Le Marche in Biblioteca

Tra il rosso della chioma

Giovedì 8 ottobre alle 21.15, primo incontro della rassegna Le Marche in Biblioteca 2020.

Il 20 settembre 1870 con la “breccia di porta Pia” cade il potere temporale dei papi e inizia il governo dello Stato laico. Più o meno. Il testo di Antonio Emiliani, originario di Falerone, riproposto ora da Ezio Bartocci con il titolo “Sulla Breccia” – tratto dall’ultimo capitolo del libro pubblicato a Fermo nel 1889 – e con una cartella pregevolmente curata – in copertina il  festoso ritratto tricolore, essenziale, di Vittorio Emanuele II, focalizza  con leggerezza tra il rosso della chioma e il verde del debordante “onor del mento”  uno dei volti più caratteristici della nostra storia – stuzzica la mia curiosità verso un Fatto storico che non mi sembra sia proprio al centro delle attenzioni. Nonostante l’anniversario dei centocinquanta anni.

Senza nessuna velleità di storico, che non sono, ma con la leggerezza tranquilla del curioso, raccolgo qualche stimolo.

Il testo di Emiliani mi sembra che abbia una sua leggerezza particolare che lo distingue dai toni più enfatici o retorici di testi prodotti già allora e in tempo reale da scrittori e commentatori, o comunque dai toni di un immaginario popolato da atti fieri d’eroismo e da allegre marcette di bande militari. Emiliani è un testimone diretto di quel Fatto, di cui scrive però diciotto anni dopo, e lo fa col tono di chi racconta: me lo immagino davanti ad un gruppo di ascoltatori che un po’ legge dai suoi fogli e un po’ narra, rivivendo a distanza di tempo le diverse emozioni di allora, che non sono prive naturalmente di sentimento patriottico, avendovi partecipato in prima persona, o di immagini degli assalti e delle grida di gioia e di stupore dei vincitori, e insieme però con gli occhi attenti a tanti dettagli talvolta definiti minori, dalle macerie a terra, ai feriti, a chi si aggira prestando i primi soccorsi ai feriti, al rammarico dei perdenti, o al popolo memore delle recenti repressioni e che dunque si aggira ai margini della battaglia in cerca dei Pontifici in fuga, da arrestare. Insomma, la battaglia con i suoi slanci eroici, che commuovono ancora i suoi ricordi, e insieme anche i suoi risvolti umani, che quell’entusiasmo un po’ magari lo stemperano e lo avviano forse verso una maturità più pacata.

Porta Pia all’epoca. Immagine presente nella cartella.

Pio IX, il “nostro” Papa Mastai Ferretti, compare due volte nel racconto, come a sottolinearne l’attesa e poi il momento della decisione, mentre osserva o ascolta i fragori della battaglia e dell’assalto di Nino Bixio, e quando poi ordina la resa appena gli giunge la notizia che è stata aperta una breccia.

Mi pare che Pio IX fosse ben cosciente della netta superiorità del neo esercito italiano – contro cui non aveva alcuna chance, soprattutto dopo il ritiro delle guarnigioni francesi richiamate in patria per la guerra franco prussiana – tuttavia aveva ugualmente rifiutato fino all’ultimo qualsiasi accordo per la cessione del potere temporale, perché gli serviva dimostrare d’essere stato cacciato con la forza: diede così l’ordine di schierarsi per combattere ma già pronto ad arrendersi al primo ingresso dei bersaglieri in città. Ecco dunque la battaglia, i colpi di cannone e i morti, non molti, non migliaia ma alcune decine, ma pur sempre vittime sono.

Avevano tentato di convincere Pio IX anche con sollevazioni insurrezionali dall’interno, ma senza successo, erano state represse con violenza, così come era stato sconfitto Garibaldi a Mentana tre anni prima, quando ancora c’erano i francesi. A Roma vigeva la pena capitale e Pio IX esercitava ancora il potere di comminare condanne a morte. Toccò a Giovanni Monti e Gaetano Tognetti, decapitati nel 1867. Oltre al potere temporale aveva voluto consolidare ancora di più quello spirituale, se mi è consentita la battuta, infatti il 18 luglio 1870, qualche settimana prima della “breccia di Porta Pia” aveva istituito il dogma dell’infallibilità del papa in materia di fede e di morale. E magari fu a suo modo proprio un atto lungimirante, per lasciare a sé e ai suoi successori un potente strumento per poter almeno interferire nelle decisioni dei governi italiani a venire.

Il 2 ottobre, intanto, fu un plebiscito che con circa il 99% dei voti stabilì e legittimò l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia e gettò le basi per Roma capitale. La città allora era compresa tutta all’interno delle Mura Aureliane e non arrivava a duecentomila abitanti , contro il quasi mezzo milione di Napoli o i circa 300 mila di Milano.

Tornando però al testo di Emiliani, da cui sono divertito anche per l’incontro con parole ed espressioni oramai desuete nella nostra lingua, ma forse anche allora usate più per rendere elegante il modo del raccontare, e meno nel linguaggio quotidiano; oltre a questo, però, mi traspare proprio da quel modo di raccontare, e da quel linguaggio e quello sguardo che non trascura i risvolti umani della battaglia, che non si tratta soltanto di rievocare un Fatto storico, quanto piuttosto un contesto, cioè un Mondo, un modo di sentire. Un sentimento, lo definirei.

Mi colpisce allora la cura dei dettagli, dello sguardo attento a soffermarsi, nel suo muoversi tra le barricate, lungo le strade solcate da ferite, tra gli schiamazzi che ode qui o gli squilli di tromba là, che in sottofondo arrivano quasi senza disturbare quell’aria, mi trasmette il senso del tempo, del suo ritmo e del suo scorrere, spingendomi a immaginare le vie più intime di Roma, quelle del cosiddetto popolo, degli artigiani, dei viandanti, un po’ spettatori e un po’ partecipi e coinvolti, un po’ liberati e che infatti poi votano in massa per l’annessione. Insomma, prendo in mano quelle pagine di Emiliani e mentre le leggo ad alta voce, sento mettersi in movimento un buon mare di suggestioni, il tono del suo racconto mi concilia in questo e mi stuzzica ad altro.

