Libri

I libri di Altrovïaggio

Un’intervista a Umberto Piersanti

Titolo: Nel folto dei sentieri
Autore: Umberto Piersanti
Casa editrice: Marcos Y Marcos

A cura di Alessandro Canzian, un’intervista a Umberto Piersanti

Di Umberto Piersanti avevo già parlato in riferimento a un suo vecchio libro (L’urlo della mente, 1977) e a una sua bellissima poesia (Rêverie). Quest’ultima in particolare mi dà modo di introdurre questo libro (che contiene appunto Rêverie) che Piersanti dà alle stampe con Marcos y Marcos nel 2015: Nel folto dei sentieri. Un libro che si inserisce con un certo senso di continuità nella produzione del poeta urbinese ma che si differenzia moltissimo da una sorta di usanza poetica alla quale siamo tutto sommato oggi abituati.

Paolo Lagazzi di questo libro dice: Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino Nel folto dei sentieri è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un tempo nuovodi ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi. Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il fiume incessante del reale, e in esso il pullulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso (da quidculturae.com). Parole precise quelle di Lagazzi che poi continuano con una delle migliori definizioni possibili di quest’opera: Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, Nel folto dei sentieri è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca l’Aperto, il seme immenso del possibile, o afferma che il tempo non esiste, / va avanti e indietro, ci soffoca e ci carezza.

Poeta definito tra i più importanti della contemporaneità, con la particolarità di una voce riconoscibilissima, nitida, tanto personale da non poter essere confusa con quella di altri autori, Piersanti è inserito in diverse antologie e ha molte pubblicazioni poetiche e non solo (solo per ricordare i volumi Einaudi: I luoghi persi nel 1994, Nel tempo che precede nel 2002, L’albero delle nebbie nel 2008). Ma è anche il poeta che viene dimenticato nelle mappature (in questo blog ho diverse volte parlato del fenomeno poesia di questa estate, ad esempio qui e qui, con un parziale riassunto qui). È il poeta fuori dal coro che difende la sua posizione con una convinzione precisissima, quasi una poetica, e che mi ha dato modo di svolgere questa piccola intervista telefonica (l’autore mi perdonerà le imprecisioni, se presenti) dove ho chiesto del libro ma anche della poesia, del dibattito di queste settimane, della vita.

Un’intervista che ho trovato affascinante, semplice e intensa come è la sua poesia. Vera.

Intervista a Umberto Piersanti del 3 settembre 2015

Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri è sicuramente un libro particolare nel senso che si inserisce in maniera coerente, pur nella sua chiara evoluzione, all’interno della tua produzione poetica, ma nel panorama contemporaneo appare indubbiamente fuori dal coro. Da dove viene questo libro? Quale ne è l’origine?

Questo libro prosegue il mio modo di intendere e percepire la vita e in particolar modo la natura. Io mi considero un poeta incredibilmente legato alla memoria e nei miei versi persino la natura viene colta attraverso lo specchio della memoria. Ma non per raccontare una natura bella, perfetta, che oggi non sarebbe più. Non c’è alcuna dimensione ecologica nel mio modo di percepire il mondo. C’è piuttosto questo fatto: io ricordo un mondo contadino ma non in senso neorealista, non alla Olmi o alla Pasolini per intendersi, i quali contrappongono l’autenticità di quel mondo all’inautenticità di quello contemporaneo. Anche il mondo contadino ha in effetti cose tremende, per esempio ricordo che mia nonna mi diceva non passare sotto quella casa che ci sono certi spiriti, e io da bambino facevo quattro chilometri a piedi per non passarci. Oppure quando una donna abortiva, anche in modo naturale, veniva rimandata con la falce a lavorare. Però quel mondo di racconti e di oralità mi è rimasto inevitabilmente dentro il sangue. Ho un aneddoto, una cosa realmente successa, che forse può far capire meglio delle mie parole questo rapporto come io lo vivo. Subito dopo la guerra andavo giù, nel fosso, dove c’era la casa di mia nonna. Lì ci stava anche il mio bisnonno che ricordo con una benda celeste su un occhio, il quale un giorno mi disse: lo sai Umberto cosa mi è successo? oggi quando andavo giù per il fosso, a spasso col carro, ho visto un cagnetto, ciccetto, piccolino, m’ha fatto anche commozione, e allora me lo sono preso. Santa Madonna non lo avessi mai fatto, perchè questo a un tratto diventava sempre più grande, più nero, più grosso, sempre più pesante e i buoi non riuscivano più ad andare avanti, E allora gli ho dato una pedata e gli detto “ma tu sei il diavolo!”, e lui ha messo le ali e se ne è andato via. Questo era, come dire, il prendere il caffè da un amico. Ecco io vengo da questo mondo un po’ visionario, un po’ magico, un po’ lontano, questa era la mia formazione. Per cui il mio rapporto con tale antico è sostanzialmente una rappresentazione attraverso la memoria, attraverso il sogno. Dove la memoria trasforma situazioni perchè, come è stato detto, una volta passati sogno e memoria sono la medesima cosa.

La memoria quindi come filtro di lettura della realtà? Del mondo?

Per rispondere a questo domanda voglio raccontare un altro aneddoto, anche questo realmente accaduto. Quando ero piccolo mi mandavano in Colonia. Ce n’erano due: quella dei preti e quella dei comunisti. In quella dei comunisti si facevano tutti i peccatucci e in quella dei preti ovviamente non si poteva, ci si confessava. Una volta che ero nella Colonia dei preti mi ero invaghito di una ragazzina e volevo sedermi accanto a lei a mangiare. E invece stavo vicino a un ragazzino brutto, tutto butterato, e allora ho chiesto al prete se potevo cambiare di posto e lui mi disse: no! bisogna sacrificarsi in vita per guadagnarsi il Paradiso. E io gli ho chiesto se esiste veramente l’Inferno, in quanto se uno poi ci finisce resta fregato perchè si è sacrificato in vita e poi soffre comunque. Ad ogni modo volevo assolutamente sedermi accanto a quella ragazzina. Il ragazzo tutto butterato poi, il giorno che se ne è andato, è venuto a salutarmi con un: ciao ci vediamo. In quel momento ho veramente provato un tuffo al cuore, perchè tutto ciò che perdiamo irrimediabilmente cambia, si trasforma, diventa altro. Dunque è questo il mondo che io cerco di descrivere: un mondo trasformato dalla memoria ai confini del sogno, senza che questo diventi però mitologia.

Quando si parla di memoria, di passato, si fa inevitabilmente un confronto col presente. Tu hai espresso due concetti: l’oralità e la natura come memoria. Il tuo libro ha anche un’altra particolarità: esprime cioè la convivenza del bene col male. Quando hai raccontato che ti dicevano di non passare sotto quella casa perchè c’erano gli spiriti è vero che ricordavi un mondo superstizioso, forse per alcuni versi più ignorante di quello di oggi, ma è anche vero che era un mondo che conviveva col male e la sua esistenza molto più di quello che facciamo un po’ semplicisticamente noi. Nella tua poesia è forte il senso della precarietà della vita. Cito due versi: non so se la sua casa poi rivede e forse lo trova il lupo / forse la madre.

