Le Marche in Biblioteca

L’incontro con “Poesia di Strada 1998-2017”

Le Marche in Biblioteca. Ha avuto inizio ieri, giovedì 4, la terza edizione di questi incontri letterari con autori marchigiani che, oramai di consuetudine, ci fanno ritrovare insieme ogni anno alla Biblioteca Planettiana nei giovedì di ottobre.  Il primo dei quattro appuntamenti in calendario quest’anno è stato dedicato alla poesia, con la presentazione dell’antologia Poesia di Strada 1998-2017.

L’incontro si è articolato in due parti. Nella prima, Alessandro Seri, che è anche editore dell’antologia e ne ha firmato l’introduzione, ha raccontato la genesi e lo sviluppo negli anni di questa che non è una semplice raccolta di poesie ma un vero e proprio cammino evolutivo, nato venti anni fa con un premio letterario e un festival di poesia di strada, nel paese di Colmurano – questo il luogo fisico di partenza – letteralmente per diffondere la poesia lungo le strade del paese, vicino alle persone, con le poesie incorniciate e appese sui muri esterni delle case, invitando i passanti e i curiosi che si fermavano a leggere a esprimere direttamente le proprie sensazioni.

Nascere dal cuore stesso del paese non ha significato diluirsi o ritrarsi nel particolare del borgo, al contrario ha costituito la premessa per un respiro più profondo e ampio, che è proprio della poesia. Densità e leggerezza fuse insieme nel raccogliere gli umori del mondo e dare loro forme nuove attraverso l’attenzione alle parole.
Il festival poi è evoluto e cresciuto, ha modificato il proprio iter e si è via via arricchito sempre più di nuove iniziative e partecipanti; ad un certo punto sono stati invitati pittori e artisti grafici a commentare e riproporre all’interno di una tela quelle stesse poesie appese all’inizio lungo i vicoli del paese, e ora riproposte nella nuova dimensione pittorica. Prende così il via una nuovo e ulteriore percorso, a cui hanno contribuito artisti attivi in diversi luoghi del mondo.

Alessandro Seri ha ricordato che nel corso dei venti anni del premio sono stati in totale circa cinquemila gli autori partecipanti, non solo della regione ma di ogni parte d’Italia, e tra loro molti nel frattempo hanno compiuto altrettanti percorsi personali di interesse e rilievo nella produzione poetica nazionale. L’antologia ora presentata ora raccoglie circa un centinaio di poeti, le cui opere sono state premiate o segnalate nelle varie edizioni del premio.

Nella seconda parte della serata la voce è passata direttamente a tre di questi poeti, che hanno letto le loro poesie inserite nell’antologia: Anna Elisa De Gregorio, Alessio Alessandrini e Alessio Ruffoni.

Subito sono state proiettate le foto delle opere della sezione iconografica, che costituisce una selezione delle opere realizzate in questi anni.

In sala erano state esposti alcuni originali delle nuove produzioni,  delle artiste Anna Valeria Ciccotti, Carla Pistola e Laura Vallesi, quadri che incorporano poesie, a commento dell’edizione in corso di “Poesia di strada”, e dunque non presenti nell’antologia. La lettura dei poeti e la visione delle opere ha consentito di assaporare direttamente il respiro internazionale e l’apertura di questo percorso poetico, che con i suoi linguaggi e i suoi temi e le sue sensibilità diventa anche un osservatorio di questa nostra contemporaneità, attraverso uno sguardo che non si limita a registrare ma ne assorbe, per rielaborarlo, il senso sottostante.

Come già abbiamo fatto negli anni precedenti, anche quest’anno la presentazione e conversazione con gli autori e sui libri stata inserita all’interno di una cornice formata da interventi musicali e letture ad alta voce.

Ci hanno accompagnato in questo i giovani Silvia Romualdi e Riccardo Stronati, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, con alcuni motivi di musica classica riproposti con il flauto. Ogni intervento musicale è stato seguito dalla lettura del gruppo Arci Voce, con Cristina Corsini, Luigina Tantucci e Tullio Bugari, che hanno letto rispettivamente le poesie di Lella De Marchi, Barbara Pumhösel e Fabio Franzin.

Poesia di Strada 1998-2017

Giovedì 4 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, primo appuntamento della rassegna Le Marche in Biblioteca: I Giovedì letterari della Planettiana, edizione 2018.