La cartella curata da Bartocci, il semplice lavoro di impaginazione, scelta delle immagini dei colori e dei caratteri, mi restituisce lo stesso tipo di sentimento, suggerendomi la sorprendente ricchezza di un mondo, sottratto a sbrigativi stereotipi retorici.

Così, quasi per paradosso, mi accade d’immaginare sullo sfondo del racconto proprio il Fatto storico, e la Storia non semplice e non poca sia di quei giorni complessi – da lì a pochi mesi, mentre Roma si festeggia “Capitale”, Parigi conosce le illusioni e la carneficina della Comune – sia degli anni a venire, fino ad oggi, con molte questioni ben aperte sul tema della laicità, eccetera e ancora eccetera. Mi viene in mente, da ultima, la beatificazione di Pio IX nel Duemila, l’anno del Giubileo.

 

Sulla Breccia per ricordare i 150 anni della presa di Porta Pia per Roma Capitale. A cura di Ezio Bartocci

Sulla Breccia, di Antonio Emiliani
Cartella (a cura di) Ezio Bartocci
Edizione di Garofoli, Sassoferrato

Giovedì 8 ottobre alle 21.15, per il primo incontro con Le Marche in Biblioteca 2020, presentazione della cartella di Ezio Bartocci  “Sulla Breccia” nel 150° della conquista di Roma attraverso lo sfondamento di Porta Pia (20 settembre 1870) per l’annessione al regno e l’elezione di Roma a Capitale d’Italia.

«La copertina della cartella – scrive Monica Cirillo sulla rivista La Voce del tabaccaio dell’11 settembre – propone un festoso ritratto patriottico di Vittorio Emanuele II.  Il titolo “Sulla Breccia” è lo stesso dell’ultimo capitolo del libro “Bozzetti: sulla via di Roma” di Emiliani. Il giovane patriota (Falerone, 1848 – Montegiorgio 1916) pubblicò i suoi ricordi a Fermo, dopo diciannove anni dalla storica vicenda a cui aveva partecipato rimanendo ferito.
La riscoperta, scrive Bartocci nella bandella interna, insieme alla biografia di Emiliani, è stata favorita in questo caso dalla forzata clausura dei mesi scorsi:  “… mi sono soffermato sul capitolo conclusivo che descrive le ore salienti di quel memorabile 20 settembre di centocinquant’anni fa. Pagine che tornano interessanti e in qualche modo attuali grazie al meccanismo che scatta in occasione delle ricorrenze.   Decido di riproporle insieme ad alcune immagini appropriate per dar forma ad una edizione originale…”. »

La presentazione della cartella sarà accompagnata dalle letture del gruppo Arci Voce e dagli interventi musicali di David Uncini.

Caratteristiche: cartella a tre ante, formato chiuso cm.17x 33,5, aperto cm.55×58; contenente 4 fogli doppi/16 facciate; formato chiuso cm. 16,5×33 – aperto cm. 33×33; stampa digitale a colori su cartoncino Tintoretto Fedrigoni da gr.200; costo di 25 euro; per info e acquisti: info@manifestiindigitale.it o tel. 0732/95159 – 0732/619352).

Le Marche in Biblioteca 2020

Tornano per il quinto anno consecutivo Le Marche in Biblioteca, ovvero I Giovedì Letterari della Planettiana, da giovedì 8 ottobre ogni giovedì fino al 29 ottobre, alle ore 21.15.

La rassegna è organizzata dalle associazioni culturali  ARCI VOCE aps e LICENZE POETICHE insieme alla Biblioteca Planettiana di Jesi, con il contributo del Comune di Jesi e dell’Assessorato alla Cultura.

La rassegna si svolge presso la Sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, Palazzo della Signoria; date le misure di prevenzione del covid, i posti sono limitati, è consigliata la prenotazione via mail a planettiana@comune.jesi.an.it o telefonicamente al 0731 538345 (mar-ven 9-13 e 15-19).

IL PROGRAMMA

giovedì 8 ottobre
Ezio Bartocci (a cura di), Sulla Breccia di Antonio Emiliani, edizioni Garofoli. Per i 150 anni di Roma Capitale.

giovedì 15 ottobre
Michele Gianni, Rantologia, voci dalla terra dei tubi, Ventura edizioni

giovedì 22 ottobre
Maria Vittoria Pichi, Come una lama, Ventura edizioni

Giovedì 29 ottobre
Serata dedicata alla memoria di ANNA ELISA DE GREGORIO, prematuramente e improvvisamente scomparsa.
Le Marche della poesia renderanno omaggio a questa straordinaria scrittrice.
Anna Elisa De Gregorio, L’ombra e il davanzale, Seri editore

Le conversazioni con gli autori sono accompagnate dalle letture di Arci Voce e dagli interventi musicali di David Uncini (8 ottobre), Scuola musicale Pergolesi (15 e 29 ottobre) e del Duo Acefalo (22 ottobre).

Info: www.altroviaggio.orgwww.bibliotecaplanettiana.itArci Voce aps

La Simeide in letture e canzoni

Con il libro “LA SIMEIDE. Una lotta vincente” di Tullio Bugari, Seri editore, 2019, si è conclusa giovedì 31 ottobre la quarta edizione di Le Marche in Biblioteca, che quest’anno ha impegnato tutti e cinque i giovedì del mese di ottobre.

Il libro era stato già presentato a Jesi lo scorso mese di marzo con una serata organizzata dalla sezione di Jesi dell’Istituto Gramsci Marche, dalla Fiom e dallo Spi Cgil di Ancona e da Arci Marche, un convegno con gli interventi di tanti “ex”, cioè testimoni diretti di quella esperienza, i quali avevano portato le loro ulteriori testimonianze. L’autore si era “limitato” a prendersi una mezz’ora (“ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”) per introdurre gli interventi dei relatori con una scelta di letture dal libro, facendosi accompagnare da un buon numero di amici, cioè alla lettura le lettrici dell’associazione Arci Voce e alle canzoni i musicisti della Vi Cunto e Canto band. Tutti emozionati per l’enorme partecipazione, la gente così tanta per la prima uscita del libro che non ci fu posto per tutti in sala (sala troppo piccola?).