Hai perfettamente ragione, infatti prima ho parlato di una natura non mitologica. Un poeta come Damiani ad esempio ha una visione più positiva di quella che sento esserci nella mia scrittura. Da me è pieno, ma anche nei miei libri precedenti non solo in Nel folto dei sentieri, di aquile che volano con il coniglio tra gli artigli e di caprioli che possono essere trovati dalla madre ma anche dal lupo, per tornare a delle immagini del libro stesso. La mia natura si lega assolutamente allo spavento, alla morte, poi in questo libro più che negli altri il sentimento del tempo che passa diventa sempre più drammatico, più pungente, c’è una paura maggiore del tempo che passa, c’è precarietà. Oggi il tempo è questa precarietà. Io credo che ciò che contraddistingue la mia poesia sia il rapporto bene/male, luce/morte, sia una certa visionarietà orale che si distingue per sentimento anche in un poeta che amo molto come ad esempio Bertolucci. Senza banalizzazioni o semplificazioni. In tutto questo la mia natura è meravigliosa ma è anche oscura.

Quando un poeta porta avanti un discorso non è mai solo quel discorso ma è un ampliarsi di significati che coinvolge la poetica stessa. Leggendo il tuo libro a me è venuta in mente un’espressione che vorrei tu mi confermassi o mi confutassi: può essere considerato questo tuo mondo bucolico della poesia una reazione a un mondo metropolitano della poesia?

Non c’è una voluta contrapposizione. C’è però il diritto a non essere alla moda, che è molto duro nel nostro tempo. Io sono un poeta che ha pagato sulla sua pelle questa lontananza dalle mode. Ho cominciato a scrivere quando dominava l’avanguardia e parlare d’alberi era semplicemente assurdo. Un critico portò, parlando di un mio libro, una definizione che mi piacque molto: un’arcadia d’ombra. Arcadia d’ombra perchè mentre io tento di cogliere disperatamente l’armonia delle cose (io vengo da Urbino e sai benissimo che Urbino è la patria di Raffaello, l’artista che più di ogni altro ha tentato di creare un cosmo armonico), nello stesso tempo ne vedo la carica di inquietudine, di dolore, soprattutto di precarietà. Se tu prendi una poesia come Viola d’inverno, questa viola che muore appena nata e che mi ricorda i bambini che si diceva che andassero nel limbo, morti senza essere nemmeno nati, questo a me fa domandare quale sia il senso della vita per chi in essa dimora così poco. La poesia finisce con un’espressione tutto sommato drammatica, laica, che traduce il senso di una religiosità della natura: ma il dono della nascita permane. C’è questa aspirazione alla dono della nascita che permane, a un’armonia che possa nonostante tutto essere vissuta anche nel mondo più drammatico.

Tutto questo viene espresso in una lingua fluida, molto chiara. Avrai anche tu sentito il dibattito estivo attorno alla poesia e nello specifico vorrei ricordare Berardinelli quando dice che la collana di poesia Mondadori se chiude è perchè non ci sono più poeti leggibili. Il tuo libro però è un po’ l’emblema della leggibilità, perchè è chiarissimo. Cos’è quindi per te questa leggibilità della poesia?

Una volta Loi recensendomi sul Sole 24 ore disse che sono l’erede di una tradizione lirica e del canto. Io sono un italiano centrale e mi porto quindi addosso una tradizione. Ed è appunto quella del canto, della lirica. La Mondadori ha fatto delle scelte che hanno privilegiato fortemente un indirizzo molto specifico, settoriale. Einaudi ultimamente ha delle posizioni che personalmente considero un po’ parapoetiche. Per quanto riguarda quello che dice Berardinelli non sono d’accordo che i veri poeti sono finiti, ce ne saranno forse, ma sarà il tempo a dirlo. Io Nel folto dei sentieri sono stato definito tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea ma non ero assolutamente d’accordo con questo inserimento. Queste sono definizioni che lasciano il tempo che trovano, non dicono nulla. Ritengo piuttosto di potermi identificare in una posizione precisa che è anche la più malvista. Bisogna capire che c’è un feticcio della modernità oggi che vuole la modernità stessa intesa come oscurità, come inquietudine. La mia chiarezza quindi, che poi non è così semplice perchè creare musicalità in un verso non è cosa banale, mi rende un uomo un po’ separato. Non sono dentro i grandi centri letterari ma rivendico un mio spazio e un diritto della poesia ad essere intellegibile, sonora. Alla fine se ci pensi i classici sono non di rado molto intellegibili, anche quelli ermetici. Oggi Montale, per fare un esempio, si legge con una facilità incredibile. C’è un fraintendimento di fondo perchè il suono, l’armonia, sono tutte cose negate al nostro tempo. C’è una retorica dell’antiretorica e io a questa sfuggo volontariamente ritenendo la mia scelta una strada possibile e necessaria. Sempre all’interno di questo discorso devo dire che il mio libro si contrassegna anche per un rapporto più deciso con la contemporaneità. Parlo di macchine, di bimbi che giocano, senza comunque tradire il mio percorso poetico. Solo ogni tanto dimentico la memoria e affronto il mio tempo.

Concludendo abbiamo parlato di intellegibilità della poesia, di canto, di memoria, di tradizione. All’inizio di questa piccola intervista hai raccontato di avere una formazione sostanzialmente basata sull’oralità, sui racconti. E nel tuo libro troviamo in effetti tutta una sezione in cui dichiari i testi come nati camminando in montagna. Raccontaci di questa sezione.

La sezione Aspettando l’inverno, ma in effetti non solo quella, è nata quando la Regione Marche ha deciso di fare un libro con diversi artisti a cui era stato chiesto di interpretare nei differenti linguaggi (foto, letteratura, eccetera) i parchi naturali della regione. Io ho scelto il Furlo, che conosco, dove ho camminato, ho cercato i funghi, ci ho fatto l’amore, ne ho visto i ciclamini, sono andato a vedere l’aquila dall’altra parte della roccia. Avevo con me anche un bravo fotografo, e mentre lui scattava io parlavo. Ricordo che ero teso, molto carico. Avevo dentro una pienezza e una fortissima voglia di dire e di quel dialogo alla fine ho cambiato poco e niente, erano poesie già complete così come erano nate camminando e recitandole per la prima volta. Ci sono momenti, situazioni, dove uno può passare attraverso l’oralità per scrivere. Altre volte ad esempio mi è capitato di scrivere racconti dettandoli direttamente e in stesura praticamente definitiva alla segretaria, senza quindi passare attraverso la scrittura. Io ho molto forte questo senso dell’oralità, vengo da un mondo dove l’oralità era importante, pensa alla mia infanzia non senza televisione ma addirittura senza radio, dove i racconti erano delle lettere ma senza indulgere in retorica (perchè poi è uno dei rischi). Il gusto dell’oralità ce l’ho addosso, la vita me l’ha poi anche salvata questa attenzione all’oralità però se non l’avessi avuto come tendenza penso non sarebbe mai emersa.

Benissimo, ti ringrazio molto per questa bella intervista Umberto.

Nel folto dei sentieri, intervista a Umberto Piersanti (di Alessandro Canzian)

 

«Appunti sulla contemplazione» di Francesco Scarabicchi

Appunti sulla contemplazione, di Francesco Scarabicchi
(dal libro “Una città di scoglio. Breve viaggio ad Ancona, affinitàelettive, 2016)

Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d’un’abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se andò.
(Rainer Maria Rilke, Elegie udinesi)

Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.
(Cesare Pavese, Stato di grazia)

velaÈ stato Charles Baudelaire, nel 1859, sulla “Revue Française”, a proposito del paesaggio, a scrivere: “Se un certo raggruppamento d’alberi di monti, d’acque e di case, cui diamo il nome di paesaggio, è bello, non lo è già per se stesso, ma per mio mezzo, per mezzo della mia propria grazia, dell’idea e del sentimento di cui lo compenetro”.

