Le Marche in Biblioteca, 2017

Giovedì 19 incontro con Matthias Canapini

da CentroPagina del 18 ottobre 2017 (articolo di Eleonora Dottori)

JESI – Secondo appuntamento con la rassegna “Le Marche in Biblioteca” che ospita domani sera, giovedì 19 ottobre, Matthias Canapini.

Dopo il successo ottenuto giovedì scorso, la sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, alle 21.15, ospita il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto. Promosso dalle associazioni culturali Altroviaggio e Licenze Poetiche e organizzato grazie alla collaborazione della Biblioteca Planettiana, verrà presentato il libro “Eurasia Express, cronache dai margini”.

Accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce: «È un progetto di Arci Comitato Jesi Fabriano – spiega il Gruppo – coordinato su un piano tecnico da Maria Grazia Tiberi che a partire dai partecipanti del corso di “Dizione e Sviluppo della Voce” tenuto dalla stessa Tiberi e che si è svolto al momento in due edizioni anno 2015/16 e 2016/17 ha dato vita a questo gruppo di lettura e di lettori».

«Arci Voce nasce da un gioco – racconta Maria Grazia Tiberi, speaker e allenatrice di dizione e di teatro – È come se una mattina ci svegliassimo e avessimo bisogno di dire, di leggere, di apportare un nuovo stile alla voce e alla lettura. Voglio capire come funziona il mio dire, il mio leggere, il mio usare uno strumento bellissimo come la voce. Non cantando. Ma pronunciando bene, dando una propria lettura, dando voce e non fiato. È una vera occasione di stringersi incontro a scritti, libri, versi… senza paura, rendendoli vivi ed emozionali ognuno con la sua voce. Per l’Arci si tratta di un progetto che rispecchia in pieno i suo obiettivi di promozione di cultura, socialità, valori». A metà novembre il via nella sede Arci in Piazza Federico II ad una nuova edizione del corso di Dizione Sviluppo della Voce.

Prossimo appuntamento è il 26 ottobre con il giornalista e scrittore Pierfrancesco Curzi con il giallo ambientato ad Ancona, “Nell’afa” di Vydia editore.

“Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

La Marche in Biblioteca, giovedì 19 ottobre alle ore 21.15 il secondo appuntamento, con il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che ci racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto.

Matthias ci racconterà il suo viaggio attraverso le sue foto, accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce.

La viandanza, il camminare e l’incontro, come apertura, curiosità, conoscenza del mondo entrandogli dentro, ed entrando anche dentro di sé come conoscenza di se stessi. “Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno” scrive il grande viandante e camminatore Paolo Rumiz, nella prefazione che ha dedicato al giovane Matthias Canapini. 


Titolo:
Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Prefazione di Paolo Rumiz

“Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente. Essi decifrano i segni del terreno, come i sassolini di Pollicino. Il mondo non è di quelli che credono di controllarlo con i droni e gli smartphone ma di chi si impolvera le scarpe e batte la terra con “piede libero”, come scrisse Orazio. La storia la fanno i piedi instancabili dell’homo sapiens, lo dicono millenni di migrazioni.

Povera cosa sarebbero i cammini se si limitassero a una riserva indiana per pellegrini o agresti camminatori. La strada vera è vita a tutto campo ed è fatte di mille cose: donne ai balconi, pasta al pomodoro, serpenti schiacciati, vento nei canneti, immigrati in cammino, cave abusive, guard-rail deformati, processioni e cani perduti. La strada è paracarro, rudere, fango, frumento, argine, fontana, metanodotto, solco di carri, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, un porcospino esitante dietro un paracarro.

Il viaggiatore ti dice che il cammino vero si fa nel mondo, non fuori dal mondo, e questo comporta graffi, rombo di camion, punture di tafani, talvolta anche insulti, diffidenza. Il cammino è immersione, non decollo verso altezze rarefatte. E’ periferia, fabbrica, banlieue, cantoniera diroccata, binario morto, escrementi, casello ferroviario, cancello con la scritta attenti al cane. Talvolta filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa.

Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

 

L’incontro con Umberto Piersanti

Quaranta persone che restano a seguire attente una serata di poesia fino a mezzanotte è qualcosa di sorprendente. Siamo arrivati a quell’ora, e a questa serata, quasi senza accorgercene. Il nostro affabulatore era Umberto Piersanti, in una serata molto densa e anche leggera, nel senso di piacevole e pacata, senza bisogno di iperboli ma sicura, incisiva, come il passo della sua poesia.