Giovedì 31 in biblioteca, per ripresentare di nuovo il libro ma in una diversa forma, l’autore si è “limitato soltanto” alla lettura e alle canzoni – sempre accompagnato da Arci Voce e Vi Cunto e Canto band – ma con un reading concerto di maggior respiro, di un’ora e più, con una scelta di letture più ampia, offrendo a chi era presente alcuni degli eventi principali accaduti nei venti anni della “vertenza” della Sima, dei quali i primi dodici anni, la prima fase, vanno dalla conferenza di produzione che si tenne nel gennaio 1977 – quarantadue anni fa proprio nella stessa sala maggiore della Biblioteca dove eravamo ieri sera – fino alla fine del 1988, quando si siglò l’accordo, approvato in fabbrica dall’assemblea degli operai e impiegati della Sima, che consentiva il passaggio, finalmente, ad un imprenditore che si impegnava a dare continuità alla produzione e a salvaguardare i livelli di occupazione. E poi la seconda fase, di ulteriori otto anni, che a chi vi restò coinvolto sembrarono ancora più lunghi, quelli dell’applicazione non scontata dell’accordo siglato, che non riuscì a riassorbire tutti gli operai ma ne lasciò fuori un centinaio, i quali però non si dispersero ma rimasero organizzati, con i mezzi che potevano, e solidali tra loro si batterono, fino al 1996 quando anche “l’ultimo dei cassa integrati” – titolava così il Corriere Adriatico, intervistando Cesare Tittareli, il portavoce del comitato, che oramai veniva chiamato da tutti il comitato dei “senza fabbrica” – fu assunto, da un’altra ditta ma ritrovò un’occupazione.

Una lotta vincente, nella prima fase, con una coda, nella seconda fase, che regala a quella vittoria un retrogusto amaro. Nel libro l’autore la definisce una vittoria con il retrogusto, per sottolineare che può essere apprezzata fino in fondo come tale solo ricomprendendo anche l’intera seconda fase, e dunque a quel punto è una vittoria più piena e veramente di tutti. L’autore lo dice a distanza di oltre venti anni dal suo epilogo, nell’esigenza di recuperare il senso di quella lotta importante – degli operai con la partecipazione della città – che invece, senza un’adeguata rielaborazione o attenzione può rischiare perfino di essere dimenticata, o non apprezzata in tutti i suoi aspetti, e il cui esito vincente più visibile è l’esistenza in attività ancora oggi – sotto l’insegna della Caterpillar, che intervenne nel 1996 – dello stabilimento di via Roncaglia che fu della Sima, e che non smise mai di funzionare.
La ricostruzione della memoria dovrebbe servire a rendere più evidenti anche gli esiti vincenti non immediatamente visibili.
Non è una memoria semplice e forse nemmeno del tutto così condivisa, ma è un pezzo importante della memoria della città. Il libro ricostruisce questa storia grazie all’ampia documentazione raccolta allora, dal vivo, da due operai della Sima protagonisti loro stessi in prima persona, Cesare Tittarelli e Paolo Mancini. Il Fondo Tittarelli, che è quello principalmente consultato dall’autore, è custodito dal Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi, del quale Cesare faceva parte; l’altro Fondo si trova presso l’Istituto di Storia del Novecento ad Ancona. Un terzo archivio, citato ampiamente nel libro, è quelllo custodito dall’ex sindaco Aroldo Cascia. Tra le citazioni riportare nel libro, poi, ci sono molti articoli di giornale nonché le testimonianze, raccolte negli ultimi anni, di alcuni protagonisti di quel consiglio di fabbrica.

Le letture dell’autore e delle lettrici di Arci Voce sono state accompagnate dalla proiezione di molte foto dell’epoca, trovate dall’autore nella documentazione consultata, e dalle canzoni della Vi Cunto e Canto band, tutte originali e alcune composte proprio per commentare alcuni momenti specifici raccontati nel libro, come la canzone “Treni alla stazione”, per ricordare gli oltre venti blocchi ferroviari alla stazione di Jesi, quando uno degli operai aveva l’incarico di salire sulla cabina dei macchinisti e dire “ci basta una mezz’ora, una mezz’ora almeno”.
La storia della Sima è diventata “La Simeide”, un’epopea moderna di operai di periferia, e “La Simeide” è diventata una storia da rappresentare, come uno spettacolo da condividere insieme.
(altre FOTO della serata, un articolo su QdM)

“La Simeide. Una lotta vincente”

Titolo: La Simeide. Una lotta vincente
Autore: Tullio Bugari
Casa editrice:  SeriEditore

GIOVEDÌ 31 ottobre ore 21.15, per l’ultimo appuntamento con Le Marche in Biblioteca edizione 2019, presentazione del libro sulla storia  della Sima di Jesi nel Novecento, con la ricostruzione della lunga vertenza tra gli anni Settanta e Novanta, la mobilitazione operaia, il supporto della città, le soluzioni.  Per l’occasione l’autore presenterà il libro con un reading, accompagnato dalle letture dell’Associazione Arci Voce e dalle canzoni della Vi Cunto e Canto band.

Dall’introduzione dell’autore:
«La Simeide» è la storia dal punto di vista degli operai nel senso che letteralmente l’ho ricostruita attraverso il loro sguardo, utilizzando i documenti prodotti e raccolti da loro giorno per giorno, da due operai in prima fila nel Consiglio di fabbrica: volantini, comunicati stampa, verbali di riunioni, articoli di giornali, documenti ricevuti dalla Direzione o dal Commissario straordinario, comunicazioni giudiziarie e avvisi di comparizione, telegrammi, e poi le loro analisi.
Le due raccolte sono in larga parte simili. Per comodità ho consultato principalmente il fondo di Cesare Tittarelli, custodito dal Centro Studi Libertari Luigi Fabbri di Jesi, un gruppo politico di tradizione culturale anarchica di cui Cesare era un’attivista. Un militante. Nel libro cito questi documenti con la sigla AT: Archivio Tittarelli. L’altro fondo è di Paolo Mancini, custodito dall’Istituto di Storia del Novecento di Ancona, che cito con la sigla AM: Archivio Mancini. Cesare Tittarelli e Paolo Mancini erano amici e lavoravano insieme al Collaudo, e imitandosi uno con l’altro hanno fatto un lavoro pregevole di raccolta delle memorie, ai fini della loro ricostruzione e trasmissione. Ho consultato inoltre l’archivio di Aroldo Cascia, custodito da lui stesso, che fu Sindaco di Jesi dal 1975 al 1983, quando fu eletto Senatore, continuando a seguire la vicenda nei suoi risvolti parlamentari.

