Circolo di lettura

La letteratura italiana dal 2000 al 2017 (le schede dei libri)

Stuzzichiamo la lettura, circolo di lettura promosso dalla Biblioteca Planettiana e dalle associazioni culturali Altrovïaggio di Jesi e Licenze Poetiche di Macerata.
Il circolo di lettura si svolge parallelamente ad altri gruppi di lettura della zona di Macerata, coordinati da Alessandro Seri.

Ieri sera, 24 ottobre, si è svolto presso la Biblioteca Planettiana l’incontro di presentazione del nuovo ciclo annuale, che per noi è il terzo: due anni fa il tema fu La letteratura americana del Novecento, e lo scorso anno le letterature contemporanee dei paesi del medio oriente.

Quest’anno il filo conduttore è la La letteratura italiana dal 2000 al 2017; i libri proposti e le date in cui si terranno gli incontri sono:

(29 novembre 2017)  Baudolino, Umberto Eco, Bompiani, 2000, pp530
Si narra la storia di Baudolino, un giovane ragazzo di campagna piemontese proveniente dalla Frascheta dove successivamente sorgerà Alessandria, che nel 1154, all’età di tredici anni, viene adottato dall’imperatore Federico Barbarossa. Il giovane si rivela un bugiardo incallito, ma come per incanto tutto quello che inventa finisce per fare storia, come la canonizzazione di Carlo Magno, il Graal o la creazione della lettera del Prete Giovanni. Per seguire il suo sogno di scoprire il regno del Prete, Baudolino parte con un gruppo di amici verso Oriente e vengono raccontate le loro peripezie in terre leggendarie e il loro incontro con creature fantastiche. Tornati a casa a mani vuote dopo molti anni di viaggio, Baudolino comprende che la sua vita è legata per sempre alla ricerca di quella mitica terra, mentre non c’è niente nel suo mondo che lo possa trattenere, così riparte verso est per il suo ultimo viaggio da cui non farà ritorno.
Il libro è una summa di fonti storiche, miti, tradizioni e leggende medievali che lo rendono un’opera enciclopedica di quel particolare periodo storico. È stato tradotto in molte lingue e pubblicato in diversi paesi.

 

(20 dicembre 2017) L’odore della notte, Andrea Camilleri, Sellerio 2001, pp221
Camilleri dà fondamento reale alle sue storie ispirandosi qui, come scrive in una nota al termine del romanzo, a un fatto di cronaca oggetto di un articolo redatto dal suo amico Francesco, “Ciccio” La Licata. Il tragico e suggestivo finale riprende altresì l’atmosfera decadente del racconto di William Faulkner intitolato Omaggio ad Emilia. Dall’opera è stato tratto uno sceneggiato televisivo trasmesso da Rai Uno il 6 febbraio 2007 con l’attore Luca Zingaretti nella parte del commissario Montalbano.
Su Vigàta e dintorni si è abbattuto un tifone che ha spazzato via un mucchio di soldi. È la solita storia del finanziere truffatore che attirando gli ingenui in un primo momento con la corresponsione di alti interessi, poi si dà alla fuga con il malloppo. Nelle indagini che Montalbano svolgerà incontrerà i più svariati personaggi vittime del truffatore mago della finanza che ha agito su vasta scala. Una sola persona in tutto il paese continua ad avere fiducia nel ragioniere Emanuele Gargano, che ora probabilmente sta prendendo il sole su spiagge esotiche, ed è la sua affezionatissima, anzi innamorata persa, segretaria, la signorina Mariastella Cosentino.

 

(24 gennaio 2018) Il passato è una terra straniera, Gianrico Carofiglio, Rizzoli 2004, pp 297
Si tratta di un romanzo noir con toni da romanzo picaresco. È stato il vincitore del Premio Bancarella nel 2005, e il regista Daniele Vicari ne ha tratto l’omonimo film con protagonisti Elio Germano e Michele Riondino, uscito nelle sale nell’autunno 2008. Giorgio, un giovane e brillante studente di giurisprudenza, conosce Francesco e con quest’ultimo condivide serate al tavolo verde dove, grazie alle conoscenze di cartomagia di Francesco, i due riescono a vincere molti soldi. Giorgio è però combattuto tra la sua vita di una volta, tutta casa, libri e università e la sua nuova vita, fatta di poker, telesina, alcolici, belle donne: il senso di colpa nei confronti dei genitori cresce a dismisura, così come cambia il suo rapporto con Francesco, dalla venerazione iniziale al compatimento. In parallelo si intreccia la storia di una serie di aggressioni notturne a giovani donne da parte di uno sconosciuto maniaco. Il titolo del libro riprende alla lettera la prima frase del libro L’età incerta di L. P. Hartley, che recita originariamente: “The past is a foreign country: they do things differently there.”