Presentazione dell’antologia Poesia di strada 1998 – 2017, con la presenza del curatore e alcuni autori.

Titolo: Poesia di Strada 1998-2017
Casa editrice: Seri editore

 Sarebbe troppo semplice
(dalla postfazione di Renata Morresi)

Sarebbe troppo semplice citare Fortini: “La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.” Troppo facile consolarsi con un imperativo che rivendica un senso ulteriore alla bistrattata, marginale arte poetica. Quanto è bello quel verso nel fare della disillusione e della vulnerabilità un invito al dubbio che si possa, dopotutto, credere? Tanto bello che è facile scordarsi le parole che lo precedono: “Fra quelli dei nemici / scrivi anche il tuo nome.” E allora anche accampare sicurezze sull’altezza o la funzione della poesia va guardato con sospetto.
Ogni volta che mi butto in un progetto poetico, ma che dico, che apro un nuovo file word e mi trovo davanti al bianco, mi risuona quell’invito a fare attenzione, persino a se stessi. Anche quando abbiamo pensato a questa antologia ho passato qualche giorno a chiedermi “a cosa serve?”, a dubitare il senso dell’ennesima collezione di testi poetici…

(…) Mi aspettavo di trovare molta poesia lirica – perché la lirica meglio si adatta alla modalità ‘portatile’ di “Poesia di strada” e alla sua ambizione comunicativa – non mi aspettavo di sorprendermi a vederne rappresentate così tante variazioni, tanto da farmi chiedere se il sintagma non sia ormai così diluito da essere inservibile. Così tanti toni diversi innervano questi testi che non so più come contenerli nel solo ‘lirico’: il realismo (quello più intimo di Alessandrini e D’Andrea, incandescente per De Lea), il narrativo (caldo in D’Agostino, sfreddato da Tuzet, con l’inflessione dialettale di Ariano, o l’andamento pop di Corsi), l’ermetico-simbolico (la misura sobria di Cornali, le sinestesie di Di Pasquale, il taglio caustico di Ruffoni), il politico (personale per Crippa e Magazzeni, dal rigore modernista in Mari), il proiettivismo (Bonin, Alicudi), il conversevole (esempi luminosi quanto diversi: De Gregorio, Montieri, Ruggieri), il civile (col passo sublime di Maroccolo, quello ritmico di Cohen, il quotidiano di Franzin), l’imagismo (icastico in Babino, confessionale in Perugini), il meditativo (quello empatico di Pinzuti, quello sarcastico di Lefevre), l’ironico (jazzato in Bompadre, caustico in Tipaldi), il confessionale (col brio pungente di Pumhösel e Romagnoli, la malinconia divertita di Di Prossimo), il neo-metrico (pieno d’echi interiori in Mandolini, allegorico in Scaramuccia), il percettivo (Testa, Minola, Guazzo), per non contare i lirici ‘puri’ (molti oltre ai più noti Mancinelli, Turina), chi canta sapendo di cantare, chi mescola memoria e desiderio, chi cerca un simbolo non dico in lettere di fuoco, ma almeno fiamma di candela. E ancora, altri autori dall’impulso mitopoietico bruciante, in cui la sintesi tra inconscio e visionarietà produce uno stile difficile da addomesticare in una definizione: mi riferisco alla scrittura ‘espansiva’, quasi epica, di Calandrone, all’impulso mitico di Pugno, alle intensità simboliche di Ariot, Bossini, Nota, al vigore trattenuto di Sannelli, agli esperimenti vibratili di Greco, e, sul versante più rastremato, l’oggettivismo di Giovenale, sotto spinta ricognitivo-elencativa, e l’elegia quasi astratta di Agustoni. Da qui ci affacciamo sulla soglia di una scrittura sperimentale sfidante, quella che mi piace chiamare del gioco profondo, su un lungo crinale che va dal surreale di Socci verso le melodie spiazzanti di Simonelli, il punk minimalista di Chiamenti, l’andamento ecfrastico di De Marchi, l’interlingua sconvolgente di Carnaroli, fino all’incedere corrosivo più oscuro (Menicocci, Rizzatello), e la complessità politica (e la politica della complessità) di Teti.

