editrice fondata nel 2009 da Andrea Berrini e focalizzata in particolare sulla contemporaneità asiatica, il romanzo di A Yi racconta in prima persona la storia di un giovane e di un vuoto così ingombrante da spingerlo alla fuga. L’espediente efferato che escogita per cercare un senso, forse introvabile, ed essere rincorso in questa sua fuga, finirà per evidenziare anche il vuoto della società che sarà chiamata poi a giudicare il suo delitto, dando alla fine quasi l’impressione che l’unico buono sia proprio il protagonista, come ha scritto Cecilia Attanasio Ghezzi nella sua intervista ad A Yi su Internazionale.

In un’altra intervista a Marco Del Corona del Corriere della Sera, lo stesso A Yi ha aggiunto che “esistono personaggi come il protagonista che non hanno niente da fare e non riescono a sollevarsi. Certo, sono colpevoli loro ma è la nostra epoca che manca di valori”. Il contesto del romanzo è infatti quello di una generazione cresciuta nella Cina che si è aperta al commercio e al potere del denaro, finendo quindi per parlare di una crisi esistenziale che è in realtà universale, come sostiene Clarissa Sebag-Montefiore sul Wall Street Journal. Jane Graham su Big Issue parlando del romanzo ha invece scritto : “Frasi guizzanti e lampi di pensiero originale filtrano nella sua prosa essenziale e descrittiva come raggi di sole in una stanza in penombra”. Continua a leggere

Letture di terra

International day of peasant struggle, Dia internacional de lutas camponesas. Il 17 aprile è la “Giornata internazionale di lotta contadina“. La data è stata scelta da Via Campesina; sui manifesti che circolano compare nelle diverse lingue anche la scritta Venti anni di resistenza: quest’anno, infatti, è anche il ventesimo anniversario della strage di Eldorado dos Carajas, in Brasile, quando la polizia militare uccise 19 lavoratori rurali senza terra e ne ferì altri 69, i quali avevan12140792_995451573858747_8980665193989862407_no deciso il blocco di una strada per obbligare il governo di quello stato a mantenere le promesse fatte, durante una lunga e difficile vertenza.
Qualche anno dopo Amnesty international denunciò che molte persone erano state uccise dopo essersi arrese e che prima erano state anche torturate, mentre  i poliziotti indiziati della strage non erano stati allontanati dal servizio.
Le lotte contadine non hanno confini di nazione o di tempo, in una dinamica che si ripete ma resiste e sempre riemerge. Quest’anno da noi coincide con il referendum per fermare (simbolicamente) le trivelle, ma forse me ne sono accorto solo io di questa coincidenza (e, lo ammetto, quasi per caso), perché non ho trovato molte iniziative dedicate a questo evento, eppure quello contadino continua ad essere un mondo in fermento, ricco di mille iniziative.
Sul piano storico, la strage di Eldorado dos Carajas mi ricorda tante vicende della storia del nostro paese, ad alcune delle quali dedico i racconti contenuti nel libro L’erba degli zoccoli, in rappresentanza di tante altre storie. Mi stimola anche, questa giornata, a prestare un po’ di attenzione alla letteratura dedicata oppure scritta dai contadini: le scritture di terra.
Una letteratura che ho scoperto anche di essere molto vasta, ma io non sono un esperto e non ho svolto nessuna analisi critica comparata e così mi limito soltanto a pescare tra le poche letture che negli anni ho avuto occasione di fare, e che di recente ho ripreso. Una piccola raccolta di schede, senza nessuna pretesa di completezza o di chissà quale indicazione o interpretazione. Soltanto il piacere di condividere un po’ di letture, pescate in quella zona di confine tra narrativa e ricerca storica e sociale, iniziando da Rocco Scotellaro, del quale nel mio libro riporto molte citazioni, passando poi per Carlo Levi, Corrado Alvaro e altri, più noti e meno noti.