La Via del Cònero che porta verso Sirolo è una via di colline, piante, vigne, cieli, case, macchie, erbe. Poi il mare. Temi dello sguardo, del riconoscimento e della riconoscenza di un luogo del mondo al quale affidiamo un senso e del quale possiamo decretare la bellezza, proclamarla, declamarla, pronunciarla. Il luogo non sa e non saprà mai d’essere bello. Il luogo è. Non ha alcuna necessità d’essere nominato. L’esigenza dell’uomo è quella di “chiamarlo” e di affidarlo alla ragione del senso, al sentimento del senso. Per questo, credo, esiste ciò che definiamo “paesaggio”, nella plurale valenza dei significati, nel brivido e nella commozione, nello strazio e nella grazia. In esso sono la misura e il silenzio, l’istante in cui è dato di ascoltare la profonda identità dell’anima circostante. Ogni sosta convoca la pazienza dell’osservatore, la sua disponibilità a dimenticarsi per essere veramente là, in quell’aria, nell’odore di terra e di corteccia, nell’umido mattino che prelude al plenario farsi del giorno.

Su tutto vige la maestà della luce. Senza la luce, è ovvio, nulla potrebbe darsi. Ogni luogo che ha la carità dell’accoglienza e mi ospita, è per me un luogo prediletto. Il paesaggio mi consegna una “cittadinanza”, una “residenza” ed è, forse, dopo la scrittura, l’unica casa possibile, l’unica dimora nella quale mi senta davvero a mio agio, nella quale mi possa riconoscere e condividere.

Il paesaggio è un’idea del tempo, una misura del tempo, un modo di percepirlo e comprenderlo, immobile e ineluttabile, invisibile e inesistente, eppure spietato proprio perché umano: Forse è il tempo a togliere arcadia e idillio al paesaggio, a renderlo concreto come un minerale, a decretarne la sua forza e la sua precarietà, esposto alle intemperie della storia e della natura, dell’epoca e di una contingenza che, volta a volta, lo esalta e lo cancella, lo venera e lo sfregia, lo illumina e lo deturpa. Il tempo è la sua forma, lo scandisce tra pensiero e sguardo, tra concetto e sensi.

Tra me e me, in uno degli innumerevoli viaggi a Recanati, dicevo che nessuno vedrà mai quel che gli occhi di Leopardi hanno visto. L’Infinito raccoglie appunto tempo e spazio del paesaggio e affida a noi il privilegio d’essere nati dopo di lui, dopo che egli ha aperto la porta del moderno e del contemporaneo. Ci è toccato in sorte, soprattutto ai marchigiani, di tentare di scorgere, per quel che si può, una trama di verità attraverso la limpida e perfetta dettatura dei versi mediante i quali si esprime la “direzione” del percepire e del sentire luogo e istante, tempo del paesaggio e paesaggio del tempo.

Tutto si tiene, se scegliamo la bellezza come confine e orizzonte, se di lei accogliamo la perdita o la vocazione a durare nonostante la crudeltà del presente, di ogni presente che si manifesta e scompare. Perfino il paesaggio della pittura oltrepassa la piccola porta del visibile per scegliersi un posto felice ed essere rammentato. Ci appartiene, si affida al cuore della mente, entra nella familiare costellazione delle nostre “vedute”, non se ne va più. Il mare con la piccola vela bianca che torna nella Deposizione di Lorenzo Lotto a Jesi, a Palazzo Pianetti, è una delle presenze insostituibili della mia vita e calma più d’una notte insonne nella quiete drammatica della vicenda che si svolge al centro della tela. Così come il paesaggio dei versi, da Dante a Umberto Saba, dall’Iliade al poema di Melville, Moby Dick. Lo stesso avviene per la musica e per il cinema. Chi cancellerà dagli occhi della mia memoria le terre spente di Pasolini in Teorema e di Zurlini nel Deserto dei tartari? O la luce umida delle campagne nel Barry Lyndon di Kubrick?

Il paesaggio – rurale o montano, di lago o di mare, di deserto o urbano, di pianura o foresta, di fiume o d’altro – è un’impressione di umanesimo e pronuncia il suo idioma inscrivendosi nel destino delle creature. Anche il luogo più deietto ha, nel fondo della sua buia condizione, un frammento che lo lega a noi, una piccola scheggia di luce ferita, una memoria. Non fosse altro perché unico, una volta per sempre.

Recensione del libro di Maria Grazia Maiorino “Angeli a Sarajevo”

maiorino-angeli-a-sarajevo-coverGiovedì 13 ottobre, ore 21.15, secondo incontro di LE MARCHE IN BIBLIOTECA, I Giovedì Letterari della Planettiana. Il libro della serata è “Angeli a Sarajevo”, di Maria Grazia Maiorino, Gwynplaine editore.

Una recensione di Tullio Bugari.

C’è come una trama tessuta da più fili in questi racconti, ove le parole si fanno leggere e il linguaggio delicato e pieno, sempre mobile, che s’immerge e riaffora, si guarda e vede nessi, rimandi a nuove trame, segue il senso di quei fili in luoghi toccati ora dai ricordi, o da nostalgie, talvolta rimpianti. Una o più trame che giocano a svelarsi o nascondersi, sopra o sotto la superficie, o a svelare proprio ciò che è già in superficie, implicito, tra le parole stesse, o nelle relazioni, nelle cose, e richiede soltanto una tacita attenzione. “Che cos’è quella corda tesa fatta di sguardi e di parole che le tiene ancora lì?” si chiede Elena mentre ci guida nel racconto “Cambiamenti”. Chi c’è e cosa ai capi di quella corda tesa come un legame, un filo attraverso cui i mondi interiori accendono un contatto? I cambiamenti come delicate metamorfosi di ciò che il corpo e i luoghi già contengono, anche quando sembrava non ci fossero più.

Leggerezza è la prima parola che mi è venuta la prima volta che ho letto i racconti di Maria Grazia Maiorino, e si trattava proprio di uno dei racconti qui presenti, “La casa delle iris”, e usai questa parola in pubblico nell’introdurre la conversazione con lei, e ancora mentre la pronunciavo questa parola ne avvertii anche il significato negativo che di solito le viene attribuito, e quindi sentii il bisogno di correggermi, ma così, messo alla sprovvista da me stesso, mi percepii un po’ goffo, come un infantile tentativo di correzione. Mi resi conto solo dopo che per un momento ero davvero entrato in sintonia con quel linguaggio.

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Recensione di Massimo Raffaeli a “S’agli occhi credi, le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti”

Pubblichiamo di seguito una recensione, apparsa a marzo 2016 sull’inserto Alias de “il manifesto”, che Massimo Raffaeli ha scritto al libro a cura di Cristina Babino S’agli occhi credi, le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti, edito da Vydia e protagonista del primo appuntamento di “Le Marche in Biblioteca: i Giovedì Letterari della Planettiana” in programma giovedì 6 ottobre.

