Ezio Bartocci

A Firenze, per un mese, un’inedita Galleria di ritratti di scrittori

Ezio Bartocci: Ritratti tra le pagine formato segnalibro.
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, 11 maggio-10 giugno 2017
di Tullio Bugari

(A seguito del successo riportato, la Mostra è prorogata fino a sabato 8 luglio)
invitoImmaginate un’intera galleria di segnalibri, originali, ciascuno con il suo segno, il suo rimando, il suo autore, ciascuno a esprimere la sua singolarità e tutti insieme la stessa molteplicità di una biblioteca, già pronti anche a diventare collezione, o a condurci per mano nel cuore stesso del libro e della lettura, nel mondo della letteratura. È proprio questo l’ultimo lavoro di Ezio Bartocci, circa 60 segnalibri ciascuno con il ritratto di un diverso autore, dall’Ottocento ai nostri giorni, ma è più di una serie di ritratti, è un’idea, un’immersione nella letteratura e anche nelle storie delle nostre singole letture, pescando nell’immaginario che da lettori associamo a ciascuno degli autori, come un’antropologia delle emozioni del lettore, adattando o letteralmente sperimentando ogni volta la tecnica più adatta per esprimere quel particolare discorso.

Molteplici dunque anche le tecniche utilizzate da Bartocci, il pennino, il pennello fine, il collage con materiali diversi, pezzi di carta strappati e utilizzati per tracciare tratti somatici essenziali. Ogni ritratto è una storia sé anche sotto questo profilo. Quello che più mi ha affascinato è un Ray Bradbury evanescente, non si sa se per il calore dell’aria che rende tutto tremolante come in un miraggio, nel quale gli occhi ottenuti bruciando la superficie del disegno con la fiamma di una candela ci rapiscono come un buco nero, e ci restituiscono nello stesso istante tutte le emozioni vissute leggendo Fahrenheit 451. Le tecniche utilizzate potrebbero così essere paragonate alle lettere di un alfabeto, necessarie per raccontare questo viaggio che va oltre.

Per analogia, allora, questo lavoro di Bartocci mi riporta in mente un’altra sua esperienza, che personalmente ho avuto l’opportunità di condividere quasi dieci anni fa, Alfabetica, una serie di incontri con scrittori in lingua italiana ma con diversa lingua madre di origine. Un percorso letterario che Bartocci interpretò graficamente non solo per illustrarci ma entrando in relazione diretta con noi e gli autori, stimolando quel dialogo con i suoi segni grafici, dando corpo e materia alle parole, alle lettere, ai ritratti degli autori realizzati graficamente proprio con le lettere che compongono i loro nomi, creando nuovi e ulteriori sguardi, o rimandi.

In tre anni furono circa quindici gli autori che vennero a trovarci e tra loro in particolare ricordo un intervento di Jarmila Ockayovà: “…c’è l’umiltà nei confronti della lingua, che per 
uno scrittore straniero non è solo uno strumento 
comunicativo o espressivo, ma anche la conquista di una
 nuova dimensione, mentale e psicologica…: mentre lo scrittore che usa la 
madrelingua lo fa da esploratore, slittando sulle onde del
 suo oceano/immaginario – giacché tutto ciò che sta “sotto” a quelle onde lo ha già acquisito, vissuto, da sempre – lo
 scrittore che adotta una lingua nuova deve per forza farsi
palombaro – calarsi nelle profondità antropologiche e 
storiche della lingua, orientarsi tra anfratti tortuosi di 
mille barriere coralline, ossia semantiche.”

Kafka sartreMi sembra proprio questo il gioco realizzato da Ezio Bartocci, tornare a immergersi nelle profondità antropologiche cercando di orientarsi tra mille barriere semantiche, dove le lettere dell’alfabeto sono le tecniche usate per afferrare il senso e la pagina scelta ha il formato di un segnalibro, lo spazio angusto ma intimo, vicino di una vicinanza diretta, dove incontrare i ritratti di tanti illustri autori, per ritornare a quando li abbiamo presi in mano letti e amati. “Ogni libro vissuto è diverso da uno mai letto” scrive Bartocci presentando il suo lavoro, eppure non è nemmeno solo un ritornare “ …ragazzo nelle bancarelle dell’usato, dove li sfogliavo attentamente…” anche se questo è essenziale perché occorre una prospettiva ampia, capace di accogliere il vasto mondo che cerca di rappresentare. Credo di ritrovare questa tensione anche nel metodo che ha accompagnato il suo lavoro. Ho avuto la fortuna di osservarlo qualche volta nel suo studio mentre i ritratti degli autori prendevano vita, dentro quel formato – il segnalibro – che potrebbe anche diventare una gabbia che comprime, e invece rimane sempre una fessura da dove lo sguardo esce e si apre sul fuori, ci tocca.