copL’uva puttanella, Contadini del Sud, di Rocco Scotellaro (Editori Laterza)
In realtà è un doppio libro, in questa edizione di Laterza che ha in copertina una foto di Franco Pinna, uno dei fotografi che in quegli anni collaborò con Ernesto De Martino. Il primo è un romanzo autobiografico, diviso in tre parti: i primi anni e le prime partenze, poi il paese e l’esperienza da sindaco, e infine i tristi giorni del carcere. Il secondo libro è una raccolta di cinque storie di vita che Scotellaro raccolse per una più ampia indagine culturale e sociale sui contadini meridionali, ma che a causa della sua prematura morte restò purtroppo incompleta. In questo momento mi piace citare l’inizio di L’uva puttanella, dove la partenza di Rocco è già anche un ritorno, e un incontro, con il ricordo del padre, nella sua vecchia vigna: “Uscii per la seconda porta di casa, che mena alla parte a monte del paese; con la borsa che avevo, ognuno, dallo spiazzo di Sant’Angelo fino in campagna, mi chiese con meraviglia dove andavo, perché sapevano tutti che sarei dovuto partire e pensavano a una delle solite improvvise decisioni: quando mi caricavano troppo, io ero solo di fronte ai loro malanni, alle loro grida, ai loro problemi recenti e remoti, taluni irresolubili e disperati, allora prendevo il biroccio o la corriera  o mi mettevo la via sotto i piedi (…) Arrivai  presto al vignale , abbandonando la mulattiera, fui subito nel grano che cresceva e nelle erbe altissime (…) Tra le viti e gli alberi, sono attento ai piccoli rumori: le foglie delle canne, lo sventolio sui rami, un sasso che rotola, uno scarabeo che si arrampica, le lucertole. So che questo posto ti piaceva, padre, più che ogni altro, mamma non vuol venire sola perché ti incontra vestito di serpente o ti ode borbottare sotto le fabbriche. Questo tra tutti è il posto, dove sei rimasto, qui, potando, mi dicevi la tua vita…”

12Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi. Nel ricordare i giorni del carcere, in quei primi mesi del 1950, Scotellaro racconta di quando alla sera arrivava l’ora del libro, cioè la lettura ad alta voce del libro di Carlo Levi, con i compagni di cella attorno a lui: “Noi ci addormentavamo felici bambini con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune: chi pensava più all’interrogatorio e ai giri di vite del processo, al tragico momento della gabbia? Con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante.” Che dire ancora del libro di Carlo Levi, così conosciuto anche attraverso il film, se non di riprenderlo e leggerlo? Carlo Levi era un pittore e ci ha lasciato di quell’esperienza, alla fine degli anni Trenta, prima a Grassano e poi ad Aliano, anche tante immagini, tra cui il grande racconto pittorico Lucania ’61, eseguito in occasione del centenario dell’unità d’Italia e dedicato proprio a Scotellaro (il pelorosso che si vede nel particolare qui a fianco), ora esposto a Matera. Forse sono influenzato dalla sua pittura, ma ci sono molti passi del libro che mi appaiono proprio come dei ritratti: “Era il pane nero di qui, fatto di grano duro, in grandi forme di tre o di cinque chili, che durano una settimana, cibo quasi unico del povero e del ricco; rotonde come un sole, o come una messicana pietra del tempo. Cominciai ad affettarlo, con il gesto che avevo oramai appreso, stringendolo e appoggiandolo al mento, e traendo verso di me, attento a non tagliarmi il mento, il coltello affilato. La brocca, come quelli di Grassano, e tutte quelle che, là e qui, le donne portano in capo, era un’anfora di Ferrandina, di terra giallorosata, a stretture e rigonfi, come un’immagine femminile arcaica, dalla vita sottile, dal petto e dai fianchi rotondi, con le piccole braccia ad ansa.”