È iniziata così, con questo primo incontro, la seconda edizione di “Le Marche in Biblioteca”, un’iniziativa organizzata dalle associazioni culturali AltrovÏaggio e Licenze Poetiche con la collaborazione con la Biblioteca Planettiana e che nasce all’interno della collaborazione oramai triennale con la biblioteca, nata con l’avvio di un circolo di lettura, che quest’anno avvierà la terza edizione (l’incontro di presentazione ci sarà il prossimo 24 ottobre alle ore 21.15 presso la biblioteca). Le Marche in Biblioteca è un’iniziativa sostenuta da un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura.

Piersanti è stato introdotto da un intervento musicale di un allievo della scuola musicale Pergolesi di Jesi, il violinista Tommaso Scarponi, che poi nella serata ha eseguito anche altri brani, di Vivaldi e di musiche del settecento, in mezzo alle settecentesche librerie della Biblioteca Planettiana, in una bella alternanza con i temi toccati da Piersanti e con la sua lettura delle poesie che aveva preparato per noi.

Ad ogni intervento musicale è seguita anche la lettura di una poesia scelta da noi e tratta dalla più recente raccolta di Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri; ha curato le letture il gruppo Arci Voce, un’esperienza nata presso l’Arci e l’associazione Altrovïaggio da qualche anno, partendo da un corso di sviluppo della voce e di dizione, che quest’anno inizia la sua terza annualità. Ieri sera si sono  alternati alla lettura, oltre al sottoscritto, Antonella Maggiori e Rosella Canari.
La lettura della poesia di Piersanti è un’esperienza piacevole, a me sembra quasi di camminare sui suoi passi, seguendone la musicalità e immaginando i suoi sguardi, come lampi di memoria.

Piersanti è stato introdotto da Alessandro Seri che ha conversato con lui, e poi ci ha parlato, della sua terra, della sua storia intrecciata con questa terra, della sua poesia che con questa terra è un tutt’uno, e ci ha letto alcune delle sue poesie, chiudendo la serata con “La giostra”, forse quella che più di tante altre è dedicata a suo figlio Jacopo.

La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
cosi antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

marzo 2001

 

 

 

Un’intervista a Umberto Piersanti

Titolo: Nel folto dei sentieri
Autore: Umberto Piersanti
Casa editrice: Marcos Y Marcos

A cura di Alessandro Canzian, un’intervista a Umberto Piersanti

Di Umberto Piersanti avevo già parlato in riferimento a un suo vecchio libro (L’urlo della mente, 1977) e a una sua bellissima poesia (Rêverie). Quest’ultima in particolare mi dà modo di introdurre questo libro (che contiene appunto Rêverie) che Piersanti dà alle stampe con Marcos y Marcos nel 2015: Nel folto dei sentieri. Un libro che si inserisce con un certo senso di continuità nella produzione del poeta urbinese ma che si differenzia moltissimo da una sorta di usanza poetica alla quale siamo tutto sommato oggi abituati.

Paolo Lagazzi di questo libro dice: Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino Nel folto dei sentieri è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un tempo nuovodi ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi. Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il fiume incessante del reale, e in esso il pullulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso (da quidculturae.com). Parole precise quelle di Lagazzi che poi continuano con una delle migliori definizioni possibili di quest’opera: Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, Nel folto dei sentieri è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca l’Aperto, il seme immenso del possibile, o afferma che il tempo non esiste, / va avanti e indietro, ci soffoca e ci carezza.

Poeta definito tra i più importanti della contemporaneità, con la particolarità di una voce riconoscibilissima, nitida, tanto personale da non poter essere confusa con quella di altri autori, Piersanti è inserito in diverse antologie e ha molte pubblicazioni poetiche e non solo (solo per ricordare i volumi Einaudi: I luoghi persi nel 1994, Nel tempo che precede nel 2002, L’albero delle nebbie nel 2008). Ma è anche il poeta che viene dimenticato nelle mappature (in questo blog ho diverse volte parlato del fenomeno poesia di questa estate, ad esempio qui e qui, con un parziale riassunto qui). È il poeta fuori dal coro che difende la sua posizione con una convinzione precisissima, quasi una poetica, e che mi ha dato modo di svolgere questa piccola intervista telefonica (l’autore mi perdonerà le imprecisioni, se presenti) dove ho chiesto del libro ma anche della poesia, del dibattito di queste settimane, della vita.