Anziché ricostruire i lineamenti generali della vicenda, da cui emergono di più i passaggi istituzionali di accordi siglati, impegni politici o decreti deliberati, ho preferito “il ritmo della cronaca”, cercando di ricostruire lo sguardo “in diretta” degli operai, perché erano immersi nella cronaca e vi agivano con le scelte da prendere giorno per giorno, basandosi sulle informazioni che riuscivano a raccogliere, e poi socializzavano con i loro comunicati diffusi a un ritmo quasi quotidiano (…)  seguendo il susseguirsi giorno per giorno delle assemblee, dentro la fabbrica o aperte in città, delle riunioni in Consiglio Comunale o in Regione o al Ministero, dei blocchi delle merci, degli scioperi, i blocchi stradali o ferroviari, le denunce ricevute, gli incontri con i partiti, le trattative con la proprietà, i documenti da valutare o scrivere, la costituzione della Cooperativa degli operai con il suo piano industriale, e più tardi il Comitato dei disoccupati, le trasmissioni in televisione e la miriade di iniziative – “non sapevamo più che cosa inventarci” mi diceva Giordano Mancinelli – si rende evidente il farsi carico degli operai, direttamente, della sorte propria e di quella dell’azienda. Non da soli, certamente, ma con loro al centro.

“La Simeide” è, dunque, la narrazione di una soggettività che altrimenti non emergerebbe, che si è formata nella pratica della democrazia e della partecipazione come modo di essere della propria identità. In questo modo quella storia si trasforma da “semplice” seppure importante vicenda locale, in un esempio di “lotta di classe dal punto di vista della periferia”. Una lotta vincente. Mi è sembrata un’epopea, e l’ho intitolata “La Simeide”.

Nella prima parte introduco il contesto generale. La prendo alla larga, da fine dell’Ottocento, dal giorno in cui nasce Vittorio Valletta, non per offrire una sintetica ricostruzione storica, che non servirebbe, bensì con la pretesa, ancora più ardua, di rappresentare le memorie storiche secondo uno “sguardo operaio”, perché è questo tipo di sguardo che mi occorre per inquadrare meglio le vicende della vertenza.

Nella seconda parte racconto queste vicende, procedendo in senso strettamente cronologico, anno per anno, dal punto di vista degli operai e insieme a loro della città, della politica e delle istituzioni locali, seguendo il formarsi degli eventi e il loro svolgersi. Inizio dal 1977, il primo anno in cui la crisi finanziaria diventa evidente e arrivo al 1988, l’anno in cui si mette fine ai tentativi di smantellare la Sima, e attraverso l’accordo con un nuovo proprietario si offre una nuova opportunità. La lotta ha vinto.

La terza parte riguarda l’applicazione di questo accordo. Alle lotte degli anni precedenti subentra la smobilitazione, il Consiglio di fabbrica si scioglie e la storia sembra diventare un’altra, le persone sono le stesse ma da un’altra angolazione. È ciò che accade dopo la vittoria. Il racconto va anche oltre il passaggio della nuova Sima Industrie alla multinazionale Caterpillar, e si conclude solo quando anche l’ultimo operaio della vecchia Sima viene ricollocato nel mondo del lavoro. La vittoria resta – come resta lo stabilimento che la Caterpillar, grazie anche al lavoro dei suoi operai di oggi, mantiene aperto ancora in via Roncaglia – ma ora è una vittoria con un altro retrogusto, che ha assorbito anche le singole vicende umane degli ultimi operai rimasti senza fabbrica e mai riassunti, ma che non si sono mai arresi e alla fine ce l’hanno fatta. E proprio per questo, quella vittoria mi sembra ancora più piena.

Nell’occasione di giovedì 31 il libro sarà presentato con un reading di letture e canzoni; accompagneranno l’autore l’associazione Arci Voce e i musicisti della Vi Cunto e Canto band; tra le canzoni anche  “Quei treni alla stazione” dedicata agli operai quando nei momenti più duri della vertenza bloccavano la ferrovia e poi chiedevano scusa alla città scrivendo “scusateci per quste forme lotta”.

Il libro “La Simeide” è stato realizzato con un contributo di Fiom Ancona e Spi Cgil Ancona, Istituto Gramsci sezione di Jesi e Arci Marche.

L’incontro con Cinzia Perrone (“L’inatteso”)

«Non è la carne né il sangue ma il cuore a renderci genitori e figli», è la citazione di  Schiller che Cinzia perrone ha scelto di inserire all’inizio del suo romanzo “L’inatteso”, presentato ieri sera giovedì 24 ottobre alla Biblioteca Planettiana, per il quarto incontro della rassegna Le Marche in Biblioteca 2019.

Nella conversazione che ha scambiato con Tullio Bugari l’autrice ha raccontato come il suo romanzo è nato, da quali stimoli della storia personale e familiare e in che modo questi sono stati riplasmati per offrire al lettore una storia dal respiro ampio, che si snoda su un arco di tempo di circa un secolo e attraversa quattro generazioni, con tanti personaggi diversi uniti da legami familiari e personali – uniti dal cuore, riprendendo la citazione inziale – e con i loro diversi modi di affrontare la vita e reagire alle difficoltà e precarietà, ma anche ricche delle loro aspirazioni, nella ricerca di una via per costruire una propria identità.