GENTE-IN-ASPROMONTE-di-Corrado-Alvaro-331812783094-500x710Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro. Un racconto lungo, seguito da altri dodici racconti più brevi, scritti all’inizio degli anni Trenta, nei quali lo sguardo poetico dell’autore incontra toni ancora più aspri di quelli di Scotellaro e di Levi, toni che rovistano letteralmente dentro la vita dei contadini calabresi, o forse dentro la nostra di lettori partecipi. La critica letteraria spesso l’ha accostato a I Malavoglia di Verga. Ritroviamo la stratificazione sociale, resa fisicamente anche dalla struttura del paese o dalla descrizione della casa padronale, ma poi anche il riprodursi da una generazione all’altra di quelle durezze, che si scontra con il tentativo costante e incessante di modificare la sorte: “Qui in questo paese non c’è scampo per nessuno, con questi mariuoli che comandano. Bella rivincita che sarebbe per me, per noi tutti, che da casa nostra uscisse qualcuno che potesse parlare a voce alta, e li mettesse a posto. Il prete ci vuole. Tu mi devi aiutare”.
Riporto l’incipit del primo racconto: “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.”

dannati-terraI dannati della terra, di Frantz Fanon. Questo libro l’avevo letto da ragazzo e poi di nuovo di recente, con la sensazione però di leggerlo di nuovo per la prima volta, e trovandomi a confrontare di tanto in tanto, alcuni passaggi proprio con le riflessioni di Scotellaro o di Levi. Scrive Fanon: “Non basta raggiungere il popolo in questo passato che non è più, ma in quel movimento ribaltato che esso ha appena abbozzato e a partir dal quale, improvvisamente, tutto sarà messo in discussione. È in quel luogo di squilibrio occulto in cui sta il popolo che dobbiamo portarci, poiché, non dubitiamone, è lì che si accende la sua anima e s’illumina la sua percezione e il suo respiro”  Fanon non è certo un autore che si può racchiudere in poche e sbrigative righe, come del resto non lo è mai nessuno. I suoi libri, questo e anche gli altri, dovrebbero rientrare tra i testi che uno tiene sempre a portata di mano, per riconsultarli di tanto in tanto. Non è un romanzo ma un saggio, ma la lingua di Fanon e la visione che c’è sotto ad animarla a me sembra poetica e capace di mantenere una forza delle parole che ci accompagna per tutta la sua lettura.

 

cop.aspx_Contadini sulla strada, di Fabrizio Bottari (Pentagora edizioni). Qui andiamo su autori forse meno noti al grande pubblico di quelli citati fino ad ora, ma quando ho trovato quasi per caso il libro, incuriosito dal titolo, è stata una piacevole e assai interessante sorpresa. Si tratta della pubblicazione in italiano di alcuni reportage scritti da John Steinbeck negli anni Trenta, sulla grande epopea, e grande espulsione dei mezzadri americani dagli stati del centro, e il loro gigantesco esodo verso la California. Insomma, parafrasando la triste cronaca odierna, è come una rotta balcanica all’interno degli Stati Uniti. Gli articoli che Steinbeck scrisse allora, sono qui riproposti per la prima volta in italiano, e accompagnati dalle foto di Dorothea Lange, una grande fotografa. Sono molti i fotografi che in quegli anni raccontarono quelle vicende, come poi qualche anno dopo fecero anche nelle nostre campagne. Steinbeck in seguito a quei reportage scrisse il suo romanzo più celebre, Furore (The grapes of wraht), che qui a Jesi abbiamo inserito tra i libri condivisi dal nostro circolo di lettura. Anche il libro di Bottari ci aiuta, come tutti gli altri, a ritrovare un po’ di noi stessi oggi; conclude Bottari:“L’attualità delle parole e delle immagini di due testimoni d’eccezione, John Steinbeck e Dorothea Lange, possono aiutarci a capire che siamo anche noi parte di quella storia e che possiamo ancora salvare quel poco di fertilità e dignità che la terra e l’uomo, nonostante tutto, hanno saputo fin qui conservare.” Per questo libro è d’obbligo citare anche l’editore, Pentagora, perché nelle sue collane offre molti altre letture interessanti su questi temi.