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“Da Carlo Crivelli a Mattiacci, sedici poeti marchigiani fissano l’arte delle loro terre”

di Massimo Raffaeli

Scrisse una volta Paolo Volponi che le Marche hanno una misura breve e un’aria mite, prodiga di innesti e di silenziose contaminazioni più che, aggiungeva, di «incontri e proclami»: insomma, sia detto in altri termini, le Marche come regione declinata al plurale, silenziosa e attiva sottotraccia eppure colma tanto di tesori artistici quanto (ed è un caso nazionale a lungo richiamato, studiato) di poeti. Ne è ultima e fervida testimonianza il volume collettivo a cura della poetessa Cristina Babino, S’agli occhi credi Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti (Vydia editore, Montecassiano, pp. 181, € 18) che è suggellato da una limpida nota storica di Daniela Simoni, responsabile del «Centro Studi Osvaldo Licini» di Monte Vidon Corrado. Sono sedici gli autori convocati a selezionare un’opera presente o concepita nel territorio, dentro un arco cronologico che dal quattrocentesco Carlo Crivelli si congiunge ai contemporanei Magdalo Mussio, Nino Ricci ed Eliseo Mattiacci.Ciascun autore sceglie non soltanto un’opera ma una propria modalità espressiva, dalla poesia in versi (è il caso di Gianni D’Elia sullo stesso Mattiacci), alla pagina di diario (è il caso stavolta di Adelelmo Ruggieri sulla Adorazione dei pastori di Rubens a Fermo o di Marco Ferri sulla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca), dalla riflessione metapoetica (Renata Morresi su Crivelli, Maria Lenti su La Muta raffaellesca o Franca Mancinelli sulla anonima tavola urbinate della Città ideale) alla vera e propria canonica forma dell’ekphrasis che adibiscono Alessandro Seri su un celeberrimo Ligabue e Massimo Gezzi sulla malnota e stupenda Piovra di Scipione.

Legati a una diretta produzione d’autore sono peraltro i contributi dei poeti, insieme con D’Elia, di più lungo periodo e di più riconosciuta fisionomia, Francesco Scarabicchi e Umberto Piersanti, l’uno sulla Crocifissione lottesca di Monte San Giusto (e alla figura del Lotto si è ispirato, Scarabicchi, per il poemetto Con ogni mio sapere e diligenza, Liberlibri 2013), l’altro, Piersanti, sul Riposo durante la fuga in Egitto di Federico Barocci, la pala nella chiesa di Piobbico da lui citata nel romanzo Olimpo (Avagliano 2006), unica per la delicatezza degli incarnati e la soavità dei colori, quella in cui si vede il bambinello con le ciliegie in mano: «Sono salito lungo il viale costeggiato dai grandi agrifogli e sono entrato nella chiesa di santo Stefano: ho guardato a lungo quella tela e mi sono come rivisto e riconosciuto in mezzo ai miei colli, dentro le mie terre. La più grande vicenda della storia umana divenuta familiare e vicina, partecipe di uno stesso paesaggio reale e psicologico». Sono parole che nella loro semplicità, nella esattezza, rinviano alla lezione del maggiore poeta espresso dalle marche dopo Leopardi, Franco Scataglini (1930-1994), il quale obliterava i termini della identità e parlava invece di residenza, lo spazio-tempo d’esperienza, di testimonianza, che a ciascuno è dato una volta sola e una volta per sempre.

“Anime galleggianti” di Vasco Brondi e Massimo Zamboni

7025996_1478214Titolo: Anime galleggianti – Dalla pianura al mare tagliando per i campi
Autori: Vasco Brondi e Massimo Zamboni
Casa editrice: La nave di Teseo
Fotografie di Piergiorgio Casotti

Tre uomini in zattera e un viaggio lento senza maree, trasportati come se si fosse altrove e l’altrove è proprio qui, da ricomprendere. “Forse siamo qui per decifrare i segni di qualcosa, dei fiori gialli, dei canneti, degli alberi che si sporgono sull’acqua e si protendono come noi in cerca di qualcosa di impreciso” scrive Vasco Brondi, uno dei viaggiatori di questa sospensione. “Volevamo raccontare com’è la pianura in questo momento storico con amore e senza pietà, come è cambiato il paesaggio. Navigare in una pianura etnica tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia.  Un’esperienza senza la mediazione degli schemi o delle pagine, esserci dentro”, continua Vasco Brondi, ma non hanno la forma della spiegazione le sue parole, sono più leggere, come domande nuove che per formularsi avevano bisogno di sentirsi galleggiare qui. “Prima di compiersi, una storia galleggia in un’atmosfera vaporosa che la precede e ne sagoma la potenzialità”, ha scritto qualche pagina prima Massimo Zamboni, l’altro narratore con le parole di questo viaggio. Il terzo narratore, con le immagini, è Piergiorgio Casotti. Oltre che nel libro, ove sono raccolte alcune foto, l’altra sera a Fermo abbiamo visto sullo schermo anche le immagini in movimento, del video girato dalla zattera, di un peasaggio lento e alto con i suoi alberi e le sue leggere foschie, che sembrava scorrere verso di noi e intanto lo ammiravamo sullo schermo alle spalle di Massimo Zamboni e Vasco Brondi, mentre dopo l’intervista sul loro libro e sul viaggio, suonavano insieme e cantavano alcuni testi.

12Un viaggio denso, di pause, sentimenti, suoni naturali, uccelli acquatici come compagnia, piccole storie, in compagnia dei propri pensieri e delle suggestioni che si possono rivivere, quando si hanno i tempi giusti, ritrovando così le infanzie vissute o le letture dei poeti, scrittori e artisti che si sono legati a queste zone simili a luoghi dello spirito. “Quando ripartiamo andiamo così piano che la nostra zattera sembra anche lei una foglia come le altre, appoggiata sulla superificie dell’acqua. Poche macchine scorrono sul lato destro, un paesaggio impossibile. Siamo spettatori imprevisti, con i nostri cinque sensi, in questo canale percorso solo da chiatte cheprtano merci e che non abbiamo ancora incontrato. Non succede niente  mi siedo a gambe incrociate a guardare queste mangrovie polesane” scrive ancora Vasco Brondi.

Il viaggio ha inizio salpando con la zattera da Governolo, dove perfino il condottiero Attila fu reso mansueto. “Niente altro resta delle scorrerie di quei guerrieri se non in una memoria profonda del sottosuolo”, srive Massimo Zamboni, che poche righe dopo aggiunge: “Ma la suggestione più forte è ancora scritta nel nome del canale: Tartaro. Nome che nello scorrere al mare verrà cambiato assumendo quello  di Canalbianco quando dopo Canda riceverà una percentuale di acque chiare derivate dall’Adige. Nasce come fiume questo tartaro, prma di essere cnalizzato, e già la sua sorgente nasconde un arcano…” e prosegue ancora il racconto, e il viaggio attraverso le tante storie che si possono incontrare se si procede insieme al canale e protetti dal canale, lungo i suoi centrotrenta chilometri, fino a raggiungere il mare.

Un viaggio che sembra un volersi fermare per ritrovare ciò che ci è sfuggito via, – basta un terzo di secondo, ricorda Massimo Zamboni, per attraversare con l’auto uno dei ponti sopra al canale – di un’Italia minore che ancora esiste, di piccole frazioni tagliate fuori da un contesto che muta veloce, e un viaggio quindi che può aiutare a ritrovare un po’ di se stessi. Ma occorre anche avere pazienza e umiltà. “Che impossibilità di intendersi si instaura tra gli uomini” esclama quasi in segno di resa Massimo Zamboni ascoltando i racconti di persone e pescatori di qui sulle loro relazioni con quelli genericamente definiti rumeni, parola alla quale viene associata la paura. Forse una specie di buco nero nelle atmosfere di un viaggo, chissà?, tanto per ricordarsi d’essere sempre su questo pianeta e che il viaggio non è un’evasione da sé ma semmai il contrario, la ricerca di un diverso angolo visuale nel procedere comunque in avanti.  “Chiacchieriamo. Taciamo. Due libri mi consiglia Vasco, L’airone, di Giorgio Bassani, La conquista dell’inutile, di Werner Herzog. L’airone lo incontriamo ovunque, forse sempre quello, unico, moltiplicato. L’inutile lo stiamo conquistando, signoria a cui sottomettere le nostre voglie. Consiglio più che buono, prometto che li leggerò entrambi.”