Non riesco a citare tutti, chiedo venia, non riesco a ricomporli in un unico recipiente (non voglio), e questa disamina (una carezza più che un esame) potrebbe svolgersi in altri termini, attraversare i temi o i motivi ricorrenti (c’è molto altro in poesia oltre l’amore e la morte), tracciare isoglosse, disegnare alberi genealogici (presunti), azzardare proiezioni sul futuro della poesia o sulla sua estinzione. Mi basta, per ora, contarci. Sapere chi siamo e siamo stati, piccoli o grandi, almeno per un po’.

Erano solo dieci fermate ogni volta, dopotutto, dieci poesie che ogni anno, per qualche giorno, per un minuto, mescolavano pensiero, visione e interpretazione, dieci installazioni minime che non hanno cambiato il mondo. ‘La poesia non cambia il mondo’, ‘basta coi buonismi’, ‘con la cultura non si mangia’, bla-bla, e si ritorna alla solita obiezione, l’ossessione dei disincantati, troppo spesso incapaci di incanto. In fondo nulla cambia davvero il mondo, neanche un grande leader, un grande papa, una grande invenzione, e così via; nulla cambia il mondo se non la somma di tanto, faticoso lavoro collettivo. Allora, in questo tempo tanto più disilluso di quanto fosse il tempo di Fortini, mi dico di non dare troppo ascolto a chi crede solo al niente offerto dalla disillusione e dal cinismo, “scrivi, mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente”.

(L’antologia ospita una sezione iconografica, con le opere che alcuni artisti dedicano ad una poesia da loro scelta: in alto Raffaella Tirabasso per la poesia di Antonio Bux, in basso Max Volpa per la poesia di Alessio Alessandrini)

 

Le Marche in Biblioteca 2018

La nuova edizione del 2018, la terza, dei Giovedì Letterari della Planettiana.
Quattro incontri con autori della regione, ogni giovedì del mese di ottobre a partire dalle ore 21.15, presso la Sala Maggiore della Biblioteca Planettiana di Jesi.

Si inizia il 4 ottobre con la poesia, la presentazione di un’antologia che raccoglie le opere selezionate negli anni nel premio POESIA DI STRADA e pubblicate da Seri Editore in occasione del ventennale di questo ricco e articolato viaggio nella poesia.

Giovedì 11 avremo ospite Maximiliano Cimatti con L’uomo di Elcito, editore Meridiano Zero, un romanzo che ci riporta alle origine profonde del nostro tempo, una storia ambientata all’interno del nostro territorio al tempo della costruzione della ferrovia Roma Ancona. Una storia raccontata, soprattutto, dalla parte di chi spesso li subisce gli eventi, ma il cui contributo in realtà, alla fine, è quello che davvero sorregge tutto.

Il 18 ottobre interviene Corrado Dottori, con il romanzo La musica vuota, editore ItalicPequod, anche questo è un viaggio nel tempo, in un’epoca loto più vicina e che s’intreccia con le nostre memorie personali, a cavallo tra gli anni Settanta e Novanta. Come promette il titolo, c’è anche molta musica, ma non solo, e non solo per sottofondo, anzi…

In chiusura, giovedì 25, Asmae Dachan con un romanzo ugualmente recente, Il silenzio del mare, editore Castelvecchi; con lei ci immergiamo nella contemporaneità di questo mondo, in particolare nella tragedia della guerra in Siria, ed è proprio la forma del romanzo quella che riesce a farci entrare dentro attraverso lo sguardo dei singoli, e dunque ci aiuta a restare umani e a porci i giusti “perché?

Anche questa terza edizione di incontri letterari è stata organizzata dalle associazioni culturali “Altrovïaggio” e “Licenze poetiche” insieme alla Biblioteca Planettiana di Jesi, grazie ad un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura.

Negli incontri, la conversazione con gli autori sarà accompagnata:
– dalla lettura di brani dei libri, a cura del gruppo Arci Voce;
– da interventi musicali:
— il 4 e il 18 ottobre interverrà la Scuola Musicale Pergolesi di Jesi, che ci ha accompagnato anche nelle edizioni precedenti;
— i giovedì 11 e 25 ottobre saranno con noi Silvano Staffolani e Lorenzo Cantori, musicisti che collaborano da tempo con eventi letterari e reading concerto.