phpthumb_generated_thumbnailjpgIl canale, di Salvatore Paolo. Proseguo con i meno noti al grande pubblico. Qui siamo in Salento e ad un certo punto nel racconto compare anche un’occupazione di terre che fa riferimento alle occupazioni storiche della terra di Arneo, nei due capodanni consecutivi alla fine del ’49 e poi del ’50. Alle occupazioni di Arneo dedico personalmente il racconto di chiusura della mia raccolta L’erba dagli zoccoli, e voglio qui citare anche un romanzo storico su queste occupazioni, “Vento freddo sull’Arneo” di Tina Aventaggiato. Il romanzo di Salvatore Paolo però è anche altro. Anche il suo lavoro è stato accostato talvolta a I Malavoglia di Verga, – e in alcuni punti sembra quasi che Salvatore Paolo citi volutamente Verga, ad esempio quando chiama I Mangialerba la famiglia al centro dl suo racconto.  Il suo sguardo però è più individuale e introspettivo, psicologico. L’io narrante è Assuntina, ragazza e poi donna, che racconta, ricordandolo dopo, con il tono di chi è riuscito, almeno un poco, a distaccarsi dal duro ambiente in cui è cresciuta. Sono gli anni che attraversano la guerra e si affacciano sulla nostra era, un mondo che certo ci appartiene ancora, nel fondo di noi stessi anche se abbiamo perso l’abitudine di riandarlo a cercare. L’accento narrativo di Salvatore Paolo forse sottolinea ancora di più la tensione verso un riscatto di tipo esistenziale e non soltanto sociale.

rossa-terra-miaRosa terra mia, di Vincenza Castria e Ciro Candido. Qui è assolutamente importante riportare anche il sottotitolo: Le lotte per il riscatto della Lucania nel nome di Giuseppe Novello. Giuseppe era il marito di Vincenza, morto dopo tre giorni di agonia quando all’alba del 14 dicembre 1949 a Montescaglioso, un paese a sud di Matera, teatro di lotte per la terra. Anche questo è in qualche modo un libro doppio, con una duplicità di sguardi. Nella prima ampia parte è Vincenza che racconta, non solo di quella notte e degli immediati giorni successivi, ma della vita in quanto tale, che comunque è più ampia e non la si può racchiudere in pochi seppure centrali episodi. “Le prime impressioni che affiorano alla mia mente riguardano il palazzo dove ho vissuto fino a dieci anni…”, inizia così il suo racconto, come per cercare una prospettiva solida e robusta, fatta di tutto ciò che porta con sé, per mettere in scena la sua storia. Per capirlo basta leggere i titoli dei vari capitoli o paragrafi: Alla scoperta della realtà; Il primo viaggio in treno; Il ritorno a via Balconi Sottani e l’arrivo di Filippo; Le prime lotte per il lavoro; e poi naturalmente l’epilogo di questa prima parte della vita.  Me l’hanno ammazzato, è il titolo di questo momento centrale del racconto, lo stesso grido che Vincenza lanciò quella mattina, in un’alba ancora buia: “Il crepitio delle armi sconvolse la gente, non si capì più nulla, un fuggi fuggi, ognuno cercava di salvare la propria vita”.  La seconda parte del libro è attraverso lo sguardo di Ciro Candido, il nuovo compagno di Vincenza nella seconda parte della sua e loro vita. Anche Ciro era in strada quella mattina, e poi costretto anche alla latitanza nei giorni successivi, per sfuggire agli arresti di massa di quella repressione; ma poi segue la vita di nuovo nella sua interezza, nel suo alternarsi di difficoltà e soddisfazioni. Di questo libro possiedo una copia con una dedica autografa molto gradita, regalatami da Filippo Novello.