Un’intervista che ho trovato affascinante, semplice e intensa come è la sua poesia. Vera.

Intervista a Umberto Piersanti del 3 settembre 2015

Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri è sicuramente un libro particolare nel senso che si inserisce in maniera coerente, pur nella sua chiara evoluzione, all’interno della tua produzione poetica, ma nel panorama contemporaneo appare indubbiamente fuori dal coro. Da dove viene questo libro? Quale ne è l’origine?

Questo libro prosegue il mio modo di intendere e percepire la vita e in particolar modo la natura. Io mi considero un poeta incredibilmente legato alla memoria e nei miei versi persino la natura viene colta attraverso lo specchio della memoria. Ma non per raccontare una natura bella, perfetta, che oggi non sarebbe più. Non c’è alcuna dimensione ecologica nel mio modo di percepire il mondo. C’è piuttosto questo fatto: io ricordo un mondo contadino ma non in senso neorealista, non alla Olmi o alla Pasolini per intendersi, i quali contrappongono l’autenticità di quel mondo all’inautenticità di quello contemporaneo. Anche il mondo contadino ha in effetti cose tremende, per esempio ricordo che mia nonna mi diceva non passare sotto quella casa che ci sono certi spiriti, e io da bambino facevo quattro chilometri a piedi per non passarci. Oppure quando una donna abortiva, anche in modo naturale, veniva rimandata con la falce a lavorare. Però quel mondo di racconti e di oralità mi è rimasto inevitabilmente dentro il sangue. Ho un aneddoto, una cosa realmente successa, che forse può far capire meglio delle mie parole questo rapporto come io lo vivo. Subito dopo la guerra andavo giù, nel fosso, dove c’era la casa di mia nonna. Lì ci stava anche il mio bisnonno che ricordo con una benda celeste su un occhio, il quale un giorno mi disse: lo sai Umberto cosa mi è successo? oggi quando andavo giù per il fosso, a spasso col carro, ho visto un cagnetto, ciccetto, piccolino, m’ha fatto anche commozione, e allora me lo sono preso. Santa Madonna non lo avessi mai fatto, perchè questo a un tratto diventava sempre più grande, più nero, più grosso, sempre più pesante e i buoi non riuscivano più ad andare avanti, E allora gli ho dato una pedata e gli detto “ma tu sei il diavolo!”, e lui ha messo le ali e se ne è andato via. Questo era, come dire, il prendere il caffè da un amico. Ecco io vengo da questo mondo un po’ visionario, un po’ magico, un po’ lontano, questa era la mia formazione. Per cui il mio rapporto con tale antico è sostanzialmente una rappresentazione attraverso la memoria, attraverso il sogno. Dove la memoria trasforma situazioni perchè, come è stato detto, una volta passati sogno e memoria sono la medesima cosa.

La memoria quindi come filtro di lettura della realtà? Del mondo?

Per rispondere a questo domanda voglio raccontare un altro aneddoto, anche questo realmente accaduto. Quando ero piccolo mi mandavano in Colonia. Ce n’erano due: quella dei preti e quella dei comunisti. In quella dei comunisti si facevano tutti i peccatucci e in quella dei preti ovviamente non si poteva, ci si confessava. Una volta che ero nella Colonia dei preti mi ero invaghito di una ragazzina e volevo sedermi accanto a lei a mangiare. E invece stavo vicino a un ragazzino brutto, tutto butterato, e allora ho chiesto al prete se potevo cambiare di posto e lui mi disse: no! bisogna sacrificarsi in vita per guadagnarsi il Paradiso. E io gli ho chiesto se esiste veramente l’Inferno, in quanto se uno poi ci finisce resta fregato perchè si è sacrificato in vita e poi soffre comunque. Ad ogni modo volevo assolutamente sedermi accanto a quella ragazzina. Il ragazzo tutto butterato poi, il giorno che se ne è andato, è venuto a salutarmi con un: ciao ci vediamo. In quel momento ho veramente provato un tuffo al cuore, perchè tutto ciò che perdiamo irrimediabilmente cambia, si trasforma, diventa altro. Dunque è questo il mondo che io cerco di descrivere: un mondo trasformato dalla memoria ai confini del sogno, senza che questo diventi però mitologia.