Per metodo intendo proprio il ritornare sul ritratto già concluso ma forse ancora simile a ciò che potevamo aspettarci, al già noto già presente già emerso in superficie, e allora occorre tornarci per continuare a svelarlo – come lo scrittore o il poeta quando riprende in mano la parola che usa – togliendo ciò che non è essenziale o riproporlo da altre angolazioni, attraverso nuove tecniche, segni e cromatismi che restino meno in superficie ma ci stuzzichino e avvicinino di più.

Grass MoranteEcco allora un Kafka alto sulle sue lettere come su uno strano telaio che non sta fermo, sembra quasi il vecchio gioco del meccano in perenne metamorfosi tra una forma e l’altra, o un Sartre che quasi contempla il Sessantotto degli operai e degli studenti, quel pugno chiuso che siamo noi e le officine stilizzate, o Gunther Grass ritratto con dei lineamenti marcati, timbrici, assolutamente essenziali, come in un manifesto caratterizzato dal suo tamburino di latta, o Elsa Morante che da quella fessura allunga il collo di lato per gettarci uno sguardo di accattivante incoraggiamento. E poi Flaubert, Hugo, Eliot, Ungaretti, Calvino, Montale, Borges, Marguerite Yourcenar, Emily Dickinson e altri ancora.

La mostra, con il titolo “Ritratti tra le pagine, formato segnalibro” è esposta dall’11 maggio al 10 giugno 2017 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenza, in Piazza Cavalleggeri 1

Altri articoli su Ezio Bartocci:

“Luigi Bartolini, AMORE DI MARCA”, a cura di Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci

copTitolo: Luigi Bartolini, amore di Marca
Autori: Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci (a cura di)
Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche

La serata dedicata a Luigi Bartolini lo scorso sabato 5 marzo alla Biblioteca Planettiana di Jesi, mi offre l’occasione di citare il libro “Luigi Bartolini AMORE DI MARCA”, curato da Fabio Ciceroni e Ezio Bartocci, pubblicato nel 2013 dal Consiglio Regionale delle Marche.
Presenti, oltre ai curatori del volume, anche Luciana Bartolini, testimone e custode di un grande patrimonio, e poi Daniele Salvi per il Consiglio regionale e Luca Butini per l’Amministrazione comunale.
Un Bartolini nella piena ampiezza della sua figura e del suo lavoro, quello presentato e ricordato, di cui ci è stata offerta la possibilità di apprezzarne direttamente la poesia e la prosa, attraverso le letture di Dante Ricci, accompagnato in sottofondo da un soffice arpeggio di chitarra. Emozionante, in particolare, la lettura del poemetto “L’eremo dei frati bianchi”, dedicato allo stesso luogo dove tre anni fa, in occasione del cinquantenario della scomparsa di Luigi Bartolini, si tenne un’altra bella serata a lui dedicata, dal titolo “I luoghi, la memoria, le immagini”.

1234Il libro è disponibile anche in rete in formato pdf; qui di seguito riportiamo direttamente, insieme ad alcune foto della serata di sabato scorso, l’introduzione al libro di Fabio Ciceroni: “Luigi Bartolini, un universo da riscoprire”.

Troppo tempo dalla scomparsa – cinquant’anni, 1963 – di Luigi Bartolini? Ci si chiede con una qualche fondatezza. Se per un verso di lui si è detto e si è scritto nel mezzo secolo trascorso, per un altro è facile accorgersi che il nostro debito verso di lui s’è accresciuto. Si ha l’impressione di una sostanza sfuggente ai numerosi tentativi di farla emergere definitivamente.