(grafica della locandina di Ezio Bartocci)

“Nell’afa”, chiude con Curzi la rassegna Le Marche in Biblioteca

Si è concluso con Pierfrancesco Curzi il ciclo di incontri letterari Le Marche in Biblioteca 2017. La letteratura ci guida sempre verso gli angoli nascosti della realtà e lo fa ogni volta attraverso lo sguardo che ciascun autore prepara per noi, pronti a seguirlo. “Nell’afa”, Vydia editore, il libro di Curzi, è un giallo e come ogni vero giallo è capace di mostrarci che la lettera rubata si trova davvero sotto i nostri occhi ma noi chissà da che parte guardavamo. Il contesto scelto per lo sviluppo degli eventi è quello di Ancona, nel contrasto dei suoi quartieri “più in alto” o “più in basso”, e poi le redazioni dei giornali, le caserme della polizia, ma anche le strade, e poi i sapori, i colori.

La serata con Curzi si è aperta e poi è stata accompagnata, come è nostra consuetudine, dagli interventi musicali della Scuola Musicale Pergolesi: questa volta era con noi il maestro Claudio Durpetti alla chitarra; l’intervento musicale è stato seguito ogni volta dalla lettura di un brano del libro, a cura del gruppo Arci Voce. Si sono succedute durante la serata Laura Santoni, Rosella Canari e  Luigina Tantucci.

Scegliere quali brani di un giallo leggere potrebbe non essere facile, per non svelare anzitempo quei particolare che toglierebbero al lettore la sorpresa di scoprirli da solo. E quindi ci siamo limitati a scegliere tra le prime trenta pagine, quelle in cui forse c’è “meno azione” e più sguardo del contesto, di quella scena o di quei personaggi o situazioni che più di altre introducono a questa Ancona al tempo stesso così peculiare, con la sua personalità, e insieme così universale, come tante altre possibili città di mare del mediterraneo, come lo stesso Curzi ha ricordato.

«La deontologia professionale si scontra con la pietà nei confronti della famiglia di una ragazza-bambina. L’assenza di un coinvolgimento emotivo, legato a vincoli di parentela o di frequentazione, lo spinge esclusivamente a confezionare un prodotto giornalistico quanto mai preciso, dettagliato. E onesto. Galassi è un vecchio guerriero della penna, passato dalla macchina da scrivere meccanica all’ultima frontiera dei programmi informatici, con una volata attraverso le prime applicazioni in dos. Anni di giri di nera, di inchieste, di attacchi di pezzi seguiti da svolgimenti che escono come acqua da una sorgente di montagna. Di buchi dati e presi. Di querele per diffamazione.
Vicende spinose ne ha trattate tante nel corso degli anni, intervallate da vagonate di articoli inutili. Adesso sente,a pelle, che da domani mattina, e fino al giorno in cui l’0micida non sarà assicurato dietro le sbarre dell’affollato carcere cittadino di Montacuto, sarà una guerra al massacro. E potrebbe finire da cani. In un certo modo si prevede inadeguato, nonostante il pedegree, a entrare in un circo Barnum dell’informazione di prvincia, una ridda di battaglie mediatiche. Sangue e arena. No grazie. Già immagina i e le giovani croniste/i della concorrenza, testosterone alto, cani da combattimento, caterpillar dell’informazione, disposti/e a tutto pur di pubblicare un’esclusiva, infoiati da capocronisti e caporedattori senza il minimo scrupolo, ma in compenso con alle
spalle problemi in famiglia, storie di corna, depressioni latenti, estenuanti cure a base di psicofarmaci, insoddisfazione esistenziale, scarsa predisposizione ai rapporti sociali, abusi fisici e sessuali subito da parenti in età prescolare. Eminenze grigie….»

Cattivo l’autore nei confronti di quello che chiama il circo Barnum dell’informazione di provincia? Ma il suo personaggio, il giornalista Galassi, è fatto così. Quasi un donchisciotte mancato, o soltanto più lucido, che le esperienze professionali e della vita hanno reso un po’ ruvido, come i quartieri in cui preferisce addentrarsi, ed è questo che si ritrova a pensare, consapevole, mentre si accinge a muovere i primi passi di un’inchiesta nella quale, forse, la lettera rubata noi non la vediamo non tanto perché i nostri occhi sono distratti, ma magari perché qualche altra mano ce la sposta, quella lettera, come nel gioco delle tre carte. E allora l’inchiesta, lo sguardo che teniamo, deve essere fermo e darsi da sé dei buoni punti di riferimento, per valutare e prevenire gli abbagli, per essere onesto con le persone su cui si indaga. Il giallo scritto da Curzi ci porta, dunque, non soltanto dentro i meandri dei quartieri che a lui interessa di più proporci, ma anche nei meandri delle verità costruite o smontate, nel modo di fare o disfare le notizie, o di costruire le “pubbliche opinioni”.