Mi sto facendo prendere la mano nello scrivere su questo libro di cui ho appena finito di leggere, e che vi consiglio, così ricco di storie. La curiosità di ascoltare direttamente gli autori mi aveva preso quasi come un’urgenza, dettata dal sentirmi un po’ coinvolto, e chiedo pertanto scusa se cito me stesso, dal racconto che nel mio libro L’erba dagli zoccoli dedico al bracciante Vittorio Veronesi, che cadde ucciso il 17 maggio del ’50 proprio da queste parti, a Porto Mantovano, sulla laguna di Mantova, a qualche chilometro appena da Governolo. Altre storie e altri sguardi, stessi luoghi. Avevo fatto un breve giro da quelle parti, non in zattera, per cercare di cogliere almeno un po’ di quel paesaggio e di quell’atmosfera, mentre scrivevo, ma credo che dovrò tornarci ancora, e intanto ora il libro di Brondi e Zamboni mi porta proprio, come recita il sottotiolo del loro libro, “dalla pianura al mare tagliando per i campi”. Dev’essere più di una coincidenza; ecco il brano estratto dal mio racconto:
“È la primavera del ‘49, dalla Dora a Comacchio tutta la pianura è in sussulto per il grande sciopero dei braccianti e i carabinieri hanno il loro bel da fare, tutti li richiedono, prefetti questori agrari, e la ‘canaglia’ è già in giro dall’alba, o dalla notte, pedala furtiva, sceglie i passaggi che conosce per infilarsi, fiuta i posti di blocco e li evita o cerca di evitarli ma sono troppi e lo scorgono, lo inseguono, s’allontana veloce. Non esita sulle pericolanti passerelle di legno che scavalcano i canali, o forse sì, esita, ma non lo fa vedere a chi lo insegue. Se occorre, prende in spalla la bicicletta, si tuffa nelle nebbie che galleggiano lente secondo i ritmi del crepuscolo e dell’alba, come ombre vaganti in questi anfratti paludosi ai margini del grande fiume. Si confonde lui stesso tra le ombre dei fantasmi, numerose qui tra il castello di Ostiglia, le case di Valdaro e i ponti sulla laguna che abbraccia Mantova….”

“Pastorale americana” di Philip Roth (circolo di lettura il 30 maggio)

Il prossimo incontro del circolo di lettura di Jesi è il 30 maggio, alle ore 21,15, sempre presso la Salara (Biblioteca Planettiana). Si chiude con questo il ciclo di 8 incontri dedicati alla letteratura americana del Novecento; coglieremo l’occasione anche per darci appuntamento per dopo l’estate, con il prossimi ciclo di incontri di cui dovremo scegliere insieme il tema.
Ecco intanto l’incipit di Pastorale americana, che leggeremo in questo mese:

81aXBt-qrwLLo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. 
Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inerte maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov. 
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore  principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, ma molto carichi di preoccupazioni -veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell’intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i buoni voti sì.
Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.
L’assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l’insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti.

“E adesso?”, di A Yi

e adessoTitolo: E adesso?
Autore: A Yi
Casa editrice: Metropoli d’Asia

A Yi, nato nel 1976, è una delle nuove promesse della letteratura cinese e tra “i venti migliori scrittori cinesi sotto i quarant’anni”, stando alla prestigiosa rivista letteraria tawainese Lianhe Wenxue. E adesso? è il suo primo romanzo e la sua prima opera pubblicata in Italia, mentre in Cina ha già pubblicato anche alcune raccolte di racconti. Edito da Metropoli d’Asia, casa editrice fondata nel 2009 da Andrea Berrini e focalizzata in particolare sulla contemporaneità asiatica, il romanzo di A Yi racconta in prima persona la storia di un giovane e di un vuoto così ingombrante da spingerlo alla fuga. L’espediente efferato che escogita per cercare un senso, forse introvabile, ed essere rincorso in questa sua fuga, finirà per evidenziare anche il vuoto della società che sarà chiamata poi a giudicare il suo delitto, dando alla fine quasi l’impressione che l’unico buono sia proprio il protagonista, come ha scritto Cecilia Attanasio Ghezzi nella sua intervista ad A Yi su Internazionale.

In un’altra intervista a Marco Del Corona del Corriere della Sera, lo stesso A Yi ha aggiunto che “esistono personaggi come il protagonista che non hanno niente da fare e non riescono a sollevarsi. Certo, sono colpevoli loro ma è la nostra epoca che manca di valori”. Il contesto del romanzo è infatti quello di una generazione cresciuta nella Cina che si è aperta al commercio e al potere del denaro, finendo quindi per parlare di una crisi esistenziale che è in realtà universale, come sostiene Clarissa Sebag-Montefiore sul Wall Street Journal. Jane Graham su Big Issue parlando del romanzo ha invece scritto : “Frasi guizzanti e lampi di pensiero originale filtrano nella sua prosa essenziale e descrittiva come raggi di sole in una stanza in penombra”. Continua a leggere

Letture di terra

International day of peasant struggle, Dia internacional de lutas camponesas. Il 17 aprile è la “Giornata internazionale di lotta contadina“. La data è stata scelta da Via Campesina; sui manifesti che circolano compare nelle diverse lingue anche la scritta Venti anni di resistenza: quest’anno, infatti, è anche il ventesimo anniversario della strage di Eldorado dos Carajas, in Brasile, quando la polizia militare uccise 19 lavoratori rurali senza terra e ne ferì altri 69, i quali avevan12140792_995451573858747_8980665193989862407_no deciso il blocco di una strada per obbligare il governo di quello stato a mantenere le promesse fatte, durante una lunga e difficile vertenza.
Qualche anno dopo Amnesty international denunciò che molte persone erano state uccise dopo essersi arrese e che prima erano state anche torturate, mentre  i poliziotti indiziati della strage non erano stati allontanati dal servizio.
Le lotte contadine non hanno confini di nazione o di tempo, in una dinamica che si ripete ma resiste e sempre riemerge. Quest’anno da noi coincide con il referendum per fermare (simbolicamente) le trivelle, ma forse me ne sono accorto solo io di questa coincidenza (e, lo ammetto, quasi per caso), perché non ho trovato molte iniziative dedicate a questo evento, eppure quello contadino continua ad essere un mondo in fermento, ricco di mille iniziative.
Sul piano storico, la strage di Eldorado dos Carajas mi ricorda tante vicende della storia del nostro paese, ad alcune delle quali dedico i racconti contenuti nel libro L’erba degli zoccoli, in rappresentanza di tante altre storie. Mi stimola anche, questa giornata, a prestare un po’ di attenzione alla letteratura dedicata oppure scritta dai contadini: le scritture di terra.
Una letteratura che ho scoperto anche di essere molto vasta, ma io non sono un esperto e non ho svolto nessuna analisi critica comparata e così mi limito soltanto a pescare tra le poche letture che negli anni ho avuto occasione di fare, e che di recente ho ripreso. Una piccola raccolta di schede, senza nessuna pretesa di completezza o di chissà quale indicazione o interpretazione. Soltanto il piacere di condividere un po’ di letture, pescate in quella zona di confine tra narrativa e ricerca storica e sociale, iniziando da Rocco Scotellaro, del quale nel mio libro riporto molte citazioni, passando poi per Carlo Levi, Corrado Alvaro e altri, più noti e meno noti.