Anche oggi Bartolini va affrontato a modo suo. Non attende da noi una collaborazione alla comprensione, come vorrebbero gli altri, nella critica e nella storia: ne sarebbe infastidito. Avrebbe invece bisogno di chiederci un’attenzione serena, più continua di quella frammentaria o doverosa che c’è stata: specialmente a noi suoi conterranei, che continuiamo per buona parte ad essere quelli che egli conobbe bene e che ufficialmente apprezzò poco per amore scontroso.

Con l’immaginario marchigiano anche Bartolini ha dovuto fare dispettosamente i conti per la vita, ha dovuto commisurarsi anche con la nostra irriducibile ruralità. Mutate le vesti coi tempi, ma non sempre le menti, siamo rimasti al campanone di casa con la scusa del genius loci; attaccati alle minuterie del quotidiano con la scusa della saggezza; paurosi della libera fantasia e del diverso con la scusa della proverbiale prudenza; terrorizzati dal sospetto del ridicolo con la scusa dell’antica diffidenza contadina.

Ma perché allora è tornato ciclicamente a scontrarsi con la terra madre marchigiana e con i suoi figli anziché dimenticarli, inondarli d’indifferenza? Non so figurarmi un Bartolini indifferente verso alcunché, tanto meno verso la propria terragna matrice. E mi pare che sia rimasto invincibilmente attratto dalla propria cultura d’origine, nonostante croste di disprezzo, proprio per la sua marginalità.

In fondo è proprio questo osservatorio marginale, ma non emarginato, a propiziargli una visione prospettica infinita sul mondo sghembo degli uomini meccanici e metropolitani che hanno perduto il gran respiro della Natura. E non vi è dubbio che quel respiro lo abbia investito fin dagli anni cuprensi quand’era giovanino giovanino. Il resto dell’esistenza è stato per lui un combattimento senza requie contro il tradimento ordito dagli uomini sciocchi, i soliti carciofi, ai danni della Natura primigenia. Russoviano incallito, come si definiva, ha intrapreso la sua utopica battaglia contro ogni odore di falsità, contro il mercimonio di galleristi e contro artisti ruffiani, perfino contro amici legati a correnti che gli parevano mode sradicate dalla nostra tradizione (come l’ermetismo in letteratura). La sua radicale classicità deve intendersi dunque come adesione schietta, ma meditata non istintiva, ad una matrice idillica di valore assoluto, perseguita a qualsiasi prezzo e da inseguire per disparati sentieri: con la morsura delle sue eccezionali incisioni e con l’aggressività cromatica della pittura, con la narratività antinovecentesca della poesia e con la divina cadenza di una prosa fino ad oggi impareggiata. L’arte, nei suoi molteplici linguaggi, gode in lui di una centralità salvifica, rivelatrice unica di quella verità im- manente e vibrante ch’egli ha sempre paganamente delibato dalla romita Natura.

Di qui il rito della contemplazione, ma nutrita di umori sangui- gni, che in prosa si manifesta con un ricorso assiduo all’autobiogra- fia, mai narcisistico però: pochi sono riusciti a svelare mondi fuori di sé parlando di sé. Di qui il mito del ritorno ad ogni passo, al nocciolo fondo delle cose: non vi è in fondo evoluzione progressiva, lo potremmo leggere aprendo a caso una pagina di uno qualsiasi dei suoi oltre sessanta titoli. Ma, mi chiedo, dove rileggerlo ormai? Gran parte del tesoro non è reperibile e rischia di perdersi (meritorio è il riferimento creato a Cupramontana dal Centro di Documentazione a lui intitolato). Anche per questo di Bartolini si parla meno. È stato più volte ripubblicato Ladri di biciclette, ma paradossalmente è l’opera sua più fortunata per riflesso del film di De Sica e Zavattini. Il capolavoro del neorealismo cinematografico resta però lontano e diverso, com’ebbe a polemizzare lo stesso Bartolini, dalla prosa picaresca e dalla ricerca del miracoloso che è del romanzo. Così rischiamo di perderlo anche perché egli sembra,a distanza, aver riguadagnato quella natura solitaria e quell’aria scontrosa che in vita gli avevano procurato tanti allontanamenti che volevano negargli quel suo supremo diritto alla contraddittorietà. Utili dunque e preziose le iniziative – come la presente o come quelle cuprensi, fabrianesi e, speriamo, romane – per saldare tanti debiti accumulati verso questo sovrano, inimitato cultore della bellezza contratta dalla sua terra.