Il contesto sociale è quello di famiglie di cosiddetta umile condizione, che la vita se la guadagnano e per le quali la famiglia stessa consiste non tanto in un “blasone” o in una “proprietà” da tramandare, ma più direttamente nelle relazioni tra persone reali, con le loro forze e debolezze, le quali cercano comunque di darsi una mano e anche quando sembra che accettino passivamente  la condizione di subordinazione, in realtà non smettono mai del tutto di mantenere uno sguardo critico, di reagire. Certo, ognuno reagisce a modo proprio, chi in modo più resiliente e chi invece cerca di evitare, non manca nemmeno chi purtroppo accusa di più le difficoltà. Soprattutto quando non si tratta delle solite – si fa per dire – difficoltà quotidiane ma di qualcosa più incombente, che l’autrice definisce “l’inatteso” e ad un certo punto del libro lo descrive così: “L’inatteso ti sorprende all’imprrovviso alle spalle, è un vigliacco! Come una tegola che inavvertitamente ti piove dall’alto e ti prende in pieno; puoi cercare lentamente di rialzarti, restare per un po’ tramortito per poi riprenderti pian piano, o restare immobile nel dolore senza reagire.”

L’autrice ha concluso la serata leggendoci poi questo passo: «Ci sono momenti in cui si sperimenta il vuoto, si ha come la sensazione di essere appena entrati in una grande stanza spoglia dove il solo rumore è l’eco dei propri passi. Si perde l’orientamento perché le pareti sono tutte uguali e non c’è nessun mobile o elemento di arredo a cui appigliarsi. È in quel preciso momento che bisogna socchiudere gli occhi, fare un lungo respiro, riaprirli e iniziare a immaginare come dipingere quelle pareti, come arredare quella stanza per renderla vivibile e adatta alle proprie esigenze. Se l’universo ci offre il vuoto è per riempirlo di cose nuove, perché in quel momento è ciò di cui abbiamo bisogno. Il vuoto non è sempre buio, negatività, solitudine, ma anche possibilità di nuovi colori… più vivaci e freschi, facendo entrare nuova luce nella stanza.»

Nel corso della serata la conversazione con l’autrice è stata accompagnata dagli interventi musicali di Riccardo Lunardi, allievo di violino della Scuola Musicale Pergolesi e dalle letture di brani del libro di Maria Grazia Tiberi di Arci Voce, l’associazione che ha curato anche l’intera rassegna insieme all’associazione Licenze Poetiche e alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

L’inatteso, QUI alcune note sul romanzo. Di seguito altre foto della serata.

 

“L’inatteso” di Cinzia Perrone

Titolo: L’inatteso
Autore: Cinzia Perrone
Casa editrice: Marco del Bucchia editore

GIOVEDÌ 24 ore 21.15, alla Biblioteca Planettiana incontro con Cinzia Perrone e il suo romanzo “L’inatteso“, per il quarto appuntamento con Le Marche in Biblioteca.
Un lungo racconto che attraversa più generazioni, dagli anni dell’Unità d’Italia, appena accennati ma che hanno quasi la forza di un imprinting per come quel passaggio storico avvenne – “Quelle famiglie erano l’esempio di come  riuscire a non far cambiare niente, pur se in quel momento storico stava cambiando tutto; poche persone prive di scrupoli riuscirono in questo intento, mentre ad altri meno accondiscendenti toccò una sorte peggiore…” – fino agli anni Sessanta del Novecento, dove approda questa storia o insieme di storie di più generazioni e tanti diversi protagonisti, di famiglie che crescono, di uomini e donne, bambini e adulti, bambini che diventano adulti talvolta in fretta e adulti meno resilienti di altri che faticano a esserlo. Di persone che si perdono ma anche si ritrovano. Destini che s’intrecciano un po’ come nei canovacci teatrali, dove lo schema più o meno si conosce, perché lo schema nella vita lo sappiamo già che si ripete sempre, ma mai nello stesso identico modo e così tocca improvvisare di volta in volta, tentando di reagire per il meglio che si può a ciò che accade, e non prevediamo, e che talvolta è perfino il risultato di nostre scelte non attente o consapevoli delle possibili conseguenze.

Siamo in una provincia del Sud, dove già la stessa Unità del paese può essere un evento inatteso, perché dell’inatteso ha il carattere della rottura con un equilibrio precedente – ma equilibrio di che cosa, e basato su chi? – e siamo anche in una società divisa, molto più chiaramente di oggi, in classi, quelle agiate e proprietarie che, soprattutto se prive di scrupoli, hanno solo da perpetuare la propria agiatezza e proprietà, e alterigia, anche attraverso i giusti matrimoni – “Soldi e potere, il connubio era perfetto…” – e la discendenza, ma qui l’inatteso può presentarsi in forme più private, meno evidenti, e che però proprio per questo è anche facile aggirare o addomesticare: “… ma il problema che avrebbe afflitto la coppia, portandola a varcare la soglia dell’orfanatrofio, non tardò a manifestarsi…”.    All’inizio l’inatteso sarà questo trovatello ignaro e innocente, come accadeva e o forse ancora accade, e così insieme a lui entrano sulla scena della storia anche altre classi sociali, più umili e ignare, di persone abituate a non tirarsi indietro e ad affrontare ciò che gli viene offerto cercando, comunque, di esserci. Qualcuno ci riesce un po’ meglio mentre qualche altro non è così resiliente. Oppure gli tocca il carico maggiore, nella forma dell’inatteso.

Il lungo racconto di Cinzia Perrone ci offre le storie di queste persone, che non mi sono mai sembrate del tutto sole e in balia di quell’ inatteso che travolge la precarietà delle condizioni di vita faticosamente raggiunte. L’inatteso certe volte si presenta nella veste di grandi eventi storici, come la Grande guerra, o la seconda guerra mondiale e il mercato nero. Altre volte le difficoltà nascono in modi più immediati, e anche dalla interferenza delle scelte, o dei capricci o dei tornaconti che provengono da quelle famiglie agiate e proprietarie, che hanno o pretendono di avere il potere di disporre degli altri. Di fatto è così. Il racconto di Cinzia Perrone non ha però l’enfasi della grande epopea di riscatto sociale propria dei grandi  processi o avvenimenti storici, che restano sullo sfondo di queste vite, e ai quali vengono dedicati solo pochi e veloci accenni, quel tanto che basta per rammentarcene.