 

(28 febbraio 2018) L’amica geniale, Elena Ferrante,  Edizioni E/O, 2010, pp400
L’amica geniale è il primo volume di un ciclo del quale sono usciti altri tre libri: Storia del nuovo cognome (2012), Storia di chi fugge e di chi resta (2013), Storia della bambina perduta (2014). Il primo volume, diviso in due parti, “Infanzia” e “Adolescenza”, è dedicato alla storia di due bambine, Elena (Lenù) e Raffaella (Lila), di un quartiere di Napoli. Entrambe molto intelligenti, insofferenti delle rigide regole di comportamento del “rione” dove abitano, negli anni dell’infanzia si legano di un’amicizia stretta; con la fine della scuola elementare, però, le loro vite si separano, perché per ragioni economiche il padre di Lila, calzolaio, non può farle proseguire gli studi; il padre di Lenù, usciere comunale, riesce invece a permettere alla figlia di continuare alla media, poi al ginnasio. I percorsi delle due ragazzine continuano però ad intrecciarsi, ancor più quando intervengono le prime complicazioni sentimentali. L’ultima pagina narra il matrimonio di Lila. Il libro si apre con le poche pagine del Prologo (Cancellare le tracce), che con forte prolessi narrativa presenta un adulto, figlio di Lila, che chiede invano aiuto a Lenù per ritrovare la madre. La narrazione è condotta in prima persona da Elena; attraverso il suo sguardo si scopre una folla di personaggi, una quantità di ambienti e di usanze, di una Napoli che dalle difficoltà del dopoguerra si apre progressivamente a un modesto benessere, incoraggiato o minacciato dalla presenza della malavita.

 

(28 marzo 2018) Non tutti i bastardi sono di Vienna, Andrea Molesini, Sellerio 2011, pp376, Premio Campiello 2011.
Orgoglio, patriottismo, odio, amore: passioni pure e antiche si mescolano e si scontrano tra loro, intorbidate più che raffrenate dal senso, anch’esso antico, di reticenza e onore. Villa Spada, dimora signorile di un paesino a pochi chilometri dal Piave, nei giorni compresi tra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918: siamo nell’area geografica e nell’arco temporale della disfatta di Caporetto e della conquista austriaca. Nella villa vivono i signori: il nonno Guglielmo Spada, un originale, e la nonna Nancy, colta e ardita; la zia Maria, che tiene in pugno l’andamento della casa; il giovane Paolo, diciassettenne, orfano, nel pieno dei furori dell’età; la giovane Giulia, procace e un po’ folle, con la sua chioma fiammeggiante. E si muove in faccende la servitù: la cuoca Teresa, dura come legno di bosso e di saggezza stagionata; la figlia stolta Loretta, e il gigantesco custode Renato, da poco venuto alla villa. La storia, che il giovane Paolo racconta, inizia con l’insediamento nella grande casa del comando militare nemico. Un crudo episodio di violenza su fanciulle contadine e di dileggio del parroco del villaggio, accende il desiderio di rivalsa. Un conflitto in cui tutto si perde, una cospirazione patriottica in cui si insinua lo scontro di psicologie, reso degno o misero dall’impossibilità di perdonare, e di separare amore e odio, rispetto e vittoria.

 

(18 aprile 2018),  Accabadora, Michela Murgia, Einaudi, 2010, pp166
Con questo libro l’autrice ha vinto la sezione narrativa del Premio Dessì nel settembre 2009. Nel maggio 2010 il romanzo è stato premiato con il SuperMondello, il riconoscimento più importante del Premio Mondello e, nel settembre dello stesso anno, con il Premio Campiello.
Nei primi anni cinquanta del XX secolo a Soreni, un piccolo paesino della Sardegna, dove tutti sanno tutto di tutti facendo finta di non sapere, la piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane di padre, viene adottata da Bonaria Urrai, anche lei vedova benestante, ma senza mai essere stata sposata. Maria diventa così una filla de anima, come appunto “i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra”. Maria e Tzia Bonaria, sarta del paesino, vivono come madre e figlia consapevoli entrambe di non esserlo. Si scoprirà alla fine del romanzo che Bonaria aveva deciso di adottare Maria, quando un giorno l’aveva vista rubacchiare delle ciliegie, senza che sul volto della piccola trapelasse “né vergogna né consapevolezza… e le colpe come le persone iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge”. A Maria, infatti, “Non le era ancora passato quel vizio, quello di rubare piccole cose di cui non aveva bisogno, ma che desiderava”.

 

(30 maggio 2018) L’amore graffia il mondo, Ugo Riccarelli, Mondadori, 2013, pp219
È come se portasse il destino nel nome. Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l’ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento. Potrebbe diventare una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà, la guerra… È così che Signorina rinuncia a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando anche lei si scopre donna e conosce l’amore, il sogno dura troppo poco, sopraffatto da doveri, fatiche e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato. Ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione… “L’amore graffia il mondo” è il ritratto appassionante di una donna più forte delle proprie fragilità e del vento della storia, ma è anche la saga di una grande famiglia, l’epopea dell’amore viscerale e della speranza più visionaria. Ed è la celebrazione della forza dell’immaginazione: perché bastano pochi semplici gesti per vestire di bellezza il mondo.