(vedi anche “I luoghi, la memoria, le immagini”)

“Scacchiere federiciano”, edizione d’arte di Ezio Bartocci

“A pochi personaggi della storia è toccato in sorte come a Federico II di Svevia di essere, ancora vivi, protagonisti di un mito” scrive Antonio Ramini nell’introduzione alla nuova edizione d’arte di Ezio Bartocci “SCACCHIERE FEDERICIANO”, che viene presentata sabato 14 novembre 2015 alle ore 17.00 – a Villa Colloredo Mels, sede del Museo Civico Recanati.
12190089_439966562863082_1696018425498812498_nEzio Bartocci, artista militante, pittore e grafico attivo dalla seconda metà degli anni ’60, alterna all’attività di ricerca e di design la grafica d’arte ed editoriale. Il suo segno tagliente ed essenziale, principalmente emergente da superfici nere, ha contribuito sin dai primi anni ’70 a rinnovare il linguaggio della grafica.
In questo nuovo lavoro l’artista si ispira all’iconografia federiciana e utilizza la simbologia del gioco degli scacchi per rendere omaggio al “Grande Giocatore” che ha segnato la storia, di cui Recanati conserva un importante documento, “la Bolla Aurea”, proprio nel Museo Civico di Villa Mels.
Il mito federiciano, già vivo al suo tempo, con il passare dei secoli anziché affievolirsi si è fatto più grande. “Affascinante dimostrazione della contemporaneità del mito federiciano nel nostro tempo – scrive ancora Ramini – è la serie di raffinate tavole eseguite a filo di pennello e penna con la tecnica dell’acricilico, come prototipi per altrettante serigrafie dedicate al grande imperatore da Ezio Bartocci, artista di sperimentato valore, mosso in ogni sua composizione dall’esigenza interiore di instaurare un ideale colloquio con il fruitore dell’opera d’arte, talora anche provocandolo, ma senza dubbio elevandolo mediante l’emozione estetica.
Con originale invenzione l’artista ha sinteticamente rievocato gli aspetti più caratteristici della complessa personalità di Federico II ispirandosi al gioco degli scacchi, non soltanto perché questo era molto diffuso nei medievali ambienti cortesi, ma anche perché il sovrano stesso sembra incarnare la figura del grande giocatore, abile nella strategia, nella progettazione, cioè, di piani dalle ampie e lungimiranti vedute, altrettanto pronto e talora spregiudicato, nella tattica, come dimostrò in alcuni momenti critici della sua vicenda politica, quando con rapida destrezza seppe affrontare situazioni difficili, uscendone spesso vincitore.
1Né può sfuggire la gamma di significati esoterici e simbolici che presenta il gioco degli scacchi, le cui figure possono evocare certe immagini dei tarocchi, allegoria, quasi, di quel Destino che non poca parte giocò nella vita dello Stupor mundi. Sei sono pertanto le tavole che Bartocci ha dedicato alla rievocazione del personaggio di Federico II, perché sei sono i pezzi degli scacchi.”

Alla presenza dell’autore interverranno l’assessore alla cultura Rita Soccio, il direttore del Museo Antonio Perticarini, il prof. Antonio Ramini autore del testo e lo scrittore Daniele Garbuglia. Per l’occasione è stato realizzato un video.
L’iniziativa è patrocinata dall’assessorato alla cultura di Recanati in collaborazione con l’associazione Spazio Cultura.

(vedi anche Scacchiere Federiciano, sulla rivista on line Solo Scacchi)