copL’uva puttanella, Contadini del Sud, di Rocco Scotellaro (Editori Laterza)
In realtà è un doppio libro, in questa edizione di Laterza che ha in copertina una foto di Franco Pinna, uno dei fotografi che in quegli anni collaborò con Ernesto De Martino. Il primo è un romanzo autobiografico, diviso in tre parti: i primi anni e le prime partenze, poi il paese e l’esperienza da sindaco, e infine i tristi giorni del carcere. Il secondo libro è una raccolta di cinque storie di vita che Scotellaro raccolse per una più ampia indagine culturale e sociale sui contadini meridionali, ma che a causa della sua prematura morte restò purtroppo incompleta. In questo momento mi piace citare l’inizio di L’uva puttanella, dove la partenza di Rocco è già anche un ritorno, e un incontro, con il ricordo del padre, nella sua vecchia vigna: “Uscii per la seconda porta di casa, che mena alla parte a monte del paese; con la borsa che avevo, ognuno, dallo spiazzo di Sant’Angelo fino in campagna, mi chiese con meraviglia dove andavo, perché sapevano tutti che sarei dovuto partire e pensavano a una delle solite improvvise decisioni: quando mi caricavano troppo, io ero solo di fronte ai loro malanni, alle loro grida, ai loro problemi recenti e remoti, taluni irresolubili e disperati, allora prendevo il biroccio o la corriera  o mi mettevo la via sotto i piedi (…) Arrivai  presto al vignale , abbandonando la mulattiera, fui subito nel grano che cresceva e nelle erbe altissime (…) Tra le viti e gli alberi, sono attento ai piccoli rumori: le foglie delle canne, lo sventolio sui rami, un sasso che rotola, uno scarabeo che si arrampica, le lucertole. So che questo posto ti piaceva, padre, più che ogni altro, mamma non vuol venire sola perché ti incontra vestito di serpente o ti ode borbottare sotto le fabbriche. Questo tra tutti è il posto, dove sei rimasto, qui, potando, mi dicevi la tua vita…”

12Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi. Nel ricordare i giorni del carcere, in quei primi mesi del 1950, Scotellaro racconta di quando alla sera arrivava l’ora del libro, cioè la lettura ad alta voce del libro di Carlo Levi, con i compagni di cella attorno a lui: “Noi ci addormentavamo felici bambini con l’ultima parola di quella lettura che era una preghiera comune: chi pensava più all’interrogatorio e ai giri di vite del processo, al tragico momento della gabbia? Con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante.” Che dire ancora del libro di Carlo Levi, così conosciuto anche attraverso il film, se non di riprenderlo e leggerlo? Carlo Levi era un pittore e ci ha lasciato di quell’esperienza, alla fine degli anni Trenta, prima a Grassano e poi ad Aliano, anche tante immagini, tra cui il grande racconto pittorico Lucania ’61, eseguito in occasione del centenario dell’unità d’Italia e dedicato proprio a Scotellaro (il pelorosso che si vede nel particolare qui a fianco), ora esposto a Matera. Forse sono influenzato dalla sua pittura, ma ci sono molti passi del libro che mi appaiono proprio come dei ritratti: “Era il pane nero di qui, fatto di grano duro, in grandi forme di tre o di cinque chili, che durano una settimana, cibo quasi unico del povero e del ricco; rotonde come un sole, o come una messicana pietra del tempo. Cominciai ad affettarlo, con il gesto che avevo oramai appreso, stringendolo e appoggiandolo al mento, e traendo verso di me, attento a non tagliarmi il mento, il coltello affilato. La brocca, come quelli di Grassano, e tutte quelle che, là e qui, le donne portano in capo, era un’anfora di Ferrandina, di terra giallorosata, a stretture e rigonfi, come un’immagine femminile arcaica, dalla vita sottile, dal petto e dai fianchi rotondi, con le piccole braccia ad ansa.”

GENTE-IN-ASPROMONTE-di-Corrado-Alvaro-331812783094-500x710Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro. Un racconto lungo, seguito da altri dodici racconti più brevi, scritti all’inizio degli anni Trenta, nei quali lo sguardo poetico dell’autore incontra toni ancora più aspri di quelli di Scotellaro e di Levi, toni che rovistano letteralmente dentro la vita dei contadini calabresi, o forse dentro la nostra di lettori partecipi. La critica letteraria spesso l’ha accostato a I Malavoglia di Verga. Ritroviamo la stratificazione sociale, resa fisicamente anche dalla struttura del paese o dalla descrizione della casa padronale, ma poi anche il riprodursi da una generazione all’altra di quelle durezze, che si scontra con il tentativo costante e incessante di modificare la sorte: “Qui in questo paese non c’è scampo per nessuno, con questi mariuoli che comandano. Bella rivincita che sarebbe per me, per noi tutti, che da casa nostra uscisse qualcuno che potesse parlare a voce alta, e li mettesse a posto. Il prete ci vuole. Tu mi devi aiutare”.
Riporto l’incipit del primo racconto: “Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.”

dannati-terraI dannati della terra, di Frantz Fanon. Questo libro l’avevo letto da ragazzo e poi di nuovo di recente, con la sensazione però di leggerlo di nuovo per la prima volta, e trovandomi a confrontare di tanto in tanto, alcuni passaggi proprio con le riflessioni di Scotellaro o di Levi. Scrive Fanon: “Non basta raggiungere il popolo in questo passato che non è più, ma in quel movimento ribaltato che esso ha appena abbozzato e a partir dal quale, improvvisamente, tutto sarà messo in discussione. È in quel luogo di squilibrio occulto in cui sta il popolo che dobbiamo portarci, poiché, non dubitiamone, è lì che si accende la sua anima e s’illumina la sua percezione e il suo respiro”  Fanon non è certo un autore che si può racchiudere in poche e sbrigative righe, come del resto non lo è mai nessuno. I suoi libri, questo e anche gli altri, dovrebbero rientrare tra i testi che uno tiene sempre a portata di mano, per riconsultarli di tanto in tanto. Non è un romanzo ma un saggio, ma la lingua di Fanon e la visione che c’è sotto ad animarla a me sembra poetica e capace di mantenere una forza delle parole che ci accompagna per tutta la sua lettura.