(l’articolo su Centropagina)

“Nell’Afa” di Pierfrancesco Curzi

 

Giovedì 26 ottobre alle ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, per la terza serata della rassegna Le Marche in Biblioteca, incontro con Pierfrancesco Curzi, che ci racconterà del suo “nell’Afa”, Vydia editore. 

Articolo di Marco Benedettelli, dal blog FattoDirittto, tratto da Urlo, mensile di resistenza giovanile).

Titolo:Nell’afa
Autore: Pierfrancesco Curzi
Casa editrice: Vydia editore

È una notte rovente e appiccicosa quando nel quartiere Piano, a Piazzale Loreto, viene rinvenuto in un container il corpo straziato di una quindicenne. Carlo Galassi, cronista de L’Eco della Provincia, è svegliato da uno dei suoi informatori dell’ospedale. Scende dal letto, sale in sella al suo scooter e si tuffa a testa bassa in un caso di cronaca tragico, col quale si misurerà fra colpi di scena, riflessioni solitarie e battaglie di ogni sorta lungo una settimana di luglio dal clima a dir poco afoso. Finché, alla fine del suo instancabile lavoro, a suon di doviziose ricostruzioni, la penna di Galassi in qualche modo sarà artefice anch’essa, assieme al lavoro della Procura, dell’accertamento della verità.

Tutto questo e altro ancora è “Nell’Afa”, (Vydia Editore, dicembre 2016) primo volume di un progetto di trilogia incentrata sulla figura del giornalista anconetano Carlo Galassi, (i prossimi due libri sono in attesa di pubblicazione, ma la trilogia potrebbe trasformarsi anche in serie). L’autore, l’anconetano Pier Francesco Curzi, conosce molto bene le atmosfere che descrive, dato che lavora da sempre nella cronaca cittadina oltre che ad essere reportagista per il Fatto Quotidiano da zone di crisi e già autore di libri di geopolitica. Nell’Afa è così anche un tuffo nei meccanismi perversi della provincia e del suo giornalismo, che ci mostra come funzionano il rapporto con le fonti, le conferenze stampa, le furiose guerre intestine coi propri capi e colleghi di redazione. Curzi sa descrivere molto bene le dinamiche che scattano nei giornali locali all’affacciarsi di un omicidio efferato e tragico. Sa come la notizia viena sezionata, sviluppata, strumentalizzata. Sa quali sono i complessi rapporti fra giornalisti e forze dell’ordine, personale medico e ospedaliero, familiari della vittima, magistrati e avvocati, politici locali ed esaltati da marciapiede. E racconta il tutto con uno stile allenato, puntuale, di chi – come Curzi – ha macinato migliaia di righe, articoli, pagine, e padroneggia più livelli di linguaggi tecnici e specialisti.

Il libro funziona alla grande, si lascia leggere perché appassiona, muovendosi agilmente dentro le dinamiche narrative del genere investigativo con senso del ritmo e del racconto.

La vittima, Emma Calderigi, è una ragazzina un po’ ribelle dell’Ancona bene. Il primo indiziato dell’omicidio è un marocchino diciottenne, Hasan al Koresh, ex fidanzato di Emma, residente al Piano, frettolosamente e irresponsabilmente tacciato dai giornali cittadini come il sicuro esecutore del delitto. Giornali preoccupati solo di soffiare sul fuoco delle pulsioni razziste di certa gente, ormai in preda a un mix di ambizioni da scoop dei capi redattori in crisi di vendite e di deriva populista. E anche Emma, la giovanissima deceduta, alla fine delle indagini si rivelerà essere stata uccisa dalle paure irrazionali e violente di quel mondo attorno a lei all’apparenza così rispettabile (ma non sveliamo altri particolari). Il tutto in una città, Ancona, ammorbata dal caldo di luglio, sudata, fatta di trattorie unte, quartieri popolari, odore di porto e di pesce marcio, scorci di paesaggio che aprono la mente. Un mondo cromatico, bello e brutto assieme, dove Carlo Galassi, uomo che ha inghiottito tonnellate di delusioni, compie il suo dovere di cronista con onestà, passione e “tigna”, battendosi come un cavaliere dei nostri giorni contro le ipocrisie, l’irresponsabilità e l’idiozia di chi gli sta intorno, Senza pretendere ormai nulla in cambio se non il senso di libertà che arriva dalla ricostruzione faticosa, sofferente, di una chimera che alla fine emerge, la verità.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