“MANIFESTI. Fogli di strada.” di Ezio Bartocci

L’artista Ezio Bartocci e la curatrice Lucia Cataldo, hanno presentato ieri 25 giugno, presso lo spazio espositivo Mirionima dell’Accademia delle Belle Arti, in piazza della Libertà a Macerata, la mostra “MANIFESTI, fogli di strada”, che resterà esposta fino al 13 luglio.
123456Si tratta di una raccolta significativa di circa 50 opere che propongono al visitatore l’itinerario grafico di Bartocci dagli anni Settanta a oggi, attraverso la realizzazione di uno specifico prodotto artistico, il manifesto, che non è esaustivo della sua attività ma a cui ha sempre riservato un’attenzione particolare.
“Il preminente interesse per la grafica e il design – scrive  Loretta Fabrizi – caratterizza tutta la sua intensissima attività con manifesti, illustrazione di libri e riviste, copertine editoriali, cataloghi. A partire dalla metà degli anni Sessanta l’artista ha realizzato un inconfondibile alfabeto segnico con cui ha “reinventato” il mezzo grafico grazie alla dimensione aperta e sperimentale di incontri e combinazioni di tecniche, materiali, linguaggi tenuti insieme da una sottile ironia e dal gusto del gioco.”
Il manifesto , dunque, non come prodotto al servizio della pubblicità e del marketing, bensì come sviluppo delle potenzialità artistiche e come messaggio di nuovi valori per contribuire al cambiamento sociale?
“Nella serie di manifesti realizzati per iniziative culturali ed enti pubblici – scrive ancora Loretta Fabrizi – l’artista ha saputo mantenere una propria cifra espressiva elaborando nel contempo segni ed immagini di chiara decifrabilità volte a costruire consenso e partecipazione. Il senso sociale della comunicazione è avvertito più che mai nei panni del progettista al servizio del bene pubblico che deve contribuire alla crescita collettiva stimolando l’interesse e la passione per i valori comuni, per il patrimonio condiviso. Il manifesto deve dunque potersi distinguere dalle migliaia di altri prodotti analoghi e senza scadere nel modello meramente pubblicitario deve rendere desiderabile un’idea, un valore, un bene immateriale, allo stesso modo di un altro prodotto. Di qui la scelta di soluzioni grafiche che coniugano la qualità artistica di segni e delle immagini con la facile decifrabilità per l’apertura di canali comunicativi evocativi e dialoganti. Qualità estetica, forza evocativa, chiarezza comunicativa e coinvolgimento sono i punti di forza di un processo che ha un evidente fondamento etico al quale Ezio Bartocci non ha mai rinunciato.”

(la mostra è aperta dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 18, fino al 13 luglio; Info: 328 4571125  –  Accademia delle Belle Arti, spazio espositivo Mirionima, piazza della Libertà, Macerata.
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Il segno e l’ironia (Ezio Bartocci, anni Settanta)

“EZIO BARTOCCI ANNI SETTANTA: Il segno e l’ironia”. La mostra è sta presentata dall’autore nei giorni scorsi alla Pinacoteca di Palazzo Pianetti a Jesi, nell’ambito del ciclo di incontri di storia dell’arte e resterà aperta fino al 5 aprile.

13479A fianco, alcuni momenti della preparazione della mostra e della presentazione.

Ezio Bartocci, introdotto da Simona Cardinali, ha parlato della sua attività artistica, con particolare riferimento agli anni Settanta e alla storia dei quadri ora esposti.

Durante l’incontro è stata distribuita ai presenti una cartellina con dodici cartoline che riproducono le seguenti opere di Bartocci: “Dedalo”, scultura in terracotta policroma donata dall’artista alla Pinacoteca a seguito della mostra antologica “Le stanze di Dedalo” del 1994, “Il giudizio di Venere”, olio su tela, opera acquisita attraverso il “Premio Rosa Papa Tamburi”, “Le macchine semplici”, edizione d’arte con cinque serigrafie stampate da Ribichini, Castelplanio 1972, e i “Monumenti alternativi”, edizione d’arte con cinque litografie stampate dalla Posterula di Urbino nel 1975.

Ezio Bartocci, artista professionista attivo  dalla metà degli anni ’60 realizza il suo originale percorso  espressivo attraverso osservazione, immaginazione, sintesi e ironia. Passando dalle prime edizioni di opere grafiche  ai Contromanifesti pubblicitari, dall’Inventario per Arca a Entroterra, fino ai più recenti Pensieri di Enimmeo il suo vasto repertorio  spazia dalla pittura all’opera plastica, dall’incisione, alla editoria d’arte, alle affiches.