L’attenzione mi sembra più direttamente rivolta ai singoli, persone semplici seguite nelle loro reazioni intime, nelle psicologie che si formano, nelle speranze, nei piccoli sogni di riscatto personale. Come se uscire dalla precarietà – che è sempre economica – significhi comunque costruire spazi di dignità. Di un’identità più piena, non soffocata. Sono diversi i personaggi che nel corso delle generazioni si passano questa staffetta, e ogni volta ho avuto l’impressione che quello che io stesso ho chiamato schema che si ripete, in realtà non si ripete mai daccapo. Ogni personaggio sembra avere ogni volta un bagaglio in più, maturato attraverso chi l’ha preceduto, e ogni volta che riceve la staffetta ci sembra più completo, anche più problematico nelle riflessioni Intime e nel suo modo di sentire, o di voler uscire fuori per esserci. Nei protagonisti più recenti avvertiamo l’eco di quelli precedenti, come se le storie dei singoli, dentro quel canovaccio di più generazioni, costituissero un potenziale da cui poter ancora attingere o proseguire. Lo stesso esito del romanzo sembra essere così sia un punto di arrivo che un punto di partenza, e sapendo oramai che l’inatteso non si fugge ma si affronta, senza escludere nemmeno che possa dipendere anche da noi, incubato da scelte che trascuravano un qualcosa, e che occorre capire, affrontare e liberare.

Cinzia Perrone, è nata a Napoli, ma residente ormai da dieci anni a Jesi, dove da qualche anno è attiva nella scrittura. Laureata in Giurisprudenza, attualmente ha trovato la sua dimensione nella scrittura, antica passione mai sopita.  Il primo romanzo “Mai via da te”, pubblicato dalla Montedit, è un racconto autobiografico di una esperienza della sua vita. Nel 2017 pubblica “L’inatteso” con Del Bucchia Editore. Ha da poco pubblicato una raccolta di racconti e poesie, “Annotazione a margine”, con la Lfa Publisher di Napoli.

L’incontro con Stefano Ambrosini, “Cratere”

Si è svolto giovedì 17 ottobre il terzo incontro della rassegna “Le Marche in Biblioteca“; ospite della serata Stefano Ambrosini, con il suo romanzo “Cratere”, editore Claudio Ciabochi, pubblicato quest’anno e presentato nello scorso maggio al Salone del libro di Torino, presso lo stand della regione Marche.
Insieme a Tullio Bugari ha partecipato alla conversazione con l’autore Tania Pisani, che nel mese di maggio intervistò Ambrosini al Salone di Torino.  Come promesso, il romanzo – che, dovendo usare un’etichetta può essere classificato anche nouir – si è dimostrato assai ricco di spunti di riflessione sul nostro mondo presente. Sullo sfondo le realtà sociali devastate dai processi di declino industriale e di abbandono – che lasciano orfane sul campo anche le ubriacature di un conformismo sociale iperlavorista e superficiale, secondo i canoni del consumo come fine o come distrazione – e all’estremo opposto la ricerca comunque da parte del protagonista della bellezza, nel senso delle opere migliori degli artisti e degli artigiani del territorio, che sono sempre il risultato di impegno talento e sensibilità verso la realtà è non sorte certo per caso.

La Bellezza si può cogliere dai dettagli, seguendo le tracce di ciò che sopravvive, i lavori pregevoli di artisti artigiani abbadonati, gettati via o svenduti superficialmente perché chi li ha non è più in grado di apprezzarne la qualità, è il senso. Portare in salvo la Bellezza da un mondo che scompare nella realtà proprio perché è già scomparso dalla nostra testa. Un mondo che non va soltanto scoperto o recuperato – o valorizzato usando una parola in voga – ma soprattutto messo in salvo, sottraendolo ai nuovi barbari del presente. Si dedica a questo il protagonista del romanzo, mentre si trova coinvolto nella trama di un noir.

Al centro dell’intreccio, che è comunque misterioso e da lasciare intatto alla curiosità del lettore, c’è infatti il protagonista solitario del romanzo, un personaggio di grande resilienza, che ci fa rivivere attraverso lui la dura realtà quotidiana dei tanti che nel mondo di oggi cadono vittima di un qualche ostracismo o “macchina del fango”, ogni volta che qualcuno, per motivi diversi, appare come una voce fuori dal coro.

Al centro della conversazione che ha animato la serata,  anche gli spunti da cui il romanzo è nato e la scelta del registro narrativo usato, la lingua, il tipo di sguardo, la sensibilità e il senso, la letteratutra come chiave di ricerca di dimensioni che altrimenti resterebbero nascoste, e che invece è capace – proprio attraverso le graffiature che la letteratura ci consente di fare: in non pochi passaggi del romanzo il protagonsita ci si mostra ironico, smaliziato, fa cattivi scherzi, è irriverente e a seconda dei nostri gusti personali perfino divertente – di provare a cercare un senso e un rapporto più diretto e intimo con il nostro mondo e le  potenzialità che contiene, anche quando occorre essere davvero caparbi per coglierle queste potenzialità.

La conversazione con l’autore è stata integrata dagli interventi musicali di Giovanni Brecciaroli, insegnante di canto e chitarra flamenca della Scuola Musicale Pergolesi, e dalle letture tratte dal libro, eseguite da Cristiana Carotti, Elisabetta Benedetti e Rosella Canari dell’Associazione Arci Voce. Letture, musiche e racconti, linguaggi ed espressività diverse per ritrovarci insieme ad approfondire gli stessi temi.

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“Cratere” di Stefano Ambrosini

Titolo: Cratere
Autore: Stefano Ambrosini
Casa editrice: Claudio Ciabochi editore

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15, incontro con l’autore al terzo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi.

Nei commenti al libro ho letto più volte l’etichetta Noir. Certamente non è fuori luogo ma da usare magari con cautela. A scanso di equivoci consulto il dizionario Treccani:  Noir, detto di opera letteraria o cinematografica basata sulla narrazione di vicende cruente e misteriose. Il misterioso c’è, questo è vero, ma qualsiasi storia può essere misteriosa per noi curiosi prima che l’autore ce la sveli un poco alla volta nel modo che lui ha deciso – o forse è il protagonista che lo ha deciso il modo? –  e riguardo al cruento… magari c’è anche quello, sì, ma forse è ancora più complicato, e non ho voglia di riprendere subito il dizionario.