Quando si parla di memoria, di passato, si fa inevitabilmente un confronto col presente. Tu hai espresso due concetti: l’oralità e la natura come memoria. Il tuo libro ha anche un’altra particolarità: esprime cioè la convivenza del bene col male. Quando hai raccontato che ti dicevano di non passare sotto quella casa perchè c’erano gli spiriti è vero che ricordavi un mondo superstizioso, forse per alcuni versi più ignorante di quello di oggi, ma è anche vero che era un mondo che conviveva col male e la sua esistenza molto più di quello che facciamo un po’ semplicisticamente noi. Nella tua poesia è forte il senso della precarietà della vita. Cito due versi: non so se la sua casa poi rivede e forse lo trova il lupo / forse la madre.

Hai perfettamente ragione, infatti prima ho parlato di una natura non mitologica. Un poeta come Damiani ad esempio ha una visione più positiva di quella che sento esserci nella mia scrittura. Da me è pieno, ma anche nei miei libri precedenti non solo in Nel folto dei sentieri, di aquile che volano con il coniglio tra gli artigli e di caprioli che possono essere trovati dalla madre ma anche dal lupo, per tornare a delle immagini del libro stesso. La mia natura si lega assolutamente allo spavento, alla morte, poi in questo libro più che negli altri il sentimento del tempo che passa diventa sempre più drammatico, più pungente, c’è una paura maggiore del tempo che passa, c’è precarietà. Oggi il tempo è questa precarietà. Io credo che ciò che contraddistingue la mia poesia sia il rapporto bene/male, luce/morte, sia una certa visionarietà orale che si distingue per sentimento anche in un poeta che amo molto come ad esempio Bertolucci. Senza banalizzazioni o semplificazioni. In tutto questo la mia natura è meravigliosa ma è anche oscura.

Quando un poeta porta avanti un discorso non è mai solo quel discorso ma è un ampliarsi di significati che coinvolge la poetica stessa. Leggendo il tuo libro a me è venuta in mente un’espressione che vorrei tu mi confermassi o mi confutassi: può essere considerato questo tuo mondo bucolico della poesia una reazione a un mondo metropolitano della poesia?

Non c’è una voluta contrapposizione. C’è però il diritto a non essere alla moda, che è molto duro nel nostro tempo. Io sono un poeta che ha pagato sulla sua pelle questa lontananza dalle mode. Ho cominciato a scrivere quando dominava l’avanguardia e parlare d’alberi era semplicemente assurdo. Un critico portò, parlando di un mio libro, una definizione che mi piacque molto: un’arcadia d’ombra. Arcadia d’ombra perchè mentre io tento di cogliere disperatamente l’armonia delle cose (io vengo da Urbino e sai benissimo che Urbino è la patria di Raffaello, l’artista che più di ogni altro ha tentato di creare un cosmo armonico), nello stesso tempo ne vedo la carica di inquietudine, di dolore, soprattutto di precarietà. Se tu prendi una poesia come Viola d’inverno, questa viola che muore appena nata e che mi ricorda i bambini che si diceva che andassero nel limbo, morti senza essere nemmeno nati, questo a me fa domandare quale sia il senso della vita per chi in essa dimora così poco. La poesia finisce con un’espressione tutto sommato drammatica, laica, che traduce il senso di una religiosità della natura: ma il dono della nascita permane. C’è questa aspirazione alla dono della nascita che permane, a un’armonia che possa nonostante tutto essere vissuta anche nel mondo più drammatico.

Tutto questo viene espresso in una lingua fluida, molto chiara. Avrai anche tu sentito il dibattito estivo attorno alla poesia e nello specifico vorrei ricordare Berardinelli quando dice che la collana di poesia Mondadori se chiude è perchè non ci sono più poeti leggibili. Il tuo libro però è un po’ l’emblema della leggibilità, perchè è chiarissimo. Cos’è quindi per te questa leggibilità della poesia?