 

(27 giugno) Le otto montagne, Paolo Cognetti, Einaudi, 2017, pp208
È proprio vero che ognuno di noi ha le sue montagne. Le mie sono nell’alta Val Venosta, incastrate lassù, in quell’angolo tra l’Austria e la Svizzera. È lì che ho scoperto il profumo delle pinete e dei rododendri. Che ho imparato che cos’è la fatica, e quanto a volte può essere ripagata. Che ho visto paesaggi talmente belli da lasciarti senza fiato, che ho respirato un’aria fresca e pungente così diversa da quella della campagna e che riconoscerei ovunque. La montagna di Pietro sorge sopra Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. Ha iniziato ad andarci quando era ancora bambino, d’estate, con i suoi genitori. Ci tornerà tutti gli anni. Un ragazzo di città, solitario e fragile, che scopre il verde dei prati, il rumore dei ruscelli, la bellezza della natura. E conosce Bruno, che in quel di Grana ci vive, che è ancora bambino ma è già costretto a lavorare accompagnando le mucche al pascolo. La loro prima estate insieme è fatta di corse nei prati, di esplorazioni di case diroccate, di tuffi nei torrenti. Di avventura e libertà. Tra i due nascerà un legame profondo, un’amicizia che non vive di parole ma di azioni, così forte da sopravvivere alle stagioni più dure e alla distanza. Perché il tempo e lo spazio nel loro rapporto non contano poi tanto. Non basteranno l’immaturità e l’egoismo dell’adolescenza ad allontanarli; non serviranno il viaggio di Pietro in Asia e la nuova famiglia di Bruno, le incomprensioni e il senso di perdita; tutte le difficoltà della vita non riusciranno a rompere quel rapporto. Qualunque sia la strada che ognuno ha deciso di intraprendere prima o poi passerà ancora una volta dalla quella montagna.

Circolo di lettura, incontro il 24 ottobre

Circolo di lettura, terza annualità 2017/2018
Incontro di presentazione martedì 24 ottobre, ore 21.15

Riprende a breve il ciclo annuale di incontri del Circolo di Lettura presso la Biblioteca Planettiana di Jesi.  Il primo incontro, introduttivo, si terrà presso i locali a piano terra della Biblioteca martedì 24 ottobre alle ore 21.15, per la presentazione dei libri che leggeremo e discuteremo quest’anno.

Il tema scelto questa volta è la letteratura italiana degli anni duemila: ogni anno un salto, dopo esserci “allontanati” e aver affrontato due anni fa la letteratura americana del Novecento, e lo scorso anno le letterature dei paesi del medio oriente, quest’anno “torniamo” alla contemporaneità di casa nostra, che offre ugualmente la possibilità di un viaggio interessante e ricco di sorprese.

Il Circolo di lettura è un’esperienza avviata dalla Biblioteca Planettiana con la collaborazione delle associazioni culturali Altroviaggio e Licenze Poetiche.

Per chi non ha mai partecipato, consiste in un ciclo di 8 incontri mensili (definiremo insieme il calendario esatto) da qui fino a giugno; ogni volta ciascuno leggerà a casa il libro del mese che è stato scelto e poi ci incontreremo per parlarne insieme e scambiarci opinioni e impressione; il conduttore degli incontri è Alessandro Seri.

La pertecipazione è libera.

Per ogni informazione rivolgersi a:
planettiana@comune.jesi.an.it – tel. 0731/538346 (ore 8,00-14,00)
info@altroviaggio.org – tel. 328 1967178

Per seguire gli aggiornamenti, consultare:

http://www.altroviaggio.org/category/circolo-di-lettura/
www.bibliotecaplanettiana.it 

Circolo di lettura, chiude il secondo anno

Circolo di lettura, concluso il secondo anno di incontri, ora pausa estiva e poi si riprende a ottobre.19146255_683689091824160_2050483583130184887_n concluso il secondo ciclo annuale di incontri del circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana di Jesi, anche quest’anno molto partecipato e ricco di spunti e nuove conoscenze, attraverso la lettura dei libri proposti nel corso dell’anno e scritti da otto diversi autori di altrettanti paesi del Medio Oriente. All’ultimo incontro si è unito a noi il professore Wassim Dahmash, per una bella conversazione sull’argomento. Nelle foto che ho raccolto, che si riferiscono all’ultimo incontro e alla cena di saluti di qualche giorno dopo, solo una parte dei tanti lettori.
19621364_10207855972037725_7456773851567310527_o Ora facciamo una pausa estiva, di letture libere per chi comunque trova sempre in un libro una buona compagnia, e poi ci rivediamo a ottobre per iniziare il nostro terzo ciclo annuale, con un nuovo tema e altri libri. Buona lettura a tutti. Per chi vuole unirsi a noi e intanto vuole documentarsi, può trovare qui alcune note sugli incontri del primo anno, dedicati alla letteratura americana del Novecento, e quelli del secondo anno, dedicati appunto alle letterature dei paesi de medio oriente.