Mi fermo qui con queste scarne note e suggerimenti alla lettura. Mi accorgo, mentre scrivo, che ne esistono tanti altri di libri sull’argomento, mi vengono ad esempio in mente Fontamara di Ignazio Silone, La malora di Beppe Fenoglio, Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, – ma anche il suo La guerra dei poveri, cioè la guerra vista dal basso, oppure i libri del poco conosciuto Ezio Taddei, come Il Pino e la rufola o anche L’uomo che cammina, che ci mostrano invece la vita in quanto tale vista dal basso, ma con una capacità poetica e di parola che la spoglia la vita, – e poi Trilogia dell’Altipiano di Mario Rigon Stern, La malapianta di Rina Durante e altri ancora, compresi quelli, non pochi, che ho già adocchiati ma non ancora letti. E mi rendo conto di non essere ancora uscito da una lettura in qualche modo sociale e forse politica, e di avere del tutto trascurato altri libri, più direttamente dentro la dimensione antropologica oppure che toccano più direttamente l’agricoltura proprio come attività e vita da ripristinare, tra i quali inserirei, ad esempio, anche Non è il vino dell’enologo, dell’amico Corrado Dottori. Ma anche su questo terreno l’elenco poi diventa ampio.

(pubblicato in data odierna anche sul blog del libro L’ERBA DAGI ZOCCOLI).

 

“Luigi Bartolini, AMORE DI MARCA”, a cura di Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci

copTitolo: Luigi Bartolini, amore di Marca
Autori: Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci (a cura di)
Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche

La serata dedicata a Luigi Bartolini lo scorso sabato 5 marzo alla Biblioteca Planettiana di Jesi, mi offre l’occasione di citare il libro “Luigi Bartolini AMORE DI MARCA”, curato da Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci, pubblicato nel 2013 dal Consiglio Regionale delle Marche.
Presenti, oltre ai curatori del volume, anche Luciana Bartolini, testimone e custode di un grande patrimonio, e poi Daniele Salvi per il Consiglio regionale e Luca Butini per l’Amministrazione comunale.
Un Bartolini nella piena ampiezza della sua figura e del suo lavoro, quello presentato e ricordato, di cui ci è stata offerta la possibilità di apprezzarne direttamente la poesia e la prosa, attraverso le letture di Dante Ricci, accompagnato in sottofondo da un soffice arpeggio di chitarra. Emozionante, in particolare, la lettura del poemetto “L’eremo dei frati bianchi”, dedicato allo stesso luogo dove tre anni fa, in occasione del cinquantenario della scomparsa di Luigi Bartolini, si tenne un’altra bella serata a lui dedicata, dal titolo “I luoghi, la memoria, le immagini”.

1234Il libro è disponibile anche in rete in formato pdf; qui di seguito riportiamo direttamente, insieme ad alcune foto della serata di sabato scorso, l’introduzione al libro di Fabio Ciceroni: “Luigi Bartolini, un universo da riscoprire”.

Troppo tempo dalla scomparsa – cinquant’anni, 1963 – di Luigi Bartolini? Ci si chiede con una qualche fondatezza. Se per un verso di lui si è detto e si è scritto nel mezzo secolo trascorso, per un altro è facile accorgersi che il nostro debito verso di lui s’è accresciuto. Si ha l’impressione di una sostanza sfuggente ai numerosi tentativi di farla emergere definitivamente.

Anche oggi Bartolini va affrontato a modo suo. Non attende da noi una collaborazione alla comprensione, come vorrebbero gli altri, nella critica e nella storia: ne sarebbe infastidito. Avrebbe invece bisogno di chiederci un’attenzione serena, più continua di quella frammentaria o doverosa che c’è stata: specialmente a noi suoi conterranei, che continuiamo per buona parte ad essere quelli che egli conobbe bene e che ufficialmente apprezzò poco per amore scontroso.

Con l’immaginario marchigiano anche Bartolini ha dovuto fare dispettosamente i conti per la vita, ha dovuto commisurarsi anche con la nostra irriducibile ruralità. Mutate le vesti coi tempi, ma non sempre le menti, siamo rimasti al campanone di casa con la scusa del genius loci; attaccati alle minuterie del quotidiano con la scusa della saggezza; paurosi della libera fantasia e del diverso con la scusa della proverbiale prudenza; terrorizzati dal sospetto del ridicolo con la scusa dell’antica diffidenza contadina.