Inizio a leggere le prime righe del libro:  «Nelle notti interminabili trascorse senza sonno, o in un sonno disturbato, mi capita di fare sogni atroci, che non è necessario riferire. Uno di questi però merita di essere raccontato. Devo disputare  un incontro di boxe…» e così via, un sogno di per sé misterioso, e che certo non nasce dal nulla ma il cui rapporto con la realtà, come ben sappiamo non solo da Freud ma da sempre, è  piuttosto complesso ma di sicuro esiste, e forse non basta solo un’intepretazione del sogno, occorre invece conoscere davvero quella realtà sottostante, guardarla bene prima se vogliamo averne chiari gli effetti dopo. E così mi sono immerso in questa storia, che mi è apparsa subito come una distopia, ma non rivolta al futuro (qui ritorno al Treccani:  Distopia, previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali eccetera). Mi è sembrata, piuttosto, una distopia del tempo presente, della nostra realtà immediata, ora e qui, nella quale ciò che normalmente accade  avviene comunque con certi ritmi più o meno lenti, o in spazi piuttosto ampi e non vicini a noi, oppure abbiamo anche qualcosa sopra agli occhi a coprirci. Immaginate invece che il ritmo del loro accadere e lo spazio in cui tutto accade si concentrino, accelerando, come nella caduta a spirale dentro un imbuto, e quindi le percezioni si esasperino. Anzi, non le percezioni, ma è la realtà stessa a esasperarsi, e le percezioni – o forse gli stessi sogni? – tendono a divenire sempre più reali e l’apparenza prende corpo.

Arrivo alla seconda pagina del libro, dove è sempre il protagonista che parla, lo fa dalla prima all’ultima riga, è il suo racconto quello che seguiamo: «La città in cui vivo si sviluppa tutta all’interno di una vallata a forma di cratere.»  Qui faccio una pausa. L’autore è di Fabriano e potremmo quindi riconoscervi subito questa città, anche per la sua realtà attuale fatta di dismissioni industriali e declino, o in generale anche per l’immagine più o meno stereotipata che ne abbiamo sviluppato negli anni, ma a sostegno dell’autore interviene il protagonista il quale subito precisa, anche se in un modo un po’ sornione e finto mascherato sembra che non voglia discostarsi troppo da quell’immagine: «È una piccola città come tante, abitata da persone operose che hanno vissuto  e che vivono del culto  del lavoro…. Anche la mia vita era come quella di tanti altri, fino a un paio di anni fa. Le cose  sono cambiate rapidamente e nel giro di poco tempo ho perduto tutti quelli che consideravo i punti fermi della mia esistenza, tutte le solide certezze di un uomo comune, sarebbe meglio definire ordinario…»

Da qui in poi il nostro protagonista diventa via via sempre meno ordinario e sempre più straordinario. Oppure, è ciò che gli sta attorno che ci appare via via più straordinario, nella sua ordinarietà? O magari anche perché noi stessi iniziamo a guardarlo questo mondo, scrutarlo con altri occhi, iniziamo a entrare dentro lo sguardo del protagonista? Che è diverso dal nostro, o soltanto più attento, qualcosa lo ha reso più acuto, e così ci offre profondità diverse, come in quelle vecchie sale con i film 3d, quando ci mettevamo sugli occhi quegli occhiali con le lenti colorate, e con la dimensione in più qualcosa accade anche dentro le nostre percezioni, ma lentamente, attraverso tutti i passaggi e i dettagli che ci vogliono: «Da un po’ di tempo la mia giornata  inizia verso le cinque di mattina, l’ora in cui di solito mi alzo…. esco a passeggiare, è una vecchia abitudine di quando avevo il cane. Percorro tutta la strada ad anello che circonda il centro storico… anche oggi sono uscito alla solita ora e non ho potuto non notare sul portone di casa mia la scritta “L’HAI AMMAZZATO TU” fatta con vernice spray rossa, ancora fresca.»  Insomma, tra i suoi concittadini c’è chi si diverte a tormentarlo e per farlo non rinuncia ad alzarsi dal letto anche prima di lui; che cosa sognino però non lo sappiamo, noi vediamo la storia solo dall’angolo visuale del protagonista, siamo con lui, che inizia a raccontarci: «Non sarebbe possibile comprendere la sequenza degli eventi che mi hanno portato a vivere nelle mie attuali condizioni se non cominciando dall’inizio, da fatti successi molti anni fa. È uno sforzo  che devo compiere ogni mattina, se voglio trovare la motivazione e l’energia per affrontare la realtà che ho intorno. Per ricordare a me stesso i motivi di questo vivere alluccinato. Ma, come dicevo, l’inizio della vicenda si colloca in un passato così remoto che la memoria necessita di un aiuto… »

Non so se in genere un Noir inizia così, o se debba esistere un genere. Questi che ho riportato sono solo alcuni degli ingredienti, nemmeno tutti, che troviamo nelle prime pagine, non ne anticipo altri di tutti quelli che si incontrano nel corso della storia, e sono molti, perfino tracce di utopia e di una tenerezza che richiede tenacia per essere afferrata, affiorano qua e là in questa incipiente distopia, mentre del Noir a mio avviso avvertiamo il respiro di qualcosa di sospeso, e forse poco altro, però fino all’ultima pagina, mentre osserviamo invece prendere corpo le tante facce della realtà, dove l’ordinario e lo straordinario del tempo presente si intrecciano, e perfino s’invertono,  e per raccapezzarsi occorre restare lucidi, resilienti – e il proganista ha una resilienza tutta sua, alimentata da una sostanza che si svela molto lentamente – ed è la resilienza ciò che comunque ci collega alla realtà, anche quando questa ci procura insofferenza. Dipende da noi? Dalla realtà? Da che cosa? E che cosa è accaduto al protagonista, che cosa deve ancora raccontarci? Di cosa lo perseguitano? Più che l’impazienza per la svelamento che il Noir in coerenza alla sua etichetta promette di svelarti nelle ultime pagine, mi sono lasciato identificare in questo protagonista resiliente, legato a ricordi potenti come assenze incolmabili e al tempo stesso con una capacità solida di non perdersi mai di fronte ad una traccia, coglierne il senso, anzi la bellezza per usare la stessa precisa parola, e preoccuparsi di difenderla, preservarla, dal ciò che è mediocre, banale, ignorante, o cattivo. Il tutto restituito con un tono narrativo nel quale il protagonista non rinuncia mai, nonostante tutto, ad una malinconica ironia. In alcuni passaggi, certe descrizioni di situazioni sociali, o culturali  mi sono apparse addirittura divertenti, per la loro irriverenza e per gli sprazzi di libertà che il protaganista si prende, e in alcuni episodi mi pare di avere riconosciuto addirittura situazioni ed eventi di cui m’è capitato d’essere spettatore, ma nella mia città.  Insomma, all’ombra del Noir, probabilmente avremo tante cose di cui parlare nell’incontro con Stefano Ambrosini, l’autore di “Cratere”.