Wasim Dahmash (al circolo di lettura martedì 13 giugno)

dahmashMartedì 13 giugno ore 21.15 alla Biblioteca Planettiana di Jesi, conversazione con lo scrittore Wasim Dhamash.
Si sta concludendo anche il secondo ciclo annuale di incontri del gruppo di lettura organizzato dalla collaborazione di Tullio Bugari (Associazione AltrovÏaggio) e Alessandro Seri (Associazione Licenze Poetiche) con la Biblioteca Planettiana di Jesi. Un’esperienza partecipata, che ha confermato tutto il suo interesse. Quest’anno, attraverso otto incontri mensili iniziati a novembre e che si concluderanno il prossimo 13 giugno, l’argomento affrontato è stato alquanto impegnativo, per il tema insolito e nuovo – la letteratura medio orientale –  che ci ha portato attraverso 8 libri di autori di diversi paesi del medio oriente – Raja Alem (Arabia Saudita), Ghassan Kanafani (Palestina), Nagib Mahfuz (Egitto), Orhan Pamuk (Turchia), Kader Abdolah (Iran), Sinan Antoon (Iraq), Khaled Khalifa (Siria), Amos Oz (Israele) – in contesti culturali ogni volta diversi tra loro, con linguaggi, sensibilità e temi che hanno aperto in noi ogni volta nuovi orizzonti, curiosità e stimoli; un impegno di lettura gratificato dalla bellezza e ricchezza dei testi, e dalle tante discussioni e riflessioni tra di noi al termine di ogni lettura.

Un ciclo di letture, ricordo, condiviso uguale da altri tre circoli di lettura della zona di Macerata, e sarebbe dunque interessante ascoltare anche le loro impressioni dopo questo percorso.  Noi qui a Jesi concluderemo con l’ultimo libro in programma – “Conoscere una donna di Amos Oz – il prossimo martedì 13 alle ore 21.15, alla Salara della Biblioteca Planettiana di Jesi, e in occasione di questo incontro cercheremo di riprendere anche tutte le altre letture fatte da novembre in poi e tentare una riflessione d’insieme.

Per farci aiutare in questo abbiamo invitato a conversare con noi il professore e scrittore Wasim Dahmash:
«Saggista, docente e traduttore palestinese, nato in Siria nel 1948. Ha ricoperto la carica di docente di lingua e letteratura araba all’Università di Cagliari e presso “La Sapienza” di Roma. Attualmente insegna traduzione letteraria e dialettologia araba alla IULM (Libera Università di lingue e comunicazione) e collabora con la Onlus Gazzella, operante a favore dei bambini feriti a Gaza.»

L’incontro è pubblico, aperto a tutti, non è riservato solo ai partecipanti al circolo di lettura, ci farà piacere avere insieme a noi tutti coloro che fossero interessati.

Elogio dell’odio, di Khaled Khalifa

elogio-odio-copert-1Elogio dell’odio, di Khaled Khalifa. È stato questo in ordine di tempo l’ultimo libro letto e discusso al Circolo di lettura presso la Biblioteca Planettiana, nell’incontro dello scorso mercoledì 17 maggio. Una lettura densa e interessante, come tutte le altre di questo ciclo di letture, che ha stimolato e aperto tante riflessioni. Di seguito un estratto da un articolo di Annamaria Bianco sul blog Editoria Araba e di seguito una citazione dal libro di Khaled Khalifa.

«Scritto con l’inchiostro della poesia, con un linguaggio allegoricotipicamente siriano, che lascia spazio alle metafore che scivolano dalla bocca della narratrice, mentre racconta gli avvenimenti della sua vita con un lirismo sempre più commovente con l’incalzare del ritmo della narrazione, fino a raggiungere il culmine con il drammatico epilogo. Gli stessi titoli dei capitoli giocano sulla creazione costante di sinestesie, mentre fra le pagine aleggiano onnipresenti profumi, come quelli creati da Radwan, il servitore cieco della famiglia; un personaggio secondario, ma splendido con tutte le sue peculiarità, come tutte le altre figure che si fanno spazio all’interno di quello che potrebbe essere considerato un vero e proprio romanzo corale. Al suo interno, un mescolarsi di ricordi, che si intrecciano come visioni, tra il sonno e la veglia, il desiderio di fuga dal mondo, la solitudine, la ricerca dell’autoaffermazione nella negazione del corpo, la sessualità proibita, l’amore che porta a imbalsamare farfalle. Le storie dei singoli, le loro passioni e ossessioni, si svelano pian piano, sullo sfondo degli scontri civili.»