Una volta Loi recensendomi sul Sole 24 ore disse che sono l’erede di una tradizione lirica e del canto. Io sono un italiano centrale e mi porto quindi addosso una tradizione. Ed è appunto quella del canto, della lirica. La Mondadori ha fatto delle scelte che hanno privilegiato fortemente un indirizzo molto specifico, settoriale. Einaudi ultimamente ha delle posizioni che personalmente considero un po’ parapoetiche. Per quanto riguarda quello che dice Berardinelli non sono d’accordo che i veri poeti sono finiti, ce ne saranno forse, ma sarà il tempo a dirlo. Io Nel folto dei sentieri sono stato definito tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea ma non ero assolutamente d’accordo con questo inserimento. Queste sono definizioni che lasciano il tempo che trovano, non dicono nulla. Ritengo piuttosto di potermi identificare in una posizione precisa che è anche la più malvista. Bisogna capire che c’è un feticcio della modernità oggi che vuole la modernità stessa intesa come oscurità, come inquietudine. La mia chiarezza quindi, che poi non è così semplice perchè creare musicalità in un verso non è cosa banale, mi rende un uomo un po’ separato. Non sono dentro i grandi centri letterari ma rivendico un mio spazio e un diritto della poesia ad essere intellegibile, sonora. Alla fine se ci pensi i classici sono non di rado molto intellegibili, anche quelli ermetici. Oggi Montale, per fare un esempio, si legge con una facilità incredibile. C’è un fraintendimento di fondo perchè il suono, l’armonia, sono tutte cose negate al nostro tempo. C’è una retorica dell’antiretorica e io a questa sfuggo volontariamente ritenendo la mia scelta una strada possibile e necessaria. Sempre all’interno di questo discorso devo dire che il mio libro si contrassegna anche per un rapporto più deciso con la contemporaneità. Parlo di macchine, di bimbi che giocano, senza comunque tradire il mio percorso poetico. Solo ogni tanto dimentico la memoria e affronto il mio tempo.

Concludendo abbiamo parlato di intellegibilità della poesia, di canto, di memoria, di tradizione. All’inizio di questa piccola intervista hai raccontato di avere una formazione sostanzialmente basata sull’oralità, sui racconti. E nel tuo libro troviamo in effetti tutta una sezione in cui dichiari i testi come nati camminando in montagna. Raccontaci di questa sezione.

La sezione Aspettando l’inverno, ma in effetti non solo quella, è nata quando la Regione Marche ha deciso di fare un libro con diversi artisti a cui era stato chiesto di interpretare nei differenti linguaggi (foto, letteratura, eccetera) i parchi naturali della regione. Io ho scelto il Furlo, che conosco, dove ho camminato, ho cercato i funghi, ci ho fatto l’amore, ne ho visto i ciclamini, sono andato a vedere l’aquila dall’altra parte della roccia. Avevo con me anche un bravo fotografo, e mentre lui scattava io parlavo. Ricordo che ero teso, molto carico. Avevo dentro una pienezza e una fortissima voglia di dire e di quel dialogo alla fine ho cambiato poco e niente, erano poesie già complete così come erano nate camminando e recitandole per la prima volta. Ci sono momenti, situazioni, dove uno può passare attraverso l’oralità per scrivere. Altre volte ad esempio mi è capitato di scrivere racconti dettandoli direttamente e in stesura praticamente definitiva alla segretaria, senza quindi passare attraverso la scrittura. Io ho molto forte questo senso dell’oralità, vengo da un mondo dove l’oralità era importante, pensa alla mia infanzia non senza televisione ma addirittura senza radio, dove i racconti erano delle lettere ma senza indulgere in retorica (perchè poi è uno dei rischi). Il gusto dell’oralità ce l’ho addosso, la vita me l’ha poi anche salvata questa attenzione all’oralità però se non l’avessi avuto come tendenza penso non sarebbe mai emersa.

Benissimo, ti ringrazio molto per questa bella intervista Umberto.

Nel folto dei sentieri, intervista a Umberto Piersanti (di Alessandro Canzian)

 

LE MARCHE IN BIBLIOTECA

LE MARCHE IN BIBLIOTECA, seconda edizione, 2017
dalle ore 21.15 i giovedì con gli autori
conversazioni, letture, interventi musicali
presso la Biblioteca Planettiana di Jesi

Gli AUTORI
– 12 ottobre, Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri, Marcos Y Marcos editore
– 19 ottobre, Matthias Canapini, Eurasia Express, Prospero editore
– 26 ottobre, Pierfrancesco Curzi, Nell’afa, Vydia editore

Interventi musicali a cura della Scuola musicale Pergolesi
– 12 ottobre, Tommaso Scarponi, violino
– 19 ottobre, Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo flauti
– 26 ottobre, Claudio Durpetti, chitarra

Letture a cura del gruppo ArciVoce

locandina17

La rassegna è organizzata da:
Associazione culturale Altrovïaggio
Associazione culturale Licenze Poetiche
con la collaborazione della Biblioteca Planettiana e dell’Assessorato alla Cultura
grazie a un contributo del Comune di Jesi.

info: www.altroviaggio.org – info@altroviaggio.org – www.bibliotecaplanettiana.it – planettiana@comune.jesi.an.it