Stefano Ambrosini è nato a Fabriano il 21/11/1970, insegnante di letteratura nella scuola superiore. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni nell’ambito della fotografia d’autore, le più importanti sono: “Intorno al Centro” (2002), “Scene di vita quotidiana” (2004) e “Amarica” (2008). Questo romanzo è la sua prova d’esordio.

Giovedì 17 ottobre alle ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

È la calma dell’algebra, è il potere di pensare (l’incontro con Lorenzo Fava)

Poesie, musica e letture, conversando con il poeta Lorenzo Fava, introdotto da Alessandro Seri, per il secondo incontro con Le Marche in Biblioteca alla Planettiana di Jesi, ieri sera 10 ottobre 2019.

Il rapporto dell’io con la poesia, da dove nasce la poesia e come, che cosa c’è dietro al cammino che il poeta ha percorso, attraverso la lettura delle poesie di altri o il guardare dentro se stessi o le esperienze dirette del proprio vivere, scrivere cercando le parole perchè poi la poesia è lingua e parola, le parole più adatte per interrogarsi, porsi domande, leggersi bene.

Con rigore e con lavorio paziente, un po’ come fa un artigiano quando plasma la materia ricorendo alla conoscenza dei materiali e delle tecniche, e all’attenzione delle proprie mani mentre danno forma all’idea che già intravede nella sua immaginazione, e che non prende vita per caso, il talento deve rispettarlo e coltivarlo, e alla fine il risultato viene condiviso nella relazione con gli altri.  “Lei siete voi”, il tiolo del libro e di una delle due raccolte che il libro contiene, dove “Lei” può essere anche la poesia, la parola, e quindi lo stesso pubblico è quella parola e quella esperienza, dove il poeta e il pubblico che ascolta sono insieme.

E così abbiamo fatto, conversando dentro questa bella cornice di libri che è la Biblioteca Planettiana, con Lorenzo Fava che aveva bisogno di stare in piedi e muoversi davanti al tavolo scendendo dalla pedana per parlare della sua poesia, e raccontarci il suo lavoro e la sua esperienza, compresa quella del contatto con un editore interessato che ti apprezza e ti diffonde – in questo caso LietoColle, che nel suo sito scrive “privilegiamo l’originalità, la ricerca e il valore della loro scrittura, non tanto quindi la consueta notorietà dei soliti nomi, per questo continuiamo a investire su scritture emergenti e opere prime” e sottolinea “LietoColle considera la preziosità del singolo libro, perciò abbiamo ridotto la quantità delle pubblicazioni intensificando rigore e passione ma anche suscitando creativamente occasioni per la poesia e la sua diffusione.”

E poi naturalmente Lorenzo ci ha letto direttamente alcune sue poesie perché la poesia va innanzitutto letta, ha bisogno della sua sonorità, come un respiro che possiamo sentire. Nel corso della conversazione, come siamo abituati nei nostri incontri, anche interventi musicali per riprendere e rilanciare questa sonorità, cammminando fianco a fianco: ieri sera erano con noi due giovanissimi allievi della Scuola Musicale Pergolesi, Chiara Santinelli e Michele di Pietropaolo, che al flauto ci hanno fatto ascoltare tre brani: “Colinette au bois s’en alla” di Francois Deviene, “Allemande” di Claude Gervaise e “Valzer” di Enesto Köhler.  E inoltre, la lettura di alcune poesie a cura di Luigina Tantucci, Nives Maria Piazza e Rosella Canari, del gruppo Arci Voce,  e quindi persone diverse dall’autore. Ho chiesto a fine serata a Lorenzo che effetto fa ad un autore ascoltare le sue poesie lette da altri e ne è nata una breve ma interessante conversazione diretta tra lui e le lettrici, quelle stesse sensibilità osservate e ascoltate anche da altre angoli di sensibilità e di sguardo. Una prospettiva in più, immagino, per lo stesso autore.

Alcune delle poesie lette durante la serata:

È la calma dell’algebra a dettare
tempi e partiture, a chiudere i segni
e spalancare ferite. Avverto
segni di cedimento in ogni dove:
perché non ci sia nulla di inespresso
che non abbia posto lassù,
abbi qualcuno a cui dire qual è stato
il nome che ha esploso ogni poesia
con tutta la violenza della luce.

***

I muri hanno perso memoria dei tuoi passi,
sei sfilata alla loro vista senza lasciti.
Ora più robusto è il gesso, e spesso
la porta d’ingresso serrata, la luce
spenta da tempo. Chissà se qualcuno adesso
si incontra nelle nostre stanze.
Quanti amanti noi stessi avremmo
divorato distesi sotto altri cieli?

***

Fanno di tutto per costringerci
a lotte nel fango, divide et impera
è il loro motto. Il popolo è un’arma
con la sicura, non capisce, è il potere
di pensare ad essere il solo scudo
a poterlo salvare. Parlate di insiemi,
banchi e corde, ma per primi
emettete giudizio sul diverso.
Ecco, in virtù di questo scrivo
di mio pugno rime schiette.