Da “Elogio dell’odio” di Khaled Khalifa:
«L’unica verità che avevo sempre difeso, l’odio, andò in frantumi, costringendomi a tornare alla domanda delle domande. Qual era il vero rapporto tra il sentimento di appartenenza a qualcosa, all’organizzazione, ad esempio, o alla mia famiglia e il mio essere? Io ero una creatura corporea che nuotava in un vuoto gelatinoso: la mia vita era stata un insieme di cose prese in prestito da altri. E com’è stato duro scoprire che quelle cose non erano la verità. Avevo passato tutto quel tempo a credere in ciò che altri avevano voluto che io credessi. Ti danno un nome e lo devi amare, devi difenderne l’esistenza. Ti danno un dio e lo devi pregare, iccidere chi la pensa diversamente sulla sua grazia. Devi afferrare il tuo bastone e sbatterlo in testa, per ordine divino, a chi viene definito miscredente. E il passo poi è breve perché si arrivi alla sinfonia degli spari e delle esplosioni e la morte diventi reale, un lento treno di tragedie che fa la sua corsa di dolore, che avanza per caricare i morti che, in attesa di essere sepolti, guardano il cielo con occhi vuoti come se tutto fosse un sogno, l’ultima immagine di una speranza non realizzata.»

Il ciclo di letture si concluderà il prossimo martedì 13 giugno con “Conoscere una donna” di Amos Oz.  In occasione di questo incontro – aperto a tutti gli interessati e non riservato solo ai partecipanti al circolo di lettura – sarà con noi Wasim Dahmash, per una conversazione generale sulle letterature dei paesi del Medio Oriente.  Wasim Dahmash è docente e traduttore palestinese nato in Siria nel 1948. Insegna dialettologia araba alla IULM. Ha insegnato nelle università di Cagliari e di Roma. Fa parte della Onlus Gazzella che si occupa di bambini feriti a Gaza.

«Rapsodia irachena» (martedì 11 aprile al circolo di lettura)

Rapsodia irachena, di Sinan Antoon, Feltrinelli; traduzione di Ramona Ciucani; sesto appuntamento del circolo di lettura, alla Biblioteca Planettiana di Jesi, martedì 11 aprile alle ore 21.15.

20150515_102440«Il bianco della carta mi seduce, offrendomi la libertà di vagabondare nella mia solitudine. Squarcerò la superficie del silenzio con i miei deliri. Le parole si trasformeranno in esseri mitologici, che scaveranno un tunnel e mi porteranno fuori. Oppure saranno dei prismi che appenderò tutt’attorno a me per guardarci attraverso.»
23 agosto 1989, il ministero dell’Interno iracheno viene informato che nel corso di un inventario eseguito nella sede del Comando centrale della Polizia di Baghdad è stato trovato un manoscritto in un archivio. Scarabocchiato a matita, risulta essere il diario di un giovane detenuto di nome Furat. Dal manoscritto scopriamo che era uno studente di Lettere e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito sardonico e corrosivo, arrestato un bel giorno di aprile, mentre guardava il cielo di Baghdad seduto su una panchina ad aspettare Arij, la sua fidanzata. Furat rievoca l’incubo delle carceri del regime e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all’arresto: l’adolescenza, la famiglia, l’università, la dittatura, la guerra Iraq-Iran, le partitedi calcio allo stadio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, dove il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell’isteria della dittatura ba thista, così simile al nostro fascismo. Solo nel finale, ambientato in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, ma forse è solo un’illusione, un miraggio. Breve e intenso, Rapsodia irachena ci offre in poche pagine un ritratto emozionante della vita nell’Iraq di Saddam Hussein, una miniatura delle sofferenze degli iracheni, dai bathisti a Bush.

 

 

“Scrittura cuneiforme” (mercoledì 15 marzo ore 21.15)

“Scrittura cuneiforme” di Kader Abdolah, Iperborea edizioni; quinto appuntamento del circolo di lettura, alla Biblioteca Planettiana mercoledì 15 marzo alle ore 21.15.

“Perdere non è la fine di tutto, ma la fine di un certo modo di pensare. Chi cade in un punto, in un altro si rialza. Questa è la legge della vita.” – citazione del poeta Mohammad Mogtari, compagno di lotta di Kader Abdolah e caduto in Iran nel 1998.