 

cop.aspx_Contadini sulla strada, di Fabrizio Bottari (Pentagora edizioni). Qui andiamo su autori forse meno noti al grande pubblico di quelli citati fino ad ora, ma quando ho trovato quasi per caso il libro, incuriosito dal titolo, è stata una piacevole e assai interessante sorpresa. Si tratta della pubblicazione in italiano di alcuni reportage scritti da John Steinbeck negli anni Trenta, sulla grande epopea, e grande espulsione dei mezzadri americani dagli stati del centro, e il loro gigantesco esodo verso la California. Insomma, parafrasando la triste cronaca odierna, è come una rotta balcanica all’interno degli Stati Uniti. Gli articoli che Steinbeck scrisse allora, sono qui riproposti per la prima volta in italiano, e accompagnati dalle foto di Dorothea Lange, una grande fotografa. Sono molti i fotografi che in quegli anni raccontarono quelle vicende, come poi qualche anno dopo fecero anche nelle nostre campagne. Steinbeck in seguito a quei reportage scrisse il suo romanzo più celebre, Furore (The grapes of wraht), che qui a Jesi abbiamo inserito tra i libri condivisi dal nostro circolo di lettura. Anche il libro di Bottari ci aiuta, come tutti gli altri, a ritrovare un po’ di noi stessi oggi; conclude Bottari:“L’attualità delle parole e delle immagini di due testimoni d’eccezione, John Steinbeck e Dorothea Lange, possono aiutarci a capire che siamo anche noi parte di quella storia e che possiamo ancora salvare quel poco di fertilità e dignità che la terra e l’uomo, nonostante tutto, hanno saputo fin qui conservare.” Per questo libro è d’obbligo citare anche l’editore, Pentagora, perché nelle sue collane offre molti altre letture interessanti su questi temi.

phpthumb_generated_thumbnailjpgIl canale, di Salvatore Paolo. Proseguo con i meno noti al grande pubblico. Qui siamo in Salento e ad un certo punto nel racconto compare anche un’occupazione di terre che fa riferimento alle occupazioni storiche della terra di Arneo, nei due capodanni consecutivi alla fine del ’49 e poi del ’50. Alle occupazioni di Arneo dedico personalmente il racconto di chiusura della mia raccolta L’erba dagli zoccoli, e voglio qui citare anche un romanzo storico su queste occupazioni, “Vento freddo sull’Arneo” di Tina Aventaggiato. Il romanzo di Salvatore Paolo però è anche altro. Anche il suo lavoro è stato accostato talvolta a I Malavoglia di Verga, – e in alcuni punti sembra quasi che Salvatore Paolo citi volutamente Verga, ad esempio quando chiama I Mangialerba la famiglia al centro dl suo racconto.  Il suo sguardo però è più individuale e introspettivo, psicologico. L’io narrante è Assuntina, ragazza e poi donna, che racconta, ricordandolo dopo, con il tono di chi è riuscito, almeno un poco, a distaccarsi dal duro ambiente in cui è cresciuta. Sono gli anni che attraversano la guerra e si affacciano sulla nostra era, un mondo che certo ci appartiene ancora, nel fondo di noi stessi anche se abbiamo perso l’abitudine di riandarlo a cercare. L’accento narrativo di Salvatore Paolo forse sottolinea ancora di più la tensione verso un riscatto di tipo esistenziale e non soltanto sociale.

rossa-terra-miaRosa terra mia, di Vincenza Castria e Ciro Candido. Qui è assolutamente importante riportare anche il sottotitolo: Le lotte per il riscatto della Lucania nel nome di Giuseppe Novello. Giuseppe era il marito di Vincenza, morto dopo tre giorni di agonia quando all’alba del 14 dicembre 1949 a Montescaglioso, un paese a sud di Matera, teatro di lotte per la terra. Anche questo è in qualche modo un libro doppio, con una duplicità di sguardi. Nella prima ampia parte è Vincenza che racconta, non solo di quella notte e degli immediati giorni successivi, ma della vita in quanto tale, che comunque è più ampia e non la si può racchiudere in pochi seppure centrali episodi. “Le prime impressioni che affiorano alla mia mente riguardano il palazzo dove ho vissuto fino a dieci anni…”, inizia così il suo racconto, come per cercare una prospettiva solida e robusta, fatta di tutto ciò che porta con sé, per mettere in scena la sua storia. Per capirlo basta leggere i titoli dei vari capitoli o paragrafi: Alla scoperta della realtà; Il primo viaggio in treno; Il ritorno a via Balconi Sottani e l’arrivo di Filippo; Le prime lotte per il lavoro; e poi naturalmente l’epilogo di questa prima parte della vita.  Me l’hanno ammazzato, è il titolo di questo momento centrale del racconto, lo stesso grido che Vincenza lanciò quella mattina, in un’alba ancora buia: “Il crepitio delle armi sconvolse la gente, non si capì più nulla, un fuggi fuggi, ognuno cercava di salvare la propria vita”.  La seconda parte del libro è attraverso lo sguardo di Ciro Candido, il nuovo compagno di Vincenza nella seconda parte della sua e loro vita. Anche Ciro era in strada quella mattina, e poi costretto anche alla latitanza nei giorni successivi, per sfuggire agli arresti di massa di quella repressione; ma poi segue la vita di nuovo nella sua interezza, nel suo alternarsi di difficoltà e soddisfazioni. Di questo libro possiedo una copia con una dedica autografa molto gradita, regalatami da Filippo Novello.

Mi fermo qui con queste scarne note e suggerimenti alla lettura. Mi accorgo, mentre scrivo, che ne esistono tanti altri di libri sull’argomento, mi vengono ad esempio in mente Fontamara di Ignazio Silone, La malora di Beppe Fenoglio, Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, – ma anche il suo La guerra dei poveri, cioè la guerra vista dal basso, oppure i libri del poco conosciuto Ezio Taddei, come Il Pino e la rufola o anche L’uomo che cammina, che ci mostrano invece la vita in quanto tale vista dal basso, ma con una capacità poetica e di parola che la spoglia la vita, – e poi Trilogia dell’Altipiano di Mario Rigon Stern, La malapianta di Rina Durante e altri ancora, compresi quelli, non pochi, che ho già adocchiati ma non ancora letti. E mi rendo conto di non essere ancora uscito da una lettura in qualche modo sociale e forse politica, e di avere del tutto trascurato altri libri, più direttamente dentro la dimensione antropologica oppure che toccano più direttamente l’agricoltura proprio come attività e vita da ripristinare, tra i quali inserirei, ad esempio, anche Non è il vino dell’enologo, dell’amico Corrado Dottori. Ma anche su questo terreno l’elenco poi diventa ampio.

(pubblicato in data odierna anche sul blog del libro L’ERBA DAGI ZOCCOLI).

 

“Luigi Bartolini, AMORE DI MARCA”, a cura di Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci

copTitolo: Luigi Bartolini, amore di Marca
Autori: Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci (a cura di)
Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche

La serata dedicata a Luigi Bartolini lo scorso sabato 5 marzo alla Biblioteca Planettiana di Jesi, mi offre l’occasione di citare il libro “Luigi Bartolini AMORE DI MARCA”, curato da Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci, pubblicato nel 2013 dal Consiglio Regionale delle Marche.
Presenti, oltre ai curatori del volume, anche Luciana Bartolini, testimone e custode di un grande patrimonio, e poi Daniele Salvi per il Consiglio regionale e Luca Butini per l’Amministrazione comunale.
Un Bartolini nella piena ampiezza della sua figura e del suo lavoro, quello presentato e ricordato, di cui ci è stata offerta la possibilità di apprezzarne direttamente la poesia e la prosa, attraverso le letture di Dante Ricci, accompagnato in sottofondo da un soffice arpeggio di chitarra. Emozionante, in particolare, la lettura del poemetto “L’eremo dei frati bianchi”, dedicato allo stesso luogo dove tre anni fa, in occasione del cinquantenario della scomparsa di Luigi Bartolini, si tenne un’altra bella serata a lui dedicata, dal titolo “I luoghi, la memoria, le immagini”.