Ma perché allora è tornato ciclicamente a scontrarsi con la terra madre marchigiana e con i suoi figli anziché dimenticarli, inondarli d’indifferenza? Non so figurarmi un Bartolini indifferente verso alcunché, tanto meno verso la propria terragna matrice. E mi pare che sia rimasto invincibilmente attratto dalla propria cultura d’origine, nonostante croste di disprezzo, proprio per la sua marginalità.

In fondo è proprio questo osservatorio marginale, ma non emarginato, a propiziargli una visione prospettica infinita sul mondo sghembo degli uomini meccanici e metropolitani che hanno perduto il gran respiro della Natura. E non vi è dubbio che quel respiro lo abbia investito fin dagli anni cuprensi quand’era giovanino giovanino. Il resto dell’esistenza è stato per lui un combattimento senza requie contro il tradimento ordito dagli uomini sciocchi, i soliti carciofi, ai danni della Natura primigenia. Russoviano incallito, come si definiva, ha intrapreso la sua utopica battaglia contro ogni odore di falsità, contro il mercimonio di galleristi e contro artisti ruffiani, perfino contro amici legati a correnti che gli parevano mode sradicate dalla nostra tradizione (come l’ermetismo in letteratura). La sua radicale classicità deve intendersi dunque come adesione schietta, ma meditata non istintiva, ad una matrice idillica di valore assoluto, perseguita a qualsiasi prezzo e da inseguire per disparati sentieri: con la morsura delle sue eccezionali incisioni e con l’aggressività cromatica della pittura, con la narratività antinovecentesca della poesia e con la divina cadenza di una prosa fino ad oggi impareggiata. L’arte, nei suoi molteplici linguaggi, gode in lui di una centralità salvifica, rivelatrice unica di quella verità im- manente e vibrante ch’egli ha sempre paganamente delibato dalla romita Natura.

Di qui il rito della contemplazione, ma nutrita di umori sangui- gni, che in prosa si manifesta con un ricorso assiduo all’autobiogra- fia, mai narcisistico però: pochi sono riusciti a svelare mondi fuori di sé parlando di sé. Di qui il mito del ritorno ad ogni passo, al nocciolo fondo delle cose: non vi è in fondo evoluzione progressiva, lo potremmo leggere aprendo a caso una pagina di uno qualsiasi dei suoi oltre sessanta titoli. Ma, mi chiedo, dove rileggerlo ormai? Gran parte del tesoro non è reperibile e rischia di perdersi (meritorio è il riferimento creato a Cupramontana dal Centro di Documentazione a lui intitolato). Anche per questo di Bartolini si parla meno. È stato più volte ripubblicato Ladri di biciclette, ma paradossalmente è l’opera sua più fortunata per riflesso del film di De Sica e Zavattini. Il capolavoro del neorealismo cinematografico resta però lontano e diverso, com’ebbe a polemizzare lo stesso Bartolini, dalla prosa picaresca e dalla ricerca del miracoloso che è del romanzo. Così rischiamo di perderlo anche perché egli sembra,a distanza, aver riguadagnato quella natura solitaria e quell’aria scontrosa che in vita gli avevano procurato tanti allontanamenti che volevano negargli quel suo supremo diritto alla contraddittorietà. Utili dunque e preziose le iniziative – come la presente o come quelle cuprensi, fabrianesi e, speriamo, romane – per saldare tanti debiti accumulati verso questo sovrano, inimitato cultore della bellezza contratta dalla sua terra.

(vedi anche “I luoghi, la memoria, le immagini”)

“Non posso perdonare così, con leggerezza.”