1280px-Aerial_View_of_Damavand_26.11.2008_04-25-38Sono passati 15 anni da quando Lei ha dovuto lasciare l’Iran e anche in questo libro, come già ne “Il viaggio delle bottiglie vuote”, c’è il tema dell’esilio, con la struggente nostalgia per il paese d’origine. E’ una rielaborazione necessaria, quella del passato, per affrontare il presente e il futuro?
abdolahNei primi anni di soggiorno in un paese straniero si ha paura, paura di perdere tutto e per questo ci si impegna con il proprio passato, si vive nel passato. Poi ho scoperto che se continuo a stare nel passato non posso cambiare la situazione, non posso scrivere un libro. Ho scoperto che devo cambiare il passato in presente e il presente in futuro. Sono sempre occupato con il passato ma lo cambio nel presente per fare il futuro. Uso il passato, la lingua persiana e la cultura persiana per fare un ponte tra Oriente e Occidente. Prendo le pietre del passato e cerco di fare un ponte tra la nostra cultura e quella dell’Europa. Il mio libro “La scrittura cuneiforme” è quel ponte e io vi invito ad attraversarlo e venire nei nostri villaggi, assaggiare il nostro cibo, ascoltare le nostre poesie. Vi porto a casa mia, vi faccio incontrare mia madre, mio padre, le mie sorelle, vi mostro la mia eredità persiana e in questo modo sono un costruttore di ponti.
La sua scelta della lingua: nel libro dice che scrive nella lingua degli olandesi perché questa è “la legge della fuga”.
20160503123856_118_cover_mediaAll’inizio, come rifugiato, non si ha scelta: non parli, non hai contatti con le persone, hai paura di perdere i legami con il passato, con la famiglia, con la tua lingua. Questo è il problema più grande: la lingua, la paura di perdere la mia lingua. Non osavo prendere distanza dalla mia lingua, e poi, all’improvviso, ho pensato che senza lasciare la mia lingua sarei morto. Ho pensato, “devo perdere la mia lingua, devo prendere la lingua olandese”. Ho dovuto farlo, anche se è stato molto difficile. Nei primi due, tre anni, ho pensato che era impossibile imparare quella lingua olandese, così fredda e umida. L’olandese era come un uccello morto, non poteva volare per me, ma dovevo avere pazienza, dovevo imparare a giocare con quell’uccello e all’improvviso iniziò a volare. E incominciai a scrivere in olandese e mi sentii libero.

(tratto da una più ampia intervista allo scrittore Kader Abdolah, pubblicata sul sito Leggere a lume di candela)

(Sul sito dell’editore Iperborea sono disponibili i file dell’incipit e della postfazione della traduttrice Elisabetta Svaluta Moreo; in alto l’immagine del monte Damavand)

 

«La stranezza che ho nella testa» (15 febbraio ore 21.15)

Mercoledì 15 ore 21.15 appuntamento con “Le stranezza che ho nella testa” di Orhan Pamuk, al circolo di lettura,  Biblioteca Planettiana di Jesi.
DSCN0039Il romanzo comincia con un narratore onnisciente, poi – a partire dal terzo capitolo – tra i personaggi si insinua un’altra voce in terza persona, introdotta dalla effigie di un uomo con due bilance sulle spalle: quell’uomo è Mevlut, il protagonista, un piccolo venditore ambulante di Istanbul. Come mai, proprio lui parla di sé in terza persona, mentre tutti gli altri avanzano sulla scena dicendo “io”?
Per scrivere questo romanzo ho deciso di uccidere il giovane scrittore postmoderno che è il me, e tornare a uno stile classico: mi fa piacere che questa conversazione parta da un problema di natura letteraria, perché mi dà l’occasione per raccontare come mi servo di quel dispositivo, messo a punto da Flaubert, che è lo stile indiretto libero. Lei notava che me ne servo per differenziare quella che è una voce narrante più vicina alla mentalità del protagonista da un’altra voce che racconta la vicenda in modo oggettivo, attenendosi ai dati di fatto. Anche Tolstoj a volte usa un registro di tipo storico-giornalistico – per esempio quando dice, in Guerra e pace, che le armate napoleoniche si stavano avvicinando a Mosca – e altre volte si immedesima nel punto di vista di Pierre Bezochov, usando il suo lessico. Va e viene tra queste due strategie narrative senza cambiare marcia, e con la massima libertà. Ma a me pare che a influenzarmi sia stato, soprattutto, il Flaubert di Un cuore semplice. Detto questo, per raccogliere il materiale che mi sarebbe servito per il romanzo, mi sono basato su una miriade di interviste alle persone più diverse, venditori ambulanti come Mevlut, ma anche camerieri, e altri piccoli professionisti, persino certi alti ufficiali di polizia ormai in pensione sotto la cui giurisdizione cadevano i diversi quartieri di Istanbul che mi servivano per l’ambientazione. Nei sei anni impiegati per la stesura del libro, mi sono reso conto di avere raccolto così tante voci che i dispositivi classici del romanzo non bastavano più a rappresentarle, quindi sono tornato a una soluzione che avevo già sperimentato in Il mio nome è rosso, un romanzo costruito dall’intreccio di molte voci diverse, che si smentiscono anche reciprocamente e parlano in modo più o meno affidabile, o inaffidabilmente affidabile, dando luogo a uno spazio narrativo molto libero ma anche assai ambiguo.