Dall’Eurasia express ai Sibillini, l’incontro con Matthias Canapini

Le Marche in Biblioteca 2017, il secondo incontro, con Matthias Canapini.
«Col senno di poi, capisco che non è necessario star via da casa mesi per cogliere l’anima del mondo. Il mio viaggio è diventato man mano una meditazione ambulante sul significato dell’esistenza, attraversando momenti di felicità, dolore, eccitazione, nostalgia».

Scrive così Matthias Canapini nelle pagine finali del suo “Eurasia Express, cronache dai margini” nel concludere non il suo viaggio – perché un viaggio in realtà non si conclude mai davvero – ma il libro in cui ce lo racconta e che ieri sera ha fatto da filo conduttore. E in questo modo, chiedendogli di leggere questo brano, abbiamo concluso la serata di ieri, dopo aver ripercorso con lui il suo viaggio, narrato in tre momenti diversi.
Introdotti ogni volta dalla musica ispiratrice dei flauti di due giovani musicisti allievi della Scuola musicale Pergolesi, Riccardo Stronati e Matteo Lombardi, sono stati i lettori del gruppo Arci Voce – ieri sera si sono alternati Lucia Lucarini, Paolo Consonni e il sottoscritto – che a loro volta hanno introdotto il racconto di Matthias con tre letture estratte da tre momenti diversi del suo lungo viaggio di sei mesi attraverso l’Eurasia.

Abbiamo scelto come lettura il momento della partenza, da Fano e sul traghetto che lo porta sulla costa dalmata. Da noi nelle Marche, per chi vive sulla costa, viaggiare significa aprire la porta di casa e ritrovarsi immediatamente a Oriente.L’inizio è qui, appena ci affacciamo sulla via, siamo anche noi un confine e spesso ce ne dimentichiamo, e una volta aperto dietro quel confine scopriamo che c’è un continente intero e Matthias ha iniziato a raccontarcelo, mostrandoci innanzitutto se stesso viandante; le altre due soste con la musica dei flauti e la lettura le abbiamo fatte in prossimità della Mongolia e poi, già all’inizio della via del ritorno, in Laos.

Un ritorno ancora lungo, non solo geograficamente ma inserendosi nell’ultimo tratto dentro quel mare di umanità in fuga dalla Siria attraverso la cosiddetta rotta balcanica: da Salonicco attraverso Macedonia, Serbia e Croazia è stato questo il ritorno a casa del senno di poi, un senno che non dimentica le altre storie incontrate prima ma le riconduce ancora ad un altro senso. Per questo dicevo che un viaggio in realtà non si conclude mai.

Mentre Matthias raccontava, sullo schermo scorrevano ogni dieci secondo le foto scattate lungo il cammino, tante ma non tantissime, perché capita anche, dice Matthias, che la macchina fotografica può dividerti anziché avvicinarti alle persone e allora è preferibile chiacchierare direttamente, guardarsi e sentirsi la voce, cercare una sintonia che poi magari provi a raccontare con le parole. E tra le foto, inoltre, diverse erano anche di altri viaggi, in terre più vicine a noi, perché dopo questo “viaggione” ai margini – i margini del mondo – i viaggi più recenti si sono sviluppati tutti dentro l’Italia, il mondo infatti è un contenitore di storie ovunque, puoi averle anche qui di fronte a te ora, se sai guardarle. I viaggi più recenti Matthias li ha fatti dentro la nostra regione girando letteralmente a piedi i Sibillini del terremoto, gli innumerevoli borghi e paesi, camminando tra i silenzi lasciati a custodire luoghi che ancora si fa fatica a far rivivere, e tra le persone che resistono, costruiscono, sono loro stesse quelle storie.

Matthias oltre ai suoi libri di racconto dei viaggi “Eurasia Express” e “Verso Est” e al libro fotografico “Il volto dell’altro” aveva anche alcune delle sue foto, a offerta, con l’offerta come suo contributo personale al progetto dell’Agrinido di San Ginesio, una delle realtà locali a cui si è legato nei suo viaggi, una di quelle realtà, appunto, che le storie di quelle terre non solo le raccoglie ma le costruisce.