izbjeglice-rifugiati-cover«E’ molto difficile avere rapporti con loro. Io non vado a cercare nessuno e mi reco giù in paese solo quando devo andare alla fontana a prendere l’acqua. Allora capita anche che qualcuno di loro si avvicina e mi insulta pesantemente, vuole provocarmi ma io non reagisco, non voglio e non posso reagire, rispondo come se nulla fosse: “buongiorno, io sto bene, grazie”, non faccio capire che mi disturba la sua provocazione anche se dentro mi sento scoppiare. Questi che fanno così mi fanno ridere, sono dei poveri. Ma non sono tutti così. Succede anche che alcuni vengono qui a casa mia. Sono persone che prima della guerra erano amici o vicini di casa. Ora vengono qui e io, anche se non li gradisco, non posso cacciarli da casa mia, devo riceverli. Si mettono seduti, io preparo il caffè e loro stanno qui, parlano di fatti privati, chiedono cosa fai, come stai, cosa è successo, e basta. Si parla esclusivamente del più e del meno. Non capisco bene perché vengano. Non lo fanno con arroganza. Chiacchierano, stanno un po’ e poi se ne vanno. Non c’è nessuna amicizia, i rapporti sono freddi. Io li caccerei via volentieri da casa mia ma non posso farlo, devo dimostrare che li accetto, anche se conosco quello che hanno fatto durante la guerra e come si sono comportati ad esempio con mio marito, i torti che gli hanno fatto subire ma non posso fare niente per dire loro queste cose. Devo solo stare zitta, aspettare che bevano il caffè e se ne vadano via. Mi raccontano favole, dicono: “non è colpa nostra, siamo stati costretti a fare la guerra con la forza, noi non volevamo”. Forse cercano un perdono questi che vengono qui a casa mia a bere il caffè, ma io non posso perdonare così, con leggerezza.»

Le guerre, tutte le guerre, non sono come un temporale, che dopo ritorna tutto come prima; nulla è mai uguale a prima, c’è sempre una realtà nuova, fatta di lecerazioni, con cui fare i conti; la memoria è questo.

Dal libro “Izbjeglice/Rifugiati, storie di gente della ex-Jugoslavia” di Giacomo Scattolini e Tullio Bugari, con un racconto di Predragć Matvejević

“Ask the dust”, John Fante (incipit)

ask-the-dust« Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.
Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè. »

fante« One night I was sitting on the bed in my hotel room on Bunker Hill, down in the very middle of Los Angeles. It was an important night in my life, because I had to make a decision about the hotel. Either I paid up or I got out: that was what the note said, the note the landlady had put under the door. A great problem, deserving acute attention. I solved it by turning out the lights and going to bed. In the morning I awoke, decided that I should do more physical exercise, and began at once. I did several bending exercises. Then I washed my teeth, tasted blood, saw pink on the toothbrush, remembered the advertisements, and decided to go out and get some coffee. »

mercoledì 3 febbraio alle ore 21.15 alla biblioteca Planettiana quarto incontro del circolo di lettura con “Chiedi alla polvere” di John Fante

 

Disponibile la seconda delle Operette morali di Leopardi: Dialogo d’Ercole e di Atlante

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“Dietro i gesti di Ercole, sta Leopardi, il quale si prende gioco della grande poesia e della sua stessa poesia sublime, le Canzoni.” – Pietro Citati

Dopo la Storia del genere umano, da oggi è disponibile per il download gratuito anche la seconda delle Operette morali di Giacomo Leopardi che Altrovïaggio ha deciso di offrire a partire dalle ultime festività. Il Dialogo d’Ercole e di Atlante fa parte del gruppo di operette che Antonio Prete ha definito “cosmicomiche” e in cui Leopardi non è “pretendente della verità, ma soltanto giullare, soltanto poeta”. Mentre i due protagonisti si passano la terra come fosse un pallone nel breve Dialogo, “lo scherzo procede per allusioni e rinvii ai temi delle altre operette: il sonno degli uomini che paion morti, dal momento che è caduto, con la restaurazione, ogni movimento di passioni e di azioni, la vanità miserevole della centralità dell’uomo, l’insignificanza della terra nell’universo”.

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“I giorni ebbri”, di Sa‘dallah Wannus

giorniebbriTitolo: I giorni ebbri
Autori: Sa‘dallah Wannus
Casa editrice: Edizioni Q

Dalla Introduzione a cura di Eleonora Catalli, pubblicata su politicadomani (n.67 – marzo 2007).