La cartellina distribuita contiene anche un estratto  della presentazione di Loretta Mozzoni in catalogo della mostra “Ezio Bartocci, le stanze di Dedalo”, Jesi, Palazzo Pianetti, Pinacoteca Civica, maggio giugno 1994:

(…) Troppo si è insistito sugli elementi di rottura che hanno segnato la nostra epoca rispetto alle precedenti, incartate queste ultime in un pacchetto unico in cui contrapporre l’attualità. Pigrizia mentale, inefficacia espressiva, pressappochismo estetico concorrono al radicarsi di siffatti antagonismi tra un noi e un oggi per forza contemporanei, e un loro, ieri, mestamente trascorsi.
“L’artista condotto Ezio Bartocci operatore estetico per disfunzioni e debolezze ottico-percettive, malattie dell’immagine convincente, cattivo  gusto, inibizioni espressive” – come si presenta lui stesso in un provocatorio bigliettino da visita redatto nel ’75 sta a ricordarci che il linguaggio contemporaneo sta all’attualità come la capacità creativa sta all’umanità. E che ogni contemporaneità è destinata a divenire memoria con un processo che anzi appare ancora più accelerato.
E ce lo dice con uno straordinario stile compendiario dal quale ha eliminato qualunque volontà di orpello. Per Bartocci ogni elemento della composizione può diventare superfluo se non è strettamente indispensabile alla comunicazione con un interlocutore che vuole attivo e per ciò stesso messo nella condizione di capire. Arte funzionale, dovendosi intendere per funzione il riconoscimento culturale che può svolgere l’attività artistica in termini di registrazione, interpretazione e sintesi del vivere contemporaneo. Una teologia laica – se non fosse una contraddizione in termini – da cui è esclusa ogni specializzazione tematica, impugnata per affondare qualche lama nella cialtroneria e nella grossolanità dei più usuali pregiudizi. (…)

 

AL ROGO – profezia & memoria

AL ROGOxblogA L   R O G O  profezia & memoria, per una cultura della prevenzione.
Sono il titolo e il tema proposti in occasione della giornata del 27 gennaio per ricordare il ruolo profetico e “segnaletico” che dovrebbero caratterizzare in primis la sensibilità dell’’artista e delle persone di cultura.
“La dove bruciano i libri si finisce per bruciare anche le persone scrisse il poeta Heinrich Heine più di un secolo prima dell’olocausto.
Per la ricorrenza è stata scelta una piccola biblioteca ubicata in un torrione al centro storico di Santa Maria Nuova, paese nei pressi di Jesi dove approdò, alla fine del 1472, il proto tipografo veronese Federico Conti, nome noto per aver pubblicato una delle prime tre edizioni della Divina Commedia e per aver introdotto per primo la stampa nella nostra regione. Libri via libri si passa dagli amori per gli stessi alle distruzioni spettacolari purtroppo non solo letterarie: dallo sterminio della libreria di Don Chisciotte via via si va a quelli ben più vistosi ed enfatizzati compiuti dai nazisti a Berlino nel 1933 e altri più recenti e non meno drammatici.
La memoria è labile quanto incredibile l’indifferenza per i danni e le violenze che non toccano personalmente.
Il disinteresse e il disprezzo dovrebbero essere condannabili quanto le violenze stesse. Negli anni della guerra e dopo, nonostante i filmati di denuncia e i discorsi di condanna sono seguite tante distruzioni di archivi, biblioteche e opere d’arte d’ogni genere; perfino abbattimenti di monumenti di grandi dimensioni.
Ci si chiede perché ovunque è possibile che la cultura di un popolo, le espressioni più alte di una comunità, la “memoria” tramandata e arricchita per secoli possono essere distrutte in poco tempo dalla follia “memoricida” con una ferocia che sembra addirittura“disumana.
La risposta è anche nello scritto di Gramsci “Odio gli indifferenti”; un pensiero e monito: un invito a riflettere sempre di triste attualità.
Alcuni brani letterari accompagnano le proiezioni, le riflessioni e il dibattito.
Il carattere sperimentale -di collaudo e di messa a punto dell’iniziativa- si presta a interventi e suggerimenti per eventuali riproposte in luoghi e ambiti diversi.
I curatori dell’iniziativa

COMUNE di SANTA MARIA NUOVA
BIBLIOTECA COMUNALE DEL TORRIONE
Martedì 27 gennaio 2015, ore 21.00
PROGRAMMA 
Saluti dell’Amministrazione Comunale
Introducono Ezio Bartocci e Tullio Bugari
Proiezioni di foto e immagini
Letture di brani a cura del gruppo “Teatranti per caso”
by L’Asterisco e Altroviaggio