Non ho scritto nulla di specifico in queste note del libro al centro della serata, Eurasia Express, vi consiglio soltanto di acquistarlo e leggerlo, è scritto con un linguaggio tranquillo, semplice e descrittivo, soltanto che descrive non solo ciò che normalmente si vede sulla superficie delle cose, ma anche quel qualcosa di invisibile o nascosto che sta in mezzo e dietro e che per essere visto richiede un candore e un’immediatezza in più, e allora inizia anche a coglierne il senso, il senso di quell’umanità che uno sguardo frettoloso può perdere.

Ci vuole uno sguardo in sintonia con i piedi, come scrive Paolo Rumiz nella prefazione al libro di Matthias: «Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno».

(anche quella che Matthias sta osservando nella foto in alto è una vallata euroasiatica, a Elcito, sotto il San Vicino; le foto di Matthias in Eurasia le trovate nel suo libro “Il volto dell’altro” )

Giovedì 19 incontro con Matthias Canapini

da CentroPagina del 18 ottobre 2017 (articolo di Eleonora Dottori)

JESI – Secondo appuntamento con la rassegna “Le Marche in Biblioteca” che ospita domani sera, giovedì 19 ottobre, Matthias Canapini.

Dopo il successo ottenuto giovedì scorso, la sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, alle 21.15, ospita il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto. Promosso dalle associazioni culturali Altroviaggio e Licenze Poetiche e organizzato grazie alla collaborazione della Biblioteca Planettiana, verrà presentato il libro “Eurasia Express, cronache dai margini”.

Accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce: «È un progetto di Arci Comitato Jesi Fabriano – spiega il Gruppo – coordinato su un piano tecnico da Maria Grazia Tiberi che a partire dai partecipanti del corso di “Dizione e Sviluppo della Voce” tenuto dalla stessa Tiberi e che si è svolto al momento in due edizioni anno 2015/16 e 2016/17 ha dato vita a questo gruppo di lettura e di lettori».

«Arci Voce nasce da un gioco – racconta Maria Grazia Tiberi, speaker e allenatrice di dizione e di teatro – È come se una mattina ci svegliassimo e avessimo bisogno di dire, di leggere, di apportare un nuovo stile alla voce e alla lettura. Voglio capire come funziona il mio dire, il mio leggere, il mio usare uno strumento bellissimo come la voce. Non cantando. Ma pronunciando bene, dando una propria lettura, dando voce e non fiato. È una vera occasione di stringersi incontro a scritti, libri, versi… senza paura, rendendoli vivi ed emozionali ognuno con la sua voce. Per l’Arci si tratta di un progetto che rispecchia in pieno i suo obiettivi di promozione di cultura, socialità, valori». A metà novembre il via nella sede Arci in Piazza Federico II ad una nuova edizione del corso di Dizione Sviluppo della Voce.

Prossimo appuntamento è il 26 ottobre con il giornalista e scrittore Pierfrancesco Curzi con il giallo ambientato ad Ancona, “Nell’afa” di Vydia editore.

“Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

La Marche in Biblioteca, giovedì 19 ottobre alle ore 21.15 il secondo appuntamento, con il giovane viandante, scrittore e fotografo, Matthias Canapini, che ci racconterà il suo viaggio dentro l’Eurasia, via terra fino in Vietnam, le persone, gli incontri, i luoghi che ha conosciuto.

Matthias ci racconterà il suo viaggio attraverso le sue foto, accompagnato dalle musiche di Riccardo Stronati e Matteo Plebani, duo di flauti, allievi della scuola Musicale Pergolesi di Jesi, e dalle letture del gruppo Arci Voce.

La viandanza, il camminare e l’incontro, come apertura, curiosità, conoscenza del mondo entrandogli dentro, ed entrando anche dentro di sé come conoscenza di se stessi. “Solo dall’umiltà dei piedi si avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno” scrive il grande viandante e camminatore Paolo Rumiz, nella prefazione che ha dedicato al giovane Matthias Canapini. 


Titolo:
Eurasia Express, cronache dai margini
Autore: Matthias Canapini
Casa editrice: Prospero editore

Prefazione di Paolo Rumiz

“Non è la pietra o la ghiaia a fare la via, ma l’atto ripetuto dell’andare. Sono i piedi che la determinano e la ritrovano, prima della nostra mente. Essi decifrano i segni del terreno, come i sassolini di Pollicino. Il mondo non è di quelli che credono di controllarlo con i droni e gli smartphone ma di chi si impolvera le scarpe e batte la terra con “piede libero”, come scrisse Orazio. La storia la fanno i piedi instancabili dell’homo sapiens, lo dicono millenni di migrazioni.