Lo scontro tra passato e presente lacera la società nella regione siro-libanese occupata dai francesi negli anni che precedono e seguono la seconda guerra mondiale. Il “progresso” portato dai francesi ha coperto come un velo sottile la vita quotidiana fatta di tradizioni e consuetudini. Gli ormai familiari modelli occidentali sono divenuti l’aspirazione delle nuove generazioni. Il “progresso” ha corrotto la morale e risvegliato desideri da tempo assopiti. Sono questi I giorni ebbri cui Wannus si riferisce nel titolo, giorni inebriati da un profumo straniero, dalla ricerca di gioie e piaceri. Il processo d’assimilazione condotto dai francesi, con conseguente richiesta di rinuncia dell’identità storico-culturale della popolazione assoggettata, non ha sviluppato solo un diffuso desiderio per il “progresso” occidentale, ma ha portato anche alla luce la necessità della lotta per indipendenza. Continua a leggere

“Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese” di Simone Sibilio

1Titolo: Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese
Autori: Simone Sibilio
Casa editrice: Edizioni Q

“Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese” prende in esame una selezione di opere letterarie palestinesi connesse al ricordo traumatico dell’espulsione di massa del 1948, indagandone in una prospettiva interdisciplinare le diverse modalità di configu razione e rappresentazione. La poesia riporta in vita tracce e luoghi cancellati dalla storia e dalle mappe geografiche. Interrogando il senso di ‘dislocazione’ deri vato da quella frattura, esprime l’ineludibile tensione tra memoria e oblio, presenza e assenza. Le opere in prosa di Kanafani, Natur, Habibi e Darwish vengono esplorate come potenziali serbatoi di contro-memorie della catastrofe del 1948. La memoria è agency volta a ristabilire un legame positivo con il proprio passato a rischio di oblio, è un atto di resistenza alle atrocità del presente.
Nella copertina della nuova edizione, del maggio 2015, un’opera del pittore palestinese Ismail Shammout per ricordare il massacro di Tall al-Za’tar del 1976.
La scheda di Edizioni Q

Dall’introduzione di Simone Sibilio

“Il sabato che avevo scelto era l’undici dicembre del 1948, proprio quell’anno della malora. Non dimenticherò mai questa data che sarebbe poi diventata la data storica della mia vita. Per me tutto è successo o prima o dopo quella data.”

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Barnabooks presenta “TAV: diario dalla Valsusa” di Matthias Canapini

barnabooks, il progetto editoriale di Altrovïaggio, presenta in versione digitale un altro diario di viaggio del fanese Matthias Canapini. Queste le parole del giovane fotogiornalista viaggiatore per introdurre TAV: diario dalla Valsusa: tavdiariodallavalsusapreview«Le pagine che seguono affrontano a mo’ di reportage e diario di viaggio le tematiche della Valsusa, relazionate con la lotta che il movimento NO TAV porta avanti ormai da 24 anni. Saranno presenti naturalmente anche pensieri e piccole testimonianze dei valsusini stessi. L’intento è quello di raccontare la quotidianità stravolta da un’opera come quella dell’Alta Velocità, cercando di dare voce a coloro che ne subiscono i danni in prima persona. Senza affiancarsi a nessun schema d’appartenenza, ma informando quante più persone possibili su una realtà molto spesso ignorata e non raccontata dai media nazionali. Come scriverò poi, è un invito ad andare, ma anche a informarsi tramite quei canali alternativi estranei alla disinformazione mediatica e più vicini alle persone che ogni giorno vivono e sognano».

È possibile acquistare l’ebook direttamente dal sito di Altrovïaggio:

TAV: diario dalla Valsusa è inoltre disponibile nel Kobo Store (store.kobobooks.com/it-it/ebook/tav-diario-dalla-valsusa), da Feltrinelli (www.lafeltrinelli.it/ebook/matthias-canapini/tav-diario-dalla-valsusa/1230000780803) e da Mondadori (www.mondadoristore.it/TAV-diario-dalla-Valsusa-Matthias-Canapini/eai123000078080/).