Mare corto, di Ignacio Maria Coccia e Matteo Tacconi

Titolo: Mare corto. Coste, isole e persone dell’Adriatico
Autori: foto di Ignacio Maria Coccia e testi di Matteo Tacconi
Casa editrice: Capponi editore

Può un mare essere chiamato Corto? Racchiudendolo o avvicinandolo così a noi stessi, che lo guardiamo dagli angoli più insoliti delle sue rive, cercando un punto dove diluire noi stessi gli sguardi? Mare Corto è il titolo del libro, e del viaggio fotografico e letterario lungo le coste adriatiche, di Ignacio Maria Coccia, fotografo, e Matteo Tacconi, scrittore. Ed è stato quest’ultimo a parlarcene venerdì scorso, nella sede di Jesi in Comune, il nuovo gruppo politico jesino nato in occasione delle ultime elezioni amministrative e attento a costruire attorno a sé anche relazioni di vicinanza culturale e sociale, con le iniziative che regolarmente propone.
Matteo Tacconi ha citato lo scrittore bosniaco Predrag Matvejević, autore del fondamentale e universale Breviario Mediterraneo, un testo che ha uno sguardo su questo mare interno alla nostra storia simile al respiro dei libri storia di Braduel: “Il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità”.
E allora, una volta compreso questo, non resta che mettersi in viaggio lungo le sue coste, per assaporarla quell’intimità che a volte, superficialmente perché sospinti da questa fretta moderna che ci perseguita, ci sembra illusoria quasi come un sogno di mezza estate. E allora ecco i due autori in viaggio, attenti alle storie presso cui fermarsi, per raccoglierle e raccontarle con le parole e con le immagini, inseguendola quell’intimità negli angoli dove ancora palpita.
Dicevo a Matteo, scherzando mentre lo salutavo a fine serata, che sono stati capaci di scovare le “aree interne”, le stesse di cui da qualche anno, ancor più da dopo il terremoto, parliamo con intensità andando a ricercare sugli Appennini i luoghi delle nostre origini, martoriati da tempo dal tempo e non solo, ma dove come le erbe di alta montagna attecchiscono ancora vecchie e nuove storie, gli dicevo che questo tipo di “aree interne” simile a uno sguardo, sono stai capaci di scovarlo nei mille angoli delle nostre coste.
Nostre perché le abitiamo, da sempre, e nostre perché siamo in tanti ad abitarle, da ogni sponda e in ogni insenatura, e talvolta siamo così diversi tra noi da non averne nemmeno la percezione, o il senso dell’intimità. Mi veniva continuamente in mente, mentre ascoltavo e vedevo le foto sullo schermo, un mio passaggio una decina di anni dentro l’insenatura di Kotar, o Cattaro, e seduto sulla riva dicevo a me stesso, sì questo è un luogo dove potrei vivere.
E così il Mare Corto m’è sembrato come un respiro. Ecco allora le storie. Matteo ne ha anticipata qualcuna agi aspiranti lettori del libro. C’è il ragazzo che ritorna a vivere su un isola dell’Istria dove sono rimaste solo quattro anziane, per produrre vestiti di lana di pecora. Come un pastore dell’Appennino, mi sono figurato io, nella sua isola in mezzo al mare: che siano questi i monti naviganti di Paolo Rumiz?
O il ragazzo di una Venezia che affonda, forse prima ancora tra i vaporetti, i turisti e le grandi navi che non per il livello del mare che si alza, e in questa città come una leggenda riprende a produrre remi per chi il mare vuole viverlo seduto su una barca. Magari anche tirando i remi in barca ogni tanto, e restare lì appena un poco più in là della riva.
O il mito della pesca oceanica dei sanbenedettesi, che da quegli anni cinquanta quando iniziarono a uscire più che incoscienti dalle colonne d’Ercole per costeggiare l’Africa, hanno modificato irrimediabilmente il loro sguardo sul mare che bagna il loro cortile di casa.
O la foto degli innamorati che scelgono sullo sfondo della loro intimità Trieste, forse l’unica città, forte  di un intero continente alle sue spalle, da dove il mare corto può apparire in tutta la sua lunghezza.
Oppure quella comitiva di oche dal piglio caparbio e il passo deciso e pratico, su una spiaggia nel sud dell’Albania, come antichi pellegrini che ancora si aggirano lungo queste e coste. Ignacio le aveva intraviste con la coda dell’occhio, dall’auto mentre seguivano la litoranea, e subito ha capito che doveva dedicare loro il tempo necessario della lentezza e della pazienza, della costruzione di una relazione e di un senso, e come in una di quelle favole in cui le oche interagiscono tranquille con gli umani, le ha convinte a radunarsi e a entrare nel personaggio, a conferire al loro passo quel qualcosa in più che serviva, per fermare proprio lì la nostra attenzione, con un’isola sullo sfondo e un po’ di lato, e le luci del mare e del cielo cariche di tutta la loro leggerezza. Hanno sempre questo tipo di respiro le foto di Ignacio, predilige l’aria, i cieli, le tonalità che ci alleggeriscono, aprono, ci danno il tempo.

(degli stessi autori, Verde cortina)

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