Povera cosa sarebbero i cammini se si limitassero a una riserva indiana per pellegrini o agresti camminatori. La strada vera è vita a tutto campo ed è fatte di mille cose: donne ai balconi, pasta al pomodoro, serpenti schiacciati, vento nei canneti, immigrati in cammino, cave abusive, guard-rail deformati, processioni e cani perduti. La strada è paracarro, rudere, fango, frumento, argine, fontana, metanodotto, solco di carri, tiglio solitario, muretto a secco, greto, tratturo, fermata d’autobus, passaggio a livello, un porcospino esitante dietro un paracarro.

Il viaggiatore ti dice che il cammino vero si fa nel mondo, non fuori dal mondo, e questo comporta graffi, rombo di camion, punture di tafani, talvolta anche insulti, diffidenza. Il cammino è immersione, non decollo verso altezze rarefatte. E’ periferia, fabbrica, banlieue, cantoniera diroccata, binario morto, escrementi, casello ferroviario, cancello con la scritta attenti al cane. Talvolta filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa.

Cesare Zavattini disse che il cinema italiano era finito nel momento in cui i registi avevano smesso di andare in tram. E allora ditelo, agli spocchiosi analisti di scarpa lustra, ditelo ai luminari e ai tenutari di bordelli televisivi e di felpati uffici studi, che solo dall’umiltà dei piedi avranno le risposte di cui il mondo ha bisogno”

 

L’incontro con Umberto Piersanti

Quaranta persone che restano a seguire attente una serata di poesia fino a mezzanotte è qualcosa di sorprendente. Siamo arrivati a quell’ora, e a questa serata, quasi senza accorgercene. Il nostro affabulatore era Umberto Piersanti, in una serata molto densa e anche leggera, nel senso di piacevole e pacata, senza bisogno di iperboli ma sicura, incisiva, come il passo della sua poesia.

È iniziata così, con questo primo incontro, la seconda edizione di “Le Marche in Biblioteca”, un’iniziativa organizzata dalle associazioni culturali AltrovÏaggio e Licenze Poetiche con la collaborazione con la Biblioteca Planettiana e che nasce all’interno della collaborazione oramai triennale con la biblioteca, nata con l’avvio di un circolo di lettura, che quest’anno avvierà la terza edizione (l’incontro di presentazione ci sarà il prossimo 24 ottobre alle ore 21.15 presso la biblioteca). Le Marche in Biblioteca è un’iniziativa sostenuta da un contributo del Comune di Jesi, Assessorato alla Cultura.

Piersanti è stato introdotto da un intervento musicale di un allievo della scuola musicale Pergolesi di Jesi, il violinista Tommaso Scarponi, che poi nella serata ha eseguito anche altri brani, di Vivaldi e di musiche del settecento, in mezzo alle settecentesche librerie della Biblioteca Planettiana, in una bella alternanza con i temi toccati da Piersanti e con la sua lettura delle poesie che aveva preparato per noi.

Ad ogni intervento musicale è seguita anche la lettura di una poesia scelta da noi e tratta dalla più recente raccolta di Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri; ha curato le letture il gruppo Arci Voce, un’esperienza nata presso l’Arci e l’associazione Altrovïaggio da qualche anno, partendo da un corso di sviluppo della voce e di dizione, che quest’anno inizia la sua terza annualità. Ieri sera si sono  alternati alla lettura, oltre al sottoscritto, Antonella Maggiori e Rosella Canari.
La lettura della poesia di Piersanti è un’esperienza piacevole, a me sembra quasi di camminare sui suoi passi, seguendone la musicalità e immaginando i suoi sguardi, come lampi di memoria.

Piersanti è stato introdotto da Alessandro Seri che ha conversato con lui, e poi ci ha parlato, della sua terra, della sua storia intrecciata con questa terra, della sua poesia che con questa terra è un tutt’uno, e ci ha letto alcune delle sue poesie, chiudendo la serata con “La giostra”, forse quella che più di tante altre è dedicata a suo figlio Jacopo.

La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
cosi antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

marzo 2001