1234Il libro è disponibile anche in rete in formato pdf; qui di seguito riportiamo direttamente, insieme ad alcune foto della serata di sabato scorso, l’introduzione al libro di Fabio Ciceroni: “Luigi Bartolini, un universo da riscoprire”.

Troppo tempo dalla scomparsa – cinquant’anni, 1963 – di Luigi Bartolini? Ci si chiede con una qualche fondatezza. Se per un verso di lui si è detto e si è scritto nel mezzo secolo trascorso, per un altro è facile accorgersi che il nostro debito verso di lui s’è accresciuto. Si ha l’impressione di una sostanza sfuggente ai numerosi tentativi di farla emergere definitivamente.

Anche oggi Bartolini va affrontato a modo suo. Non attende da noi una collaborazione alla comprensione, come vorrebbero gli altri, nella critica e nella storia: ne sarebbe infastidito. Avrebbe invece bisogno di chiederci un’attenzione serena, più continua di quella frammentaria o doverosa che c’è stata: specialmente a noi suoi conterranei, che continuiamo per buona parte ad essere quelli che egli conobbe bene e che ufficialmente apprezzò poco per amore scontroso.

Con l’immaginario marchigiano anche Bartolini ha dovuto fare dispettosamente i conti per la vita, ha dovuto commisurarsi anche con la nostra irriducibile ruralità. Mutate le vesti coi tempi, ma non sempre le menti, siamo rimasti al campanone di casa con la scusa del genius loci; attaccati alle minuterie del quotidiano con la scusa della saggezza; paurosi della libera fantasia e del diverso con la scusa della proverbiale prudenza; terrorizzati dal sospetto del ridicolo con la scusa dell’antica diffidenza contadina.

Ma perché allora è tornato ciclicamente a scontrarsi con la terra madre marchigiana e con i suoi figli anziché dimenticarli, inondarli d’indifferenza? Non so figurarmi un Bartolini indifferente verso alcunché, tanto meno verso la propria terragna matrice. E mi pare che sia rimasto invincibilmente attratto dalla propria cultura d’origine, nonostante croste di disprezzo, proprio per la sua marginalità.

In fondo è proprio questo osservatorio marginale, ma non emarginato, a propiziargli una visione prospettica infinita sul mondo sghembo degli uomini meccanici e metropolitani che hanno perduto il gran respiro della Natura. E non vi è dubbio che quel respiro lo abbia investito fin dagli anni cuprensi quand’era giovanino giovanino. Il resto dell’esistenza è stato per lui un combattimento senza requie contro il tradimento ordito dagli uomini sciocchi, i soliti carciofi, ai danni della Natura primigenia. Russoviano incallito, come si definiva, ha intrapreso la sua utopica battaglia contro ogni odore di falsità, contro il mercimonio di galleristi e contro artisti ruffiani, perfino contro amici legati a correnti che gli parevano mode sradicate dalla nostra tradizione (come l’ermetismo in letteratura). La sua radicale classicità deve intendersi dunque come adesione schietta, ma meditata non istintiva, ad una matrice idillica di valore assoluto, perseguita a qualsiasi prezzo e da inseguire per disparati sentieri: con la morsura delle sue eccezionali incisioni e con l’aggressività cromatica della pittura, con la narratività antinovecentesca della poesia e con la divina cadenza di una prosa fino ad oggi impareggiata. L’arte, nei suoi molteplici linguaggi, gode in lui di una centralità salvifica, rivelatrice unica di quella verità im- manente e vibrante ch’egli ha sempre paganamente delibato dalla romita Natura.

Di qui il rito della contemplazione, ma nutrita di umori sangui- gni, che in prosa si manifesta con un ricorso assiduo all’autobiogra- fia, mai narcisistico però: pochi sono riusciti a svelare mondi fuori di sé parlando di sé. Di qui il mito del ritorno ad ogni passo, al nocciolo fondo delle cose: non vi è in fondo evoluzione progressiva, lo potremmo leggere aprendo a caso una pagina di uno qualsiasi dei suoi oltre sessanta titoli. Ma, mi chiedo, dove rileggerlo ormai? Gran parte del tesoro non è reperibile e rischia di perdersi (meritorio è il riferimento creato a Cupramontana dal Centro di Documentazione a lui intitolato). Anche per questo di Bartolini si parla meno. È stato più volte ripubblicato Ladri di biciclette, ma paradossalmente è l’opera sua più fortunata per riflesso del film di De Sica e Zavattini. Il capolavoro del neorealismo cinematografico resta però lontano e diverso, com’ebbe a polemizzare lo stesso Bartolini, dalla prosa picaresca e dalla ricerca del miracoloso che è del romanzo. Così rischiamo di perderlo anche perché egli sembra,a distanza, aver riguadagnato quella natura solitaria e quell’aria scontrosa che in vita gli avevano procurato tanti allontanamenti che volevano negargli quel suo supremo diritto alla contraddittorietà. Utili dunque e preziose le iniziative – come la presente o come quelle cuprensi, fabrianesi e, speriamo, romane – per saldare tanti debiti accumulati verso questo sovrano, inimitato cultore della bellezza contratta dalla sua terra.

(vedi anche “I luoghi, la memoria, le immagini”)

“Non posso perdonare così, con leggerezza.”

izbjeglice-rifugiati-cover«E’ molto difficile avere rapporti con loro. Io non vado a cercare nessuno e mi reco giù in paese solo quando devo andare alla fontana a prendere l’acqua. Allora capita anche che qualcuno di loro si avvicina e mi insulta pesantemente, vuole provocarmi ma io non reagisco, non voglio e non posso reagire, rispondo come se nulla fosse: “buongiorno, io sto bene, grazie”, non faccio capire che mi disturba la sua provocazione anche se dentro mi sento scoppiare. Questi che fanno così mi fanno ridere, sono dei poveri. Ma non sono tutti così. Succede anche che alcuni vengono qui a casa mia. Sono persone che prima della guerra erano amici o vicini di casa. Ora vengono qui e io, anche se non li gradisco, non posso cacciarli da casa mia, devo riceverli. Si mettono seduti, io preparo il caffè e loro stanno qui, parlano di fatti privati, chiedono cosa fai, come stai, cosa è successo, e basta. Si parla esclusivamente del più e del meno. Non capisco bene perché vengano. Non lo fanno con arroganza. Chiacchierano, stanno un po’ e poi se ne vanno. Non c’è nessuna amicizia, i rapporti sono freddi. Io li caccerei via volentieri da casa mia ma non posso farlo, devo dimostrare che li accetto, anche se conosco quello che hanno fatto durante la guerra e come si sono comportati ad esempio con mio marito, i torti che gli hanno fatto subire ma non posso fare niente per dire loro queste cose. Devo solo stare zitta, aspettare che bevano il caffè e se ne vadano via. Mi raccontano favole, dicono: “non è colpa nostra, siamo stati costretti a fare la guerra con la forza, noi non volevamo”. Forse cercano un perdono questi che vengono qui a casa mia a bere il caffè, ma io non posso perdonare così, con leggerezza.»

Le guerre, tutte le guerre, non sono come un temporale, che dopo ritorna tutto come prima; nulla è mai uguale a prima, c’è sempre una realtà nuova, fatta di lecerazioni, con cui fare i conti; la memoria è questo.

Dal libro “Izbjeglice/Rifugiati, storie di gente della ex-Jugoslavia” di Giacomo Scattolini e Tullio Bugari, con un racconto di Predragć Matvejević