( tratto da una più ampia intervista di Francesca Borrelli a Orhan Pamuk, uscita su Alias e disponibile sul sito “Le parole e le cose”)

Nagib Mafhouz, Tra i due palazzi (circolo di lettura, 11 gennaio)

Stimolante serata ieri sera (14 dicembre) al circolo di lettura chiacchierando su Ritorno ad Haifa dello scrittore palestinese Ghassan Khanafani, un racconto di umanità e resistenza, un esempio di letteratura della resistenza e della diaspora, come negli anni è stato definito, nel quale l’autore, forse per la prima volta, parla di due diaspore che vengono a trovarsi una di fronte all’altra, come spinte in quello che appare una sorta di vicolo cieco, prendendone atto e consapevolezza con lacerante umanità.

Quest’anno, con i libri che abbiamo scelto per questo volo veloce sulla letteratura contemporanea medio orientale, ogni serata ci si presenta come un tuffo in un universo che non basterebbe forse una vita per esplorarlo. Prediamo atto della complessità, delle distanze e delle vicinanze, delle singolarità e delle universalità, impariamo  forse a porci domande piuttosto che correre avanti per cercare risposte.

naguibIl prossimo autore che ci attende, per il terzo appuntamento – dopo esserci già trovati con la nostra lettura a in Arabia Saudita, a La Mecca, e tra Palestina e Israele lungo la strada da Ramallah ad Haifa –  è Nagib Mahfuz, che con Tra i due palazzi, il primo della trilogia del Cairo, ci farà immergere nella vastità e nel dedalo della città del Cairo e dell’Egitto della prima metà del Novecento.  Dunque, ancora un altro universo, con una storia assai profonda, del quale invece la contemporaneità ci rimanda immagini non prive di aspetti che possono inquietarci, in particolare dopo la vicenda del giovane Giulio Regeni, ancora ben lontana dall’essere chiarita.

Prima ancora di accostarmi alla lettura di Mafhuz, mi ha incuriosito un articolo letto qualche settimana fa sul sito Doppio Zero (“Impressioni di un agosto al Cairo”) della cronaca di un viaggio con  le emozioni trascritte in diretta, e soprattutto sul contrasto di percezioni che l’Egitto e Il Cairo offrono anche oggi, al di là di ogni semplificazione.

Il prossimo appuntamento del circolo di lettura, con il libro di Mafhuz “Tra i due palazzi”, è mercoledì 11 gennaio alle ore 21.15, sempre alla Biblioteca Planettiana di Jesi.

 

Ritorno ad Haifa (al circolo di lettura il 14 dicembre)

Mercoledì 14 dicembre secondo appuntamento con “Stuzzichiamo la lettura”; il libro in programma è Ritorno ad Haifa dello scrittore palestinese Ghassan Khanafani.  Proponiamo qui un articolo uscito qualche tempo fa da Osservatorio Iraq e firmato da Chiara Comito, dove si parla del romanzo di Khanafani e del film realizzato di recente dal regista iracheno Kassem Hawal.

Ritorno ad Haifa. Il dolore della perdita di un mondo
(articolo di Chiara Comito, pubblicato dalla testata on line Osservatorio Iraq in data 08 Giugno 2014)

ritorno_a_haifaIl film di Kassem Hawal tratto dal romanzo di Ghassan Khanafani racconta la tragedia degli abitanti palestinesi di Haifa, costretti a lasciare la propria città nel 1948. Il confronto con il dolore degli ebrei europei sfuggiti alla Shoah misura una distanza ancora impossibile da colmare.

“Tutto è vergognoso, Safiya”, commenta tristemente il palestinese Said a sua moglie nel film “Ritorno ad Haifa”, proiettato a Roma lo scorso 5 giugno presso la Centrale Montecatini. Tutto è diventato vergognoso da quando, nel maggio del 1948, è nato lo Stato di Israele e centinaia di migliaia di palestinesi sono stati evacuati con la forza dalle loro case per far posto ai nuovi abitanti.
Profughi in terra straniera o rifugiati nella loro stessa terra: le penose peregrinazioni dei palestinesi ai confini di questa Terra sono state raccontate con dolore e forza dalla penna di scrittori e poeti, arabi e palestinesi.

E dal cinema arabo: “Ritorno ad Haifa”, diretto dal regista iracheno Kassem Hawal (n. 1940), è il film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1936–1972), lo stesso autore di “Uomini sotto il sole”, pietra miliare della letteratura araba contemporanea.

“Ritorno ad Haifa” non è l’opera migliore di Kanafani dal punto di vista stilistico, ha sottolineato dopo la proiezione del film Wasim Dahmash, traduttore e docente di letteratura araba all’Università di Cagliari, ma è un documento importante perchè in esso l’autore riconosce la tragedia dell’altro ebreo/israeliano, anche se la distanza tra le due esperienze, nel libro e nel film, si rivela incolmabile.
Nel romanzo infatti, la tragedia di una famiglia palestinese di Haifa costretta alla fuga dalle nascenti forze armate israeliane nell’aprile del 1948, durante la quale “perde” il figlioletto Khaldoun di soli 5 mesi, viene messa affianco alla tragedia di una famiglia ebrea polacca che, in fuga da Auschwitz, arriva in Palestina proprio in quella terribile primavera e occupa la casa di Said e Safia.
Dopo vent’anni di esilio, i due palestinesi decidono di tornare a Haifa: non per riprendersi le loro cose ma per vedere cosa ne è stato della loro casa. Ad attenderli trovano Mariam, la donna polacca, e Dov, un giovane militare dell’esercito israeliano dalle fattezze arabe, il figlio (adottato?) di questa: è il piccolo Khaldoun o no? E dopo vent’anni, cosa significa la parola “paternità”?

E cosa significano la casa, la Palestina, il ritorno? Qual è il senso di tutte queste perdite?

Il film, girato a Tripoli, in Libano, nel 1981, si apre con la scena dell’esodo massiccio verso il mare a cui furono costretti gli abitanti di Haifa nell’aprile del 1948. Scacciati dal quartiere tedesco in cui si erano rifugiati durante i bombardamenti e gli attacchi dell’esercito che si susseguivano dal dicembre del ’47, intensificatisi con l’uscita di scena dell’esercito britannico, ai 60mila abitanti rimasti a Haifa non restò altro che dirigersi in massa verso il mare.

“Furono letteralmente buttati in mare”, ha raccontato Dahmash, “si salvò chi riuscì a trovare una barca, ma molte barche affondarono in mare”.
Realizzare la scena dell’esodo è stato uno sforzo corale a cui hanno partecipato non solo i palestinesi rifugiati in Libano, che donarono vecchi vestiti e altri oggetti utili per ricreare le atmosfere dell’epoca, ma anche i pescatori libanesi che prestarono le loro barche al regista e alla troupe. E il risultato finale ripaga dello sforzo profuso: perché un conto è immaginare decine di migliaia di persone costrette a fuggire via mare, un altro è vederle sullo schermo, a bordo di tante piccole barchette, puntini sommessi e dolenti in un mare blu sconfinato, scacciate a forza dalla loro terra.

Nel film, molto fedele al romanzo, ai dialoghi tra i protagonisti si alternano diverse sequenze “storiche” (come le immagini di repertorio che mostrano l’arrivo degli ebrei in Palestina). Si tratta della combinazione di fiction e documentario già sperimentata ad esempio nella trasposizione cinematografica di “Uomini sotto il sole” (“Al-Mahdu’un”, di Tawfiq Salih, 1972), analizzato da Aldo Nicosia nel suo “Il romanzo arabo al cinema” (Carocci, 2014) che a proposito di “Al-Mahdu’un” scrive: “Si tratta dell’aggiunta più sostanziale e creativa rispetto al romanzo: nei primi venti minuti il regista combina la linea di fiction con quella documentaristica, con le sequenze mute di reportage sugli inizi del conflitto arabo-sionista, la guerra del 1948 e la conseguente cacciata dei palestinesi”.

Ma la scena principale del film è senz’altro il dialogo tra Said e Mariam, che riproduce alla lettera quello scritto da Kanafani, che pare quasi irreale nella sua tragica assurdità: nel salotto di quella che un tempo era casa loro, Mariam offre a Said e Safia il caffè mentre discute con loro dell’anormalità della situazione in cui tutti si trovano.

Lo “scambio” della casa, la questione della genitorialità di Dov/Khaldoun, il loro ritorno senza pretese a Haifa: tutto scorre attraverso i calmi ma tristi occhi azzurri di Mariam e la dignità estrema e la compostezza dello sguardo di Said.

È un “incontro tra vittime”, ricorda Dahmash, quello che avviene tra i tre: “Vittime che si trovano a confliggere ma che non possono far altro che prendere atto della realtà”.

Il film si chiude con la camera fissa su Dov/Khaldoun che si chiede come sia stato possibile che due genitori abbiano potuto abbandonare il proprio figlio, che razza di persone esse siano per averlo lasciato indietro, e a parlare attraverso la bocca di quel figlio perduto è la Palestina stessa, nell’immaginario di Kanafani.

L’ultima scena è tutta per Khaled, il figlio di Said e Safia nato dopo l’esodo, che decide di imbracciare la armi ed entrare nei fedayin: attraverso il suo personaggio Kanafani proclama il suo invito a resistere. Forse, dolorosamente, unico modo possibile – per l’autore – per dialogare con l’Altro che vuole cancellare la tua esistenza.